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Il docufilm "Kimshung – La montagna del destino", ha debuttato con un'anteprima pubblica organizzata da CVA insieme a La Sportiva lo scorso 27 maggio alle ore 20.30 presso il Centro Congressi del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent.
Sotto le ampie volte della Sala Gran Paradiso, il confine tra la platea e la vetta sembra essersi dissolto. Una folla composita di alpinisti di lungo corso e appassionati del mondo "delle altezze" si è data appuntamento per un rito collettivo di contemplazione. Non è stata solo la proiezione di un filmato, ma un viaggio condiviso che ha trasformato lo spazio fisico della sala in un bivacco di sogni e riflessioni. Il silenzio assorto dei presenti, interrotto solo dal respiro della montagna che scaturiva dalle immagini, ha testimoniato come il racconto della salita sia ancora oggi una delle narrazioni più potenti dell'agire umano. A seguito della visione, il dibattito che ne è scaturito ha confermato che la montagna, prima ancora di essere una sfida fisica, resta un’immensa cattedrale letteraria a cielo aperto. Il film documenta l'impresa epica avvenuta nell'ottobre del 2025, quando un team d'élite guidato dall'alpinista valdostano François Cazzanelli, insieme a Giuseppe "Bepi" Vidoni e ai compagni austriaci Lukas Waldner e Benjamin Zörer, ha raggiunto la vetta del Kimshung (6.781 m) in Nepal.
Il Kimshung era una cima rimasta inviolata fino a quel momento. Per Cazzanelli, questa spedizione ha rappresentato il culmine di un viaggio durato dieci anni, segnato da tentativi precedenti e da una profonda connessione emotiva con il massiccio del Langtang. La pellicola mostra l'apertura di una nuova via sulla parete nord-est, battezzata non a caso "Destiny". Con i suoi 1300 metri di dislivello e difficoltà tecniche estreme, il racconto cinematografico trasforma la scalata in una narrazione universale sul superamento dei propri limiti. Attraverso l'occhio della regia di Damiano Levati, l'evento trascende il gesto atletico per esplorare i legami di amicizia e il rispetto per la montagna, in un territorio ancora segnato dalle ferite del passato. Questa proiezione ci invita a riflettere su come il "destino" non sia qualcosa di scritto, ma una cima da conquistare passo dopo passo, con pazienza e profondo rispetto per la natura..
Il docufilm nella prima parte vede protagonista l'alpinista valdostano François Cazzanelli. Il filmato offre un resoconto crudo ed emozionante delle sue spedizioni, alternando l'azione in alta quota al profondo lato umano e intimo della sua vita. I momenti salienti e intimi includono: L'incidente: Durante un tentativo di vetta in Nepal, Cazzanelli viene colpito da una scarica di sassi che gli provoca una ferita molto profonda al braccio. Le immagini mostrano i concitati momenti del recupero, il sangue sulle rocce in attesa dell'arrivo dell'elicottero di soccorso e i bambini nepalesi che cercano di confortarlo. Il docufilm racconta i 10 giorni di ospedalizzazione e si apre a scene di vita privata, mostrando la tenerezza del figlio e della compagna. Viene immortalata l'ansia che precede ogni sua partenza, ma anche il forte incoraggiamento della compagna a portare a termine i propri obiettivi, affrontando l'ultimo tentativo per "chiudere i conti". Il legame con la cultura nepalese è intenso, il filmato mostra gli alpinisti e i nepalesi intenti a costruire un tradizionale tempio di pietre, uniti in una suggestiva preghiera benaugurante prima dell'ultimo assalto alla vetta. “È un vero e proprio monte bastardo” - afferma l'alpinista valdostano François Cazzanelli sia in apertura del suo docufilm sia in chiusura della proiezione, nel momento del commiato per spiegare una salita che non concede tregua. Il percorso è un susseguirsi di rampe con pendenze a doppia cifra e un dislivello massacrante. Un'ascesa dura e infida, dove il fondo sconnesso e infido mette a dura prova la tenuta e le gambe.
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I protagonisti dell'evento del 27 maggio 2026 nella Sala Gran Paradiso del Centro Congressi |
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Il lungometraggio si è presentato per la prima volta al pubblico in un'anteprima immersiva, dove le voci narranti di Enrico Camanni e Marco Camandona emergono come vere e proprie bussole morali. Attraverso i loro precetti e le riflessioni degli altri grandi maestri dell'alpinismo, il film trasforma la scalata in una profonda esplorazione interiore. Tra gli illustri ospiti presenti nel parterre, spiccavano figure di primissimo piano del mondo della montagna valdostana. Tra questi hanno preso parte all'evento il Presidente dell'Unione Valdostana Guide di Alta Montagna (UVGAM), Ezio Marlier, e il Presidente dell'Associazione Valdostana Maestri di Sci (AVMS) e del Collegio Nazionale (COLNAZ), Beppe Cuc. Aziende Sostenitrici delle spedizioni alpinistiche: CVA SpA, azienda leader nel settore dell'energia idroelettrica. La Sportiva, eccellenza nella produzione di calzature e abbigliamento per l'alpinismo e l'outdoor con quartier generale a Ziano di Fiemme (TN).
Il legame tra il celebre alpinista valdostano e il Paese himalayano è nato nel 2015. Durante il primo tentativo di scalata, la spedizione fu interrotta dal devastante terremoto che colpì il Nepal. In quell'occasione, Cazzanelli e i suoi compagni scelsero di restare per prestare i primi soccorsi alla popolazione locale. Da quell'esperienza è nata una promessa che non si è mai interrotta: sostenere il popolo nepalese non solo attraverso progetti turistici, ma offrendo un futuro ai più piccoli. Attraverso proiezioni, iniziative e la condivisione di questa grande impresa cinematografica, il team promuove e finanzia direttamente la Sanonani House. Questa casa famiglia garantisce vitto, cure mediche, istruzione e un ambiente sicuro ai bambini. Il documentario Kimshung – La montagna del destino diventa così un ponte ideale tra le Alpi e l'Himalaya, dimostrando come lo spirito d'avventura possa tradursi in un sostegno tangibile per chi ha più bisogno.
Prima ancora che le luci si spegnessero e il docufilm "Kimshung – La montagna del destino", avesse inizio, ho avuto il privilegio di ascoltare una riflessione preziosa. La montagna è sempre più ostaggio di persone impreparate e ostaggio di un clima che cambia rapidamente, rendendola un'incognita costante. La montagna non perdona l'arroganza e spesso nemmeno l'imprudenza, è il severo monito lanciato da Iiriti Antonio medico del Soccorso Alpino Valdostano, che ho casualmente incontrato e che si è seduto accanto a me in sala. Il medico ha puntato il dito contro la dilagante superficialità con cui molti affrontano le vette, aggravata dalle imprevedibili anomalie termiche. Un quadro allarmante che si scontra spesso con le regole del territorio: in Valle d'Aosta, sebbene il soccorso sanitario resti gratuito per chi subisce un infortunio, per le persone illese (soccorse a seguito di chiamate immotivate o per condotte imprudenti) è prevista una compartecipazione alle spese che prevede un costo al minuto per l'elisoccorso e un massimale a carico fino a 3.500 euro. Un pensiero che risuona come un potente filo conduttore per tutto il lungometraggio. Nelle terre alte, il confine tra la passione per l'avventura e la tragedia è affidato al buon senso, un concetto che l'opera riesce a trasmettere senza retorica. Attraverso immagini mozzafiato e testimonianze dirette, il docufilm ci ricorda che l'esperienza immersiva nella natura richiede sempre rispetto e consapevolezza dei propri limiti. Il docufilm "Kimshung – La montagna del destino", è un'opera imperdibile non solo per gli amanti dell'alpinismo, ma per chiunque voglia comprendere il vero volto, talvolta spietato ma sempre affascinante, delle nostre montagne.
| Francesco Branchetti |
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Un viaggio tra teatro, natura e accoglienza nel borgo lucano, dove l'eredità del Santo diventa un laboratorio digitale e umano a cielo aperto.
Se pensiamo a San Francesco d'Assisi, la mente vola subito in Umbria. Eppure, l'eredità più profonda del Santo, quella che parla di accoglienza, natura e vicinanza agli ultimi metterà radici in un piccolo e splendido borgo lucano: San Fele.
Dal 12 al 17 luglio, questo angolo di Basilicata si trasformerà in un laboratorio a cielo aperto dove il teatro, i cammini nella natura e la solidarietà si fondono in un'unica esperienza. Il progetto si chiama “Francesco sulle vie del cuore” ed è stato presentato a Roma, alla Camera dei Deputati, proprio perché non è la solita rassegna estiva, ma un'idea che vuole lasciare il segno.
La cosa bella di questo appuntamento è che non ci si limiterà a guardare uno spettacolo seduti in poltrona.
Certo, i grandi momenti di teatro ci saranno: il 12 luglio, nella Chiesa Madre del paese, andrà in scena la forza e la "follia" del messaggio francescano con uno spettacolo intenso ed emozionante.
Per l'occasione, Francesco Branchetti che firma anche la regia vestirà i panni di San Francesco, affiancato da Barbara De Rossi nel ruolo di Santa Chiara e da Lorenzo Flaherty in quello di Frate Leone.
Definire questo cast semplicemente "d'eccezione" rischia di essere riduttivo. Sul palco si muove una sinergia rara, guidata dalla mano sapiente di Branchetti, la cui regia possiede una cifra stilistica personalissima, capace di scavare nell'anima del testo per restituirne la purezza più autentica. Nei panni del Santo, la sua performance si preannuncia come un magistrale equilibrio di intensità e grazia, confermando quel talento magnetico capace di rapire e incantare lo spettatore.
I due pilastri dello spettacolo che recitano con lui elevano ulteriormente il valore dell'opera:
Barbara De Rossi (Santa Chiara): un'attrice dalla sensibilità straordinaria, capace di infondere nei suoi personaggi una forza interiore e una grazia uniche. La sua presenza scenica, intrisa di intensità emotiva e maturità artistica, è la chiave perfetta per dare corpo alla spiritualità luminosa e determinata di Santa Chiara.
Lorenzo Flaherty (Frate Leone): con il suo carisma naturale e la sua solida esperienza teatrale e televisiva, porta sul palco lo spessore ideale per un ruolo delicato. La sua capacità di calarsi con rigore e calore umano nei panni della "pecorella di Dio" garantisce una performance vibrante e di grande impatto emotivo.
Dal 14 al 16 luglio, il Nuovo Auditorium ospiterà invece i laboratori teatrali intitolati "Atleti di Dio", pensati appositamente per coinvolgere i giovani del posto e i cittadini migranti. Il teatro, qui, diventa una scusa bellissima per conoscersi, abbattere le barriere e fare comunità.
E per chiudere in bellezza, il 17 luglio ci si sposta in mezzo alla natura, nella località Da Pierno, per una passeggiata poetica dedicata a "Sorella Acqua": un cammino tra versi, performance e alberi guidato dal poeta Gianluca Caporaso.
Spesso questi festival durano pochi giorni e poi tutto torna come prima. Stavolta l'obiettivo è diverso. Tutto quello che succederà a San Fele verrà registrato e trasformato in podcast video e contenuti digitali, creando una sorta di "teleteatro" accessibile a tutti tramite QR Code.
In autunno, poi, le immagini e le storie di questo festival viaggeranno per l'Italia, arrivando persino alla stazione di Napoli Garibaldi con installazioni dedicate. L'obiettivo? Raccontare a tutti che nei piccoli borghi italiani, quando l'arte incontra l'accoglienza, possono nascere cose meravigliose.
Nel cortile che precede l’ingresso alla chiesa, posto sulla destra compreso nel convento delle suore agostiniane, è possibile visitare questo piccolo gioiello. In realtà tutta la struttura dei SS. Quattro è un piccolo tesoro: la chiesa, il chiostro, lo stesso doppio cortile, la sala gotica e poi questo oratorio… tutto l’ ambiente è straordinario, un angolo di medioevo nascosto e ben preservato in questo angolo di Roma. 
Di seguito Elena, la madre di Costantino, ritrova la vera Croce che poi porterà a Roma.
l’imperatore Federico II.
L’ autore del falso documento non conosceva dunque come fosse il diadema e lo aveva immaginato simile alle corone d'oro dei re medievali.
In seguito alla diffusione sempre più prepotente di elementi culturali di derivazione orientale, favorita, già dalla fine del secolo XIX, soprattutto dall’ appassionato lavoro divulgativo portato avanti da Helena
Petrovna Blavatsky e dalla Società Teosofica da lei fondata, il concetto di Karma (in sanscrito Karman e in pali Kamma), da essa stessa ritenuto indispensabile per rendere possibile la promozione di un quanto mai necessario processo di rigenerazione etica dell’intera civiltà occidentale (profondamente viziata e corrotta da ipocrisia, egoistico utilitarismo, e grossolano materialismo), ha finito per conquistarsi un posto di rilievo all’interno del sentire collettivo. 1)
Nel corso del XX secolo, tale concetto, in seguito soprattutto alla crescente attenzione nei confronti del pensiero buddhista, è divenuto, infatti, sempre più popolare e, di conseguenza, sempre più presente nel nostro comune pensare e parlare. Ma, come sovente accade in casi del genere, l’immagine concettuale che si è prevalentemente imposta risulta tristemente banalizzata, svuotata delle sue complesse valenze filosofiche, e ridotta, perlopiù, a mero sinonimo di drammatica nèmesi o di angosciante destino fatale.
Potrà, quindi, risultare sicuramente di qualche utilità il cercare di mettere meglio a fuoco l’esatta portata teoretica e le inevitabili conseguenze sul piano pratico della corretta concezione karmica, particolarmente presente nelle variegate modulazioni delle filosofie indiane, ma rintracciabile altresì anche all’interno dell’antico pensiero ellenico nonché in diversi passi evangelici e paolini (“Ogni lavoratore merita il suo salario, dice la Sapienza del Vangelo; ogni azione, buona o cattiva, è una madre prolifica, dice la Sapienza dei Secoli”).
Secondo Sarvepalli Radhakrishnan, la cosiddetta legge del karman non sarebbe altro che “la legge della conservazione dell’energia mentale”2), corrispondente, sul piano morale, alla legge dell’uniformità relativa al piano fisico. Secondo l’adozione di simile canone interpretativo applicabile all’intera realtà, nulla, nell’ambito del divenire, potrebbe essere considerato totalmente incerto e fortuito, in quanto tutti noi (anzi, tutto ciò che vive, inclusi gli stessi dèi) saremmo perennemente destinati a raccogliere i frutti da noi stessi seminati, nell’esistenza attuale o in vite anteriori.
“Il seme buono - scrive - arreca una buona messe, quello cattivo, un cattivo raccolto. Ogni azione, per quanto insignificante, produce i suoi effetti sul carattere. (…)
Non possiamo arrestare il processo dell’evoluzione morale, più di quanto non possiamo arrestare l’alternarsi delle maree o il corso degli astri. Il tentativo di scavalcare la legge del karman è altrettanto inutile quanto il tentativo di saltare oltre la propria ombra.
E’ una sorta di registrazione del suo passato, che il tempo non può confondere, né la morte cancellare.” 3)
Secondo il filosofo indiano, nelle Upanishad prima, e nel Buddhismo poi, il grande rilievo conferito alla concezione karmica andrebbe inteso soprattutto come rimedio all’antica credenza vedica secondo cui la redenzione dal peccato sarebbe stata conseguibile attraverso il ricorso ai sacrifici rivolti alle divinità. Come leggiamo nella Chandogya-Upanishad, l’uomo viene considerato come creatura “fatta di volontà” e, di conseguenza:
“Secondo quello che egli crede in questo mondo, tale egli sarà quando ne sarà dipartito”, e “Quale che sia il mondo che egli agogna col suo spirito, e quali che siano gli oggetti che egli desidera, l’uomo di mente pura riesce a conseguire quei mondi e quegli oggetti.”
Ancora più esplicito è quanto limpidamente asserito nel Dharmapada (in pali Dhammapada) buddhista:
“Gli elementi della realtà hanno la mente come principio,
hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti di mente.
Chi parli oppure operi con mente corrotta,
lui segue la sventura come la ruota segue il piede (dell’animale che traina il veicolo).
(…) Chi parli oppure operi con mente serena,
lui segue la felicità come l’ombra che non si diparte.” 4);
In epoca contemporanea, poi, all’interno del pensiero teosofico, in maniera più chiaramente ed esplicitamente argomentata, il Karma viene inteso come la LEGGE fondamentale dell’intera realtà, la vera e propria pietra angolare alla base della struttura dell’Universo.
Helena Petrovna Blavatsky, ne La Chiave della Teosofia, la definisce la “Legge Ultima” della Vita universale, ovvero la legge infallibile, “la sorgente, l’origine e la fonte da cui derivano tutte le altre”. 5)
| Madame Blavatsky |
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In sanscrito karman significa “azione”, ovvero - come spiega W.Q. Judge (cofondatore della Società Teosofica ed uno dei principali collaboratori di Madame Blavatsky) - “l’effetto che sgorga fuori della causa, l’azione e la reazione, l’esatto risultato di ogni pensiero ed azione.” 6) Essendo l’Universo considerato come una unità organica e intelligente, ogni movimento all’interno di esso risulta essere un’ azione che conduce a risultati a loro volta causa di altri risultati.
“Karma - dice sempre la Blavatsky - è in sé stesso inconoscibile, ma la sua azione è percettibile”. Ciò implica che, pur venendo considerata la sua essenza noumenica al di sopra di ogni possibilità di comprensione, a risultare esperibili in maniera tangibile sono le sue manifestazioni fenomeniche.
Qualcosa, quindi, di assai più complesso di quanto ci potrebbero far pensare le diffuse volgarizzazioni mediatiche dei nostri tempi, tanto che, dalla stessa Madame Blavatsky, venne definita come “la più difficile” fra tutte le dottrine teosofiche.
Nonostante, però, l’impenetrabilità della sua vera natura sotto il profilo strettamente ontologico (fisico e metafisico), la sua dignità speculativa e le sue numerose valenze concettuali appaiono filosoficamente ben comprensibili, sul piano logico ed ancor più su quello etico.
“Se si applica alla vita morale dell’uomo - scrive ancora Judge - Karma è la legge della causalità etica, della giustizia, della ricompensa e della punizione; la causa della nascita e della rinascita, ma allo stesso tempo il mezzo per cui si può sfuggire all’incarnazione.”
Nella coscienza di chi accetta di lasciarsi conquistare da questa rigorosa visione del mondo può venirsi a produrre un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento psicologico sommamente benefico, capace di svolgere una funzione profondamente terapeutica, liberandoci da erronee quanto pericolose opinioni come il ritenere:
Ovverosia: che non sussista alcuna possibilità di orientare il proprio cammino nel mondo; che il nostro vivere sia continuamente subordinato al potere di forze a noi superiori a cui dovremmo, di conseguenza, pienamente sottometterci e che dovremmo cercare di ingraziarci, ricorrendo agli espedienti adottati dalle varie religioni nel corso del tempo (preghiere, sacrifici, penitenze, pellegrinaggi, ecc.), responsabili della diffusione di una mentalità e di una prassi comportamentale accidiosamente ignave, opportunistiche ed utilitaristiche.
Visioni del mondo entrambe destinate a generare, sia a livello individuale che collettivo, un velenoso effetto di degradante deresponsabilizzazione.
Secondo la Teosofia, quindi,
“Non vi è che questa dottrina che possa spiegare il misterioso problema del bene e del male e riconciliare l’uomo con la terribile ed apparente ingiustizia della vita; sola questa certezza può calmare il nostro senso di giustizia offeso” ed impedirci “di maledire la vita, gli uomini ed il loro supposto Creatore.” 7)
Infatti, tale concezione, se correttamente intesa, ci mette al riparo sia da forme di grossolano materialismo (oggi sempre più imperanti) sia da forme di fideismo e di fatalismo, mettendoci in condizione di accettare in serena consapevolezza:
Continuamente costruiamo noi stessi.
Continuamente contribuiamo nella costruzione delle vite di tutti gli innumerevoli esseri che ci vivono e che ci vivranno accanto, nell’infinito viaggio che conduciamo e condurremo nell’infinito tempo e nell’infinito spazio.
Dovremmo pensarci e sentirci, quindi, come lavoratori perennemente all’opera nella vigna immensa della Vita Universale, chiamati a scegliere, attimo per attimo, cosa, come, dove, quanto e quando seminare, chiamati a scegliere fra le varie metodologie di aratura, concimazione, potatura, ecc … Lavoratori sempre in grado di migliorare i propri orti e i propri frutteti, sempre in grado di eliminare erbacce, di dare più acqua, di dare (soprattutto) più amore a tutto ciò che faremo germogliare, sbocciare, maturare …
Lavoratori saggiamente consapevoli che tutto quello che andremo a fare, e a non fare, lascerà un segno indelebile sul corso degli eventi, che nulla potrà essere mai cancellato, azzerato, riportato indietro nel tempo.
Ma anche consapevoli che sempre i nostri (inevitabili) errori e mancanze potranno essere curati, corretti, sanati.
Grazie, soprattutto, alla nostra convinzione di non essere mai sconfitti del tutto e definitivamente, mai condannati ad arrenderci e a firmare una resa senza condizioni.
Come ben sottolinea Nyanaponika Thera (uno dei massimi esponenti contemporanei del Buddhismo Theravada), non dovremmo mai dimenticare che il karma non è soltanto qualcosa che siamo costretti a subire, bensì qualcosa di perennemente modificabile, definito suggestivamente come “l’utero da cui nasciamo, il vero creatore del mondo e di noi stessi quali sperimentatori del mondo,” ma inteso anche come la legge immanente alla realtà che, sapientemente compresa e vissuta, ci consentirà di liberarci da ogni forma di schiavitù, dedicando tutte le nostre azioni e i loro frutti al raggiungimento della meta più elevata:
“ la liberazione finale di se stessi e di tutti gli esseri viventi.”
“La dottrina del kamma (in pali) enunciata dal Buddha si dimostra (…) - pertanto - un insegnamento di responsabilità morale e spirituale per sé e per gli altri”, in quanto tutti gli esseri viventi sono, di fatto, gli unici veri ed inalienabili proprietari e responsabili del proprio karma:
“Essi sono i soli eredi legittimi delle loro azioni, ed entreranno in possesso del patrimonio di risultati positivi e negativi.”
“incessantemente affaccendati a costruire e ricostruire questo mondo e i mondi superiori.” 8)
In definitiva, una filosofia di vita fondata sul pensiero karmico - secondo l’insegnamento del Buddha come secondo il pensiero teosofico di Madame Blavatsky - sarebbe felicemente in grado di conferire alla persona umana una centrale dignità, affermandosi concretamente come scuola di autoconsapevolezza capace di attuare una vera e propria “rivoluzione” etica e culturale, rendendoci compassionevoli collaboratori del cammino cosmico e coraggiosi seminatori e costruttori di Pace.
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NOTE
Dopo decenni di viaggi ed incontri con maestri, occultisti e ricercatori spirituali di varie culture, scuole e discipline mistiche, nel 1875, a New York, fondò con alcuni collaboratori la Theosophical Society (Società Teosofica), dando avvio a quello che sarebbe diventato un grande movimento di rinnovamento culturale, che si sarebbe esteso rapidamente su scala internazionale, segnando in maniera significativa la sua epoca. La Società Teosofica si diffuse rapidamente sia in India, dove venne istituita la sede internazionale ad Adyar (Madras), sia in Europa. Il suo obiettivo fondamentale fu di promuovere, in nome della libera ricerca e di un amore incondizionato per la Verità, un concreto sentimento di Fratellanza, al di là di qualsiasi possibile distinzione, capace di accomunare donne e uomini di ogni credo (o di nessun credo), in un clima costruttivo di scambio, dialogo e collaborazione.
Oltre ad un numero impressionante di articoli e saggi apparsi su riviste di vari paesi, diede alla luce alcune opere letterarie di straordinaria ricchezza filosofica e di incomparabile valore mistico-esoterico:
C’è un punto, all’estremità meridionale del lago d’Iseo, dove la Franciacorta sembra interrompersi per diventare altro: acqua, vento, pietra, memoria. È il lembo di terra di Paratico, che occupa una posizione del tutto particolare all’interno della denominazione Franciacorta DOCG. Situato sulla sponda sud-occidentale del Sebino, proprio nel punto in cui il lago d’Iseo si restringe e torna a farsi fiume attraverso l’Oglio, il comune rappresenta una sorta di cerniera geografica fra ambiente lacustre, pianura padana e prime ondulazioni prealpine. Dal punto di vista orografico, il territorio nasce dall’antica azione glaciale che ha modellato tutta la Franciacorta durante le glaciazioni quaternarie. Le colline moreniche qui non assumono però la compattezza regolare delle aree centrali attorno a Erbusco o Adro, ma diventano più frastagliate, discontinue, quasi spezzate dalla presenza dell’acqua e dalle antiche erosioni dell’Oglio. Ed è tra questi territori che nasce Bredasole, una realtà che nel panorama della Franciacorta contemporanea occupa una posizione singolare: appartata, colta, quasi controcorrente rispetto a certe derive industriali della denominazione.

Il nome stesso possiede un sapore arcaico. “Bredasole” compare infatti già nelle mappe del catasto napoleonico del 1810 relative al territorio di Paratico, e ricompare in cartografie successive dell’Ottocento. Non è dunque una denominazione inventata dal marketing contemporaneo, ma un toponimo storico, profondamente radicato nella geografia del luogo. Ed è proprio il rapporto con il luogo, più ancora che con il vino, il primo tratto distintivo dell’azienda.
La Franciacorta, nella sua narrazione più diffusa, viene spesso raccontata come un territorio omogeneo. In realtà è un mosaico di microzone diversissime fra loro. Le colline moreniche attorno a Erbusco non sono quelle di Adro; i versanti di Gussago non parlano la stessa lingua geologica di Paratico, che rappresenta una sorta di frontiera climatica della denominazione. Qui il lago d’Iseo esercita un’influenza decisiva: mitiga le escursioni termiche, favorisce ventilazioni costanti, riflette luce, rallenta alcuni processi vegetativi e ne accelera altri. I vigneti di Bredasole si sviluppano infatti in un contesto pedoclimatico particolare, caratterizzato da suoli ricchi di componenti minerali e da un drenaggio naturale favorito dalla conformazione collinare morenica. È un paesaggio di confine: la Franciacorta termina e insieme si apre verso il lago. Questo dettaglio geografico non è secondario, poiché molti vini di Bredasole sembrano proprio possedere questa doppia anima: da un lato la verticalità e la tensione tipiche del metodo classico franciacortino; dall’altro una morbidezza lacustre, quasi una rotondità luminosa.
La storia della famiglia Ferrari affonda le proprie radici nella tradizione agricola di Paratico, in una zona che per secoli ha vissuto di coltivazioni promiscue, pesca lacustre e viticoltura diffusa. Prima ancora che la Franciacorta diventasse il distretto spumantistico conosciuto oggi, queste colline erano una terra di agricoltura contadina, fatta di piccoli appezzamenti, cascine e vigneti che seguivano il ritmo del lago e delle stagioni. L’azienda venne fondata nel 1977, in anni decisivi per quella che fu poi la Franciacorta. È il periodo in cui il territorio inizia lentamente a prendere coscienza della propria vocazione spumantistica moderna, dopo il lavoro pionieristico compiuto negli anni Sessanta da realtà storiche ancora presenti. Mentre molte aziende impostano la propria crescita sulla modernizzazione produttiva e sull’espansione commerciale, Bredasole sceglie un percorso differente, più raccolto e identitario. Circa un decennio prima, Giacomo Ferrari, persona dinamica e di argute prospettive, partì con una struttura alberghiero ricettiva che in prossimità del lago ebbe da subito gran riscontro. Il richiamo della terra e nuove prospettive spinsero Giacomo a cogliere l’occasione di acquistare un terreno con un piccolo casale e qualche rudere sulle colline di Paratico, con splendida esposizione e vista lago. Il binomio lago e vigneti fu una delle tematiche predilette per un’altra sua passione, la pittura, che ancor oggi è presente con alcuni dei tanti disegni, bozzetti e quadri che sono custoditi e mostrati anche nell’attuale sala degustazione.

La famiglia Ferrari sceglie fin dall’inizio una strada precisa: lavorare sulla qualità, sulla riconoscibilità territoriale e su una dimensione produttiva che consenta di mantenere il controllo diretto di ogni fase del lavoro. È una scelta che col tempo si rivelerà profondamente coerente. Dai pochi ettari iniziali, trovati non sempre oculatamente vitati, oggi la dimensione aziendale è di circa 12 ettari, di cui 6 di proprietà attorno alla casa patronale ed alla nuova cantina inaugurata nel 2000 ed altri 6 in affitto tra Clusane ed Adro, con una produzione tra le 90.000 e 100.000 bottiglie annue; questo consente così una gestione molto artigianale del vigneto e della cantina. Nel panorama franciacortino, Bredasole occupa una posizione geografica e stilistica particolare. I vigneti di Bredasole, che negli anni hanno subito reimpianti e opportune lavorazioni, si sviluppano infatti su dorsali collinari di moderata altitudine, generalmente comprese fra i 170 e i 320 metri sul livello del mare, con esposizioni molto luminose rivolte verso sud e sud-est. La vicinanza del lago esercita un ruolo fondamentale: il Sebino funziona come enorme accumulatore termico naturale, mitigando le temperature, sia estive, sia invernali e generando correnti costanti che ventilano i vigneti. Questo dettaglio è essenziale per comprendere il profilo dei vini aziendali. Le brezze lacustri contribuiscono infatti a mantenere sanità delle uve, maturazioni lente e preservazione dell’acidità naturale, elemento decisivo nella produzione di metodo classico di alta qualità. Anche i suoli presentano caratteristiche peculiari. In questa parte meridionale del lago prevalgono depositi morenici misti, composti da ghiaie, sabbie, ciottoli e frazioni limose derivanti dall’antico trasporto glaciale. Sono terreni poveri, estremamente drenanti, che obbligano la vite a radicarsi in profondità. Ne derivano produzioni naturalmente contenute e vini spesso caratterizzati da una marcata componente minerale e sapida. È una Franciacorta diversa da quella più “centrale” della denominazione: meno opulenta, più tesa, più influenzata dal lago che dalla pianura.

Ciò che colpisce, tuttavia, è soprattutto il modo in cui l’azienda ha costruito il proprio immaginario culturale. In un territorio dove spesso la comunicazione del vino indulge nella retorica del lusso, Bredasole sceglie invece la storia, la letteratura, il dialogo fra uomo e paesaggio. Il riferimento più evidente è quello a Dante Alighieri. Secondo una tradizione locale riportata nella seicentesca “Cronaca della famiglia Lantheri de Paratico”, il poeta avrebbe trovato ospitalità nel castello ghibellino di Paratico attorno al 1311. La leggenda vuole che proprio la conformazione della collina abbia suggerito a Dante la struttura del Purgatorio. È difficile stabilire quanto vi sia di storicamente verificabile in questo racconto; ma il punto, in fondo, è che Bredasole ha scelto di costruire la propria identità non attorno all’idea di performance tecnica, bensì attorno a un concetto di vino come espressione culturale del territorio; oggi una scelta rara.
Fra le righe della filosofia aziendale emerge una posizione molto precisa: la vigna non viene concepita come “fabbrica di uva”, ma come elemento paesaggistico e culturale. Questa affermazione potrebbe sembrare soltanto poetica. In realtà contiene una precisa idea agricola.
In Franciacorta — territorio che negli ultimi vent’anni ha vissuto una crescita impetuosa — il rischio dell’omologazione può non essere solo una impressione. Incremento delle rese, standardizzazione talvolta anche stilistica, ricorso massiccio alla tecnica enologica: fenomeni inevitabili in diverse denominazioni di successo. Bredasole sembra invece muoversi, come da sua abitudine, in direzione tutta personale con rispetto di territorio e del prodotto proposto al consumatore. L’azienda aderisce infatti a pratiche di viticoltura biologica e integrata, con un’attenzione particolare al basso impatto ambientale e alla conservazione dell’equilibrio ecosistemico. La presenza voluta e cercata delle api, dalle quali producono miele, è un ausilio-sentinella per la salubrità dell’ambiente ed equilibrio pedoclimatico. Il benessere degli essenziali insetti diventa così un alleato per la sensibilità ambientale e la sanità del vigneto, spesso protetto da boschi e vegetazione naturale. Non si tratta soltanto di una scelta tecnica, ma quasi etica. L’idea dei fratelli Ferrari è che il vino debba “parlare” da sé. Un’espressione che ricorre spesso nella comunicazione aziendale e che richiama una concezione quasi narrativa del vino: non prodotto da imporre al consumatore, ma racconto liquido di un luogo e di un lavoro umano. In questo senso, Bredasole appare sorprendentemente affine a certe piccole maison champenoise più legate al concetto di terroir che non alla costruzione di uno stile industrialmente replicabile. Dalla fondazione nel 1977 al 2018 (anno della sua scomparsa) è stato Corrado Cugnasco, astigiano di Canelli, ad affiancare la famiglia Ferrari nella crescita e rafforzamento del profilo enologico aziendale. Indiscutibilmente è considerato tra i "padri fondatori" della Franciacorta. Lo stile enologico era molto simile a quello di Cesare Ferrari, omonimo bresciano ma non parente, che oltre ad aver affiancato l’enologo piemontese ha consentito un proseguimento senza alcuna soluzione di continuità a livello di impronta enologica; ormai ottuagenario ha un approccio pratico ed essenziale, portando ai vini tutta la sua verace conoscenza, non basata su chimica e solo valori schematici.
Molto del carattere di Bredasole nasce dalla relazione strettissima con il vigneto. Le esposizioni particolarmente luminose della zona di Paratico favoriscono maturazioni complete, ma la vicinanza del lago evita eccessi di surmaturazione. È una combinazione preziosa per il metodo classico: maturità aromatica e mantenimento della freschezza.
L’azienda lavora principalmente con i vitigni tradizionali della Franciacorta — Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco — accanto a varietà come Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc destinate ai Curtefranca rossi, mentre per il bianco si utilizzano le uve a bacca bianca già in gamma.
I vini: identità più che esercizio stilistico
Anche la produzione riflette chiaramente questa impostazione. I vini di Bredasole non cercano effetti speciali o costruzioni enologiche muscolari; al contrario, puntano su precisione, territorialità e riconoscibilità.

Il Franciacorta Brut – Quarantasei RACCONTI (46^ vendemmia)
Il Brut rappresenta probabilmente la sintesi più immediata dello stile aziendale: verticalità, equilibrio e una beva dinamica, sostenuta da freschezza e sapidità. È un vino che evita volutamente eccessi di dosaggio o morbidezze ridondanti, privilegiando pulizia espressiva e autenticità territoriale. Ampia prevalenza di Chardonnay con il completamento di Pinot Nero.
Il Satèn
Nel Satèn emerge invece la componente più avvolgente della filosofia Bredasole. Lo Chardonnay in purezza, lavorato con sensibilità e precisione, dà vita a un vino cremoso ma mai pesante, in cui la morbidezza tipica della tipologia viene continuamente sostenuta dalla tensione minerale del territorio lacustre. È un Satèn che rinuncia all’opulenza per cercare eleganza e continuità gustativa.
Il Nature
Il Nature è forse il vino che più esplicitamente racconta la visione produttiva dei fratelli Ferrari. L’assenza di dosaggio obbliga infatti il vino a esprimersi senza mediazioni, lasciando emergere nitidamente il profilo del vigneto e dell’annata. Ne derivano Franciacorta essenziali, tesi, diretti, nei quali la sapidità e la componente minerale diventano elementi centrali, dove la prevalenza ampia dello Chardonnay sono completate da un intenso Pinot Nero.
Il Rosé – Piné
Espressione con la versione rosé di Pinot Nero in purezza che con una colorazione cipria delicata, ma ben avvertibile, mostra un perlage elegante come le note olfattive che piacevolmente emergono. Vino giocato sui profumi lievi e persistenza gustativa equilibrata e di giusta lunghezza.
Le Riserve
Nelle Riserve l’azienda lavora invece sul tempo. Lungo affinamento sui lieviti, maggiore profondità aromatica e una struttura più articolata permettono di cogliere la capacità evolutiva dello stile Bredasole. Anche qui, tuttavia, il tratto distintivo rimane la misura: complessità senza pesantezza, ampiezza senza perdita di slancio.
I Curtefranca
Accanto ai Franciacorta, i fratelli Ferrari hanno mantenuto una produzione dedicata ai Curtefranca, scelta significativa perché testimonia il desiderio di preservare anche la tradizione vinicola “ferma” del territorio, che per secoli ha preceduto l’affermazione spumantistica moderna del territorio, nonostante la burocrazia delle origini ipercontrollate.
Il Curtefranca rosso "Süpèla”, dedicato al nome del bisnonno paterno, mostra una matrice più mediterranea e territoriale, giocata su equilibrio e maturità tannica piuttosto che su concentrazione esasperata. Il bianco, invece, esprime luminosità, immediatezza e una forte vocazione gastronomica.

Le sperimentazioni identitarie
Particolarmente interessanti risultano poi alcune etichette più identitarie e sperimentali, come “Anphor”, che testimoniano la volontà dell’azienda di confrontarsi con pratiche antiche e interpretazioni meno convenzionali del vino contemporaneo. L’utilizzo delle anfore di cocciopesto hanno donato brillantezza e maggior freschezza al vino, amplificandone le peculiarità intrinseche del vitigno come espressione unica di questo territorio. Anche per questo la sperimentazione non appare mai esercizio di moda, ma ricerca coerente con la storia e il carattere aziendale. A confermare ulteriormente questa attitudine anche la ricerca sui lieviti che stanno conducendo su diversi ceppi, sia autoctoni, sia provenienti da altri luoghi, di cui si vuol verificare la resa reale.
Persino i nomi dei vini, alcuni con nome-marchio registrato -“Racconti”,“Anphor”,“Cabajo“,”Süpèla”,
“Pio Elemosiniere”- sembrano voler suggerire un legame con storie, personaggi, tradizioni, invece di inseguire nomenclature internazionali anonime e intercambiabili.

C’è poi un altro elemento che rende Bredasole significativa nel contesto franciacortino: la misura. In una denominazione sempre più polarizzata fra grandi gruppi e microproduzioni di nicchia, l’azienda mantiene una dimensione intermedia che consente ancora una forte presenza della mano del produttore. Questa scala produttiva permette di conservare una relazione diretta con il territorio e con il tempo agricolo. È una Franciacorta meno “globale” e più locale, meno costruita per il mercato internazionale e più radicata nella propria origine. Questo è poi quanto si ritrova con il posizionamento di mercato, che vede spesso terminare anzitempo alcuni vini, che rimangono per quasi per un 80% in Italia, non tralasciando l’estero dove il Giappone apprezza parecchio la lievità e netta riconoscibilità dei vini di Bredasole.
Oggi la Franciacorta vive una fase complessa. Da un lato il successo commerciale e il riconoscimento internazionale; dall’altro il rischio di perdere alcune differenze interne, appiattendosi su uno stile sempre più uniforme. In questo scenario, Bredasole rappresenta una voce che preferisce mostrare una propria personalità, fiera del proprio esser azienda ormai storica franciacortina. Non rivoluzionaria nel senso spettacolare del termine, ma profondamente coerente. La sua unicità non sta soltanto nei vini, ma nell’insieme di elementi che li generano: il paesaggio terminale della Franciacorta sul lago, il richiamo alla memoria storica di Paratico, il legame simbolico con Dante, la scelta di una viticoltura rispettosa, la volontà di preservare una dimensione narrativa del vino.
In un mondo del vino spesso dominato da nomea, numeri e uniformità stilistica, Bredasole continua a suggerire un’idea quasi antica del fare vino: quella in cui il produttore non crea semplicemente un prodotto, ma interpreta un luogo.
In libreria per i tipi di Cinquesensi editore
“ANFORA. LA MISURA DEL VINO” DI IVANO ASPERTI
PRESENTATO A VINITALY
Una fotografia nitida su una rivoluzione silenziosa
che sta cambiando il volto dell’enologia contemporanea
Il nuovo libro di Ivano Asperti Anfora. La misura del vino edito da Cinquesensi, è stato presentato il 14 aprile a Vinitaly, all’interno del palinsesto di presentazioni di Amphora Revolution ospitato dalla Regione Calabria. L’autore, in dialogo con Helmuth Köcher e Anna Prandoni, direttrice di Gastronomika, ha descritto le caratteristiche delle diverse tipologie di anfore e le interpretazioni da parte dei cinquanta viticoltori raccontati nel libro. Oggi, il concetto di "anfora" si è ampliato: non più solo argilla, ma cocciopesto, ceramica, gres e porcellana. Questi materiali offrono ai vignaioli una gestione precisa della micro-ossigenazione, garantendo pulizia espressiva e longevità senza le cessioni aromatiche tipiche del legno. Köcher ha sottolineato l’importanza di un’opera che fa la fotografia di un tema che, negli ultimi anni, ha riscosso un rinnovato interesse fra i vignaioli italiani e su come questa tendenza stia incidendo nell’enologia del nostro Paese. Anna Prandoni ha rilevato come, lungo le 432 pagine illustrate da fotografie, l’autore sia riuscito a raccogliere le testimonianze dei produttori e vignaioli dimostrando che in Italia il vino in anfora non sia più una suggestione archeologica o una sperimentazione per pochi, piuttosto uno strumento d’avanguardia.
Asperti ha poi precisato che la scelta dell’anfora sia una risposta alle sfide del cambiamento climatico e all'evoluzione dei gusti da parte dei produttori che affiancano ai classici acciaio, cemento e legno l'utilizzo di materiali antichi ma tecnologicamente innovativi. una scelta che permetta anche di esaltare l’identità territoriale e varietale in modo autentico.
ANFORA . La misura del vino
autore: Ivano Asperti
formato: 19.7x24 cm
pagine: 432
collana: grandi libri illustrati
prezzo: 35 euro
isbn: 978-88-99876-55-5
editore: Cinquesensi
In tutte le librerie tradizionali e online.
Dello stesso autore, Cinquesensi ha pubblicato Vitigni, vini rari e antichi, Premio Speciale Gourmand World Cookbook Awards 2021, Il Premio Biblioteca Bruno Lunelli 2022 e la menzione speciale nella sezione Viticoltura del Premio OIV 2023.
Di fronte ai fatti di Modena, la tentazione immediata è quella di cercare una spiegazione semplice, rassicurante, quasi automatica. Si preferisce spesso etichettare rapidamente il male, attribuendolo ad una categoria ideologica o religiosa, piuttosto che interrogarsi sulle profonde ferite antropologiche ed esistenziali che attraversano la società contemporanea. Eppure, dietro molte esplosioni di violenza, soprattutto quando compiute da giovani cresciuti ormai dentro il contesto culturale italiano ed europeo, si intravede frequentemente non tanto un progetto strutturato di terrorismo quanto una drammatica crisi dell’identità personale.
La violenza contemporanea assume spesso i tratti di un grido disperato di riconoscimento. Non nasce solamente dall’odio verso l’altro, ma da un conflitto interiore irrisolto, da una frustrazione accumulata, da una percezione di fallimento esistenziale. In questo senso, alcuni episodi della cronaca moderna ricordano dinamiche che, pur manifestandosi con strumenti diversi, appartengono allo stesso universo antropologico del bullismo e del cyberbullismo: il bisogno di affermarsi distruggendo simbolicamente o concretamente qualcuno.
La società digitale ha moltiplicato queste dinamiche. Vi sono individui che, incapaci di accettare i propri limiti, trasformano la rabbia interiore in aggressività permanente. Alcuni sfogano tale frustrazione dietro uno schermo, attraverso l’insulto, la denigrazione, l’umiliazione sistematica dell’altro; altri, in condizioni psicologiche più gravi e destrutturate, finiscono per trasferire quella stessa violenza sul piano fisico.
Alla radice vi è spesso un dramma identitario. Una parte della cultura contemporanea ha alimentato nei giovani aspettative sproporzionate rispetto alla realtà concreta della vita. Il mito del successo personale, dell’autorealizzazione immediata e dell’affermazione sociale assoluta ha generato personalità fragili, incapaci di accettare la frustrazione, il sacrificio, la gradualità dell’esistenza. Quando poi la realtà impone limiti, lavori umili, percorsi diversi da quelli immaginati, alcuni vivono tale esperienza non come una fase naturale della vita, ma come un’umiliazione insopportabile.
Qui emerge una questione antropologica decisiva: il rapporto tra dignità e lavoro.
La tradizione cristiana ha sempre insegnato che non esiste lavoro indegno quando esso è onesto. Nel Vangelo, Cristo stesso trascorse gran parte della sua vita nel silenzio di Nazareth, lavorando con le mani. San Paolo ricorda che “chi non vuole lavorare, neppure mangi”. La civiltà cristiana ha riconosciuto una nobiltà profonda anche nelle occupazioni più semplici, perché il valore della persona non deriva dal prestigio sociale ma dalla sua intrinseca dignità.
La cultura piccolo-borghese contemporanea, invece, ha spesso sostituito la dignità con lo status. Alcuni vengono educati non alla realtà ma all’illusione di essere destinati a qualcosa di superiore per diritto quasi naturale. Si sviluppa così una forma di narcisismo sociale: ci si sente “speciali” non per meriti concreti ma per un’immagine costruita dalla famiglia, dall’ambiente culturale o dall’ideologia meritocratica deformata. 
Quando questa immagine entra in collisione con la realtà quotidiana, può nascere un rancore devastante. Il lavoro manuale o umile viene vissuto come degradante; il confronto con chi appare più realizzato genera invidia; la frustrazione diventa aggressività. Non di rado si tratta di persone interiormente non libere, incapaci di accettare la propria condizione storica concreta.
La psicologia contemporanea conosce bene questi meccanismi. La frustrazione narcisistica, quando incontra personalità fragili e prive di solide radici morali e spirituali, può trasformarsi in rabbia distruttiva. L’Io ferito cerca allora compensazione nel dominio, nell’aggressione o nella vendetta simbolica contro il mondo percepito come ostile.
Sul piano teologico, questa dinamica richiama il dramma del peccato dell’orgoglio. L’orgoglio non è semplicemente vanità; è il rifiuto della realtà. È la ribellione dell’Io contro il limite. È la pretesa di autosufficienza che non accetta di essere creatura.
In questa prospettiva, molte forme di violenza contemporanea appaiono come il frutto di una società che ha smarrito il senso del limite, del sacrificio e dell’umiltà. Una società che promette continuamente autorealizzazione ma non educa alla sofferenza, alla fatica, alla disciplina interiore.
L’uomo contemporaneo viene spesso lasciato solo davanti alle proprie frustrazioni. Le famiglie, talvolta, invece di educare alla realtà, proteggono i figli da ogni confronto con il fallimento. Si genera così una fragilità emotiva che esplode appena il soggetto incontra contraddizioni concrete.
Anche per questo il disagio esistenziale odierno non può essere affrontato soltanto con categorie securitarie o repressive. Certamente la società deve difendersi dalla violenza, ma deve anche interrogarsi sulle sue radici profonde. Occorre ricostruire un’antropologia della realtà, del limite e della responsabilità.
L’uomo ha bisogno di sentirsi amato non per il prestigio che possiede ma per ciò che è. Ha bisogno di riscoprire il valore del sacrificio, della concretezza, della fatica quotidiana. Ha bisogno di ritrovare un orizzonte spirituale che restituisca significato anche ai momenti apparentemente più umili della vita.
Solo così sarà possibile contrastare quella rabbia nichilista che, in forme diverse, attraversa la società contemporanea: dalle aggressioni verbali sui social fino agli atti estremi di violenza.
Il problema non è soltanto sociale o politico. È anzitutto antropologico e spirituale.
Ed è qui che la riflessione cristiana conserva ancora oggi una straordinaria attualità.
Perché ricorda all’uomo contemporaneo che la vera grandezza non consiste nell’apparire superiori agli altri, ma nell’accettare con verità la propria condizione umana, trasformando anche il limite in occasione di maturazione interiore.
Solo un uomo riconciliato con la realtà può diventare veramente libero.
| In The End, Where All began, EdEN, Wangechi. Mutu |
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La 61° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dal titolo In Minor Keys di Koyo Kouoh, aperta al pubblico il 9 maggio, nelle sedi dell’Arsenale e dei Giardini, e in vari luoghi di Venezia, si chiuderà domenica 22 novembre 2026, giornata della cerimonia di premiazione e inaugurazione.
Non saranno attribuiti in questa edizione i Leoni d’Oro alla carriera, che Koyo Kouoh non ha fatto in tempo a definire per la prematura scomparsa nel maggio 2025.
Con il pieno sostegno della famiglia, la Biennale di Venezia ha deciso di realizzare la Mostra secondo il progetto da lei ideato, per preservare, valorizzare
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e diffondere le sue idee e il lavoro svolto con dedizione.
Koyo Kouoh, nominata Direttrice artistica del Settore Arti Visive nel novembre 2024, aveva infatti già sviluppato il progetto curatoriale, definendo testo teorico, artisti e opere, catalogo, identità grafica e architettura degli spazi, dialogando costantemente con gli artisti da invitare.
Il titolo scelto per la 61. Esposizione è In Minor Keys, come indicato nel testo curatoriale da lei trasmesso
al Presidente della Biennale l’8 aprile 2025. La Mostra è stata realizzata con il contributo del Team selezionato da Koyo stessa: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca).
Le linee del lavoro fatto insieme a Koyo per la 61. ma Esposizione Internazionale d’Arte sono state definite a Dakar poco prima della scomparsa della Curatrice. I pilastri su cui fondarla affrontano temi come l’incantamento, la fecondità e la condivisione, nonché pratiche generative indirizzate alla collettività.
“L’ultimo giorno, certa di aver raggiunto l’obiettivo più difficile, Koyo ha assegnato a ciascuno di noi una missione. La Mostra ormai aveva assunto forme concrete, non era più solo un’idea o un’intenzione. Riuscivamo a sentire la musica che con tanta grazia Koyo aveva composto insieme a noi sotto l’ombra protettiva di un generoso albero di mango.”
LA MOSTRA di Koyo Kouoh
Gli artisti. Sono 110 i partecipanti – tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni – provenienti da contesti geografici differenti, selezionati da Koyo privilegiando soprattutto risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane. Osservando realtà attive a Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville, la Curatrice ha immaginato come l’ingegnosità e la tensione sperimentale di ciascuno possa incontrarsi con quelle di altri artisti e movimenti, anche senza relazioni dirette. In Minor Keys si propone così di restituire e ampliare questa geografia relazionale, intessuta nel corso di una vita e fondata sull’incontro.
Per Koyo, il nucleo concettuale della Mostra si articola attorno a motivi non definiti in astratto, ma scelti a partire da opere capaci di coinvolgere insieme anima e intelletto.
Nel corso del lavoro curatoriale, molte suggestioni hanno trovato eco nei riferimenti letterari condivisi da Koyo come fonti d’ispirazione, tra cui Beloved di Toni Morrison e Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez, accomunati dall’attraversamento di monti e soglie temporali e da un realismo magico che intensifica il registro emotivo.
| La città delle giraffe |
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La Mostra è affiancata dalle Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini (29), all’Arsenale (25) e nel centro storico di Venezia (46). Sono 7 i Paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Repubblica di Guinea, Repubblica di Guinea Equatoriale, Repubblica di Nauru, Qatar, Repubblica di Sierra Leone, Repubblica Federale di Somalia, Repubblica Socialista del Vietnam.
Partecipa per la prima volta con un proprio padiglione El Salvador.
Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, è a cura di Cecilia Canziani, con il progetto Con te con tutto dell'artista Chiara Camoni.
Il Padiglione della Santa Sede, promosso dal Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, Cardinale José Tolentino de Mendonça, si trova nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice e nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi. La mostra ha come titolo L’orecchio è l’occhio dell’anima ed è a cura di Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers.
Il Comune di Venezia partecipa con un proprio Padiglione, il Padiglione Venezia, ai Giardini di Sant’Elena.
I 31 Eventi Collaterali approvati dal Curatore e promossi da enti e istituzioni pubbliche e private senza fini di lucro, sono organizzati in numerose sedi della citta` di Venezia e propongono un'ampia offerta di contributi e partecipazioni che arricchiscono il pluralismo di voci che caratterizza la Mostra.
Il catalogo ufficiale, dal titolo In Minor Keys, e` composto di due volumi. Il Volume I è dedicato alla Mostra Internazionale di Koyo Kouoh. Il Volume II e` dedicato alle Partecipazioni Nazionali e gli Eventi Collaterali. La Guida della Mostra e` studiata per accompagnare il visitatore lungo il percorso espositivo.
Koyo Kouoh desiderava che il catalogo di In Minor Keys non fosse solo un contributo all’archivio, ma una testimonianza del suo modo di creare: collaborativo, interdisciplinare, intuitivo.
Il progetto grafico del catalogo così come l’identità visiva di In Minor Keys, è stato creato su indicazione di Koyo da Clarissa Herbst, in collaborazione con Alex Sonderegger. L’immagine grafica si ispira al komorebi, il termine giapponese usato per indicare l’effetto della luce che filtra tra il fogliame, e aspira a riprodurre il sollievo che si prova all’ombra di un albero.
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Il catalogo e la guida breve sono editi da La Biennale di Venezia.
Si segnala, infine. che a seguito delle dimissioni in blocco dell’intera Giuria internazionale della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, con l’apertura al pubblico della mostra, si sono avviate le votazioni per i Leoni dei Visitatori da assegnare a un artista partecipante alla Mostra Internazionale In Minor Keys di Koyo Kouoh, e per una Partecipazione Nazionale della 61. Esposizione, sulla base delle preferenze espresse dal pubblico.
Possono votare i titolari di biglietto che hanno visitato entrambe le sedi (Giardini e Arsenale). La visita delle due sedi sarà comprovata dal tracciamento effettuato dal sistema di biglietteria. All’esito della verifica dell’utilizzo del biglietto per entrambe le sedi, la Biennale invierà via email, da 24 ore dopo l’accesso alla seconda sede, il link per l’espressione del voto. Il sistema di voto garantisce l’anonimato. Il titolare del biglietto potrà esprimere un solo voto per ciascuno dei due premi, in un’unica sessione. Il voto è aperto per tutta la durata della manifestazione e i risultati saranno proclamati a conclusione della 61. Esposizione.
VENEZIA Giardini e Arsenale
9 maggio – 22 novembre 2026
Tel. 041 5218711
Fax 041 2728329
E-mail This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
| Giorgio La Pira |
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La figura di Giorgio La Pira sfugge alle categorie politiche tradizionali. Non fu semplicemente un sindaco, né un diplomatico parallelo, né un idealista ingenuo come talvolta venne rappresentato. La Pira interpretò la politica come una forma di contemplazione storica: leggere la storia con gli occhi dei profeti biblici e intervenire nei conflitti mondiali partendo da una concezione trascendente della persona umana.
Nel testo della mia tesi di laurea in Scienze Politiche proprio sulla figura di Giorgio La Pira, emerge chiaramente un dato centrale: La Pira non considerava la pace una strategia geopolitica ma una necessità ontologica. La guerra, nella sua visione, nasce sempre da una deformazione antropologica: l’uomo smette di riconoscere nell’altro un fratello e lo trasforma in nemico, funzione, categoria ideologica o ostacolo storico.
La Pira e la “politica della profezia”
Quando La Pira si reca ad Hanoi nel 1965 per incontrare Ho Chi Minh, compie un gesto che agli occhi del realismo politico appariva quasi assurdo. Egli non possedeva eserciti, non guidava governi, non disponeva di strumenti coercitivi. Possedeva però qualcosa che la modernità politica aveva quasi dimenticato: l’autorità morale.
La frase pronunciata dopo il colloquio — “Noi siamo solo una rondine che non fa primavera” — contiene tutta la spiritualità lapiriana. La pace non nasce dalla potenza ma dai segni anticipatori. La rondine non crea la primavera, ma ne annuncia la possibilità.
Dal punto di vista teologico, questa concezione deriva direttamente dalla tradizione biblica profetica. Il profeta non è colui che prevede il futuro; è colui che legge il presente alla luce di Dio e denuncia le strutture di peccato che producono morte.
La guerra come struttura di peccato
La Pira intuì con grande anticipo ciò che verrà poi sviluppato dalla Dottrina Sociale della Chiesa: le guerre moderne non dipendono solo dalla cattiveria individuale ma da sistemi collettivi di dominio.
Nel conflitto vietnamita egli vide: il complesso militare-industriale; la logica dei blocchi; l’equilibrio del terrore; la riduzione dei popoli a pedine geopolitiche; la sostituzione della diplomazia con la deterrenza.
In termini antropologici, la guerra nasce quando la paura diventa principio organizzatore della politica.
La Pira comprese che l’Occidente rischiava di perdere la propria anima cristiana sostituendo il Vangelo con la sicurezza strategica. Per questo criticò l’abbandono delle “nuove frontiere” kennediane: vedeva nella morte della speranza politica il trionfo della paura.
“Forzare l’aurora a nascere”
Una delle espressioni più straordinarie di La Pira è quella pronunciata a Leningrado nel 1970:
“Forzare l’aurora a nascere”.
Questa formula possiede un significato profondamente escatologico. Non indica un’utopia ingenua, ma la responsabilità storica del credente.
Per La Pira: la storia non è chiusa; i conflitti non sono eterni; le civiltà non sono condannate allo scontro; la politica può diventare cooperazione salvifica.
Qui emerge l’influenza del profeta Isaia, amatissimo da La Pira. La celebre visione:
“Forgeranno le loro spade in vomeri”
non è, per lui, poesia religiosa, ma programma politico concreto.
Israele, Palestina e il “triangolo della pace”
Particolarmente profetica appare oggi la sua intuizione sul Medio Oriente.
La Pira comprese prima di molti che la questione israelo-palestinese non poteva essere risolta militarmente. La sua idea del “triangolo”: Israele,Palestina, Stati Arabi, anticipava decenni di diplomazia successiva.
La sua intuizione era anche teologica: Israele e Ismaele non sono soltanto popoli in conflitto ma fratelli biblici separati dalla paura e dalla storia.
In questo senso La Pira tentò una vera “diplomazia di Abramo”, fondata sulla comune radice spirituale delle religioni monoteistiche.
L’obiettivo non era l’uniformità, ma la riconciliazione nella differenza.
L’Europa come “ponte” e non come blocco
La Pira rifiutava l’idea di un’Europa costruita esclusivamente: sul mercato, sulla finanza, sulla deterrenza militare.
L’Europa, per lui, possedeva una missione spirituale: diventare ponte tra civiltà.
Quando parla di abbattere il muro tra NATO e Patto di Varsavia, anticipa idealmente persino il crollo del Muro di Berlino.
Dal punto di vista antropologico, La Pira vedeva i muri come simboli della paura collettiva:
muri ideologici, economici, culturali, religiosi.
Ogni muro nasce sempre da una antropologia della diffidenza.
Cosa farebbe La Pira oggi?
Se La Pira fosse vivo oggi probabilmente:
si recherebbe nei luoghi delle guerre dimenticate;
dialogherebbe contemporaneamente con Oriente e Occidente;
incontrerebbe leader religiosi islamici, ebrei e cristiani;
denuncerebbe il commercio globale delle armi;
criticherebbe la trasformazione dell’economia in idolatria finanziaria;
parlerebbe della tragedia migratoria come questione spirituale prima ancora che politica;
chiederebbe all’Europa di ritrovare la propria anima umanistica e cristiana.
Forse direbbe che il vero problema contemporaneo non è soltanto la guerra armata, ma la desertificazione spirituale dell’uomo occidentale.
Vedrebbe nella solitudine moderna, nell’indifferenza sociale e nella cultura dello scarto nuove forme di violenza invisibile.
L’attualità della “profezia lapiriana”
La Pira appare oggi sorprendentemente attuale perché intuì tre crisi fondamentali del XXI secolo:
la crisi della politica ridotta a tecnica;
la crisi dell’uomo ridotto a consumatore;
la crisi della pace sostituita dall’equilibrio della paura.
La sua risposta non fu ideologica ma spirituale: ricostruire la civiltà partendo dalla dignità trascendente della persona umana.
Per questo la sua figura continua ad esercitare fascino anche fuori dagli ambienti ecclesiali: egli rappresenta la possibilità di una politica non cinica.
Conclusione
Si può dire che alcune intuizioni di La Pira abbiano preparato indirettamente anche processi storici successivi, inclusi i dialoghi che portarono agli accordi israelo-palestinesi del 1993. Non perché egli ne sia stato l’artefice politico diretto, ma perché contribuì a creare una cultura della convergenza e del dialogo quando quasi tutti parlavano soltanto il linguaggio dei blocchi.
La sua eredità più grande rimane forse questa: la pace non nasce quando gli uomini smettono di avere interessi, ma quando riscoprono di avere un destino comune.
“GENTE MATTA” che matta non è, viene spontaneo asserire.
Alle 17 del 14 Maggio 2026, presso l'APS Montesacro di Roma, in Via Isolabella 7, Franca Antonelli, Antonella Arduini, Giovanna Bevacqua, Paolo Corazza, Daniela D'Appio, Tiberio D'Ingillo, Simonetta Frasca, Anna Gioia, Luisa Lorusso, Carmela Lupano, Annalisa Putzolu, Delfina Tommasini, Cristina Tosi e Pino Vasta, sono andati in scena con una serie di sketch di autentico avanspettacolo riadattati dall'insegnante del laboratorio teatrale Stefania Papaluca, che ne ha curato anche la regia.
Abituati al detto che se si va a teatro e non ci si diverte si ha la sensazione di aver perduto tempo, possiamo dire che quello che abbiamo visto è al di sopra di quanto ci aspettavamo. Ci sono attori non profesionisti che si divertono, che invitano amici e parenti a vederli e tutto per pura covivialità, per uno stare insieme in allegria. Visto così lo spettacolo funziona e ci si diverte. D'altra parte, tutto ciò che è amatoriale e culturale non può che far piacere e stimolare interesse e ci sentiamo di pungolare le autorità cittadine ad incoraggiare iniziative del genere con le necessarie sovvenzioni per rendere vivo il teatro e il suo divenire. Nelle varie scenette vengono fuori le varie personalità degli attori, alcuni dei quali come Anna Gioia, Paolo Corazza, Franca Antonelli e Pino Vasta danno la sensazione di essere meglio impostati. Tutti gli altri sono bravi per la preparazione che hanno ricevuto e per l'entusiasmo che spendono nell'allestire divertimento puro, senza future presunzioni. Tutti, in ogni caso, hanno elargito quel fascino plateale che scaturisce quando ci si accinge a fare cose desuete, comunque professionalmente non quotidiane.
Il teatro è la vita di tutti i giorni e riscoprirci è importante.
Seppure con pochi mezzi, con la validissima collaborazione di Angela Golia (assistente di scena) e di Enzo Peri (luci e musiche), Stefania Papaluca è riuscita ad amalgamare un gruppo che, oltre ad offrire un sorriso agli spettatori, si diverte e partecipa con grande gioia alle iniziative
proposte dalla regista. Questo innegabile risultato nasce dal fatto che Stefania, nelle sue lezioni, inserisce, utilizza e trasmette il bagaglio di conoscenze acquisite con il suo straordinario maestro Enzo Garinei, alla cui memoria dedica questo spettacolo con affetto.
Gli applausi ricevuti sono la riprova di come ci si può entusiasmare e divertire anche senza grossi apparati scenografici, fuori da ogni circuito mediatico.
Si replica Domenica 17 Maggio 2026 stessa ora. Auguri!
Avanspettacolo allo stato puro!
Ebbene si, GENTE MATTA ma proprio, proprio matta che più non si può!
Però, quanto ci siamo divertiti a seguire le performances degli allievi del laboratorio teatrale tenuto da Stefania Papaluca presso l'APS Montesacro di Via Isolabella 7, a Roma.
Il sipario si apre con “Scene da un matrimonio”. L'attempata Cristina Tosi solleva all'anziano marito Paolo Corazza una serie di perplessità al momento di una loro possibile dipartita da questo mondo, dando sfogo ad una serie di gustosi battibecchi. Il finale si concretizza con una fascia di lutto al braccio.
Poi è la volta de “Il dentista”. Un piccante equivoco in cui si infila Pino Vasta (Alfredo) dopo aver incontrato la vecchia amica Daniela D'Appio (Lucia). Dalla agognata casa d'appuntamenti si ritrova in uno studio dentistico dove la dottoressa Giovanna Bevacqua e il marito dottor Paolo Corazza proveranno, con delicata fermezza, a tappargli il buco.
Si prosegue con “L'aperitivo”. Un noir in cui un'inquietante Antonella Arduini (Antonella), offrendo un drink all'amica Simonetta Frasca (Simonetta) andata a farle visita, la fà quasi morire di paura.
Come poteva mancare un salto nel passato: “Amore nell'ottocento”. Tiberio D'Ingillo (Oronzo) e Delfina Tommasini (Geneviève), fra il serio e il faceto, danno vita ad uno struggente dialogo se sia più nobile accarezzare una mano nuda o l'osso del facchino....
Poi è la volta di “La vedova nera”. Franca Antonelli (La vedova nera), provocante spogliarellista, è maestra d'arte di Luisa Lorusso (la vedova bianca), sconocchiata, sconsolata e in cerca di riscatto sessuale... matrimoniale.
Quindi eccoci alla “Visita medica”. Pino Vasta (Don Ninì) si cala nelle vesti del siculo geloso, contrariato per la visita medica alla quale si deve sottoporre la moglie Annalisa Putzolu (Rosalia). A farne le spese è Paolo Corazza (il Dottore). Dopo una serie di colpi di scena e balletti inaspettati, poco prima della chiusura del sipario avviene un imprevedibile lieto fine.
Si ricomincia con “I due tesorini”. Anna Gioia, maggiorata (si vedono poco ma ci sono sulla fiducia) spogliarellista europea decide di assicurare i suoi due cagnolini, accuditi dalla sua governante Daniela D'Appio. Pino Vasta, l'assicuratore che viene chiamato per stipulare la polizza, data la professione della donna, equivoca fino a quando non gli viene chiesto di...
Ora con “ Santa pupa”, si può dire: Non ci sono santi che tengono! Cristina Tosi (Santa Pupa) non teme confronti! I consigli e suggerimenti che dà alla giovane devota Franca Antonelli sono superlativi. E di sicuro verranno messi in pratica: l'ha detto Santa Pupa!
Ed eccoci a “La purga”. Tiberio D'Ingillo, marito esemplare, dopo varie insistenze della moglie Carmela Lupano si rifiuta di prendere una purga. Una serie di equivoci mettono in condizione Paolo Corazza, impiegato del Gas, di prendere il posto del marito... finirà con l'impiegato in mutande e la sua corsa stile pinguino verso il bagno.
Ancora in scena con “Gianna e Delia”. Una piece comico-drammatica fra due sorelle Delfina Tommasini (Delia), molto malata, e la sorella Giovanna Bevacqua (Gianna) che, con tutto l'amore fraterno, non crede nella possibile ripresa fisica di Delia fino a farla crollare definitivamente, alquanto soddisfatta di aver avuto ragione.
Infine “La sposa e la cavalla”. Antonella Arduini “Polly”, figlia di Anna Gioia, nobildonna possidente, ha lo stesso nome di una cavalla messa in vendita dalla sua famiglia. Paolo Corazza, un proprietario terriero di Guidonia, è da poco fidanzato con Antonella “Polly”, sua probabile futura sposa, ma è anche l'acquirente della cavalla. Dall'incontro fra Paolo e la madre della ragazza, scaturiscono una serie di fraintesi che portano il pubblico a godersi un finale pieno di... inaspettati rumori!
Evviva l'avanspettacolo!!!!!
Complimenti alla regista Stefania Papaluca, a tutti gli attori e ai tecnici!
La stagione 2025-26 del Teatro Arcobaleno si chiude con Il Misantropo, l'opera più amara di Molière, nell'allestimento di Vincenzo Zingaro che ne ha curato adattamento, regia e scene prima di portare in scena Alceste. Una scelta che rivela un metodo maturato in trentadue anni di lavoro sui classici, senza riverenza, con una libertà che trascina il pubblico dentro lo spettacolo senza che se ne accorga.
Un Alceste tra ironia e impeto
Alceste non tollera le ipocrisie sociali, le amicizie di facciata, i complimenti vuoti, e nell'amore reclama la stessa sincerità che esige dal mondo, una pretesa che lo rende ingovernabile lì dove Célimène della stessa urgenza fa seduzione. Zingaro plasma il protagonista con ironia e impeto, due qualità che sulla scena si cercano e si completano, e nei momenti in cui il personaggio toccherebbe il fondo è proprio quell'oscillazione tra il caustico e il passionale a sorreggerlo, a renderlo profondamente umano invece che semplicemente dalla parte della ragione.
La messinscena sceglie la dimensione onirica come chiave di lettura, uno spazio in cui i registri si alternano per dissolvenza e l'immaginario di Alceste si apre fino a svelarne la natura più intima, con la risata che cede al peso esistenziale in un istante.
La Célimène di Annalena Lombardi
Accanto a lui Annalena Lombardi regala a Célimène una sfumatura che Molière raramente le riconosce. Attrice e cantante formata alla scuola di Gigi Proietti, interprete stabile della Compagnia Castalia, Annalena disegna il personaggio attraverso una presenza fisica misurata, lontana da qualsiasi ostentazione. L'abito bordeaux cattura la luce prima di qualsiasi parola, poi la voce scivola dal brillante al velato e il corpo si muove tra seduzione e distanza, fino a restituire una donna che conosce il proprio potere, incapace di farne armatura. Alla fine si ritrova intrappolata in modo più silenzioso di Alceste, consapevole di un destino che sente suo da sempre. Forse è questo il punto più crudele dell'intera storia.
Tra commedia e visione perturbante
Il pubblico ride spesso, e lo fa con quella facilità che si guadagna solo quando il cast riserva al silenzio la stessa cura delle battute. Le scene diurne bagnate di azzurro hanno il ritmo serrato della commedia classica, in un salotto sospeso tra Seicento e contemporaneità dove il divano Liberty e i mobili di legno scuro definiscono l'epoca senza dichiararla. Gli attori, Ribò, Sarpa, De Angelis con gli altri, tengono il palco con una scioltezza che non si improvvisa, battuta dopo battuta, in una precisione che non ammette cedimenti.
Poi arriva il buio, la nebbia, e sul podio appare una colossale effigie meccanica, un simulacro monumentale, un giudice fantoccio avvolto nella toga nera e in una parrucca settecentesca che incornicia un volto deformato, colto nell'atto di calare un martello sproporzionato. Lo affiancano figure incappucciate dai volti di ceramica bianca, presenze silenziose che sembrano appartenere a un incubo senza tempo. La sala trattiene il respiro davanti a questa visione non umana, la più inquietante che la serata avesse in serbo. Le luci di Giovanna Venzi passano dal blu freddo delle scene quotidiane al rosso cupo delle sequenze oniriche, mentre le musiche di Giovanni Zappalorto sostengono la scena, accompagnamento discreto che ne asseconda il respiro.
Il colpo di scena: una libertà pagata a caro prezzo
Si esce dall'Arcobaleno con la sensazione di una sospensione che lo spettacolo non risolve, perché Zingaro e Lombardi costruiscono insieme un nodo che nessuno dei due può sciogliere, quello tra un
uomo che persegue la verità senza compromessi e una donna che sa già quanto costi. Zingaro rovescia Molière dall'interno, quando Célimène decide di seguire Alceste nell'esilio, e in quel gesto la Lombardi trova l'istante più autentico dell'intera serata, la prima scelta davvero libera che il personaggio si concede. Alceste ottiene la sincerità che aveva cercato per tutto lo spettacolo, e il prezzo di quella verità appartiene a entrambi in egual misura.
Il Misantropo di Molière ovvero Il sogno di Alceste, Teatro Arcobaleno, Roma (via F. Redi 1/a). In scena fino al 17 maggio, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17.30.
Apr 08, 2022 Rate: 5.00