
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |

“LA BONTA’, L’AMORE ALTRUISTA E LA COMPASSIONE NON VANNO D’ACCORDO CON LA PARZIALITA’.
LIMITARE A UN CAMPO RISTRETTO IL NOSTRO ALTRUISMO NON SOLO LO RIDUCE QUANTITATIVAMENTE, MA ANCHE QUALITATIVAMENTE.
PRATICARLO SELETTIVAMENTE, NELLA FATTISPECIE SOLO VERSO GLI ESSERI UMANI, FINISCE PER IMPOVERIRLO.”
Matthieu Ricard
Il sofista Filostrato d’Atene narra che il neopitagorico Apollonio di Tiana abbracciò con entusiasmo il vegetarianesimo in seguito all’incontro con i bramini di Taxila (Punjab), proclamando che “la Terra produce il necessario al sostentamento dell’umanità” e che “chi è felice di vivere in pace con il creato così com’è stato fatto non esige nulla di più”. Mentre, a proposito dei carnivori, avrebbe detto che si dimostravano “indifferenti alle grida della madre terra”.
Molti sono i pensatori e gli analisti che, riflettendo sul sempre crescente sterminio degli animali perpetrato a scopo alimentare, fanno ampiamente ricorso alla categoria dell’ indifferenza. Come si potrebbe, d’altronde, riuscire a fornire una ragionevole giustificazione del fatto che, ogni anno, vengano sacrificate alle esigenze del palato le vite di circa 60 miliardi di animali terrestri e di ben 1.000 miliardi di animali marini, contribuendo, per di più, ad incrementare in maniera rilevante il fenomeno del sottosviluppo e dei tanto lamentati squilibri ambientali?
Secondo la filosofa francese Elisabeth de Fontenay noi animali umani, che pratichiamo e tolleriamo una simile ecatombe quotidiana, non dovremmo essere considerati dei sadici sanguinari, bensì
“indifferenti, passivi, disincantati, noncuranti, corazzati, vagamente complici”,
resi tali dalla nefasta quanto implacabile convergenza antropocentrica di cultura monoteistica, tecnoscienza e imperativi economici.
A suo avviso, però, il “guardarsi dal sapere ciò che altri fanno per noi”, mantenendosi volutamente disinformati, non dovrebbe costituire affatto una attenuante, ma, per noi che ci arroghiamo il pieno diritto di innalzarci al di sopra degli animali non umani proprio in nome della presunta “unicità” della nostra coscienza, rappresenterebbe una chiara circostanza aggravante.
E, secondo lo storico statunitense Dominick LaCapra, evidenti sarebbero le analogie con quanto verificatosi durante la tragedia della Shoah. I meccanismi psicologici, infatti, sarebbero simili, e, fra questi, il primo e fondamentale sarebbe rappresentato dal cosiddetto
“falso segreto”.
Ovvero, non si tratterebbe di vera e propria ignoranza-indifferenza, bensì di un sapere abbastanza da non volerne sapere oltre.
Non ci troveremmo, cioè, di fronte a “semplice indifferenza”, ma ad “una dinamica molto attiva che consiste nel ridurre al silenzio i propri pensieri.”
Per il celebre monaco-scienziato Matthieu Ricard, quindi, ad essere macellata e fatta a pezzi, nella sistematica orgia di sangue ai danni dei nostri fratelli animali non umani, è anche la nostra coscienza interiore la quale, per paura, viltà, pigrizia, ignavia e conformismo, si autocondanna a vivere nella cecità del non voler sapere, del non voler comprendere e del non volersi ribellare.
Sua (e nostra!) convinzione, pertanto, è che il permanente massacro degli animali debba essere inteso come una vera e propria sfida dai connotati epocali, in cui, a essere in gioco, siano
“l’integrità e la coerenza etica delle società umane.”
E, nelle ultime pagine del suo ottimo lavoro del 2014, Plaidoyer pour les animaux*, aprendosi a fiduciosa speranza, il monaco buddhista scrive:
“Certamente non mancano le buone notizie. Da una trentina d’anni a questa parte la mobilitazione in favore degli animali non ha mai cessato di crescere. Non si tratta soltanto dell’opera di qualche “animalista” sfegatato, ma di persone assennate che hanno rivolto la loro empatia e compassione agli animali.
Diventa sempre più difficile fingere di ignorare il rapporto tra la sofferenza del vitello e la cotoletta che mangiamo. (…)
Un numero crescente di persone non si accontenta più di un’etica limitata ai comportamenti dell’uomo verso i suoi simili, e chiede che la benevolenza sia rivolta a tutti gli esseri, non come un’aggiunta facoltativa, ma in quanto componente essenziale dell’etica stessa.
Spetta a noi continuare a promuovere l’avvento di una giustizia e di una compassione imparziali, nei confronti dell’insieme degli esseri senzienti.
La bontà - conclude - non è un obbligo:
è la più nobile espressione della natura umana.”
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*M. Ricard, Sei un animale! Perché abbiamo bisogno di una RIVOLUZIONE ANIMALISTA, Sperling & Kupfer.
C’è un momento in cui il cittadino ferito smette di sentirsi tutelato dallo Stato e comincia a percepirsi come ingranaggio sacrificabile di un sistema più interessato all’equilibrio dei bilanci che alla dignità della persona. È il momento in cui la parola “legittimità” non rassicura più, ma suona come un paravento. Un sigillo tecnico. Una formula fredda dietro cui può nascondersi un’ingiustizia concreta.
Nel dibattito sul danno biologico, sulle assicurazioni e sul ruolo dell’IVASS, il problema non è solo tecnico, né solo giuridico. È un problema antropologico, morale, politico e spirituale. Perché quando il dolore umano viene tradotto in parametri rigidi, tabelle standardizzate e logiche di contenimento dei costi, il rischio è uno solo: che la persona ferita venga trattata non come fine della giustizia, ma come voce di spesa.

Una delle illusioni più pericolose della modernità è credere che ciò che è legale sia automaticamente anche giusto. Ma la storia del diritto, della filosofia e della teologia ci insegna il contrario: esistono norme formalmente corrette che, sul piano sostanziale, possono produrre effetti profondamente iniqui.
Il cuore della questione è semplice: una legge è davvero giusta solo se tutela la persona, la sua dignità, la sua integrità e la verità concreta del suo vissuto.
Se invece la legge: semplifica eccessivamente il danno subito; comprime il valore della sofferenza; standardizza ciò che per sua natura è irriducibilmente personale; allora il diritto rischia di diventare una macchina amministrativa senz’anima.
Nel caso del danno biologico, questo rischio è particolarmente grave. Il corpo ferito, la salute ompromessa, la qualità della vita diminuita, il trauma, la perdita di autonomia, l’angoscia esistenziale: tutto questo non può essere ridotto senza residui a un coefficiente economico.
Eppure è proprio ciò che spesso il sistema tenta di fare.
Il danno biologico dovrebbe rappresentare un principio di civiltà giuridica: riconoscere che la persona non è solo reddito, patrimonio o produttività, ma è anche corpo, salute, relazioni, quotidianità, possibilità di vivere pienamente la propria esistenza.
Quando però il sistema risarcitorio si irrigidisce in logiche standardizzate, si verifica un capovolgimento:
la persona diventa un caso da classificare; il dolore una variabile da contenere; la lesione una voce tatistica; la vita concreta un dato da semplificare.
È qui che molti cittadini percepiscono una profonda violenza istituzionale.
Non solo subiscono un danno, ma si vedono poi “spiegare” dal sistema che quel danno vale meno di quanto loro vivono nella carne, nella psiche, nelle relazioni e nella dignità. Questa è una seconda ferita. E spesso è persino più corrosiva della prima.
Molti si indignano dicendo: “L’IVASS non fa nulla”. Ma il punto, per essere seri e rigorosi, va formulato meglio.
L’IVASS non è il legislatore della giustizia sostanziale del danno. È un’autorità di vigilanza, chiamata a controllare: correttezza dei comportamenti delle imprese; trasparenza verso gli assicurati; stabilità del sistema; rispetto delle regole vigenti.
Il problema allora non è soltanto ciò che l’IVASS fa o non fa, ma il perimetro entro cui è chiamato ad agire.
Se il quadro normativo di base è già fortemente orientato alla sostenibilità del mercato più che alla pienezza della riparazione del danno, il rischio è enorme: si finisce per controllare con zelo la corretta applicazione di un impianto già sbilanciato in partenza.
In altre parole: una vigilanza formalmente impeccabile può diventare la custode di una sostanziale ingiustizia.
Ed è questo che scandalizza molti cittadini: non tanto l’assenza di regole, ma l’esistenza di un sistema in cui le regole sembrano talvolta costruite per apparire eque senza esserlo davvero.
Qui si entra nel cuore della questione: le lobby.
Parlare di lobby non significa cedere al complottismo. Significa prendere atto di un fatto normale in ogni democrazia complessa: i gruppi organizzati cercano di influenzare le decisioni pubbliche. Il problema non è che esistano. Il problema nasce quando il loro potere diventa: opaco, asimmetrico, prevalente rispetto all’interesse generale.
Nel settore assicurativo, l’influenza può esercitarsi attraverso: linguaggio tecnico; dossier “esperti”; pressioni normative; definizione dei criteri di sostenibilità; orientamento del dibattito pubblico.
Così si afferma una logica apparentemente neutra: bisogna garantire la sostenibilità del sistema; bisogna evitare esplosioni dei costi; bisogna contenere il contenzioso; bisogna dare prevedibilità al mercato.
Tutto vero, in astratto. Ma la domanda decisiva è un’altra: sostenibilità per chi? E a prezzo di chi?
Se la stabilità del mercato viene ottenuta scaricando il peso sui feriti, sui deboli, su chi ha perso salute, autonomia e serenità, allora non siamo più davanti a un equilibrio giusto, ma a una redistribuzione silenziosa del dolore.
Dal punto di vista teologico-antropologico, il problema non riguarda soltanto singoli comportamenti scorretti. Riguarda qualcosa di più profondo: ciò che la tradizione sociale cristiana chiama “strutture di peccato”.
Che cosa significa? Significa che il male non si presenta sempre con il volto del cinismo dichiarato o della crudeltà esplicita. Spesso assume una forma molto più sofisticata e inquietante: quella del meccanismo impersonale.
Una struttura di peccato si crea quando: l’ingiustizia viene normalizzata; la coscienza viene anestetizzata dalla tecnica; la responsabilità si frammenta; tutti fanno “solo il proprio lavoro”; nessuno sembra colpevole, ma il risultato finale è disumano. È il male burocratico, amministrativo, procedurale. Quello che non urla, non insulta, non minaccia. Ma che lentamente schiaccia la persona.
Nel settore assicurativo e risarcitorio, questo male sistemico può manifestarsi così: il legislatore produce norme tecniche; i gruppi forti orientano i criteri; le autorità vigilano sulla forma; il cittadino ferito resta solo davanti a un labirinto.
Tutti possono dire: “Io non ho fatto nulla di male. Ho solo applicato le regole.” Ed è proprio qui che nasce lo scandalo più grande.
Se si vuole andare ancora più a fondo, il nodo spirituale è quello dell’idolatria.
Non più l’idolo antico di pietra o metallo, ma l’idolo moderno del: sistema, parametro, algoritmo, coefficiente, equilibrio attuariale.
Quando un apparato economico-finanziario pretende di stabilire in termini riduttivi “quanto vale” la ferita di una persona, si compie un gesto gravissimo: si sostituisce la logica del valore umano con quella del costo sostenibile.
La persona non è più vista come: soggetto inviolabile, immagine di Dio, titolare di dignità irriducibile, ma come: rischio, pratica, costo, problema gestionale.
Questo non è solo un errore tecnico. È una deformazione antropologica.
E, in termini teologici, è una forma di bestemmia sociale: non perché si pronunci una parola empia, ma perché si nega nella prassi la sacralità della persona.
Quando si discute di danno biologico, bisogna anche porsi una domanda costituzionale essenziale: le regole risarcitorie oggi proteggono davvero la persona nella sua interezza, oppure la comprimono in nome di esigenze economiche di sistema?
Una democrazia costituzionale sana non può accettare che: la salute venga tutelata solo in astratto; la lesione venga riconosciuta ma sottovalutata; il danno esistenziale venga assorbito e neutralizzato da automatismi troppo rigidi; la vita concreta della persona venga schiacciata sotto criteri di uniformazione. Il principio costituzionale non può essere il primato del mercato. Deve restare il primato della persona. Quando questo ordine si rovescia, la legalità rischia di trasformarsi in amministrazione dell’ingiustizia.
Se si vuole uscire dall’indignazione sterile e costruire una battaglia civile seria, il primo grande obiettivo è uno: una legge rigorosa sulla trasparenza delle lobby, soprattutto in settori ad altissimo impatto sociale come quello assicurativo.
Non basta evocare genericamente il “potere delle lobby”. Occorre introdurre regole precise, verificabili, pubbliche.
Che cosa servirebbe concretamente
Se una proposta di legge o un regolamento nasce da input esterni, questo deve risultare chiaramente. Il cittadino ha diritto di sapere chi ha scritto davvero cosa.
Ogni riforma del sistema risarcitorio dovrebbe essere accompagnata non solo da una valutazione economica, ma anche da una valutazione: sociale, costituzionale, umana, sanitaria.
Non solo compagnie, consulenti e associazioni di settore. Devono avere voce anche: associazioni dei danneggiati, medici legali indipendenti, giuristi costituzionalisti, magistrati, associazioni dei consumatori.
Chi ha ruoli apicali nelle autorità di controllo o nei ministeri non dovrebbe transitare con troppa facilità verso incarichi nelle realtà che prima vigilava.
Quando si usano modelli statistici e attuariali per orientare le politiche liquidative, almeno i criteri essenziali dovrebbero essere sottoponibili a controllo pubblico e indipendente.
Il tema non riguarda soltanto chi ha subito un sinistro o un danno alla salute. Riguarda il tipo di società che vogliamo essere. Perché il modo in cui una comunità tratta il ferito, il debole, il vulnerabile, rivela il suo vero volto morale. Una società civile è quella che: non minimizza il dolore; non usa la tecnica per disumanizzare; non chiama “equilibrio” ciò che è in realtà squilibrio di potere; non nasconde dietro la burocrazia la resa della coscienza.
Se invece il sistema si abitua a considerare accettabile che la persona lesa riceva tutela ridotta in nome della tenuta economica del comparto, allora la crisi non è solo assicurativa o giuridica. È una crisi di civiltà.
Conclusione
Il vero scandalo non è soltanto l’eventuale insufficienza dell’IVASS.
Il vero scandalo è che, in certi casi, si possa arrivare a percepire come “legittimo” ciò che sul piano umano appare profondamente ingiusto.
Quando il danno biologico viene compresso da logiche di sistema, la persona ferita non si sente più riconosciuta nella sua verità. E quando questo accade, il diritto smette di essere casa della giustizia e rischia di diventare architettura della distanza.
Per questo il tema non può essere liquidato come questione tecnica per addetti ai lavori.
È una questione di: verità, dignità, Costituzione, etica pubblica, coscienza civile.
E forse la domanda più onesta da porre oggi è proprio questa: “Una società che sa proteggere i bilanci ma non sa riconoscere pienamente il dolore umano, può ancora dirsi giusta?”
Cari amici,
poche ore ci separano dalla perdita di Marco Sarli, e il dolore è ancora troppo crudo per trovare pieno compimento nelle parole. Eppure sento il bisogno di ricordarlo, di trattenere un'ultima volta la sua presenza tra noi, con la voce che trema e il cuore che si spezza.
Marco è stato un uomo di rara cultura e di profonda umanità. Scevro da ogni mania di protagonismo, lui che avrebbe potuto, con legittimo orgoglio, vantare esperienze e competenze straordinarie, ha scelto la misura, il pudore, il silenzio operoso. Perché la storia della nostra nazione, soprattutto nel suo versante finanziario ed economico, l'ha vissuta non da spettatore, ma da protagonista in prima linea. Ha curato una rassegna trimestrale sulla letteratura economica inviandola a tutte le facoltà di economia delle università italiane; ha svolto il lavoro di economista per la seconda banca italiana, la BNL e per la UIL; ha scritto su giornali come «il manifesto» e «Lotta Continua» come redattore, e aveva una sua pagina dal titolo «Diario della crisi finanziaria», dove analizzava i meccanismi e le ripercussioni dei dissesti economici globali; ha frequentato gli alti vertici di multinazionali italiane ed estere, offrendo previsioni da esperto finanziere. Era un vero conoscitore delle dinamiche di politica internazionale, un uomo capace di andare oltre le intuizioni dei più, di leggere il tempo presente con uno sguardo che univa la profondità della storia alla lucidità dell'analisi.
Ma Marco non era soltanto economia e finanza: era anche una persona di grande spiritualità, un uomo colto, umile, generoso. So quanto fosse felice di aver coronato il suo desiderio di pubblicare il saggio "Il gran nocchiero", l'opera dedicata a Mario Draghi. In quelle pagine ha riversato tutta la sua forza, tutta la sua passione, lasciando un'impronta indelebile del suo sapere. Non un esercizio di vanità, ma un dono, il tentativo di consegnare al futuro un pezzo di verità.
Marco, per me, è stato soprattutto un amico vero. Di quelli che, con discrezione e insieme con forza, sanno offrirti un consiglio, sorreggerti senza invadere, starti accanto senza chiedere nulla in cambio, se non, forse, il saperlo di ascoltare. Ed io ho avuto il privilegio di ascoltarlo in abbondanza.
Marco era anche un marito, un padre. Amava la sua famiglia in modo profondo, viscerale, silenzioso come il suo carattere.
La morte fa parte della vita, purtroppo e lo sappiamo, ma questo non rende più lieve il distacco. Resta il vuoto, resta la gratitudine. Resta l'esempio di un uomo che ha attraversato il mondo con intelligenza e con cuore.
Grazie, Marco. Ovunque tu sia, non ti dimenticheremo.
Simona Agostini
La scuola contemporanea si trova oggi di fronte a una sfida che travalica il semplice trasferimento di nozioni accademiche: essa è chiamata a diventare l’argine di una deriva sociale che vede la violenza e il nichilismo radicarsi in fasce d'età sempre più precoci. Non si tratta più soltanto di gestire il "bullismo" inteso come fenomeno isolato, ma di affrontare una vera e propria crisi di senso che si manifesta in una prepotenza gratuita, in una rabbia sorda e in una totale assenza di empatia verso il prossimo, sia esso un coetaneo, un anziano o un animale. La gente ha paura di uscire da casa, di fare la spesa, di recarsi al lavoro. Non tutte le ore vanno bene per gestire le necessità di ognuno di noi. La sera, alle prime ore di buio è impensabile uscire da soli anche se solo per fare una passeggiata. Il panorama attuale ci restituisce l’immagine di una gioventù che spesso sembra aver smarrito la percezione del limite. L’uso di armi bianche per motivi futili, la ricerca della supremazia attraverso la sopraffazione fisica e la derisione costante delle leggi non sono semplici atti di ribellione, ma sintomi di uno "sradicamento etico". Ci troviamo in un mondo iper-connesso ma emotivamente analfabeta, chiunque smette di essere una persona per diventare un ostacolo o, peggio, un oggetto su cui sfogare una frustrazione esistenziale. La violenza diventa così l'unico linguaggio conosciuto per affermare un’identità che non sa costruirsi sul merito, sulla riflessione o sul dialogo ma sull’imposizione di un io che è fatto solo d’impulso e di prevaricazione.
In questo contesto, la scuola deve coadiuvare insegnamenti che vadano a ricostruire la struttura emotiva degli studenti. Non basta parlare di "legalità" in termini teorici ma è necessario educare alla "manutenzione dei sentimenti" che esulano da quei ragazzi privi di esempi e di educazione civile e morale. Bisogna riportare quindi al centro del vivere quotidiano, il valore del rispetto, spiegando che la forza non risiede nella capacità di ferire, ma in quella di comprendere e del convivere comune. La tolleranza e la considerazione delle regole devono essere presentate non come imposizioni esterne, ma come gli unici strumenti capaci di garantire la libertà di tutti. Quando la cronaca ci racconta di torture su animali o aggressioni a persone vulnerabili, ci troviamo di fronte a un fallimento educativo dove la mancanza di sanzione sociale e familiare ha lasciato spazio a un delirio di onnipotenza che acceca ogni tipo di condivisione con l’altro e porta al bisogno di esercitare il proprio dominio verso chi cede per paura, per timore e per impotenza alla rabbia e lla sopraffazione.
Il ruolo dell'istruzione deve quindi, in qualche modo, evolversi in una "didattica dell’umanità", del convivere, dove la comunicazione deve essere oggetto di ascolto e di condivisione. Questo significa integrare percorsi che stimolino la riflessione critica sulle proprie azioni e sulle conseguenze che esse hanno sugli altri. La scuola deve essere il luogo dove si impara a decodificare la rabbia, trasformandola in energia costruttiva anziché in distruzione. È fondamentale contrastare l'idea che la prevaricazione sia un segno di virilità o di successo, promuovendo invece modelli basati sulla solidarietà e sulla responsabilità civile. D’ altra parte è comprensibile la difficoltà degli insegnanti che si sono trovati in pochi anni a vivere un rovesciamento completo di modi e comportamenti da parte di molti ragazzi. Alcuni colpevolizzano un periodo Covid che ha obbligato giovanissimi a vivere in case “complicate” dove lo sfogo e la vita con i ragazzi della propria età gli è stata negata causa pandemia. Personalmente non credo a questa tesi, penso come opinionista del problema che la base culturale e sopratutto quella etica sia stata insufficiente a impartire l’educazione intrinseca di regole e di umanità.
Solo attraverso un impegno costante e capillare, che veda insegnanti, famiglie, e istituzioni alleati nel monitorare e correggere questi atteggiamenti fuori controllo, sarà possibile restituire ai giovani la bussola dei valori. È una battaglia culturale necessaria per evitare che la società di domani sia dominata dalla legge del più forte, un ritorno a uno stato di natura barbaro che la civiltà ha impiegato secoli a superare. Educare alla bellezza del limite e al valore della fragilità altrui è l’unica strada per arginare la malvagità e ricostruire un tessuto sociale dove il rispetto della legge sia, prima di tutto, rispetto per la vita. Non sarà strada facile e tranquillamente percorribile anche perché nel frattempo chi subisce spesso s’incattivisce e soppesa il problema solo sulla differenza di razza, cultura e etnia. La speranza? Che non sia mai “legge fai da te” ; sarebbe un fallimento totale per una società integrativa e vogliosa di crescere.
La scuola contemporanea si trova oggi di fronte a una sfida che travalica il semplice trasferimento di nozioni accademiche: essa è chiamata a diventare l’argine di una deriva sociale che vede la violenza e il nichilismo radicarsi in fasce d'età sempre più precoci. Non si tratta più soltanto di gestire il "bullismo" inteso come fenomeno isolato, ma di affrontare una vera e propria crisi di senso che si manifesta in una prepotenza gratuita, in una rabbia sorda e in una totale assenza di empatia verso il prossimo, sia esso un coetaneo, un anziano o un animale. La gente ha paura di uscire da casa, di fare la spesa, di recarsi al lavoro. Non tutte le ore vanno bene per gestire le necessità di ognuno di noi. La sera, alle prime ore di buio è impensabile uscire da soli anche se solo per fare una passeggiata. Il panorama attuale ci restituisce l’immagine di una gioventù che spesso sembra aver smarrito la percezione del limite. L’uso di armi bianche per motivi futili, la ricerca della supremazia attraverso la sopraffazione fisica e la derisione costante delle leggi non sono semplici atti di ribellione, ma sintomi di uno "sradicamento etico". Ci troviamo in un mondo iper-connesso ma emotivamente analfabeta, chiunque smette di essere una persona per diventare un ostacolo o, peggio, un oggetto su cui sfogare una frustrazione esistenziale. La violenza diventa così l'unico linguaggio conosciuto per affermare un’identità che non sa costruirsi sul merito, sulla riflessione o sul dialogo ma sull’imposizione di un io che è fatto solo d’impulso e di prevaricazione.
In questo contesto, la scuola deve coadiuvare insegnamenti che vadano a ricostruire la struttura emotiva degli studenti. Non basta parlare di "legalità" in termini teorici ma è necessario educare alla "manutenzione dei sentimenti" che esulano da quei ragazzi privi di esempi e di educazione civile e morale. Bisogna riportare quindi al centro del vivere quotidiano, il valore del rispetto, spiegando che la forza non risiede nella capacità di ferire, ma in quella di comprendere e del convivere comune. La tolleranza e la considerazione delle regole devono essere presentate non come imposizioni esterne, ma come gli unici strumenti capaci di garantire la libertà di tutti. Quando la cronaca ci racconta di torture su animali o aggressioni a persone vulnerabili, ci troviamo di fronte a un fallimento educativo dove la mancanza di sanzione sociale e familiare ha lasciato spazio a un delirio di onnipotenza che acceca ogni tipo di condivisione con l’altro e porta al bisogno di esercitare il proprio dominio verso chi cede per paura, per timore e per impotenza alla rabbia e lla sopraffazione.
Il ruolo dell'istruzione deve quindi, in qualche modo, evolversi in una "didattica dell’umanità", del convivere, dove la comunicazione deve essere oggetto di ascolto e di condivisione. Questo significa integrare percorsi che stimolino la riflessione critica sulle proprie azioni e sulle conseguenze che esse hanno sugli altri. La scuola deve essere il luogo dove si impara a decodificare la rabbia, trasformandola in energia costruttiva anziché in distruzione. È fondamentale contrastare l'idea che la prevaricazione sia un segno di virilità o di successo, promuovendo invece modelli basati sulla solidarietà e sulla responsabilità civile. D’ altra parte è comprensibile la difficoltà degli insegnanti che si sono trovati in pochi anni a vivere un rovesciamento completo di modi e comportamenti da parte di molti ragazzi. Alcuni colpevolizzano un periodo Covid che ha obbligato giovanissimi a vivere in case “complicate” dove lo sfogo e la vita con i ragazzi della propria età gli è stata negata causa pandemia. Personalmente non credo a questa tesi, penso come opinionista del problema che la base culturale e sopratutto quella etica sia stata insufficiente a impartire l’educazione intrinseca di regole e di umanità.
Solo attraverso un impegno costante e capillare, che veda insegnanti, famiglie, e istituzioni alleati nel monitorare e correggere questi atteggiamenti fuori controllo, sarà possibile restituire ai giovani la bussola dei valori. È una battaglia culturale necessaria per evitare che la società di domani sia dominata dalla legge del più forte, un ritorno a uno stato di natura barbaro che la civiltà ha impiegato secoli a superare. Educare alla bellezza del limite e al valore della fragilità altrui è l’unica strada per arginare la malvagità e ricostruire un tessuto sociale dove il rispetto della legge sia, prima di tutto, rispetto per la vita. Non sarà strada facile e tranquillamente percorribile anche perché nel frattempo chi subisce spesso s’incattivisce e soppesa il problema solo sulla differenza di razza, cultura e etnia. La speranza? Che non sia mai “legge fai da te” ; sarebbe un fallimento totale per una società integrativa e vogliosa di crescere.
Carissimi, abbiamo appreso quest’oggi della scomparsa del nostro collega e amico fraterno Marco Sarli. Marco era nato a Napoli nell’agosto del ’53 ma aveva quasi sempre vissuto a Roma, ed era anche lui, a modo suo figlio d’arte: il padre era il famoso stilista di fama internazionale Fausto Sarli.
Marco per tanti anni è stato il nostro consulente per le tematiche economiche e responsabile per il nostro settore economico, per anni ci ha inviato articoli da far leggere ai colleghi, alle volte quasi giornalmente, e io stesso gli dedicavo interviste video per segnalare la sua professionalità e preparazione. Si iscrisse alla nostra associazione nel 2008. Era un giornalista/economista al di fuori del coro, molto esperto nel settore, lo dimostrano i libri che pubblicò come saggista, “ Il gran Nocchiero”: un saggio articolato sulla figura di Mario Draghi, che ne ripercorre la carriera (dal Britannia a Goldman Sachs fino alla presidenza del Consiglio) analizzandone il ruolo nella competitività europea: “Mio amato carceriere”: un romanzo che esplora tematiche emotive e relazionali: “Diario della crisi finanziaria”, un'opera saggistica in cui analizza i meccanismi e le ripercussioni dei dissesti economici globali. Fu responsabile dell'ufficio studi della banca BNL e di quello del sindacato UIL. Amico più che un collega, un libero pensatore con il quale per anni si è potuto discutere non solo di economia. Persona umile e al contempo coltissima, non dava peso alla sua caratura, lo ricordiamo sempre pronto a dare un consiglio fraterno e disinteressato. Di grande spiritualità e pulizia interiore, cercatore instancabile, in tutti noi lascia un vuoto non indifferente. La Free Lance International Press si unisce al dolore dei suoi cari. Che il trapasso gli sia lieve!
Virgilio Violo e il Direttivo della Flip
Quello che si rileva dall’interno degli ambienti militari in merito a questo ultimo conflitto israelo-americano-iraniano è il fatto che l’Italia da circa 40 anni ha sempre impostato la sua azione in forma diplomatica e le azioni dei reggimenti inviati nelle zone di guerra sono sempre state concordate per indossare il casco blu dell’ONU, quindi addestrati a gestire situazioni di pace.
Sebbene avessimo tecnologia avanzata e armamenti adeguati, abbiamo spesso trascurato il fatto di preparare gli enti militari alla difesa del territorio ed al clima di un eventuale conflitto, poiché sempre inseriti in contesti internazionali.Per anni abbiamo condotto esercitazioni, sia interne che esterne al territorio nazionale, senza preoccuparci di poter essere oggetto di un attacco diretto.
| Caccia Stealth GCap |
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Siamo comunque pronti ad affrontare situazioni di conflitto o di supporto ad altri Stati ed offrire loro piccoli “pacchetti” di eccellenze (Reparti o Reggimenti Speciali). Oggi si sta lavorando per avere uno scudo difensivo totale idoneo per la difesa da un attacco missilistico su vasta scala.
La nostra Premier Giorgia Meloni ha confermato, intervistata, che non c’è intenzioni da parte del governo italiano di partecipare alle ostilità tra i due schieramenti, se non quello di metterci a disposizione per
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Sistema Grifo (Anti Drone/corto raggio) |
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eventuali negoziati di pace e nel contesto di un comune accordo con gli altri paesi per salvaguardare i confini territoriali dell’Europa. Comunque è ovvio che le basi americane sul nostro territorio hanno alzato il livello di guardia, del resto come hanno fatto anche le altre nazioni europee.
Facendo parte della Nato siamo impegnati a difendere qualsiasi territorio delle nazioni che ne fanno parte e che possano essere oggetto di ritorsione da parte dell’IRAN, vedi il caso di Cipro in cui abbiamo impegnato la fregata missilistica e antidrone Federico Martinegro con a bordo 160 militari.
Per rimanere nell'attualità, l’aggressione verso l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha una escalation che crediamo non sia quella prevista e voluta dal presidente Trump e dagli israeliani. Il fatto non è stato deciso dal nostro Paese, prova ne è che nella fase iniziale del conflitto alcuni militari italiani furono feriti durante l’esplosione di alcuni ordigni missilistici nella base di Erbil a Camp Singara, e in questo caso la politica ha mantenuto un completo riserbo, proprio per minimizzare la sensazione di coinvolgimento e offrire una visione di allontanamento dalle posizioni americane e israeliane. E' comunque normale che i nostri apparati interni siano in preallerta e che l’ attenzione sia rivolta al nostro territorio e a tutti gli obiettivi sensibili, soprattutto per quanto riguarda le basi americane dislocate a nord (Aviano “Friuli Venezia Giulia” base aerea NATO e USA, centro e sud Italia (Naval air Station – Sigonella Sicilia) oggi al centro dell’attenzione come ai tempi di Craxi….
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Sistema SAMP/T NG (scudo antimissile) |
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Su cosa possiamo contare? Sicuramente per quanto riguarda la marina, in considerazione che siamo circondati da acqua, sappiamo di avere una delle Marine più moderne, capace del controllo del Mediterraneo, con portaerei, fregate e sottomarini U212 a difesa delle rotte, e delle operazioni anfibie, con una forte capacità di proiezione nel mare vicino. Gli asset aereonautici ci permettono di avere caccia di 5a generazione F-35 Lightning II e caccia Eurofighter Typhoon (che verranno sostituiti con i caccia di 6 generazione Stealth GCAP entro il 2035 “progetto Italia Giappone e Regno Unito”) con una tecnologia avanzata che ci permette una difesa aerea del nostro spazio, pronti ad un immediato attacco di precisione che ci riconosce una buona superiorità nei cieli.
Gli sviluppi futuri puntano a far volare i caccia utilizzando tecnologie avanzate integrate a bordo, controllate da remoto tramite piattaforme satellitari con sistemi di comunicazione all’avanguardia le quali ci permetterebbero, nella eventualità di una intercettazione istantanea, una adeguata ed efficacissima risposta. A terra abbiamo battaglioni che hanno già dimostrato capacità di reazione durante le missioni Nato, in Afghanistan, Iraq, Balcani a bordo di carri
| Eurofighter Typhoon |
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armati Ariete (che verranno sostituiti dai Leopard 2A8IT) e veicoli blindati Centauro e Freccia IFV; (sicuramente questo è uno dei comparti che necessita di un ammodernamento). L’elemento strategico dell’Italia è sicuramente indirizzato al Cyber, l’intelligence, sull’investimento dei Satelliti militari per le comunicazioni sicure, nell’elettronica militare, sugli elicotteri e sui sistemi di intercettazione di droni e razzi/missili come il SAMP/T NG (new generation), che risulta essere un sistema principale antimissile e antiaereo a medio e lungo raggio, che può intercettare missili balistici, missili da crociera, aerei e droni con raggio di oltre 150 km, uno scudo vero e proprio.
Un sistema meno conosciuto è il GRIFO, specifico per droni missili a bassa quota contro minacce ravvicinate (short range): intercetta a 360 gradi soprattutto sciami di droni.
Per contuare il discorso c'è da rilevare che sicuramente il nostro Paese si integra bene nella NATO, mediante la quale grazie alle alleanze, ospitata ogni tipo di armamento sul suo territorio amplificando, cosi, eventuali difese da attacchi inaspettati, e ciò anche grazie alla posizione strategica nel Mediterraneo che ricopre.
Storicamente l’Italia ha cercato spesso di proporsi come ponte diplomatico nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, e questo per svariate ragioni, tra cui i rapporti diplomatici aperti con molti paesi dell'area, e questo anche quando altri paesi europei si siano già maggiormente schierati. Manteniamo un dialogo sia con Israele che con i paesi arabi e l’Iran e, tradizionalmente, sosteniamo soluzioni negoziali e missioni internazionali di pace. Recentemente il governo italiano ha dichiarato di voler favorire negoziati e il cessate il fuoco e spinge per una soluzione diplomatica.
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Lo stesso IRAN tramite alcune sue figure diplomatiche ha indicato l’Italia come possibile interlocutore “costruttivo” per favorire il dialogo.
Sebbene comunque il nostro Paese abbia un'immagine di paese “dialogante” ci sono limiti molto concreti: l’Italia fa parte della NATO e dell’alleanza occidentale, non è una grande potenza militare o geopolitica e per i negoziati più importanti di solito contano nazioni come Stati Uniti, Russia, Cina oppure paesi più vicini all'area come Egitto, Turchia o Qatar, ultimamente i principali paesi mediatori. Per farla breve: è più facile che il nostro Paese abbia un ruolo di supporto diplomatico e nella fase della ricostruzione e che quindi possiamo tranquillamente dire che, pur avendo interesse a mantenere una posizione di rilievo a livello internazionale (G8), l'Italia non ha necessità di intervenire in maniera autonoma, specialmente in quei conflitti dove viene meno l’applicazione del “Diritto internazionale”.
| F-35 Lightning |
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Questa politica la vediamo applicata in Medio Oriente in cui sono state abbandonate tutte le postazioni non necessarie per le funzioni svolte nei confronti dei paesi ospitanti ma che sono sotto attacco. In questo contesto si cerca la soluzione più opportuna per garantire un marcato coinvolgimento e operare esclusivamente su canali diplomatici per favorire il ritorno alla pace.
Il nostro personale militare è comunque stato evacuato immediatamente all'esplosione del conflitto, anche se con una certa difficoltà dovuta all’impreparazione per una escalation di guerra cosi immediata e imprevedibile.
Sicuramente questo episodio porterà a rivalutare tutte le posizioni e tutte le unità di supporto che offriamo all’estero…. La priorità è quella di mettere in sicurezza l’operato dei soldati italiani all’estero per conto del nostro Paese.
Il “mestiere” più vecchio nel mondo, un tema scottante, un tema che porta spesso a discussioni contrastanti ma sempre di attualità perché mette in risalto innumerevoli problematiche di chi esercita questo “lavoro”.
Basta fare un giro, per rendersi conto di trovarci in strade, spesso anche a ridosso di abitazioni, dove si trova ogni tipo di mestierante, donna o uomo che sia e i prezzi per le prestazioni variano dai luoghi di esercizio e dal livello/immagine della persona, in strada 10-70 euro per prestazioni brevi, in casa/appartamento 70-200 euro o anche di più, le Escort di alto livello anche dai 300-1000 euro a incontro, calcolando che un lavoratore o lavoratrice nel primo caso può arrivare ad avere fino a 10 clienti, nel secondo caso fino a 5 clienti e quelle dell’alto borgo 1-2 clienti al giorno con cadenza irregolare dovuta a problemi fisici, sanitari o perché … non c’è clientela..
Quindi il ricavato mensile può partire da un paio di mila euro, fino a cifre molto più alte per chi lavora in modo organizzato o con clienti di rilievo...
Attualmente la legislazione (Legge Merlin 20 Febbraio 1958 nr.75) non punisce chi vende il proprio corpo, la norma ha regolarizzato la prostituzione chiudendo le case di tolleranza e introducendo i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.
All’epoca della nuova legge risaltò la buona intenzione della legiferante che intendeva tutelare la dignità delle donne, senza calcolare però che comunque la prostituzione non veniva cancellata, ma si spostava in strada e nell’ombra. ….
E’ stato meglio o peggio?
Negli altri paesi la prostituzione trova regole e regoline, case di tolleranza aperte, donne in vetrina che pagano le tasse, e il porno viene tranquillamente affrontato, senza false moralità, e soprattutto sotto controllo medico.
Qualche anno fa a Roma, sul quotidiano “Il Giornale” venne, (anche con il contributo dello scrivente ndr), stilata una piantina del sesso, dove venivano individuate vie/strade/piazze di Roma, e della sua periferia, in cui si vedevano le prostitute (donne/uomini/trans) al lavoro.
Vennero censite in tutta Roma e provincia circa 600 lucciole, chiaramente quelle visibili …
Le Forze dell’Ordine stimano, stando alle ultime statistiche, che il numero totale sia aumentato arrivando a raddoppiare la cifra per il forte aumento delle donne straniere sia in
strada che in luoghi diversi da quelli già conosciuti.
Per analizzare meglio il fenomeno abbiamo condotto un’indagine per tracciare le abitudini sessuali del famoso “putantour”, all’interno del GRA di Roma, grazie all’aiuto di chi esercita il controllo del territorio nella notte del 14 Marzo 2026, dalle ore 20.00 alle ore 03.00, (sabato sera), evidenziando presenze esclusivamente sulla strada di donne e trans, con il seguente risultato:
Viale Europa 23, Viale Tupini 35, viale Marconi 24, via Laurentina 28, via Cristoforo Colombo 36, via Tuscolana 29, via Appia Nuova 26, via Appia antica 57, via Casilina 72, via Prenestina 49, via Tiburtina 35, via Collatina 22, via Palmiro Togliatti 58, Via Longoni 29, via Aurelia 47, via Giulia 13, Viale Tor di Quinto 59, via di Porta Portese 16, via di Porta Maggiore 26, (tot. 684), con una percentuale del 75% donne (Nigeriane, Est Europa e Sud America) e 25% trans.
Le cause del fenomeno possono esser le più svariate: debiti, sfruttamento psicologico, necessità economica, coercizione, e in questo ultimo caso è bene sapere che nel mondo della micro e macro criminalità la prostituzione è considerata uno dei redditi più importanti, primo tra i quali, la tratta di esseri umani.
Risulta essere un fenomeno antico quanto la società stessa e nonostante i divieti e le repressioni, non è mai stata eliminata. C’è da porsi una domanda… è più efficace proibire o regolamentare?
Se un fenomeno non può essere debellato, lo Stato dovrebbe intervenire per controllarlo e ridurne i rischi, piuttosto che lasciarlo andare come dal 1958 ad oggi accade.
Perché non regolamentarla con controlli medici obbligatori ed attività di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili che elenchiamo per onor di cronaca: HIV/AIDS, Sifilide, Gonorrea, Clamidia, Papillomavirus, Epatite virale B e C, Herpes Genitale, Tricomoniasi, Linfogranuloma Venereo, Scabbia e Pedicolosi del Pube - Tale regolamentazione potrà portare maggiore sicurezza per clienti e lavoratori/lavoratrici, e non per ultimo, una drastica diminuzione delle criminalità organizzata.
In mera sostanza, diventerebbe un lavoro, le attività verrebbero registrate, sarebbero soggette/i a controlli, pagherebbero le tasse. Questo permetterebbe allo Stato e ad un eventuale “comitato/sindacato” di poter agire regolarmente per la tutela dei diritti, della salute, della sicurezza delle/dei sex worker, nonché di intervenire sempre in modo trasparente.
Continuare ad ignorare il fenomeno, NON SI ELIMINA !
Una revisione della legge Merlin potrebbe significare non incentivare la prostituzione, ma riconoscerne l’esistenza per gestirla in modo più sicuro, riducendo lo sfruttamento, e sopra ogni cosa, salute e illegalità.
Uno Stato moderno non dovrebbe limitarsi a proibire… MA A CONTROLLARE GOVERNANDO anche QUELLA REALTA’.
L’attuale Governo accentua le proprie forze verso la remigrazione, ovvero il ritorno al luogo di origine da parte degli immigrati dopo una precedente migrazione, intesa come espulsione forzata, rimpatrio di massa o allontanamento di immigrati verso i loro paesi di origine e sta emanando severe restrizioni.
Sul tema dell’immigrazione la prima legge emanata in Italia fu la “Legge Martelli” (28 Febbraio 1990 nr. 39), la quale introduceva la programmazione dei flussi migratori e le modalità di ingresso nel territorio Italiano.
La successiva legge Turco/Napolitano (40/1998), ottimizzava l’ingresso, il soggiorno e l’integrazione.
Infine la "Bossi/Fini" (30 luglio 2002 nr. 198) con un approccio più restrittivo modificò il Testo Unico sull’immigrazione (risalente al 1998) ed è ritenuta l’attuale punto di riferimento.
Il fenomeno sempre più in evoluzione è sempre più attuale e desta non pochi grattacapi per il Governo nostrano a causa delle lungaggini burocratiche che lasciano in giro persone che non hanno motivo di essere presenti nel territorio italiano. Stando alle cronache negli anni 2024/25 nel nostro paese il 31-32 % del totale della popolazione detenuta, è composta da immigrati.
Tutte le leggi prevedono il trattamento dei soggetti e l'espulsione ma appunto, per le cause prima citate, cioè le pastoie burocratiche, non ci si meravigli qualora i soggetti casualmente identificati durante i controlli delle Forze dell’ordine o a seguito di individuazione come colpevoli di reato siano ancora sul nostro territorio. Eppure La legge Turco/Napolitano in particolare, introduceva l’espulsione amministrativa citando norme esecutive affidate al Prefetto e al Questore.
L’art.11 della medesima legge, citava l’espulsione amministrativa per ingresso/soggiorno irregolare dello straniero; mentre l’art.12 l’esecuzione dell’espulsione, ovvero il trattenimento dello straniero in caso di impossibilità immediata di esecuzione.
La legge in definitiva, esplicava il coordinamento di norme per quanto riguarda l'espulsione ed e la sua esecuzione.
Le normative fornivano la possibilità a chi operava in strada (Polizia/Carabinieri), di accertare l’identità di una persona straniera, riuscendo immediatamente a capire se aveva titolo per stare sul territorio italiano o se veniva individuato quale clandestino.
In questo ultimo caso:
- Se in possesso di documento di identità, veniva censito, fotosegnalato e con decreto di espulsione, accompagnato direttamente alla frontiera per l’imbarco immediato sul primo aereo utile, che raggiungeva il paese di origine;
- Nell’ ipotesi, che non avesse avuto documenti di identità, veniva comunque sottoposto a fotosegnalamento e poi con decreto di espulsione accompagnato anch’esso, seduta stante, direttamente alla frontiera.
In entrambi i casi, se in possesso di denaro, veniva rimpatriato con biglietto pagato dall’interessato altrimenti veniva effettuato a spese del Governo Italiano.
Per farla breve, il fermato veniva trattato e “coattivamente” messo su un aereo, non si lasciava andare in giro munito di foglio di espulsione che lo invitava a lasciare l’Italia entro 15 gg, come fu stabilito successivamente.
Va da sé immaginare quanti abbiano lasciato effettivamente il nostro Paese e quanti siano invece rimasti a piede libero, magari cambiando città per non essere identificati.
Grazie all’art.11 della predetta legge, in quel brevissimo periodo, venne rimpatriata una grande quantità di extracomunitari che vivevano nel nostro Paese come clandestini.
Molte città in quella epoca furono “alleggerite” dalla presenza di individui diventati ormai ASSILLANTI, individui di ogni tipo: sbandati alla ricerca di elemosina, dai vu’ cumprà che al mare sulla spiaggia d’estate, cronometro alla mano…. passavano e passano a tutt’oggi ogni 3 minuti, ai pulivetri ecc....
Importante problema per gli illegali, al di là della cultura, delle ristrette tradizioni, e per chi scappa per motivi di guerra (che comunque abbisogna di trattazione diversa), è la posizione sanitaria.
Un nostro concittadino che vada all’estero a secondo del paese dove si reca, è obbligato a munirsi di certificazione che comprovi di essersi sottoposto alla profilassi e/o a vaccini, là dove è richiesto, tenendo conto che comunque di base noi lo siamo obbligati già dall'infanzia.
Oggi chiunque entri nel nostro territorio da clandestino, qualora venga censito…, non viene sottoposto a severa visita medica, a tutela della salute pubblica, ma viene sommariamente controllato e “ristretto/ammucchiato” in centri di accoglienza in attesa di provvedimenti e poi, se non sono scappati durante l’attesa…. vengono distribuiti/trasferiti in altre località.
Chi non ha titolo di essere nel nostro territorio, dovrebbe essere immediatamente accompagnato seduta stante alla frontiera, come si faceva negli anni 90 e rimpatriato nel suo paese.
Giusta l’attuale idea di non fargli toccare il suolo italiano, veicolando i clandestini raccolti in centri fuori dal territorio italiano, cosi che anche scappare, lì …. non serve a nulla….
Concludendo, per i soggetti che sono già in Italia, sarebbe molto semplice districarsi dal bandolo della matassa:
Qualora siano già nel nostro Paese, sposati, accompagnati, fidanzati, che abbiano famiglia e lavoro, è possibile la regolarizzazione;
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(art.11 L. 40/1998 - ESPULSIONE AMMINISTRATIVA: Il Ministero dell’interno può disporre l’espulsione |
Qualora siano nel nostro Paese, e abbiano precedenti penali, non lavorino, non abbiano fissa dimora o escano dal carcere, devono essere rimpatriati; devono essere, immediatamente, riaccompagnati all’aeroporto per il rientro nel paese di origine, magari creando un portafoglio/fondo che sostenga le spese per questi rimpatri.
Ovvio che adottare un sistema del genere per lo Stato sarebbe molto oneroso, visto il numero esagerato di nullafacenti che abbiamo in giro, ma darebbe un segnale forte sul come venga trattato un clandestino, anche a quelli che nella logica ragione devono comunque “argomentare”…..
Chi vive tutti i giorni questa triste realtà, al nostro argomentare risponde con un'affermazione importante:" la normativa c’è… magari andrebbe migliorata, ma il vero problema è un altro….è che non viene fatta rispettare…. e di certo non è colpa delle Forze dell’Ordine ndr”…….
Relativamente ai barconi faremmo bene a schierare la Marina Militare ai limiti territoriali in quanto dobbiamo difendere il nostro territorio.
Cosa fanno gli ufficiali di collegamento nostrani nei paesi da cui partono i clandestini? Non è possibile non saper censire i luoghi di raccolta e di partenza. Forse è il caso puntare qualche satellite su quelle coste per vedere come e quando partono, e sicuramente costerebbe di meno se si prendessero e si riportassero a casa, senza tanti indugi.
Aumentiamo le pene per chi sfrutta questo grosso e annoso problema e per le navi che “CASUALMENTE” intervengono per portarli in Italia: (dicono...che li hanno trovati alla deriva…mentre invece le altre navi in transito le leggono sui radar vicino a quelle coste, fare rotte a pettine o a spirale………….. “sistema adottato dalle forze a mare per effettuare ricerca di imbarcazioni…”)
Perchè quelle navi non portano i naufraghi per la trattazione a casa loro (Stato di Bandiera), oppure se vogliono essere precisi nel luogo sicuro .. REALE!! “Place of Seafety – POS” - come è previsto dal diritto internazionale?
Perché prenderli a bordo a poche miglia marine dalle loro coste, e poi cercare un luogo sicuro da quelle parti? Cosa assolutamente non difficile!!
Portarli poi in Italia, diventa una scusa….
Per meglio capire il tema bisognerebbe fare indagini nei loro paesi di origine, ma anche confrontare seriamente le politiche adottate altrove.
In Italia il fenomeno dei clandestini viene sempre affrontato con superficialità, oscillando tra emergenze mediche e provvedimenti temporanei.
In altri paesi invece le regole sono chiare e l’applicazione è rigorosa, nel bene e nel male.
Un’inchiesta tra le file per il pacco alimentare: volti segnati dalla fatica, ma anche auto di lusso e richieste selettive. Dove finisce la fragilità e dove iniziano le zone d’ombra del sistema?
Per vivere il disagio ed il bisogno di una famiglia che accede alla distribuzione di aiuti alimentari ovvero al pacco che viene dato alle famiglie bisognose dalla Caritas, con Isee inferiore a circa 9.000 euro, grazie al programma Nazionale “Inclusione e lotta alla povertà” 2021-2027, ci siamo messi in fila in uno dei centri Caritas, che mensilmente si adopera per effettuare la distribuzione.
La scena si presenta secondo copione: il personale della Caritas, con le liste in mano (dopo aver avuto conferme Isee), le persone che hanno diritto di prelevare il pacco e che arrivano una volta al mese nel centro (sono sparsi in tutto il territorio nazionale). Chi ne ha diritto si presenta munito di buste e, a seconda dei componenti del nucleo famigliare, ritira i generi alimentari (pasta, riso, farina, scatolame vario ecc.ecc).
Quello che salta all’occhio è vedere che in fila ad attendere il proprio turno, si vede di tutto. Persone che si presentano con macchinoni di lusso, persone vestite con abiti griffati e scarpe di marca, persone con gioielli che non raccontano miseria. Ci si auspica che questi ultimi siano coloro che hanno perso un lavoro e sono in difficoltà, o persone che si sono trovate nella condizione di povertà, dovuta a sopraggiunti e immediati problemi famigliari. Comunque abbiamo proseguito in fila, fino al nostro turno. Mentre eravamo intenti a ritirare i generi alimentari a noi destinati, grazie alla disponibilità di una persona in elenco, notavamo qualcuno che come noi accettava in silenzio ciò che gli veniva dato, altri sceglievano, scartavano, sostituivano non per necessità, ma per preferenza. Si sentivano alcune strane richieste fatte da “nuovi poveri, in giacca e cravatta”, che obiettavano alla consegna di quanto spettante: (questo si….. questo non lo voglio…. cambiami questo con quello…) ed il distributore in difficoltà, rispondeva chiedendo se c’era
un motivo certificato per chiedere quello che volevano come, per esempio, allergie alimentari. La “discussione” terminava con un “no, quello non mi piace!!!” e con gentile pazienza mostrata dal personale.
Sappiamo che per accedere all'assistenza alimentare, l’utente deve fare un colloquio di accoglienza, passando per un centro d’ascolto, dove operatori formati effettuano una intervista approfondita in seguito alla quale viene consegnata la dichiarazione sostitutiva unica (DSU) per ottenere aiuti alimentari. E sappiamo anche che l’Agenzia delle Entrate, l’INPS e la Guardia di Finanza effettuano a campione verifiche costanti sui dati patrimoniali e sui conti correnti dei richiedenti, segnalando le difformità ai comuni e alle associazioni.
Concludendo questa nostra piccola inchiesta, resta aperto il paradosso dei nuovi poveri, tra bisogno autentico e zone d’ombra del sistema.La linea di confine è sempre più sottile e non c’è più distinzione tra fragilità e furbizia.
“Che cos’è la Verità?” – domandava un alto funzionario romano a qualcuno che sicuramente avrebbe avuto parecchio da dire sull’argomento. Il quale, però, sfortunatamente per tutti noi, in maniera analoga a quando Gautama Buddha veniva interrogato su questioni di alta metafisica, preferì la scelta del silenzio.
Nel mondo del passato, per secoli, si è dibattuto in merito a cosa si dovesse intendere per Verità, arrivando anche a negare la sua stessa possibilità di esistenza, o, in ogni caso, ad affermarne l’assoluta ineffabilità. Un po’ come asseriva Gorgia da Leontini: o non esiste in sé, o non risulta pensabile per noi, o, in ogni caso, non è e non sarà mai dicibile nel nostro misero, limitato e limitante linguaggio umano.
Ciò nonostante, però, in tutte le epoche, coraggiosi ricercatori della Sapienza e della Saggezza hanno continuato ad interrogarsi sulle effettive possibilità dello spirito umano di riuscire a penetrare al di là della dimensione dell’apparenza e del divenire. E i grandi Maestri del pensiero si sono sempre prodigati nel ricordarci che una vita veramente felice e giusta non potrebbe mai essere priva dell’anelito, umile ma determinato, di avvicinarsi sempre più alla luce del Vero. E la migliore Filosofia, partendo dalla socratica consapevolezza del “non sapere”, e sostenuta da un amore autentico per la conoscenza, ha saputo percorrere ed esplorare innumerevoli sentieri verso orizzonti sempre più ampi, rifiutando costantemente dogmatismi e fideismi settari, ed aspirando sempre ad una apertura infinitizzata e infinitizzante della mente e del cuore. Dai grandi Maestri di tutti i tempi e di tutte le civiltà, continuano ad arrivare a noi, viandanti sempre più smarriti in un mondo immerso nell’ingiustizia e nell’idolatria dell’ ”avere”, messaggi preziosi di un sapere antico ed universale, capace di liberarci dalla tirannia della separatività, del rifiuto dell’altro e di tutti gli egoismi individuali e collettivi.
Arrampicandoci sulle spalle dei giganti del pensiero, il nostro sguardo potrà sempre spaziare oltre i confini angusti della rassegnazione e della conflittualità, immergendosi sempre più e sempre meglio nella luminosità inesauribile di una Verità senza confini.
Di questo e di tanto altro si è parlato nel pomeriggio dello scorso 5 febbraio, presso la scuola elementare Rosalba Carriera (Roma) con la presenza di Roberto Fantini, nostro antico amico e collaboratore. Particolarmente apprezzati i puntuali interventi introduttivi proposti dagli insegnanti yoga Eleonora De Murtas e Cesare Maramici, sull’utilità di una corretta pratica yoga e sul concetto di Satya (verità) all’interno dell’insegnamento degli Yoga Sutra di Patanjali.
L’incontro ha avuto luogo nell’ambito della tradizionale manifestazione “Yoga porte aperte 2026”, promossa da YANI (Yoga Associazione Nazionale Insegnanti - www.insegnantiyoga.it).
Da sottolineare, con sentito entusiasmo, la presenza sinceramente interessata di un pubblico attento e vivamente partecipe.
Educare alla pace e riscoprire i contributi della scienza e della pedagogia. Il mondo della scuola sollecitato a perseguire l’obiettivo primario dell’educazione: insegnare a vivere in un mondo di pace. Educazione alla Pace è il titolo del Convegno di sabato 7 febbraio a Firenze nella sala dei Marmi in Piazza Libertà. L’evento è patrocinato dalla Regione Toscana, in collaborazione con il Comune di Firenze e diverse Associazioni della scuola.
Per cercare la via della pace il Convegno metterà al centro il pensiero e l’impegno civile di alcune grandi figure dell’educazione: Don Lorenzo Milani, Maria Montessori, Aldo Capitini, Mario Lodi.
Si partirà dall’esperienza di Don Milani nella scuola di Barbiana per affermare la centralità della parola, quale arma di riscatto sociale, con la necessità di dare a tutti gli usi della parola perché la parola ci fa uguali. Il programma del Convegno prevede la presentazione dell’iniziativa la Flotilla del mondo: lettere ai politici per la pace promossa del Gruppo per la pace e la nonviolenza del Movimento di Cooperazione Educativa.
C’è un legame con l’attività esemplare di Mario Lodi svolta nella scuola di Piadena. L’esperienza della scrittura collettiva, che aveva già ispirato la “Lettera a una professoressa”, ha realizzato nella scuola di Piadena pagine di grande impegno sociale e civile, che ancora oggi continuano a essere fonte di ispirazione per il mondo dell’educazione.
Aldo Capitini è ricordato come il Ghandi italiano, per essere stato sempre dalla parte degli ultimi e per aver fondato a Perugia il Centro di orientamento sociale. Primo teorico della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza in Italia, ha ideato la marcia per la pace tra Perugia e Assisi. Il Convegno darà voce al suo contributo per la nonviolenza.
Con diversi apporti dell’Ente Montessori e dell’Università di Firenze, saranno, poi, esaminati il pensiero e l’opera di Maria Montessori, con particolare riguardo al suo contributo scientifico alla costruzione di una scienza pedagogica nonviolenta, per la costruzione di un mondo senza più guerre.
Scienziata visionaria dell’educazione, candidata per tre volte al Premio Nobel per la pace, la Montessori ha sviluppato nel libro “Educazione e pace” i due motivi principali del suo pensiero, nella convinzione che Costruire la pace è l’opera dell’educazione, la politica può solo evitare la guerra. Per la scienziata marchigiana occorre organizzare la pace attraverso l’educazione, in quanto solo l’educazione è l’arma della pace.
Le conclusioni della giornata saranno affidate all’europarlamentare Marco Tarquinio, già direttore del quotidiano Avvenire. Il Convegno sarà affiancato dalla Mostra fotografica Milani –Montessori e, il giorno successivo, dai Laboratori per bambini di arte, gioco e scrittura.
Nel cinema italiano esiste una figura che non ama il clamore, ma lo orchestra. Piero Melissano non entra nelle stanze facendo rumore: ci entra con le domande giuste. È uno di quei produttori che non si limitano a “far quadrare i conti”, ma li mettono al servizio di un’idea, di una visione, di un tempo narrativo che chiede rispetto.
Melissano appartiene a una specie rara: quella dei produttori che leggono le sceneggiature come se fossero romanzi e i budget come se fossero mappe. Non cerca l’effetto immediato, ma la risonanza lunga. «Un film deve continuare anche quando finisce», ama ripetere a chi lavora con lui. Ed è forse questa la cifra più riconoscibile del suo lavoro: la durata emotiva.
Il suo metodo è apparentemente razionale, quasi chirurgico. Analisi dei materiali, studio del contesto, attenzione maniacale alla coerenza. Eppure, sotto questa calma operativa, c’è una tensione creativa costante. Melissano è travolto dalle storie, ma non se ne fa travolgere. Le lascia decantare, come si fa con un vino che promette complessità.
Nel suo percorso produttivo, la centralità dell’autore non è uno slogan, ma una pratica quotidiana. Per Melissano, il cinema è soprattutto fiducia: nel pubblico, nell’intelligenza collettiva, nel non detto.
Non ama l’idea del produttore come “filtro”. Preferisce definirsi un amplificatore.
C’è anche una dimensione etica nel suo lavoro. Sceglie progetti che interrogano il presente senza urlarlo, che parlano del tempo in cui viviamo senza inseguirlo.
Fuori dal set, Melissano mantiene lo stesso atteggiamento: ironico, misurato, mai compiaciuto. Non colleziona successi come trofei, ma come appunti. Ogni film è un passaggio, non un punto d’arrivo.
Forse è per questo che Piero Melissano, resta una figura difficilmente incasellabile. Non è un produttore
“di genere”, né un marchio riconoscibile a colpo d’occhio. È piuttosto una presenza costante e silenziosa, come la colonna portante di un edificio che non chiede di essere vista, ma senza la quale tutto crollerebbe.
E mentre molti inseguono il prossimo trend, lui continua a fare la cosa più rischiosa di tutte: ascoltare il silenzio da cui nascono le storie.
Non tutti i produttori lasciano un’impronta visibile. Alcuni lasciano spazio. Piero Melissano è uno di questi. Ed è in quello spazio che il cinema, a volte, riesce ancora a respirare.