L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Free mind (258)

Lisa Biasci
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Quello che si rileva dall’interno degli ambienti militari in merito a questo ultimo conflitto israelo-americano-iraniano è il fatto che l’Italia da circa 40 anni ha sempre impostato la sua azione in forma diplomatica e le azioni dei reggimenti inviati nelle zone di guerra sono sempre state concordate per indossare il casco blu dell’ONU, quindi addestrati a gestire situazioni di pace.

Sebbene avessimo  tecnologia avanzata e armamenti adeguati, abbiamo spesso trascurato il fatto di preparare gli enti militari alla difesa del territorio ed al clima di un eventuale conflitto, poiché sempre inseriti in contesti internazionali.Per anni abbiamo  condotto esercitazioni, sia interne che esterne al territorio nazionale, senza preoccuparci di poter essere  oggetto di un attacco diretto.

     Caccia Stealth GCap

Siamo comunque pronti ad affrontare situazioni di conflitto o di supporto ad altri Stati ed offrire loro piccoli “pacchetti” di eccellenze (Reparti o Reggimenti Speciali). Oggi si sta lavorando per avere uno scudo difensivo totale idoneo per la difesa da un attacco missilistico su vasta scala. 

La nostra Premier Giorgia Meloni ha confermato, intervistata, che non c’è intenzioni da parte del governo italiano di partecipare alle ostilità tra i due schieramenti,  se non quello di metterci a disposizione per 

 Sistema Grifo (Anti Drone/corto raggio)
per minacce piccole  

eventuali negoziati di pace e nel contesto di un comune accordo con gli altri paesi per salvaguardare i confini territoriali dell’Europa. Comunque è ovvio che le basi americane sul nostro territorio hanno alzato il livello di guardia, del resto come hanno fatto anche le altre nazioni europee.

Facendo parte della Nato siamo impegnati a difendere qualsiasi territorio delle nazioni che ne fanno parte e che possano essere oggetto di ritorsione da parte dell’IRAN, vedi il caso di Cipro in cui abbiamo impegnato la fregata missilistica e antidrone Federico Martinegro con a bordo 160 militari. 

Per rimanere nell'attualità, l’aggressione verso l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha una escalation che crediamo non sia quella prevista e voluta dal presidente Trump e dagli israeliani. Il fatto non è stato deciso dal nostro Paese, prova ne è che nella fase iniziale del conflitto alcuni militari italiani furono feriti durante l’esplosione di alcuni ordigni missilistici nella base di Erbil a Camp Singara, e in questo caso la politica ha mantenuto un completo riserbo, proprio per minimizzare la sensazione di coinvolgimento e offrire una visione di allontanamento dalle posizioni americane e israeliane. E' comunque normale che i nostri apparati interni siano in preallerta e che l’ attenzione sia rivolta al nostro territorio e a tutti gli obiettivi sensibili, soprattutto per quanto riguarda le basi americane dislocate a nord (Aviano “Friuli Venezia Giulia” base aerea NATO e USA, centro e sud Italia (Naval air Station – Sigonella Sicilia) oggi al centro dell’attenzione come ai tempi di Craxi….

 Sistema SAMP/T NG (scudo antimissile)
per  minacce grandi

Su cosa possiamo contare? Sicuramente per quanto riguarda la marina, in considerazione che siamo circondati da acqua, sappiamo di avere una delle Marine più moderne, capace del controllo del Mediterraneo, con portaerei, fregate e sottomarini U212 a difesa delle rotte, e delle operazioni anfibie, con una forte capacità di proiezione nel mare vicino. Gli asset aereonautici ci permettono di avere caccia di 5a generazione F-35 Lightning II e caccia Eurofighter Typhoon (che verranno sostituiti con i caccia di 6 generazione Stealth GCAP entro il 2035 “progetto Italia Giappone e Regno Unito”) con una tecnologia avanzata che ci permette una difesa aerea del nostro spazio, pronti ad un immediato attacco di precisione che ci riconosce una buona superiorità nei cieli.

Gli sviluppi futuri puntano a far volare i caccia utilizzando tecnologie avanzate integrate a bordo, controllate da remoto tramite piattaforme satellitari con sistemi di comunicazione all’avanguardia le quali ci permetterebbero, nella eventualità di una intercettazione istantanea, una adeguata ed efficacissima risposta. A terra abbiamo battaglioni che hanno già dimostrato capacità di reazione durante le missioni Nato, in Afghanistan, Iraq, Balcani a bordo di carri

  Eurofighter Typhoon

armati Ariete (che verranno sostituiti dai Leopard 2A8IT) e veicoli blindati Centauro e Freccia IFV; (sicuramente questo è uno dei comparti che necessita di un ammodernamento). L’elemento strategico dell’Italia è sicuramente indirizzato al Cyber, l’intelligence, sull’investimento dei Satelliti militari per le comunicazioni sicure, nell’elettronica militare, sugli elicotteri e sui sistemi di intercettazione di droni e razzi/missili come il SAMP/T NG (new generation), che risulta essere un sistema principale antimissile e antiaereo a medio e lungo raggio, che può intercettare missili balistici, missili da crociera, aerei e droni con raggio di oltre 150 km, uno scudo vero e proprio.

Un sistema meno conosciuto è il GRIFO, specifico per droni missili a bassa quota contro minacce ravvicinate (short range): intercetta a 360 gradi soprattutto sciami di droni.

Per contuare il discorso c'è da rilevare che sicuramente il nostro Paese si integra bene nella NATO, mediante la quale grazie alle alleanze, ospitata ogni tipo di armamento sul suo territorio amplificando, cosi, eventuali difese da attacchi inaspettati, e ciò anche grazie alla  posizione strategica nel Mediterraneo che ricopre.

Storicamente l’Italia ha cercato spesso di proporsi come ponte diplomatico nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, e questo per svariate ragioni, tra cui i rapporti diplomatici aperti con molti paesi  dell'area,  e questo anche quando altri paesi europei si siano già maggiormente schierati. Manteniamo un dialogo sia con Israele che con i paesi arabi e l’Iran e, tradizionalmente, sosteniamo soluzioni negoziali e missioni internazionali di pace. Recentemente il governo italiano ha dichiarato di voler favorire negoziati e il cessate il fuoco e spinge per una soluzione diplomatica.

 

Lo stesso IRAN tramite alcune sue figure diplomatiche ha indicato l’Italia come possibile interlocutore “costruttivo” per favorire il dialogo.

Sebbene comunque il nostro Paese abbia un'immagine di paese “dialogante” ci sono limiti molto concreti: l’Italia fa parte della NATO e dell’alleanza occidentale, non è una grande potenza militare o geopolitica e per i negoziati più importanti di solito contano nazioni come Stati Uniti, Russia, Cina oppure paesi più vicini all'area come Egitto, Turchia o Qatar, ultimamente i principali paesi mediatori. Per farla breve: è più facile che il nostro Paese abbia un ruolo di supporto diplomatico e nella fase della ricostruzione e che quindi possiamo tranquillamente dire che, pur avendo interesse a mantenere una posizione di rilievo a livello internazionale (G8), l'Italia non ha necessità di intervenire in maniera autonoma, specialmente in quei conflitti dove viene meno l’applicazione del “Diritto internazionale”.

 F-35 Lightning

Questa politica la vediamo applicata in Medio Oriente in cui sono state abbandonate tutte le postazioni non necessarie per le funzioni svolte nei confronti dei paesi ospitanti ma che sono sotto attacco. In questo contesto si cerca la soluzione più opportuna per garantire un marcato coinvolgimento e operare esclusivamente su canali diplomatici per favorire il ritorno alla pace. 

Il nostro personale militare è comunque stato evacuato immediatamente all'esplosione del conflitto, anche se con una certa difficoltà dovuta all’impreparazione per una escalation di guerra cosi immediata e imprevedibile.

Sicuramente questo episodio porterà a rivalutare tutte le posizioni e tutte le unità di supporto che offriamo all’estero…. La priorità è quella di mettere in sicurezza l’operato dei soldati italiani all’estero per conto del nostro Paese.

 

Il “mestiere” più vecchio nel mondo, un tema scottante, un tema che porta spesso a discussioni contrastanti ma sempre di attualità perché mette in risalto innumerevoli problematiche di chi esercita questo “lavoro”.

Basta fare un giro, per rendersi conto di trovarci in strade, spesso anche a ridosso di abitazioni, dove si trova ogni tipo di mestierante, donna o uomo che sia e i prezzi per le prestazioni variano dai luoghi di esercizio e dal livello/immagine della persona, in strada 10-70 euro per prestazioni brevi, in casa/appartamento 70-200 euro o anche di più, le Escort di alto livello anche dai 300-1000 euro a incontro, calcolando che un lavoratore o lavoratrice nel primo caso può arrivare ad avere fino a 10 clienti, nel secondo caso fino a 5 clienti e quelle dell’alto borgo 1-2 clienti al giorno con cadenza irregolare dovuta a problemi fisici, sanitari o perché … non c’è clientela..

Quindi il ricavato mensile può partire da un paio di mila euro, fino a cifre molto più alte per chi lavora in modo organizzato o con clienti di rilievo...

Attualmente la legislazione (Legge Merlin 20 Febbraio 1958 nr.75) non punisce chi vende il proprio corpo, la norma ha regolarizzato la prostituzione chiudendo le case di tolleranza e introducendo i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

All’epoca della nuova legge risaltò la buona intenzione della legiferante che intendeva tutelare la dignità delle donne, senza calcolare però che comunque la prostituzione non veniva cancellata, ma si spostava in strada e nell’ombra. ….               

E’ stato meglio o peggio?

Negli altri paesi la prostituzione trova regole e regoline, case di tolleranza aperte, donne in vetrina che pagano le tasse, e il porno viene tranquillamente affrontato, senza false moralità, e soprattutto sotto controllo medico.

Qualche anno fa a Roma, sul quotidiano “Il Giornale” venne, (anche con il contributo dello scrivente ndr), stilata una piantina del sesso, dove venivano individuate vie/strade/piazze di Roma, e della sua periferia, in cui si vedevano le prostitute (donne/uomini/trans) al lavoro.

Vennero censite in tutta Roma e provincia circa 600 lucciole, chiaramente quelle visibili …                                   

Le Forze dell’Ordine stimano, stando alle ultime statistiche,  che il numero totale sia aumentato arrivando a raddoppiare la cifra per il forte aumento delle donne straniere sia in strada che in luoghi diversi da quelli già conosciuti.

Per analizzare meglio il fenomeno abbiamo condotto un’indagine per tracciare le abitudini sessuali del famoso “putantour”, all’interno del GRA  di Roma, grazie all’aiuto di chi esercita il controllo del territorio nella notte del 14 Marzo 2026, dalle ore 20.00 alle ore 03.00, (sabato sera), evidenziando presenze esclusivamente sulla strada di donne e trans, con il seguente risultato:                                                            

Viale Europa 23, Viale Tupini 35, viale Marconi 24, via Laurentina 28, via Cristoforo Colombo 36, via Tuscolana 29, via Appia Nuova 26, via Appia antica 57, via Casilina 72, via Prenestina 49, via Tiburtina 35, via Collatina 22, via Palmiro Togliatti 58, Via Longoni 29, via Aurelia 47, via Giulia 13, Viale Tor di Quinto 59, via di Porta Portese 16, via di Porta Maggiore 26, (tot. 684), con una percentuale del 75% donne  (Nigeriane, Est Europa e Sud America) e 25% trans.

Le cause del fenomeno possono esser le più svariate: debiti, sfruttamento psicologico, necessità economica, coercizione, e in questo ultimo caso è bene sapere che nel mondo della micro e macro criminalità la prostituzione è considerata uno dei redditi più importanti, primo tra i quali, la tratta di esseri umani.

Risulta essere un fenomeno antico quanto la società stessa e nonostante i divieti e le repressioni, non è mai stata eliminata. C’è da porsi una domanda… è più efficace proibire o regolamentare?

Se un fenomeno non può essere debellato, lo Stato dovrebbe intervenire per controllarlo e ridurne i rischi, piuttosto che lasciarlo andare come dal 1958 ad oggi accade.

Perché non regolamentarla con controlli medici obbligatori ed attività di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili che elenchiamo per onor di cronaca: HIV/AIDS, Sifilide, Gonorrea, Clamidia, Papillomavirus, Epatite virale B e C, Herpes Genitale, Tricomoniasi, Linfogranuloma Venereo, Scabbia e Pedicolosi del Pube -  Tale regolamentazione potrà portare maggiore sicurezza per clienti e lavoratori/lavoratrici, e non per ultimo, una drastica diminuzione delle criminalità organizzata.

In mera sostanza, diventerebbe un lavoro, le attività verrebbero registrate, sarebbero soggette/i a controlli, pagherebbero le tasse. Questo permetterebbe allo Stato e ad un eventuale “comitato/sindacato” di poter agire regolarmente per la tutela dei diritti, della salute, della sicurezza delle/dei sex worker, nonché di intervenire sempre in modo trasparente.                                                   

Continuare ad ignorare il fenomeno, NON SI ELIMINA  ! 

Una revisione della legge Merlin potrebbe significare non incentivare la prostituzione, ma riconoscerne l’esistenza per gestirla in modo più sicuro, riducendo lo sfruttamento, e sopra ogni  cosa, salute e illegalità.

Uno Stato moderno non dovrebbe limitarsi a proibire… MA A CONTROLLARE GOVERNANDO anche QUELLA REALTA’.

 

 

L’attuale Governo accentua le proprie forze verso la remigrazione, ovvero il ritorno al luogo di origine da parte degli immigrati dopo una precedente migrazione, intesa come espulsione forzata, rimpatrio di massa o allontanamento di immigrati verso i loro paesi di origine e sta emanando severe restrizioni.

Sul tema dell’immigrazione la prima legge emanata in Italia fu la “Legge Martelli” (28 Febbraio 1990 nr. 39), la quale introduceva la programmazione dei flussi migratori e le modalità di ingresso nel territorio Italiano.

La successiva legge Turco/Napolitano (40/1998), ottimizzava l’ingresso, il soggiorno e l’integrazione. 

Infine la "Bossi/Fini" (30 luglio 2002 nr. 198) con un approccio più restrittivo modificò il Testo Unico sull’immigrazione (risalente al 1998) ed è ritenuta l’attuale punto di riferimento. 

Il fenomeno sempre più in evoluzione è sempre più attuale e desta non pochi grattacapi per il Governo nostrano a causa delle lungaggini burocratiche che lasciano in giro persone che non hanno motivo di essere presenti nel territorio italiano. Stando alle cronache negli anni 2024/25 nel nostro paese il 31-32 % del totale della popolazione detenuta, è composta da immigrati.

Tutte le leggi prevedono il trattamento dei soggetti e l'espulsione ma appunto, per le cause prima citate, cioè le pastoie burocratiche, non ci si meravigli qualora i soggetti casualmente identificati durante i controlli delle Forze dell’ordine o a seguito di individuazione come colpevoli di reato siano ancora sul nostro territorio. Eppure La legge Turco/Napolitano in particolare, introduceva l’espulsione amministrativa citando norme esecutive affidate al Prefetto e al Questore. 

L’art.11 della medesima legge, citava l’espulsione amministrativa per ingresso/soggiorno irregolare dello straniero; mentre l’art.12 l’esecuzione dell’espulsione, ovvero il trattenimento dello straniero in caso di impossibilità immediata di esecuzione.

 La legge in definitiva, esplicava il coordinamento di norme per quanto riguarda l'espulsione ed e la sua esecuzione.

Le normative fornivano la possibilità a chi operava in strada (Polizia/Carabinieri), di accertare l’identità di una persona straniera, riuscendo immediatamente a capire se aveva titolo per stare sul territorio italiano o se veniva individuato quale clandestino.

In questo ultimo caso:

 - Se in possesso di documento di identità, veniva censito, fotosegnalato e con decreto di espulsione, accompagnato direttamente alla frontiera per l’imbarco immediato sul primo aereo utile, che raggiungeva il paese di origine;

 - Nell’ ipotesi, che non avesse avuto documenti di identità, veniva comunque sottoposto a fotosegnalamento e poi con decreto di espulsione accompagnato anch’esso, seduta stante, direttamente alla frontiera.

In entrambi i casi, se in possesso di denaro, veniva rimpatriato con biglietto pagato dall’interessato altrimenti veniva effettuato a spese del Governo Italiano.

Per farla breve, il fermato veniva trattato e “coattivamente” messo su un aereo, non si lasciava andare in giro munito di foglio di espulsione che lo invitava a lasciare l’Italia entro 15 gg, come fu stabilito successivamente.

Va da sé immaginare quanti abbiano lasciato effettivamente il nostro Paese e quanti siano invece rimasti a piede libero, magari cambiando città per non essere identificati.

Grazie all’art.11 della predetta legge, in quel brevissimo periodo, venne rimpatriata una grande quantità di extracomunitari che vivevano nel nostro Paese come clandestini.

Molte città in quella epoca furono “alleggerite” dalla presenza di individui diventati ormai ASSILLANTI, individui di ogni tipo: sbandati alla ricerca di elemosina, dai vu’ cumprà che al mare sulla spiaggia d’estate, cronometro alla mano…. passavano e passano a tutt’oggi ogni 3 minuti, ai pulivetri ecc.... 

Importante problema per gli illegali, al di là della cultura, delle ristrette tradizioni, e per chi scappa per motivi di guerra (che comunque abbisogna di trattazione diversa), è la posizione sanitaria.

Un nostro concittadino che vada all’estero a secondo del paese dove si reca, è obbligato a munirsi di certificazione che comprovi di essersi sottoposto alla profilassi e/o a vaccini, là dove è richiesto, tenendo conto che comunque di base noi lo siamo obbligati già dall'infanzia.

Oggi chiunque entri nel nostro territorio da clandestino, qualora venga censito…, non viene sottoposto a severa visita medica, a tutela della salute pubblica, ma viene sommariamente controllato e “ristretto/ammucchiato” in centri di accoglienza in attesa di provvedimenti e poi, se non sono scappati durante l’attesa…. vengono distribuiti/trasferiti in altre località.

Chi non ha titolo di essere nel nostro territorio, dovrebbe essere immediatamente accompagnato seduta stante alla frontiera, come si faceva negli anni 90 e rimpatriato nel suo paese.

Giusta l’attuale idea di non fargli toccare il suolo italiano, veicolando i clandestini raccolti in centri fuori dal territorio italiano, cosi che anche scappare, lì …. non serve a nulla….

Concludendo, per i soggetti che sono già in Italia, sarebbe molto semplice districarsi dal bandolo della matassa:

Qualora siano già nel nostro Paese, sposati, accompagnati, fidanzati, che abbiano famiglia e lavoro, è possibile la regolarizzazione;

(art.11 L. 40/1998 - ESPULSIONE AMMINISTRATIVA: Il Ministero dell’interno può disporre l’espulsione
per motivi di Ordine Pubblico o Sicurezza dello Stato. Il Prefetto dispone l’espulsione quando lo straniero

è entrato clandestinamente o è rimasto irregolarmente sul territorio. In questi casi l’espulsione è eseguita
dal Questore con accompagnamento alla frontiera mediante la forza pubblica).  

Qualora siano nel nostro Paese, e abbiano precedenti penali, non lavorino, non abbiano fissa dimora o escano dal carcere, devono essere rimpatriati; devono essere, immediatamente, riaccompagnati all’aeroporto per il rientro nel paese di origine, magari creando un portafoglio/fondo che sostenga le spese per questi rimpatri.

Ovvio che adottare un sistema del genere per lo Stato sarebbe molto oneroso, visto il numero esagerato di nullafacenti che abbiamo in giro, ma darebbe un segnale forte sul come venga trattato un clandestino, anche a quelli che nella logica ragione devono comunque “argomentare”…..

Chi vive tutti i giorni questa triste realtà, al nostro argomentare risponde con un'affermazione importante:" la normativa c’è… magari andrebbe migliorata, ma il vero problema è un altro….è che non viene fatta rispettare…. e di certo non è colpa delle Forze dell’Ordine ndr”…….

Relativamente ai barconi faremmo bene a schierare la Marina Militare ai limiti territoriali in quanto dobbiamo difendere il nostro territorio.

Cosa fanno gli ufficiali di collegamento nostrani nei paesi da cui partono i clandestini? Non è possibile non saper censire i luoghi di raccolta e di partenza. Forse è il caso puntare qualche satellite su quelle coste per vedere come e quando partono, e sicuramente costerebbe di meno se si prendessero e si riportassero a casa, senza tanti indugi. 

Aumentiamo le pene per chi sfrutta questo grosso e annoso problema e per le navi che “CASUALMENTE” intervengono per portarli in Italia: (dicono...che li hanno trovati alla deriva…mentre invece le altre navi in transito le leggono sui radar vicino a quelle coste, fare rotte a pettine o a spirale…………..  “sistema adottato dalle forze a mare per effettuare ricerca di imbarcazioni…”)

Perchè quelle navi non portano i naufraghi per la trattazione a casa loro (Stato di Bandiera), oppure se vogliono essere precisi nel luogo sicuro ..  REALE!!  “Place of Seafety – POS” - come è previsto dal diritto internazionale? 

Perché prenderli a bordo a poche miglia marine dalle loro coste, e poi cercare un luogo sicuro da quelle parti?  Cosa assolutamente non difficile!!

Portarli poi in Italia, diventa una scusa….

Per meglio capire il tema bisognerebbe fare indagini nei loro paesi di origine, ma anche confrontare seriamente le politiche adottate altrove.

In Italia il fenomeno dei clandestini viene sempre affrontato con superficialità, oscillando tra emergenze mediche e provvedimenti temporanei.

In altri paesi invece le regole sono chiare e l’applicazione è rigorosa, nel bene e nel male.     

 

                                                        

 

 Un’inchiesta tra le file per il pacco alimentare: volti segnati dalla fatica, ma anche auto di lusso e richieste selettive. Dove finisce la fragilità e dove iniziano le zone d’ombra del sistema?

 

Per vivere il disagio ed il bisogno di una famiglia che accede alla distribuzione di aiuti alimentari ovvero al pacco che viene dato alle famiglie bisognose dalla Caritas, con Isee inferiore a circa 9.000 euro, grazie al programma Nazionale “Inclusione e lotta alla povertà” 2021-2027, ci siamo messi in fila in uno dei centri Caritas, che mensilmente si adopera per effettuare la distribuzione.

 La scena si presenta secondo copione: il personale della Caritas, con le liste in mano (dopo aver avuto conferme Isee), le persone che hanno diritto di prelevare il pacco e che arrivano una volta al mese nel centro (sono sparsi in tutto il territorio nazionale). Chi ne ha diritto si presenta munito di buste e, a seconda dei componenti del nucleo famigliare, ritira i generi alimentari (pasta, riso, farina, scatolame vario ecc.ecc).                  

                      

Quello che salta all’occhio è vedere che in fila ad attendere il proprio turno, si vede di tutto. Persone che si presentano con macchinoni di lusso, persone vestite con abiti griffati e scarpe di marca, persone con gioielli che non raccontano miseria. Ci si auspica che questi ultimi siano coloro che hanno perso un lavoro e sono in difficoltà, o persone che si sono trovate nella condizione di povertà, dovuta a sopraggiunti e immediati problemi famigliari. Comunque abbiamo proseguito in fila, fino al nostro turno.  Mentre eravamo intenti a ritirare i generi alimentari a noi destinati, grazie alla disponibilità di una persona in elenco, notavamo qualcuno che come noi accettava in silenzio ciò che gli veniva dato, altri sceglievano, scartavano, sostituivano non per necessità, ma per preferenza. Si sentivano alcune strane richieste fatte da “nuovi poveri, in giacca e cravatta”, che obiettavano alla consegna di quanto spettante: (questo si….. questo non lo voglio…. cambiami questo con quello…) ed il distributore in difficoltà, rispondeva chiedendo se c’era un motivo certificato per chiedere quello che volevano come, per esempio, allergie alimentari. La “discussione” terminava con un “no, quello non mi piace!!!” e con gentile pazienza mostrata dal personale.

Sappiamo che per accedere all'assistenza alimentare, l’utente deve fare un colloquio di accoglienza, passando per un centro d’ascolto, dove operatori formati effettuano una intervista approfondita in seguito alla quale viene consegnata la dichiarazione sostitutiva unica (DSU) per ottenere aiuti alimentari. E sappiamo anche che l’Agenzia delle Entrate, l’INPS e la Guardia di Finanza effettuano a campione verifiche costanti sui dati patrimoniali e sui conti correnti dei richiedenti, segnalando le difformità ai comuni e alle associazioni.

Concludendo questa nostra piccola inchiesta, resta aperto il paradosso dei nuovi poveri, tra bisogno autentico e zone d’ombra del sistema.La linea di confine è sempre più sottile e non c’è più distinzione tra fragilità e furbizia.

 

“Che cos’è la Verità?” – domandava un alto funzionario romano a qualcuno che sicuramente avrebbe avuto parecchio da dire sull’argomento. Il quale, però, sfortunatamente per tutti noi, in maniera analoga a quando Gautama Buddha veniva interrogato su questioni di alta metafisica, preferì la scelta del silenzio.

Nel mondo del passato, per secoli, si è dibattuto in merito a cosa si dovesse intendere per Verità, arrivando anche a negare la sua stessa possibilità di esistenza, o, in ogni caso, ad affermarne l’assoluta ineffabilità. Un po’ come asseriva Gorgia da Leontini: o non esiste in sé, o non risulta pensabile per noi, o, in ogni caso, non è e non sarà mai dicibile nel nostro misero, limitato e limitante linguaggio umano.

Ciò nonostante, però, in tutte le epoche, coraggiosi ricercatori della Sapienza e della Saggezza hanno continuato ad interrogarsi sulle effettive possibilità dello spirito umano di riuscire a penetrare al di là della dimensione dell’apparenza e del divenire. E i grandi Maestri del pensiero si sono sempre prodigati nel ricordarci che una vita veramente felice e giusta non potrebbe mai essere priva dell’anelito, umile ma determinato, di avvicinarsi sempre più alla luce del Vero. E la migliore Filosofia, partendo dalla socratica consapevolezza del “non sapere”, e sostenuta da un amore autentico per la conoscenza, ha saputo percorrere ed esplorare innumerevoli sentieri verso orizzonti sempre più ampi, rifiutando costantemente dogmatismi e fideismi settari, ed aspirando sempre ad una apertura infinitizzata e infinitizzante della mente e del cuore. Dai grandi Maestri di tutti i tempi e di tutte le civiltà, continuano ad arrivare a noi, viandanti sempre più smarriti in un mondo immerso nell’ingiustizia e nell’idolatria dell’ ”avere”, messaggi preziosi di un sapere antico ed universale, capace di liberarci dalla tirannia della separatività, del rifiuto dell’altro e di tutti gli egoismi individuali e collettivi.

Arrampicandoci sulle spalle dei giganti del pensiero, il nostro sguardo  potrà sempre spaziare oltre i confini angusti della rassegnazione e della conflittualità, immergendosi sempre più e sempre meglio nella luminosità inesauribile di una Verità senza confini.

Di questo e di tanto altro si è parlato nel pomeriggio dello scorso 5 febbraio, presso la scuola elementare Rosalba Carriera (Roma) con la presenza di Roberto Fantini, nostro antico amico e collaboratore. Particolarmente apprezzati i puntuali interventi introduttivi proposti dagli insegnanti yoga Eleonora De Murtas e Cesare Maramici, sull’utilità di una corretta pratica yoga e sul concetto di Satya (verità) all’interno dell’insegnamento degli Yoga Sutra di Patanjali.

L’incontro ha avuto luogo nell’ambito della tradizionale manifestazione  “Yoga porte aperte 2026”, promossa da YANI (Yoga Associazione Nazionale Insegnanti - www.insegnantiyoga.it).

Da sottolineare, con sentito entusiasmo, la presenza sinceramente interessata di un pubblico attento e vivamente partecipe.

 

 


Educare alla pace e riscoprire i contributi della scienza e della pedagogia. Il mondo della scuola sollecitato a perseguire l’obiettivo primario dell’educazione: insegnare a vivere in un mondo di pace. Educazione alla Pace è il titolo del Convegno di sabato 7 febbraio a Firenze nella sala dei Marmi in Piazza Libertà. L’evento è patrocinato dalla Regione Toscana, in collaborazione con il Comune di Firenze e diverse Associazioni della scuola.

Per cercare la via della pace il Convegno metterà al centro il pensiero e l’impegno civile di alcune grandi figure dell’educazione: Don Lorenzo Milani, Maria Montessori, Aldo Capitini, Mario Lodi.
Si partirà dall’esperienza di Don Milani nella scuola di Barbiana per affermare la centralità della parola, quale arma di riscatto sociale, con la necessità di dare a tutti gli usi della parola perché la parola ci fa uguali. Il programma del Convegno prevede la presentazione dell’iniziativa la Flotilla del mondo: lettere ai politici per la pace promossa del Gruppo per la pace e la nonviolenza del Movimento di Cooperazione Educativa.

C’è un legame con l’attività esemplare di Mario Lodi svolta nella scuola di Piadena. L’esperienza della scrittura collettiva, che aveva già ispirato la “Lettera a una professoressa”, ha realizzato nella scuola di Piadena pagine di grande impegno sociale e civile, che ancora oggi continuano a essere fonte di ispirazione per il mondo dell’educazione.
Aldo Capitini è ricordato come il Ghandi italiano, per essere stato sempre dalla parte degli ultimi e per aver fondato a Perugia il Centro di orientamento sociale. Primo teorico della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza in Italia, ha ideato la marcia per la pace tra Perugia e Assisi. Il Convegno darà voce al suo contributo per la nonviolenza.
Con diversi apporti dell’Ente Montessori e dell’Università di Firenze, saranno, poi, esaminati il pensiero e l’opera di Maria Montessori, con particolare riguardo al suo contributo scientifico alla costruzione di una scienza pedagogica nonviolenta, per la costruzione di un mondo senza più guerre.

Scienziata visionaria dell’educazione, candidata per tre volte al Premio Nobel per la pace, la Montessori ha sviluppato nel libro “Educazione e pace” i due motivi principali del suo pensiero, nella convinzione che Costruire la pace è l’opera dell’educazione, la politica può solo evitare la guerra. Per la scienziata marchigiana occorre organizzare la pace attraverso l’educazione, in quanto solo l’educazione è l’arma della pace.
Le conclusioni della giornata saranno affidate all’europarlamentare Marco Tarquinio, già direttore del quotidiano Avvenire. Il Convegno sarà affiancato dalla Mostra fotografica Milani –Montessori e, il giorno successivo, dai Laboratori per bambini di arte, gioco e scrittura.

 

Nel cinema italiano esiste una figura che non ama il clamore, ma lo orchestra. Piero Melissano non entra nelle stanze facendo rumore: ci entra con le domande giuste. È uno di quei produttori che non si limitano a “far quadrare i conti”, ma li mettono al servizio di un’idea, di una visione, di un tempo narrativo che chiede rispetto.

Melissano appartiene a una specie rara: quella dei produttori che leggono le sceneggiature come se fossero romanzi e i budget come se fossero mappe. Non cerca l’effetto immediato, ma la risonanza lunga. «Un film deve continuare anche quando finisce», ama ripetere a chi lavora con lui. Ed è forse questa la cifra più riconoscibile del suo lavoro: la durata emotiva.

Il suo metodo è apparentemente razionale, quasi chirurgico. Analisi dei materiali, studio del contesto, attenzione maniacale alla coerenza. Eppure, sotto questa calma operativa, c’è una tensione creativa costante. Melissano è travolto dalle storie, ma non se ne fa travolgere. Le lascia decantare, come si fa con un vino che promette complessità.

Nel suo percorso produttivo, la centralità dell’autore non è uno slogan, ma una pratica quotidiana. Per Melissano, il cinema è soprattutto fiducia: nel pubblico, nell’intelligenza collettiva, nel non detto.

Non ama l’idea del produttore come “filtro”. Preferisce definirsi un amplificatore.

C’è anche una dimensione etica nel suo lavoro. Sceglie progetti che interrogano il presente senza urlarlo, che parlano del tempo in cui viviamo senza inseguirlo.

Fuori dal set, Melissano mantiene lo stesso atteggiamento: ironico, misurato, mai compiaciuto. Non colleziona successi come trofei, ma come appunti. Ogni film è un passaggio, non un punto d’arrivo.

Forse è per questo che Piero Melissano, resta una figura difficilmente incasellabile. Non è un produttore

“di genere”, né un marchio riconoscibile a colpo d’occhio. È piuttosto una presenza costante e silenziosa, come la colonna portante di un edificio che non chiede di essere vista, ma senza la quale tutto crollerebbe.

E mentre molti inseguono il prossimo trend, lui continua a fare la cosa più rischiosa di tutte: ascoltare il silenzio da cui nascono le storie.

Non tutti i produttori lasciano un’impronta visibile. Alcuni lasciano spazio. Piero Melissano è uno di questi. Ed è in quello spazio che il cinema, a volte, riesce ancora a respirare.

 

 


Questo nostro periodo storico è forse, da ritenersi il più anomalo di tutti  i periodi passati.
L’umanità si è fatta bestialità, la gente si nutre di falsità, pettegolezzi e tutto ciò che conduce al male.
Ragazzi che vanno a scuola con il coltello in tasca, famiglie che si distruggono con l’odio, gente rabbiosa, violenta, incitare l’odio è all’ordine del giorno e chi vede, chi ascolta, chi assorbe tutto questo pare incuriosito e non esterrefatto da tanto  orrore. Molti giornali non si attengono alla notizia ma tutti sembrano opinionisti senza riflessione.
Nel 1972 fu prodotto un film di Bellocchio il cui titolo era “Sbatti il mostro in prima pagina”Attraverso il volto di Gian Maria Volonté, la pellicola svelava come l'informazione potesse essere usata come arma di distrazione di massa per nascondere i veri problemi del Paese. Ecco: nessun film rappresenta meglio questa idea. Ci ipnotizzano con i salotti del crime.
E cosa è successo? Semplicemente che siamo diventati dei cannibali emotivi. Ci nutriamo dei dettagli più intimi e atroci delle cronache nere per riempire un vuoto di stimoli, perdendo ogni capacità di ragionamento e riflessione. Ingoiamo passivamente ogni notizia che ci viene propinata, incapaci ormai di distinguere tra l’ultima serie su Netflix e il telegiornale delle otto. Anzi, la cronaca nera è diventata il nostro nuovo sport nazionale: quello da commentare con la birra in mano mentre sullo schermo scorrono i dettagli dell'ultima autopsia.


Il problema non è solo la nostra curiosità morbosa; quella è sempre esistita, dai tempi delle esecuzioni in piazza – ma il modo viscido in cui questa fame viene alimentata. Oggi l'informazione pura è morta, divorata dall'intrattenimento. Se un delitto non ha un colpevole fotogenico, una villa misteriosa o un movente da soap opera, non cattura l'attenzione.
Ed è qui che i media iniziano a ricamare, a gonfiare, a costruire castelli di carte fatti di "forse", "si dice" e "fonti anonime".  E se la realtà è troppo noiosa per tenere la gente incollata allo schermo? Nessun problema, ci pensa la tecnologia. Siamo arrivati al punto in cui l'intelligenza artificiale viene usata per "abbellire" le tragedie.
Ricostruzioni digitali che sembrano videogiochi, voci clonate che fanno dire ai defunti ciò che non hanno mai detto, immagini generate per dare quel tocco di horror che manca ai fatti reali. Stiamo perdendo il contatto con la verità, quella vera, sporca e triste, che non ha bisogno di filtri Instagram.Il risultato è un Truman Show del sangue dove la vittima è l'ultima preoccupazione di tutti.
Quello che conta è la teoria del complotto più assurda, il sospetto lanciato sui social che distrugge una vita in dieci minuti, il talk show che mette alla gogna chiunque pur di guadagnare uno 0,1% di share in più.
Siamo arrivati a un bivio pericoloso. Da una parte resta il rispetto per la cronaca, dall'altra avanza lo sciacallaggio alimentato da algoritmi e fake news. L’essere umano sembra aver smarrito la capacità di ragionamento critico: tutto ciò che viene veicolato dai tabloid viene assorbito passivamente, alimentando una polarizzazione tossica tra "guelfi e ghibellini" del crimine.
Assistiamo alla nascita istantanea di schieramenti tra colpevolisti e garantisti, dove persone comuni si improvvisano opinionisti, avvocati o magistrati senza alcuna competenza, se non quella del pregiudizio. In questo circo, il vero male — la soppressione della vita e il silenzio di chi non può più parlare  viene dimenticato, soffocato dal rumore di chi ha trasformato il dolore in uno spettacolo di prima serata.

 

L’immagine sembra avere un ruolo centrale: social network,  pubblicità e mezzi di comunicazione spingono spesso le persone a mostrarsi più che a essere.

L’apparenza diventa così uno strumento per ottenere consenso, successo o riconoscimento,  anche pagando il prezzo del nascondere la propria vera identità.

Tutto ciò ci porta a porci un punto di domanda,  ovvero, se è possibile  trovare un equilibrio tra essere e apparire.

 

La società odierna è  un palcoscenico globale.  Dalle bacheche dei social network,  alle luci sfavillanti della pubblicità,  l’immagine regna sovrana , spesso a discapito della sostanza

La frenetica ricerca del “like” e del consenso,  ha purtroppo trasformato l’apparenza in una moneta di scambio dal valore inestimabile,  spingendo molti a indossare maschere che celano l’identità autentica.

Ma in questa vertigine dell’’immagine,  il valore dell’essere è destinato a perdersi, o può ancora riemergere come guida per una vita piena e significativa.

La centralità dell’immagine non è un fenomeno del tutto nuovo. Oggi, più che mai i social media amplificano questa dinamica, offrendo strumenti di revisione e filtri che ci permettono di curare meticolosamente ogni dettaglio della propria facciata.

L’apparenza  diventa così, non solo uno di strumento di interazione, ma un fine in sé: si appare per piacere,  per ottenere successo e consenso, per sentirsi parte di un gruppo.

Il rischio che si corre, in questo scenario è la progressiva alienazione da sé stessi.

La “maschera” iniziale, indossata per l’esterno , finisce per aderire alla pelle, rendendo difficile la distinzione tra la finzione e la realtà.

Si vive purtroppo,  in funzione del giudizio altrui, perdendo il contatto con i propri valori,  desideri e fragilità.

L’autenticità,  che richiede vulnerabilità e accettazione di sé,  viene percepita come un rischio, un punto debole da nascondere in un mondo che premia la perfezione.

Una società che dà peso preponderante all’apparenza, corre rischi significativi, sia a livello  individuale che collettivo.

A livello personale,  l’incessante confronto con modelli spesso irrealistici , genera molta insicurezza, ansia, e nei casi più  estremi, disturbi dell’umore e dell’alimentazione.

I momenti felici,  ahimè,  son diventati una performance da mettere in scena, uno stato d’animo da coltivare. A livello sociale,  l’enfasi sull’immaginazione contribuisce a una cultura della superficialità.

Le relazioni diventano più effimere e si basano sull’interesse, sono meno profonde e autentiche.

La mediocrazia viene sottoposta  a favore del “sapere vendersi”, e la sostanza delle idee o delle competenze passa in secondo piano,  rispetto al carisma o all’estetica di chi le propone.

Dunque,  si premia il contenitore  e di dimentica il contenuto.

Credo fermamente che sia possibile trovare un equilibrio tra essere e apparire, ma richiede un atto di consapevolezza e una scelta attiva.

L’apparenza dopotutto,  ha una funzione sociale: la cura di sé,  il modo in cui ci presentiamo, sono forme di rispetto per gli altri e strumento di comunicazioni non verbale.

Il problema nasce quando  L’apparenza diventa l’unica misura del valore personale.

In conclusione,  l’autenticità non è  un ritorno a un passato idealizzato,  ma una sfida moderna e necessaria.

In un mondo che ci spinge a essere sempre sul palco, scegliere di “essere” prima ancora di  “ apparire “ è  un atto di coraggio e, in ultima analisi, la via maestra per costruire una società più umana,  fondata non sull’effimero luccichio dell’immagine,  ma sul solido valore della verità personale.

 

 

 

*Il Manifesto ":"Germania, per i diciottenni torna la leva militare. I volontari non potranno operare all'estero Sono partite ieri dai centri reclutamento dei 16 Land le prime cartoline di arruolamento. Ufficialmente sarà una naja 'volontaria' della durata minima di sei mesi" 

Se partono le cartoline di convocazione ai Distretti Militari per il relativo arruolamento, la parola "volontario" NON esiste.

I veri  "volontari" sono quelli che autonomamente e liberamente si recano nei centri di reclutamento.

Un camuffamento sostenuto da dichiarazioni (oggi) tranquillizzanti (non opereranno all'estero: quindi sono utilizzabili solo sul territorio tedesco?). Il proprio riarmo, questa Germania ormai da anni in profonda crisi economica-produttiva, lo faccia con il PROPRIO denaro (Euro o Marchi che siano) e le relative crisi occupazionali le risolva diversamente.

Le generazioni a ridosso delle WW e quelle più giovani chiamate a farsi una cultura molto, molto, sommaria) su libri di testo molto rivisitati e quindi storicamente omissivi, parziali, o complessivamente manipolati, non hanno mai sentito il fischio mortale delle bombe e delle pallottole tedesche: e non vorrebbero ascoltarlo oggi o fra X anni.

Su questo, il pur discusso Winston Churchill aveva ragione: ogni X anni la Germania ha rigurgiti tali da condurla a un riarmo e a un piano di guerra, offensivo. Bene sarebbe che le Nazioni che hanno combattuto ciò, con ferite profonde nelle loro popolazioni categorie e/o gruppi sociali ed etnici, con persecuzioni naziste o ultra naziste ferocemente antagoniste con i mezzi più crudeli di ogni minima concezione rispettosa della LIBERTÀ, della DEMOCRAZIA, delle LIBERTA' PERSONALI e COLLETTIVE.

Non facciamoci irretire da  quanti solo a parole si ergono a difensori di tregue e pacificazioni, ancora peggio se sostenute da un obbrobrio dialettico che va sotto il nome di "armiamoci per la pace" perché "così saremo pronti per la guerra". Quale guerra, contro quali nemici veri o immaginari, con quali obiettivi reali (certamente di conquista territoriale e relativo sfruttamento delle risorse, promuovendo anche illeciti e pilotati movimenti di Piazza per favorire vero e proprio colpi di Stato)? Qualcuno ha dichiarato guerra all'Italia o alla Francia o all'Inghilterra o alla Finlandia o alla Spagna o altra Nazione europea?

Ce lo facciano espressamente sapere: senza utilizzare cortine fumose e giochi di parole: in tal caso i popoli si stringeranno ai loro governanti. Ma i governanti devono anche comprendere che loro rappresentano i popoli, di cui non possono né devono dimenticare gli interessi e i desideri più concreti e collettivi: lavoro e occupazione, sanità, scuola, salario e difesa del potere d'acquisto, industria e commercio. Ossia: sono i governanti a doversi meritare l'abbraccio e il plauso di coloro che amministrano. Riarmarsi oggi per programmare aperte e frontali ostilità belliche tra 3, 5 o 10 anni (contro chi? Venusiani, alieni marziani o da Orione, da Andromeda...? Altri popoli della nostra martoriata Terra?), suona apertamente come un non-sense.

Guerra = lutti, catastrofi, distruzioni, sangue, odio e rancore duraturi, predatoria conquista/furto di terre e risorse, famiglie distrutte, povertà e miseria umane e materiali...

Pace = ricerca e difesa di una reale Armonia, collaborazione, solidarietà e aiuto tra i popoli, crescita produttiva e quant'altro con grande e reciproco rispetto. Con ciò combattendo ogni forma di schiavismo o repressione della tolleranza, del libero pensiero e della fratellanza dei popoli, combattendo lecitamente tutti coloro che pensano che gli uomini siano mercanzia di basso profilo.

Unisco questa mia sommessa voce a quelle parole e a quei concetti persino ovvii - similari, precisi, netti, ineludibili: vero grido di dolore - pronunciati da menti e cuori non devastati né sedati a forza: per ultimo da S.S. Leone XIV°.

Il 2026 può essere devastante senza che nemmeno ce ne rendiamo conto: da un momento all'altro, attimi... La distruzione assoluta: niente più presente, né futuro...solo morte e rovine fumanti, atomizzate

Ma se noi dedichiamo/continuiamo a dedicare ogni risorsa a difendere l'Essere Umano, ponendo/continuando a porre e difendere l'Uomo al Centro della Vita, con tutti ciò che ne consegue ...ebbene, le migliori speranze potranno tornare a manifestarsi, concretamente.

 

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