L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Spirituality (98)


 
Franco Libero Manco
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In seguito alla diffusione sempre più prepotente di elementi culturali di derivazione orientale, favorita, già dalla fine del secolo XIX, soprattutto dall’ appassionato lavoro divulgativo portato avanti da Helena Petrovna Blavatsky e dalla Società Teosofica da lei fondata, il concetto di Karma (in sanscrito Karman e in pali Kamma), da essa stessa ritenuto indispensabile per rendere possibile la promozione di un quanto mai necessario processo di rigenerazione etica dell’intera civiltà occidentale (profondamente viziata e corrotta da ipocrisia, egoistico utilitarismo, e grossolano materialismo), ha finito per conquistarsi un posto di rilievo all’interno del sentire collettivo. 1)

Nel corso del XX secolo, tale concetto, in seguito soprattutto alla crescente attenzione nei confronti del pensiero buddhista, è divenuto, infatti,  sempre più popolare e, di conseguenza, sempre più presente nel nostro comune pensare e parlare. Ma, come sovente accade in casi del genere, l’immagine concettuale che si è prevalentemente imposta risulta tristemente banalizzata, svuotata delle sue complesse valenze filosofiche, e ridotta, perlopiù, a mero sinonimo di drammatica nèmesi o di angosciante destino fatale.

Potrà, quindi, risultare sicuramente di qualche utilità il cercare di mettere meglio a fuoco l’esatta portata teoretica e le inevitabili conseguenze sul piano pratico della corretta concezione karmica, particolarmente presente nelle variegate modulazioni delle filosofie indiane, ma rintracciabile altresì anche all’interno dell’antico pensiero ellenico nonché in diversi passi evangelici e paolini (“Ogni lavoratore merita il suo salario, dice la Sapienza del Vangelo; ogni azione, buona o cattiva, è una madre prolifica, dice la Sapienza dei Secoli”).

       Secondo Sarvepalli Radhakrishnan, la cosiddetta legge del karman non sarebbe altro che “la legge della conservazione dell’energia mentale”2), corrispondente, sul piano morale, alla legge dell’uniformità relativa al piano fisico. Secondo l’adozione di simile canone interpretativo applicabile all’intera realtà, nulla, nell’ambito del divenire, potrebbe essere considerato totalmente incerto e fortuito, in quanto tutti noi (anzi, tutto ciò che vive, inclusi gli stessi dèi) saremmo perennemente destinati a raccogliere i frutti da noi stessi seminati, nell’esistenza attuale o in vite anteriori.

       “Il seme buono - scrive - arreca una buona messe, quello cattivo, un cattivo raccolto. Ogni azione, per quanto insignificante, produce i suoi effetti sul carattere. (…)

Non possiamo arrestare il processo dell’evoluzione morale, più di quanto non possiamo arrestare l’alternarsi delle maree o il corso degli astri. Il tentativo di scavalcare la legge del karman è altrettanto inutile quanto il tentativo di saltare oltre la propria ombra.

E’ una sorta di registrazione del suo passato, che il tempo non può confondere, né la morte cancellare.” 3)

Secondo il filosofo indiano, nelle Upanishad prima, e nel Buddhismo poi, il grande rilievo conferito alla concezione karmica andrebbe inteso soprattutto come rimedio all’antica credenza vedica secondo cui la redenzione dal peccato sarebbe stata conseguibile attraverso il ricorso ai sacrifici rivolti alle divinità. Come leggiamo nella Chandogya-Upanishad, l’uomo viene considerato come creatura “fatta di volontà” e, di conseguenza:

      “Secondo quello che egli crede in questo mondo, tale egli sarà quando ne sarà dipartito”, e “Quale che sia il mondo che egli agogna col suo spirito, e quali che siano gli oggetti che egli desidera, l’uomo di mente pura riesce a conseguire quei mondi e quegli oggetti.”
 

Ancora più esplicito è quanto limpidamente asserito nel Dharmapada (in pali Dhammapada) buddhista:

           “Gli elementi della realtà hanno la mente come principio,

hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti di mente.

Chi parli oppure operi con mente corrotta,

lui segue la sventura come la ruota segue il piede (dell’animale che traina il veicolo).

(…) Chi parli oppure operi con mente serena,

lui segue la felicità come l’ombra che non si diparte.”  4);
 

In epoca contemporanea, poi, all’interno del pensiero teosofico, in maniera più chiaramente ed esplicitamente argomentata, il Karma  viene inteso come la LEGGE fondamentale dell’intera realtà, la vera e propria pietra angolare alla base della  struttura dell’Universo. 

Helena Petrovna Blavatsky, ne La Chiave della Teosofia, la definisce  la “Legge Ultima” della Vita universale, ovvero la legge infallibile, “la sorgente, l’origine e la fonte da cui derivano tutte le altre”. 5)

    Madame Blavatsky

In sanscrito karman  significa “azione”, ovvero - come spiega W.Q. Judge (cofondatore della Società Teosofica ed uno dei principali collaboratori di Madame Blavatsky) -  “l’effetto che sgorga fuori della causa, l’azione e la reazione, l’esatto risultato di ogni pensiero ed azione.”  6)  Essendo  l’Universo considerato come  una unità organica e intelligente, ogni movimento all’interno di esso risulta essere un’ azione che conduce a risultati a loro volta causa di altri risultati.

 “Karma  -  dice sempre la Blavatsky  -  è in sé stesso inconoscibile, ma la sua azione è percettibile”. Ciò implica che, pur venendo considerata la sua essenza noumenica al di sopra di ogni possibilità di comprensione, a risultare esperibili in maniera tangibile sono le sue manifestazioni fenomeniche.

Qualcosa, quindi, di assai più complesso di quanto  ci potrebbero far pensare le diffuse volgarizzazioni mediatiche dei nostri tempi, tanto che, dalla stessa Madame Blavatsky, venne definita come “la più difficile” fra tutte  le dottrine teosofiche.

Nonostante, però, l’impenetrabilità della sua vera natura sotto il profilo strettamente  ontologico (fisico e metafisico), la sua dignità speculativa e le sue numerose valenze concettuali appaiono filosoficamente ben comprensibili, sul piano logico ed ancor più su quello etico.   

         “Se si applica alla vita morale dell’uomo -  scrive ancora Judge - Karma è la legge della causalità etica, della giustizia, della ricompensa e della punizione; la causa della nascita e della rinascita, ma allo stesso tempo il mezzo per cui si può sfuggire all’incarnazione.” 

Nella coscienza di chi accetta di lasciarsi conquistare da questa  rigorosa visione del mondo può venirsi a produrre un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento psicologico sommamente benefico, capace di svolgere una funzione profondamente terapeutica, liberandoci da erronee quanto pericolose opinioni come il ritenere:

  • che il divenire del mondo sia dominato dalla mera casualità che, in molti casi, viene a coincidere con la più ripugnante assurdità;

 

  • che il mondo sia sottoposto al volere imperscrutabile di una o più divinità, il cui operare (ai nostri occhi soventemente privo di ragionevolezza e di senso della giustizia) appare del tutto incomprensibile ed incontrollabile, oppure parzialmente modificabile solo in base all’adozione e all’utilizzo di determinate pratiche rituali.

Ovverosia: che non sussista alcuna possibilità di orientare il proprio cammino nel mondo; che il nostro vivere sia continuamente subordinato al potere di forze a noi superiori a cui dovremmo, di conseguenza, pienamente sottometterci e che dovremmo cercare di ingraziarci, ricorrendo agli espedienti adottati dalle varie religioni nel corso del tempo (preghiere, sacrifici, penitenze, pellegrinaggi, ecc.), responsabili della diffusione di una mentalità e di una prassi comportamentale accidiosamente ignave, opportunistiche ed utilitaristiche.

 Visioni del mondo entrambe destinate a generare, sia a livello individuale che collettivo, un velenoso effetto di degradante deresponsabilizzazione.

Secondo la Teosofia, quindi,

 “Non vi è che questa dottrina che possa spiegare il misterioso problema del bene e del male e riconciliare l’uomo con la terribile ed apparente ingiustizia della vita; sola questa certezza può calmare il nostro senso di giustizia offeso” ed impedirci “di maledire la vita, gli uomini ed il loro supposto Creatore.”   7)

Infatti, tale concezione, se correttamente intesa, ci mette al riparo sia da forme di grossolano materialismo (oggi sempre più imperanti) sia da forme di fideismo e di fatalismo, mettendoci in condizione di  accettare in serena consapevolezza: 

  • che il nostro cammino sia il frutto di nostri innumerevoli precedenti cammini;
  • che il nostro pensare e il nostro agire siano sempre ricchi di valore;
  • che tutto quello che facciamo, anche le cose apparentemente più piccole ed irrilevanti, abbiano un immenso significato.

Continuamente costruiamo noi stessi.

Continuamente contribuiamo nella costruzione delle vite di tutti gli innumerevoli esseri che ci vivono e che ci vivranno accanto, nell’infinito viaggio che conduciamo e condurremo nell’infinito tempo e nell’infinito spazio.

Dovremmo pensarci e sentirci, quindi, come lavoratori perennemente all’opera nella vigna immensa della Vita Universale, chiamati a scegliere, attimo per attimo, cosa, come, dove, quanto e quando seminare, chiamati a scegliere fra le varie metodologie di aratura, concimazione, potatura, ecc … Lavoratori sempre in grado di migliorare i propri orti e i propri frutteti, sempre in grado di eliminare erbacce, di dare più acqua, di dare (soprattutto)  più amore a tutto ciò che faremo germogliare, sbocciare, maturare …

Lavoratori saggiamente consapevoli che tutto quello che andremo a fare, e a non fare, lascerà un segno indelebile sul corso degli eventi, che nulla potrà essere mai cancellato, azzerato, riportato indietro nel tempo.

Ma anche consapevoli che sempre i nostri (inevitabili) errori e mancanze  potranno essere curati, corretti, sanati.

Grazie, soprattutto, alla nostra convinzione di non essere mai sconfitti del tutto e definitivamente, mai condannati ad arrenderci e a firmare  una  resa  senza condizioni.

 Come ben sottolinea Nyanaponika Thera (uno dei massimi esponenti contemporanei del Buddhismo Theravada), non dovremmo mai dimenticare che il karma non è soltanto qualcosa che siamo costretti a subire, bensì qualcosa di perennemente modificabile, definito suggestivamente come “l’utero da cui nasciamo, il vero creatore del mondo e di noi stessi quali sperimentatori del mondo,” ma inteso anche come la legge immanente alla realtà che, sapientemente compresa e vissuta, ci consentirà di liberarci da ogni forma di schiavitù, dedicando tutte le nostre azioni e i loro frutti al raggiungimento della meta più elevata:

la liberazione finale di se stessi e di tutti gli esseri viventi.”

La dottrina del kamma (in pali) enunciata dal Buddha si dimostra (…)  - pertanto - un insegnamento di responsabilità morale e spirituale per sé e per gli altri”, in quanto tutti gli esseri viventi sono, di fatto, gli unici veri ed inalienabili proprietari e responsabili del proprio karma:

Essi sono i soli eredi legittimi delle loro azioni, ed entreranno in possesso del patrimonio di risultati positivi e negativi.”

 “incessantemente affaccendati a costruire e ricostruire questo mondo e i mondi superiori.” 8)  

         In definitiva, una filosofia di vita fondata sul pensiero karmico - secondo l’insegnamento del Buddha come secondo il pensiero teosofico di Madame Blavatsky - sarebbe felicemente in grado di conferire alla persona umana una centrale dignità, affermandosi concretamente  come scuola di autoconsapevolezza capace di attuare una vera e propria “rivoluzione” etica e culturale, rendendoci compassionevoli collaboratori del cammino cosmico e coraggiosi seminatori e costruttori di Pace.

 

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NOTE

  1. Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), definita dallo storico Theodore Roszak come “uno dei pensatori più originali e penetranti del suo tempo”, fu senza dubbio una delle donne più straordinarie del XIX secolo e dell’intera età moderna.

Dopo decenni di viaggi ed incontri con maestri, occultisti e ricercatori spirituali di varie culture, scuole e discipline mistiche, nel 1875, a New York, fondò con alcuni collaboratori la Theosophical Society (Società Teosofica), dando avvio a quello che sarebbe diventato un grande movimento di rinnovamento  culturale, che si sarebbe esteso rapidamente su scala internazionale, segnando in maniera significativa la sua epoca. La Società Teosofica si diffuse rapidamente sia in India, dove venne istituita la sede internazionale ad Adyar (Madras), sia in Europa. Il suo obiettivo fondamentale fu di promuovere, in nome della libera ricerca e di un amore incondizionato per la Verità, un concreto sentimento di Fratellanza, al di là di qualsiasi possibile distinzione, capace di accomunare donne e uomini di ogni credo (o di nessun credo), in un clima costruttivo di scambio, dialogo e collaborazione.

Oltre ad un numero impressionante di articoli e saggi apparsi su riviste di vari paesi, diede alla luce alcune opere letterarie di straordinaria ricchezza filosofica e di incomparabile valore mistico-esoterico:

  • Iside svelata, un’opera monumentale che affronta una ricca gamma di tematiche che vanno dalle mitologie arcaiche alla filosofia greca, dai vari aspetti delle scienze occulte alla vera natura della magia, dal problema delle radici della cristianità agli errori del dogmatismo cristiano, dalla rassegna di fenomeni paranormali del passato alla confutazione delle credenze dello spiritismo contemporaneo;
  • La Chiave della Teosofia, densa ed incisiva esposizione delle principali concezioni filosofiche della Teosofia, nonché della natura e della missione storica della Società Teosofica;
  • La Voce del Silenzio, contenente brani tradotti da un antico testo sacro orientale (Il libro dei precetti d'oro), da lei appresi a memoria durante il suo addestramento in Tibet.
  • La Dottrina Segreta, opera di circa 1.500 pagine, in due volumi (Cosmogenesi e Antropogenesi), che costituisce il più ampio tentativo di presentare le concezioni teosofiche sulle origini e sull’evoluzione del Cosmo e dell’Uomo.
  • Un Glossario teosofico di straordinaria ricchezza, rimasto sfortunatamente incompiuto e pubblicato postumo.
  1. Radhakrishnan, La filosofia indiana. Dal Veda al Buddhismo, Einaudi, Torino 1974, p.230.
  2. Ivi, pp.230-1.
  3. Dhammapada, I, 1-2, in Canone buddhista, Utet, Torino.
  4. Helena Petrovna Blavatsky, La Chiave della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1966, p. 178.
  5. William Q. Judge, L’Oceano della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1964, p. 125.
  6. P. Blavatsky, op. cit., p. 187.
  7. Nyanaponika Thera, La visione del Dhamma, Ubaldini Editore, Roma 1987, pp. 250-253.

 

 

 

 

 

 

Di fronte ai fatti di Modena, la tentazione immediata è quella di cercare una spiegazione semplice, rassicurante, quasi automatica. Si preferisce spesso etichettare rapidamente il male, attribuendolo ad una categoria ideologica o religiosa, piuttosto che interrogarsi sulle profonde ferite antropologiche ed esistenziali che attraversano la società contemporanea. Eppure, dietro molte esplosioni di violenza, soprattutto quando compiute da giovani cresciuti ormai dentro il contesto culturale italiano ed europeo, si intravede frequentemente non tanto un progetto strutturato di terrorismo quanto una drammatica crisi dell’identità personale.

La violenza contemporanea assume spesso i tratti di un grido disperato di riconoscimento. Non nasce solamente dall’odio verso l’altro, ma da un conflitto interiore irrisolto, da una frustrazione accumulata, da una percezione di fallimento esistenziale. In questo senso, alcuni episodi della cronaca moderna ricordano dinamiche che, pur manifestandosi con strumenti diversi, appartengono allo stesso universo antropologico del bullismo e del cyberbullismo: il bisogno di affermarsi distruggendo simbolicamente o concretamente qualcuno.

La società digitale ha moltiplicato queste dinamiche. Vi sono individui che, incapaci di accettare i propri limiti, trasformano la rabbia interiore in aggressività permanente. Alcuni sfogano tale frustrazione dietro uno schermo, attraverso l’insulto, la denigrazione, l’umiliazione sistematica dell’altro; altri, in condizioni psicologiche più gravi e destrutturate, finiscono per trasferire quella stessa violenza sul piano fisico.

Alla radice vi è spesso un dramma identitario. Una parte della cultura contemporanea ha alimentato nei giovani aspettative sproporzionate rispetto alla realtà concreta della vita. Il mito del successo personale, dell’autorealizzazione immediata e dell’affermazione sociale assoluta ha generato personalità fragili, incapaci di accettare la frustrazione, il sacrificio, la gradualità dell’esistenza. Quando poi la realtà impone limiti, lavori umili, percorsi diversi da quelli immaginati, alcuni vivono tale esperienza non come una fase naturale della vita, ma come un’umiliazione insopportabile.

Qui emerge una questione antropologica decisiva: il rapporto tra dignità e lavoro.

La tradizione cristiana ha sempre insegnato che non esiste lavoro indegno quando esso è onesto. Nel Vangelo, Cristo stesso trascorse gran parte della sua vita nel silenzio di Nazareth, lavorando con le mani. San Paolo ricorda che “chi non vuole lavorare, neppure mangi”. La civiltà cristiana ha riconosciuto una nobiltà profonda anche nelle occupazioni più semplici, perché il valore della persona non deriva dal prestigio sociale ma dalla sua intrinseca dignità.

La cultura piccolo-borghese contemporanea, invece, ha spesso sostituito la dignità con lo status. Alcuni vengono educati non alla realtà ma all’illusione di essere destinati a qualcosa di superiore per diritto quasi naturale. Si sviluppa così una forma di narcisismo sociale: ci si sente “speciali” non per meriti concreti ma per un’immagine costruita dalla famiglia, dall’ambiente culturale o dall’ideologia meritocratica deformata. 

Quando questa immagine entra in collisione con la realtà quotidiana, può nascere un rancore devastante. Il lavoro manuale o umile viene vissuto come degradante; il confronto con chi appare più realizzato genera invidia; la frustrazione diventa aggressività. Non di rado si tratta di persone interiormente non libere, incapaci di accettare la propria condizione storica concreta.

La psicologia contemporanea conosce bene questi meccanismi. La frustrazione narcisistica, quando incontra personalità fragili e prive di solide radici morali e spirituali, può trasformarsi in rabbia distruttiva. L’Io ferito cerca allora compensazione nel dominio, nell’aggressione o nella vendetta simbolica contro il mondo percepito come ostile.

Sul piano teologico, questa dinamica richiama il dramma del peccato dell’orgoglio. L’orgoglio non è semplicemente vanità; è il rifiuto della realtà. È la ribellione dell’Io contro il limite. È la pretesa di autosufficienza che non accetta di essere creatura.

In questa prospettiva, molte forme di violenza contemporanea appaiono come il frutto di una società che ha smarrito il senso del limite, del sacrificio e dell’umiltà. Una società che promette continuamente autorealizzazione ma non educa alla sofferenza, alla fatica, alla disciplina interiore.

L’uomo contemporaneo viene spesso lasciato solo davanti alle proprie frustrazioni. Le famiglie, talvolta, invece di educare alla realtà, proteggono i figli da ogni confronto con il fallimento. Si genera così una fragilità emotiva che esplode appena il soggetto incontra contraddizioni concrete.

Anche per questo il disagio esistenziale odierno non può essere affrontato soltanto con categorie securitarie o repressive. Certamente la società deve difendersi dalla violenza, ma deve anche interrogarsi sulle sue radici profonde. Occorre ricostruire un’antropologia della realtà, del limite e della responsabilità.

L’uomo ha bisogno di sentirsi amato non per il prestigio che possiede ma per ciò che è. Ha bisogno di riscoprire il valore del sacrificio, della concretezza, della fatica quotidiana. Ha bisogno di ritrovare un orizzonte spirituale che restituisca significato anche ai momenti apparentemente più umili della vita.

Solo così sarà possibile contrastare quella rabbia nichilista che, in forme diverse, attraversa la società contemporanea: dalle aggressioni verbali sui social fino agli atti estremi di violenza.

Il problema non è soltanto sociale o politico. È anzitutto antropologico e spirituale.

Ed è qui che la riflessione cristiana conserva ancora oggi una straordinaria attualità.

Perché ricorda all’uomo contemporaneo che la vera grandezza non consiste nell’apparire superiori agli altri, ma nell’accettare con verità la propria condizione umana, trasformando anche il limite in occasione di maturazione interiore.

Solo un uomo riconciliato con la realtà può diventare veramente libero.


Nel dibattito contemporaneo su eutanasia e suicidio assistito emerge con forza una questione decisiva: che cosa è davvero l’uomo? E, di conseguenza, quale significato attribuiamo alla sofferenza, alla cura e alla dignità della vita?
Il nodo centrale – spesso volutamente oscurato – non è la libertà di morire, ma la qualità del vivere, soprattutto nelle situazioni di fragilità estrema. Quando una persona arriva a desiderare la morte, raramente lo fa per una autentica scelta libera; più spesso si tratta del segno di una solitudine, di un dolore non adeguatamente trattato, di una mancanza di senso e di accompagnamento. In questo senso, il desiderio di morire diventa un grido, non una decisione.


L’uomo: essere relazionale e non individuo isolato
L’antropologia cristiana vede l’uomo non come un individuo autosufficiente, ma come un essere costitutivamente relazionale. La dignità della persona non deriva dalla sua efficienza, dalla sua autonomia o dalla sua produttività, ma dal suo essere creato e amato.
Quando la cultura dominante riduce l’uomo a funzione – produttiva o consumistica – allora la malattia e la debolezza diventano scandalo. In questa prospettiva distorta, il malato grave rischia di percepirsi come un peso. Ed è proprio qui che nasce la tentazione dell’eutanasia: non come affermazione della libertà, ma come resa alla logica utilitaristica.


Il dolore: scandalo o luogo di verità?
Il dolore rappresenta uno dei grandi misteri dell’esistenza umana. La visione tecnocratica tende a eliminarlo a ogni costo, mentre la prospettiva cristiana lo inserisce in un orizzonte di senso, senza mai idealizzarlo.
Qui si inserisce il ruolo decisivo delle cure palliative: esse non eliminano la persona insieme al dolore, ma si prendono cura della persona nel dolore. Questa distinzione è fondamentale. Non tutto è guaribile, ma tutto è curabile. E la cura autentica non riguarda solo il corpo, ma anche la dimensione psicologica, relazionale e spirituale.


Libertà o abbandono? Il rischio di una falsa compassione
Si parla spesso di “diritto a morire”, ma è necessario interrogarsi: quale libertà è possibile quando una persona è schiacciata dal dolore o dalla solitudine? La richiesta di morte può essere, in molti casi, il risultato di un abbandono terapeutico o affettivo.
Una società che propone la morte come soluzione rischia di trasformare un problema da risolvere (la sofferenza) in una persona da eliminare. È qui che si inserisce il monito di Gualtiero Bassetti, il quale richiama con forza il principio dell’intangibilità della vita umana, fondato non solo sulla fede ma anche su una visione antropologica e giuridica coerente con la dignità della persona.


Cure palliative: risposta umana e cristiana
Le cure palliative rappresentano una delle più alte espressioni di civiltà. Esse incarnano un principio fondamentale: non si abbandona mai una persona, soprattutto quando è più fragile.
Laddove le cure palliative sono efficaci e accessibili, la richiesta di eutanasia diminuisce drasticamente. Questo dato, prima ancora che statistico, è profondamente antropologico: l’uomo non vuole morire, vuole smettere di soffrire. E quando è accompagnato, ascoltato e curato, ritrova spesso un senso anche nella fase finale della vita.


Il rischio culturale: dalla cura alla selezione
Una società che legittima il suicidio assistito apre inevitabilmente a una deriva selettiva. Chi stabilisce quali vite sono degne di essere vissute? Quali criteri vengono adottati? Il rischio è quello di una nuova forma di eugenetica, non più imposta, ma interiorizzata.
Si passa così da una medicina che cura a una medicina che decide. E questo rappresenta una frattura antropologica gravissima.


Conclusione: la dignità non si perde, si riconosce
La vera risposta al dolore non è la morte, ma la prossimità. Non è l’eliminazione del sofferente, ma la condivisione della sua sofferenza.
La dignità dell’uomo non è negoziabile perché non dipende dalle condizioni in cui si trova. Anche nella malattia più grave, anche nella fragilità più estrema, la persona conserva intatto il suo valore.
Per questo motivo, il compito di una società autenticamente umana non è offrire scorciatoie mortali, ma costruire reti di cura, di amore e di solidarietà.
Solo così si risponde davvero alla domanda più profonda dell’uomo: non “posso morire?”, ma “sono ancora amato?”

 

 

Per molti era “un problema”. Un ragazzo fuori schema, difficile da comprendere. Per questo fu rinchiuso in ospedali psichiatrici. Anni dopo, quello stesso ragazzo avrebbe scritto L’Alchimista, un libro capace di raggiungere oltre 150 milioni di lettori nel mondo. Ma ridurre tutto al successo sarebbe un errore. Questa è, prima di tutto, una storia di ricerca.

Da giovane non corrispondeva a ciò che la famiglia si aspettava. Avrebbero voluto per lui una vita ordinaria, una professione sicura, un percorso lineare. Lui invece era attratto dall’arte, dalla libertà, da una dimensione più profonda dell’esistenza. Nel Brasile degli anni Sessanta, un’inclinazione del genere veniva vista con sospetto. Non come un talento, ma come una deviazione.

Fu così che arrivarono i ricoveri forzati. Tre volte. Trattamenti invasivi, isolamento, elettroshock. Per chi gli stava intorno era un tentativo di “normalizzarlo”. Per lui, paradossalmente, fu l’inizio di una presa di coscienza. Una volta fuori, maturò una decisione netta: non avrebbe più modellato la propria vita sulle aspettative altrui.

Gli anni successivi furono intensi. Collaborazioni artistiche, musica, guadagni, esperienze. Eppure, qualcosa continuava a mancare. Il desiderio più autentico diventare scrittore restava irrealizzato. La svolta arrivò a 38 anni. Decise di mettersi in cammino lungo il Cammino di Santiago. Un viaggio lungo centinaia di chilometri, fatto di fatica, silenzi e riflessioni.

Ci sono momenti, durante un percorso così, in cui tutto pesa: il corpo, i pensieri, i dubbi. E altri in cui, improvvisamente, qualcosa si chiarisce. Fu proprio lì che nacque una nuova consapevolezza.

                  Salvo Nugnes
 


L’idea che ogni individuo abbia un proprio destino da seguire, una direzione unica. E che il mondo, in qualche modo, favorisca chi trova il coraggio di inseguirla. Rientrato da quell’esperienza, iniziò a scrivere. Nel 1987 completò in poche settimane il suo romanzo, L’Alchimista.

Racconta una storia essenziale: un giovane pastore andaluso, un sogno ricorrente e un viaggio alla ricerca di un tesoro. È un racconto simbolico sul destino, sulla “leggenda personale” e sul coraggio di seguire la propria strada. E porta a una scoperta inattesa: ciò che si cerca lontano, spesso è già vicino.

L’inizio, però, fu tutt’altro che promettente. La prima pubblicazione passò inosservata. Poche copie vendute, scarso interesse. L’editore rinunciò. Una battuta d’arresto che avrebbe fermato molti. Non lui. Decise di riprovarci, trovando un nuovo editore e ripartendo da zero. Questa volta accadde qualcosa di diverso. Il libro cominciò a circolare spontaneamente. Da lettore a lettore. Senza campagne, senza strategie di marketing.

Cresceva lentamente, ma in modo costante. Dal Brasile si diffuse in America Latina, poi negli Stati Uniti, fino a raggiungere ogni parte del mondo. Oggi L’Alchimista è considerato uno dei libri più letti a livello globale: ha superato i 150 milioni di copie vendute, è stato tradotto in oltre 80 lingue ed è pubblicato in più di 170 Paesi. Continua da decenni a essere ristampato e viene spesso regalato nei momenti di cambiamento, come simbolo di ricerca e rinascita. Il motivo del suo impatto è semplice. Non racconta solo una storia. Racconta un’esperienza condivisa.
Parla di chi si sente fuori posto. Di chi cerca un significato. Di chi cade, ma sceglie comunque di proseguire.

Il messaggio che lascia è diretto: per ritrovare se stessi, a volte è necessario allontanarsi; per comprendere ciò che conta, bisogna attraversare l’incertezza; e, soprattutto, non smettere di andare avanti. Perché è proprio nel cammino che, spesso, si trova la risposta. E sono contento di averlo incontrato circa 30 anni fa, quando venne in Italia, a Domenica In, Rai 1, per promuovere il suo libro.

 


Il fatto di oggi – un tredicenne che accoltella la propria professoressa di francese – non può essere liquidato come il gesto improvviso di “un ragazzo problematico”. Le prime ricostruzioni giornalistiche parlano di un’aggressione premeditata in una scuola del Bergamasco, con elementi inquietanti di spettacolarizzazione e odio coltivato. La docente, fortunatamente, non sarebbe in pericolo di vita. Ma il punto è un altro: quando un ragazzo di tredici anni arriva a colpire una figura educativa, non siamo davanti a una semplice devianza individuale; siamo davanti al fallimento di un ecosistema educativo.

Il problema, dunque, non è solo il coltello. Il coltello arriva alla fine. Prima c’è stata una lunga pedagogia del permissivismo, dell’impunità, del “poverino”, del “mio figlio non farebbe mai una cosa del genere”, del “non traumatizziamolo con dei no”. E così abbiamo generazioni di figli senza limite, senza colpa, senza vergogna, e spesso – cosa ancora più grave – senza verità.


Il “no” perduto e la morte simbolica del padre e della madre. Sul piano antropologico, una civiltà sopravvive solo se sa trasmettere il limite. Il limite non è repressione: è umanizzazione. Il bambino nasce onnipotente nel desiderio: vuole tutto, subito, a modo suo. Il compito del padre e della madre – e, in seconda battuta, della scuola – è introdurlo alla realtà. E la realtà si introduce soprattutto con una parola oggi quasi proibita: NO. Quel “no” non è un’umiliazione. È il primo atto d’amore serio. È il confine che dice al figlio: “Tu non sei il centro del mondo. Esistono gli altri. Esiste il bene. Esiste il male. Esiste una legge che non dipende dai tuoi umori.” Quando questo non accade, il figlio cresce biologicamente ma non simbolicamente. Diventa grande di corpo, ma rimane piccolo di coscienza.
Sa usare il telefono, il social, il linguaggio dell’odio, magari perfino la menzogna sofisticata, ma non sa reggere una frustrazione, un rimprovero, una bocciatura morale, un richiamo alla realtà.
Ed ecco il cortocircuito: chiunque ponga un limite – un genitore, un professore, un educatore, un sacerdote – viene vissuto non come un bene, ma come un nemico. Dalla correzione all’odio: quando l’adulto viene delegittimato. Una volta l’insegnante poteva essere severo, talvolta persino troppo, ma conservava una funzione simbolica. Oggi, invece, è spesso lasciato solo.
Il professore corregge un alunno e rischia di trovarsi contro: il ragazzo, i genitori del ragazzo, il gruppo WhatsApp dei genitori, il clima culturale del “cliente ha sempre ragione”, e perfino un certo linguaggio pseudo-pedagogico che ha scambiato l’autorità per violenza.
Il risultato è devastante: il minore non viene più educato a chiedere scusa, ma a difendersi sempre.
Anche quando è colpevole. Questo è uno dei nuclei più velenosi del nostro tempo: non il peccato, ma il negazionismo del peccato; non l’errore, ma la incapacità di riconoscere l’errore; non la fragilità, ma la sacralizzazione della fragilità come alibi permanente.
E qui il problema non è solo sociale. È profondamente spirituale.
Il peccato originale pedagogico del nostro tempo: l’innocentismo assoluto. La tradizione cristiana non ha mai creduto all’innocenza automatica dell’uomo. Ha sempre insegnato che il cuore umano è ferito, inclinato al bene ma anche al male, e che per questo ha bisogno di: educazione, disciplina, verità,
correzione, conversione.
La modernità permissiva, invece, ha prodotto una teologia secolarizzata e falsa dell’infanzia: “Il bambino è sempre puro; se sbaglia, è sempre colpa degli altri; se aggredisce, è perché è stato ferito; se mente, è perché non si è sentito compreso.”
Certo: le ferite esistono. I disagi esistono. Le fragilità esistono. Ma nessuna ferita giustifica la cancellazione della responsabilità morale. Altrimenti il male non si cura: si coccola. E ciò che viene coccolato, prima o poi, cresce. Onora il padre e la madre… e rispetta il maestro.
C’è un quarto comandamento che oggi non viene quasi più meditato: “Onora tuo padre e tua madre.”
Ma nell’orizzonte biblico e classico, l’onore ai genitori si allarga al rispetto delle mediazioni autorevoli: anziani, maestri, educatori, sacerdoti, guide.
Io appartengo a una generazione che – con tutti i suoi limiti – sapeva ancora cosa fosse il rispetto.
Ricordo il gesto del baciare la mano al rettore dei Salesiani di Messina.
Oggi questo gesto farebbe sorridere molti. Lo liquiderebbero come retaggio di un mondo superato. E invece conteneva una sapienza antropologica profonda: riconoscere che non siamo tutti uguali nello stesso modo, che ci sono figure cui è dovuto onore non per servilismo, ma per civiltà.
Una società in cui il tredicenne tratta il professore come un bersaglio e il padre tratta il figlio come un piccolo sovrano è una società che ha smarrito il senso della gerarchia del bene.
Non parlo di autoritarismo. Parlo di ordine morale. Perché senza ordine morale non c’è libertà: c’è solo arbitrio. Bullismo, omertà affettiva e idolatria del figlio. C’è poi un altro aspetto, forse ancora più doloroso:
i genitori che difendono i figli bulli fino all’inverosimile. Questa è una delle patologie morali più diffuse del nostro tempo. Un tempo il figlio che sbagliava veniva richiamato. Oggi, troppo spesso, viene coperto.
Non importa l’evidenza. Non importa il danno arrecato. Non importa il dolore dell’altro.
Conta una sola cosa: salvare l’immagine del figlio e, in fondo, l’immagine narcisistica del genitore stesso.
Il figlio diventa un idolo. E come tutti gli idoli, pretende sacrifici umani. Si sacrifica la verità. Si sacrifica la giustizia. Si sacrifica la vittima. Si sacrifica perfino il bene del figlio stesso, perché un figlio mai corretto è un figlio consegnato alla rovina morale.
Chi non insegna a un ragazzo a dire “ho sbagliato” lo sta preparando, in piccolo o in grande, a diventare un adulto pericoloso.
La mia esperienza: il negazionismo come seconda violenza. Ed è qui che il fatto di oggi tocca anche la mia esperienza personale.
Chi ha vissuto dinamiche di bullismo, umiliazione, allusione, profili ambigui, cancellazioni improvvise, cambi di nome, presenze che compaiono e scompaiono, frasi come “sennò mi rovini”, sa che spesso il punto non è solo l’offesa iniziale. Il punto è quello che viene dopo. La seconda ferita, spesso peggiore della prima, è il negazionismo. Il negazionismo è una forma raffinata di violenza morale. Non ti colpisce solo nel fatto accaduto: ti colpisce nella tua stessa percezione del reale.
È il meccanismo per cui, davanti a indizi, coincidenze, retromarce, cancellazioni, paure, silenzi e frasi rivelatrici, la vittima viene spinta a dubitare di se stessa: “Stai esagerando.” “Non puoi provarlo.”
“Lascia stare.” “Meglio non andare oltre.”
Talvolta perfino chi dovrebbe aiutarti ti lascia intuire che c’è qualcosa, ma ti fa capire anche che insistere significherebbe entrare in una palude senza verità.
E allora la coscienza si trova davanti a un bivio tremendo: continuare a cercare conferme da chi non vuole dire la verità, oppure prendere atto del livello morale della situazione e dire: basta.
“Scuotete la polvere dai vostri piedi”: il distacco evangelico Molti sacerdoti, di fronte a situazioni di menzogna ostinata, ricordano una parola evangelica severa e liberante: “Scuotete la polvere dai vostri piedi.” (cfr. Mt 10,14) Non significa vendetta. Non significa odio. Non significa disinteresse morale.
Significa qualcosa di molto più esigente: rifiutarsi di continuare a mendicare verità da chi ha scelto la menzogna. A un certo punto, insistere oltre non è più carità.
Può diventare perfino complicità con il male, perché si entra nel suo teatro, nelle sue ambiguità, nel suo sistema di rinvii, mezze ammissioni, cancellazioni, travestimenti, ipocrisie. Il Vangelo non ci chiede di inseguire all’infinito chi non vuole convertirsi.
Ci chiede di testimoniare la verità e, quando necessario, di separarci interiormente dal male. Questo non toglie il dolore. Ma restituisce dignità. Il perdono cristiano non è cancellazione del giudizio morale.
Qui bisogna essere chiarissimi, soprattutto in un tempo che confonde tutto: perdonare non significa fingere che non sia successo nulla. Il perdono cristiano non è amnesia morale. Non è “volemose bene”.
Non è assolvere il male chiamandolo fragilità.
Il perdono autentico è un atto della libertà che impedisce al male subìto di diventare il padrone definitivo del proprio cuore. Ma il perdono può convivere con un giudizio fermo: ciò che è stato fatto è stato male;
ciò che è stato negato è stato vile; ciò che è stato coperto è stato ingiusto.
E a volte la forma più sana di perdono è proprio la distanza: “Andate per la vostra strada; io vado per la mia.” Non è maledizione. È separazione morale. Il rimorso come ultima possibilità di salvezza. C’è una frase dura ma profondamente vera: “Vi auguro rimorso di coscienza a vita.” Molti la troveranno eccessiva.
Io la leggo, invece, in chiave spirituale. Perché il rimorso, quando non degenera in disperazione, è una grazia. È il punto in cui la coscienza, che aveva anestetizzato il male, ricomincia a sentire.
Una persona senza rimorso è una persona spiritualmente in decomposizione. Una persona che finalmente prova vergogna, invece, non è ancora perduta. Per questo, paradossalmente, augurare un vero rimorso può essere più cristiano che augurare un’immediata autoassoluzione psicologica. Il problema del nostro tempo non è che la gente si sente troppo in colpa. Spesso è il contrario: non si sente più in colpa per nulla.
E una civiltà senza colpa è una civiltà senza redenzione, perché solo chi riconosce il male può desiderare davvero il bene.
La scuola non si salva con i protocolli, ma con il ritorno dell’autorità morale. Se vogliamo evitare che episodi come quello di oggi diventino sempre meno eccezionali, non bastano: più circolari, più psicologismi astratti,
più retorica sui “ragazzi da ascoltare”.
Ascoltarli, sì. Ma educarli prima ancora. La scuola si salva solo se viene ricostruita un’alleanza seria tra: famiglia, insegnanti, istituzioni, comunità educante, e, per chi crede, coscienza religiosa. Una società che ha paura di correggere i minori finirà per aver paura dei minori. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Conclusione: la verità prima della pace. La pace senza verità è solo tregua apparente. L’educazione senza autorità è solo intrattenimento. La famiglia senza correzione è solo convivenza biologica. La misericordia senza giustizia è solo complicità sentimentale. Il tredicenne che accoltella una professoressa non nasce dal nulla. Nasce da anni di cedimenti, deresponsabilizzazioni, giustificazionismi, idolatria del figlio, paura del conflitto educativo, collasso del senso del bene e del male. E chi ha vissuto anche in piccolo il bullismo, il negazionismo, la menzogna coperta, le ambiguità e le retromarce, lo sa bene: il male raramente si presenta subito con il coltello. Prima arriva travestito da minimizzazione, da bugia, da omertà, da “lascia stare”.
Per questo oggi più che mai occorre tornare a parole antiche e salvifiche: verità, rispetto, autorità, colpa, conversione, coscienza. Senza queste parole, non salveremo né la scuola né i figli. E forse, a lungo andare, nemmeno noi stessi.

 

“… c’è motivo per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto.

In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio, l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”

                                                                        Hans Jonas  

                                        “Del resto, è noto il principio morale secondo cui anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva già pone l’obbligo del suo pieno rispetto e dell’astensione da qualunque azione mirante ad anticipare la morte.”

                                                                    Papa Giovanni Paolo II  

 

In questi giorni, davvero insistente e martellante è stata (e continua ad essere) l’attenzione mediatica rivolta al piccolo Domenico, il povero bimbo morto dopo aver subito un trapianto di cuore.

Molti gli interrogativi sollevati su quanto accaduto e non poche le zone d’ombra in merito a quella che, in maniera oltremodo perentoria, viene, unanimamente quanto sbrigativamente, definita “un’incredibile catena di errori”. Fra questi interrogativi, però, risultano assenti quelli che, invece, meriterebbero di essere considerati come veramente cruciali ed irrinunciabili.

 Innanzitutto:

dal momento che il piccolo cuore risultato “danneggiato” in seguito a presunte procedure erronee non è una “cosa”, bensì parte vitale del corpo di un altro bimbo, qualcuno si domanda se lo si è espiantato quando non era più funzionante, da un corpo oramai privo di vita (quindi “cadavere”),  oppure quando era ancora funzionante, e  perciò “sano” (in quanto “vivo”!), da un corpicino  che, quindi, cadavere non avrebbe potuto certo essere considerato? 

In altre parole, non è sconcertante constatare come il pensare comune non sia minimamente turbato dagli aspetti paradossali dell’ideologia del sistema trapiantistico (da sempre abilissimo nell’opera di autocelebrazione), il quale ritiene “normale” che, da un organismo considerato non più “vivo” (e certamente quindi  non più molto “sano”), possa venire legittimamente prelevato un cuore (“vivo” e “sano”), capace di continuare a vivere in un corpo non suo?

Insomma, possibile che nessuno si domandi come possa un organo funzionante provenire da un corpo realmente soggetto alla morte?

Possibile che nessuno si interroghi sulla effettiva fondatezza scientifica e sull’accettabilità etica, giuridica e religiosa dell’invenzione concettuale (di chiara impronta utilitaristica) della  “morte cerebrale”?

Possibile - mi chiedo - che, nonostante i numerosi casi di “morti cerebrali” ritornati “miracolosamente” in vita, nessuno venga sfiorato dal dubbio, dal sospetto che l’ideologia della “morte cerebrale”, su cui si fonda necessariamente la pratica del trapianto di organi, sia cosa molto più vicina alla irrazionalità della fede, piuttosto che alla moderna scienza sperimentale? 

In conclusione, non sarebbe doveroso, da parte di tutti noi, credenti e non credenti, riflettere attentamente sulle sagge parole di Giovanni Paolo II, il quale, come non pochi filosofi, teologi e scienziati*, in un discorso del 1989, si trovò a parlare di 

                      “una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”? 

*Si vedano, in particolar modo:

Roberto De Mattei (a cura di), Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.

 e il mio Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, edizione aggiornata e ampliata, edizioni Efesto, Roma 2023.

 

 “Siamo stati alberi, piante, erbe, minerali, scoiattoli, cervi, scimmie e animali unicellulari, e tutte queste generazioni di antenati sono presenti in ogni cellula del nostro corpo come in ogni cellula della nostra mente. Noi siamo la continuazione di questa corrente di vita.”

                                                                                       Thich Nhat Hanh 

 

In questi ultimi anni, il tema della Natura, della sua devastazione in corso e della crescente consapevolezza relativa alle irrimarginabili ferite che l’idiozia umana le sta infliggendo, si va sempre più imponendo, in maniera più o meno sentita e sincera, all’attenzione generale. Ma il concetto di Natura, al di là delle mere apparenze che ce lo possono far sembrare come uno dei concetti  massimamente evidenti e di comune condivisione, ad uno sguardo attento, non può che risultare di assai difficile definizione.

Il soggetto umano, infatti, risultando impossibilitato dalla propria limitata e limitante struttura cognitiva a penetrare nella sua intima essenza, non è in grado di andare oltre la veste fenomenica di ciò che comunemente chiamiamo Natura, in quella che, kantianamente, possiamo ritenere la realtà noumenica o realtà in sé.  Per cui, potremmo dire che ognuno di noi percepisce, elabora e si costruisce una propria rappresentazione della Natura, e che ogni scuola di pensiero ha finito per costruirsene una peculiare immagine concettuale.

Con il risultato che, ad invocare ed evocare la Natura, incontriamo sia coloro che, come Erasmo da Rotterdam, sostengono la “naturale” bontà dell’essere umano, sia quelli che, come Thomas Hobbes, si fanno teorizzatori della condizione del “bellum omnium contra omnes” e dell’ “homo homini lupus”. E al magistero della Natura si ritengono autorizzati ad appellarsi sia gli irenici teorizzatori della nonviolenza, sia i

 Giordano Bruno

teorizzatori della “lotta per la vita” e della guerra come suprema “igiene del mondo”.

Nicola Abbagnano, nel suo insuperabile Dizionario di Filosofia, ci fornisce elementi di conoscenza preziosi per provare a prendere consapevolezza delle varie concezioni della Natura che si sono sviluppate nell’ambito della storia del pensiero occidentale, aiutandoci a comprendere come, inevitabilmente,  ci troviamo di fronte non certo ad una visione omogenea e monolitica, bensì ad un grande serbatoio di concetti diversamente allacciati fra di loro, a volte in stretta correlazione, a volte in radicale contrapposizione.

Ci spiega, infatti, come la Natura sia stata intesa, nel corso del tempo, come “il principio del movimento o la sostanza”; come “l’ordine necessario o la connessione causale”; come “l’esteriorità, in quanto contrapposta alla interiorità della coscienza”; come “il campo d’incontro o di unificazione di certe tecniche d’indagine.”

Nel primo caso, la Natura viene ad essere interpretata come principio di vita e di movimento di tutto ciò che esiste: forma e sostanza,  intesa sia come causa efficiente e sia come causa finale della totalità delle cose; natura naturante e, nello stesso tempo, natura naturata. E sarà soprattutto la cultura umanistico-rinascimentale ad approdare a questo tipo di sfolgorante esaltazione speculativa: Nicolò Cusano affermerà che la Natura “E’ lo Spirito diffuso e contratto per tutto l’universo e per tutte le sue singole parti”, mentre Giordano Bruno arriverà a dirci che la Natura “o è Dio stesso o è la virtù divina che si manifesta nelle cose”. In questa prospettiva, la Natura appare come un principio inesauribilmente dinamico, perennemente e infinitamente  creatore.

Nel secondo caso, invece, la Natura viene ad essere intesa come ordine e necessità, ovvero come l’insieme della connessione dei vari fenomeni secondo regole necessarie o leggi. La necessità – afferma Leonardo – è “inventrice della Natura, e freno e regola eterna”, mentre Galileo la considera come l’ordine matematico ed immutabile dell’universo.

Nel primo caso, ci veniamo a trovare in una prospettiva dinamica che possiamo definire di carattere organicistico-vitalistico, in cui possiamo fare rientrare sia le tendenze ilozoistiche dei filosofi presofisti, sia lo “slancio vitale” e l’Evoluzione creatrice” di un Henri Bergson.

Nel secondo caso, riscontrabile già nel pensiero di un Democrito o di un Epicuro, ma peculiare, in particolar modo, del pensiero scientifico moderno, prevale invece l’immagine di un cosmo rigidamente

  Thich Nhat Hanh

meccanicistico, retto da leggi oggettive che tutto regolano secondo criteri fissi e necessari, e perciò senza alcun orientamento finalistico.

Nel tempo, queste due concezioni sono apparse, perlopiù,  ideologicamente inconciliabili: da una parte, una natura viva e pulsante, attraversata da un’inesauribile spinta evolutiva; dall’altra una natura dominata da una rigorosa architettura geometrica, eternamente guidata da un ordine di carattere ciclico.

 Helena P. Blavatsky

A dire il vero, dal pitagorismo alla fisica quantistica, non sono mancati geniali tentativi di sposare le due opposte visioni, sostenendone l’intrinseca convergenza e complementarietà. Quello certamente più riuscito, vero punto di approdo delle scuole esoteriche del passato e, al contempo, fonte di illuminata ispirazione per le più ardite aperture biofisiche e astrofisiche dei nostri giorni,  è, a mio avviso, quello realizzato dalla costruzione cosmologica de La Dottrina Segreta di Helena Petrovna Blavatsky. In essa, l’intero Cosmo è definito  vivo e cosciente in ogni sua singola parte: la Divinità, intesa come un Principio assolutamente impersonale, è ritenuta essere presente in ogni singolo atomo e il Tutto appare come intimamente progettato, generato e retto da una Forza intelligente: “Le radici, il tronco ed i suoi numerosi rami sono tre oggetti distinti, ma un solo albero.” *  Nello stesso tempo, è ferma la convinzione che esista  “un piano”  anche “nell’azione delle forze apparentemente più cieche” e che, quindi,  “Tutto l’ordine della Natura” manifesti “un cammino progressivo verso una vita superiore”. **  Secondo il pensiero teosofico, “il mondo è il prodotto di un’evoluzione che parte dal principio eterno” e questo principio (“inconoscibile” nella sua intima essenza) “è presente in tutte le cose ed in tutti gli esseri; esso è tutte queste cose e tutti questi esseri. Nell’eternità dei tempi, le manifestazioni che periodicamente appaiono e scompaiono, emanano da questo principio. In questo flusso e riflusso, l’evoluzione avanza ed essa costituisce il progresso della manifestazione.” ***

Ovvero: c’è vita pulsante ed infinita all’interno di una struttura matematicamente ordinata e c’è logicità e regolarità all’interno di un processo evolutivo perennemente in divenire. La Natura, teosoficamente intesa, assomma in sé l’esistenza di leggi fisse e immodificabili accanto all’inarrestabile esuberanza di una plotiniana “sovrabbondanza d’essere”, che la sospinge a rigenerarsi all’infinito, in un inesausto cammino evolutivo  di autoperfezionamento.

Come successivamente dirà il monaco zen Thich Nhat Hanh, ogni atomo di un granello di polvere “è dotato di intelligenza ed è una realtà vivente” , e la Natura non è soltanto intorno a noi, ma noi stessi “siamo LEI”: la nostra esistenza, pertanto, è indissolubilmente intrecciata con quella di un’unica immensa realtà vivente, tanto che, a ben guardare, potremmo scorgere (e percepire) l’esistenza di  una sorta di “cordone ombelicale” che ci lega alla “nuvola che fluttua nel cielo”.

Da una simile prospettiva unitaria e unificante, se ben compresa e ben assimilata, potrebbe (e dovrebbe) emergere una felice risposta ai tanti mali del tempo presente:

una consapevolezza generatrice di pensieri e azioni armoniosamente rispettosi e responsabili, in grado di indurci a rinnegare ogni forma di rapporto inquinato dalla separatività e dalla prevaricazione, e capace di farci assaporare ed amare l’incommensurabile meraviglia dell’Essere in cui “Tutto è un miracolo”, e in cui tutti “inter-siamo”.

 

Il sorriso della Terra,

la nostra Madre dai capelli verdi,

porta uccelli e farfalle alle foglie e ai fiori. (…)

 

Il giorno che trafiggerai l’illusione

troverai anche tu quel sorriso.

Niente resta e niente va perduto. …”

 

                                                              Thich Nhat Hanh 

 

NOTE

 

*La Dottrina Segreta I, Cosmogenesi, ETI, Vicenza 2010, p.111.

**Ivi, p.287.

***William Quan Judge, Princìpi generali della Teosofia,Lucifer, dicembre 1893.

 

 

 

 

 

Dalla città universale della pace, Assisi, giunge un segno di rinnovata responsabilità etica: l’Avvocato Fabrizio Abbate entra a far parte del Comitato Scientifico del Forum per la Pace, per riaffermare la centralità della coscienza nell’era dell’Intelligenza Artificiale. 

Ad Assisi, dove ogni pietra parla di dialogo e ogni silenzio custodisce una preghiera, il pensiero ritrova la sua voce più autentica.

Tra le mura che da secoli accolgono il linguaggio universale della pace, Fabrizio Abbate, giurista, autore della Saga NeoEvo e studioso dei diritti nell’età digitale, entra nel Comitato Tecnico Scientifico (CTS) dell’Assisi Strategic Forum per la Pace, un luogo dove l’Etica diventa la radice viva del futuro. 

Viviamo un tempo fragile e complesso, in cui la tecnologia avanza a un passo più rapido della riflessione che dovrebbe accompagnarla.

Mentre l’Intelligenza Artificiale ridisegna il confine dell’umano, cresce l’esigenza di voci capaci di restituire al progresso una direzione di senso. Tra queste si colloca la nomina di Fabrizio Abbate, interprete di un pensiero etico che intende orientare la trasformazione globale con misura e consapevolezza.

La sua figura si lega a questo percorso con coerenza, frutto di un impegno che unisce il rigore del diritto alla visione etica del pensiero umanista. 

Già alla guida di Assodiritti e del Salotto Letterario di ENIA, Abbate affida al Forum la profondità della sua duplice vocazione: il diritto come architettura della giustizia e l’etica come respiro della speranza. 

Il Prof. Giannone, Presidente del CTS e dell’Associazione Umanesimo ed Etica per la Società Digitale, ha sostenuto con convinzione la nomina, riconoscendo in Abbate una voce capace di unire cultura, diritti e responsabilità. La sua presenza nel Comitato rappresenta la volontà di riportare l’essere umano al centro del dialogo mondiale e di costruire una pace che nasca dalla consapevolezza.

 

“L’Etica è la Pace”: un Manifesto per il nuovo tempo.

Per Fabrizio Abbate, entrare nel CTS non è un traguardo, ma la naturale prosecuzione di un cammino. La sua visione parte da un principio semplice e radicale: “L’Etica è la Pace.”

Una verità che diventa promessa e direzione. Nelle sue parole, l’etica non si limita a regolare l’agire umano: lo eleva, lo riporta al suo nucleo di responsabilità e dignità. Così, la tecnologia ritrova la propria misura e la conoscenza diventa ponte tra libertà e solidarietà.

Abbate invita a un nuovo Umanesimo, in cui scienza e spirito avanzano insieme, riconoscendo nella cooperazione la forma più alta dell’intelligenza.

 

Dal disarmo materiale al risveglio morale.

Lo stesso spirito anima il Comitato Scientifico di Assisi, laboratorio di idee e di rinascita, dove la pace si costruisce attraverso gesti concreti.

Le armi si trasformano in energia civile, la paura in fiducia, la competizione in collaborazione.

La visione della Conversione Nucleare traduce il sogno in progetto: convertire la potenza distruttiva in forza generativa, inaugurando una nuova stagione di speranza. 

In questa prospettiva si inserisce anche l’opera letteraria di Abbate.

Con la saga del NeoEvo, l’autore ha costruito un universo narrativo in cui l’Intelligenza Artificiale diventa la lente attraverso cui leggere i dilemmi dell’età contemporanea. Titoli come Astrolìa e il mistero delle Tre Cattedrali ed Extrafallaces: Astrolìa e l’Intelligenza Artificiale nel NeoEvo intrecciano simbolismo, arte, diritti e tecnologia in un racconto che esplora il rapporto tra verità e illusione, libertà e potere. Nelle opere, l’IA non è solo presenza tecnologica, ma protagonista morale che interroga l’uomo sul senso del suo stesso destino. 

Il percorso creativo e civile di Abbate trova così la sua naturale continuità ad Assisi, dove arte, pensiero e diritto si incontrano per dare voce a un nuovo paradigma etico, fondato sulla pace e sulla dignità umana.

 

L’Uomo, cuore della rivoluzione digitale.

Il cammino di Fabrizio Abbate nasce nel solco luminoso di Pacem in Terris, raccogliendo l’eredità di un pensiero che pone i diritti e la dignità dell’uomo al centro del progresso.

Da questa radice si leva la sua voce, chiara e necessaria, ad Assisi: l'intelligenza autentica risiede nella coscienza viva, capace di orientare la rivoluzione tecnologica verso il bene comune. 

Quando la tecnica si allontana dall’etica, perde la sua vocazione creativa e genera smarrimento.

Solo la pace, nutrita di dialogo e fondata sul diritto, restituisce all’Uomo la sua grandezza originaria: quella di essere custode, non padrone, del mondo che crea. 

E da Assisi, grazie anche alla visione del Prof. Giannone, la nomina di Fabrizio Abbate si trasforma in un segno vivo di speranza: un ponte tra Intelligenza Artificiale e umanità, tra conoscenza e coscienza nel nome della pace.

La fede non è certezza granitica, ma esercizio di ascolto radicale: la riflessione del Cardinale José Tolentino de Mendonça sull'immaginazione come unica via per abitare l'incompiutezza umana e ritrovare il reale originario.

 

Nell'aula magna della rassegna Bayram al Maxxi la sera del 4 ottobre, un silenzio denso si è fatto varco di luce. L'ambiente, avvolto in una profonda oscurità, era filtrato da una suggestione cromatica verde smeraldo che emanava dallo schermo, creando un'atmosfera sospesa e quasi liturgica.

Il panel, intitolato “Per una teologia dell’immaginazione”, ha visto la voce del Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione, poeta e teologo di profonda risonanza, dialogare con Fabrizia Sabbatini e Guglielmo Gallone.

L’atmosfera era un respiro sospeso e il pensiero sembrava aver assunto la forma di una preghiera collettiva. Il pubblico, raccolto nell’ombra, ha atteso il suono delle prime parole e, da quel momento, la parola si è fatta dimora. 

La poesia si è presentata come la soglia, il punto d’ingresso imprescindibile per l’immaginazione e la fede. Tolentino ha parlato con tono pacato, lasciando che la sua voce seguisse il ritmo di una rivelazione interiore.

Per lui, la poesia rappresenta una forma radicale di attenzione, un esercizio di ascolto, un luogo di vuoto fertile.

Chi scrive, al pari di chi prega, accetta l’incompiutezza e vi riconosce la condizione stessa della verità. Il poeta, secondo il Cardinale, vive nell’intervallo tra la parola e il silenzio, nell'interstizio fecondo dove la domanda è più essenziale della risposta. Nella preghiera, questa attenzione si sublima in filiazione: pronunciare Abba significa riconoscere la propria origine, accogliere la vertigine di essere amati e custoditi. 

La conversazione ha toccato il mistero della vocazione, intrecciando biografia e pura contemplazione. Tolentino ha evocato la sua infanzia in Angola, dove la vastità africana gli ha donato il senso dello spazio illimitato e del tempo primordiale. Quell’esperienza è divenuta la radice di un pensiero ampio, capace di scorgere nella vastità stessa la possibilità di Dio. Da quell'humus germinò il suo sguardo poetico, capace di abitare l'immaginazione quale supremo strumento di conoscenza.

Papa Francesco, nel riconoscerlo e chiamarlo a Roma, ne ha intercettato l’orizzonte vasto, l’anima che reca in sé la misura del deserto: un invito a vivere la fede come ininterrotto atto creativo.

In questo crocevia tematico, l’immaginazione è apparsa come una forza spirituale, una difesa contro la realtà fabbricata, una via per ritrovare il reale originario. 

Il poeta-teologo ha evocato la distinzione di Carlo Michelstaedter tra retorica e persuasione: la prima costruisce mere apparenze, la seconda genera la verità vissuta. Vivere in prima persona, con piena consapevolezza, significa sottrarsi al dominio delle immagini imposte e ritrovare la profondità dell’esperienza.

L’immaginazione diventa allora atto di resistenza, modo per attraversare la superficie e toccare il nucleo stesso dell’essere. 

Non stupisce che da tale visione si sia giunti a interrogare la Bibbia. Essa si manifesta, nel discorso, come una corteo infinito di domande e non un volume statico.

La parola biblica non è allora un codice immobile, ma un’onda d’urto che plasma la storia e genera ininterrotto linguaggio: è il gene sacro che ha ispirato letteratura, architettura, filosofia, scienza. In ogni epoca si manifesta come traccia viva, come rumore sacro che fende il silenzio.

Tolentino l’ha definita un “patrimonio diffuso”: una corrente che scorre anche là dove non la si attende, persino nella scrittura di autori come José Saramago, che ha fatto della Bibbia un laboratorio narrativo pur dichiarandosi lontano dalla fede. 

Da questa prospettiva scaturisce la riflessione sulla necessità improrogabile di riconciliare la fede con l’immaginazione. Senza quest'ultima, ha ricordato il Cardinale, non è possibile comprendere né l’amore né il male, né la ferita né la grazia. L’immaginazione è la via attraverso la quale l’invisibile si rende visibile, il mistero si fa incarnazione. Gli scrittori, con un’attenzione minuziosa alla vita, esercitano questa vocazione, trasformando le piccole gestualità quotidiane in linguaggio dell’anima. L’arte, come la teologia più autentica, è una scuola dello spirito, una fessura che lascia filtrare la luce nel quotidiano distratto.

Nel cuore della meditazione, la parola comunità è risuonata come profezia. L'epoca attuale vive una frammentazione profonda: gli individui si credono connessi, ma sono isole. La comunità, invece, è la possibilità di condividere un immaginario, di riscoprire una storia comune.

Il Cardinale José Tolentino de Mendonça 

Ha citato Sant’Agostino: “Voglio che tu sia”, perché nell’amore più puro si cela il desiderio che l'altro esista. In questo desiderio si fonda la vera comunione, quella che salva dal rischio dell’individualismo e restituisce alla vita la sua misura plurale. 

La conclusione del dialogo è stata affidata all’evocazione del Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, allestito nel carcere femminile della Giudecca. Lì, la poesia è stata seminata tra le mura, sotto l’unica finestra senza sbarre. Le parole scritte dalle detenute, accanto ai versi dei poeti di ogni tempo, hanno testimoniato che la poesia è l’unica cosa capace di entrare e uscire liberamente da ogni prigione. Questa scelta, ha detto Tolentino, è un atto di immaginazione incarnata: la fede che si fa visione e la visione che si fa spazio di libertà. 

La serata si è congedata con la lettura di Attraverso la terra, un testo lirico che il Cardinale ha estratto dalla sua raccolta poetica Estranei alla terra.

Le sue parole hanno dato forma a una certezza che, infine, non ha avuto bisogno di risposte dogmatiche, ma che è rimasta sospesa, palpabile, nell’aria: l’immaginazione è la forma più alta e umana del coraggio, la forza che scioglie gli opposti e unisce conoscenza e tenerezza, pensiero e rivelazione. E così, in quella vibrazione lenta e profonda, la teologia si è fatta sussurro poetico, e la poesia, svincolata dal suo stesso rito, è tornata a essere, finalmente, pura preghiera.

 

Hermann Hesse parlava dell’ozio come di un’arte di matrice orientale, una pratica perlopiù sconosciuta alla cultura dell’occidente, nella quale – come il nostro autore sottolineava a più riprese – l’industrializzazione e il progresso della tecnica erano le uniche risorse tramite cui l’umanità avrebbe tracciato il proprio cammino. Ebbene, l’efficienza era un principio cardine, imperante, che già ai tempi di Hesse provvedeva sistematicamente nel guidare il singolo nel pensiero e nelle scelte, in cosa fosse più conveniente alla luce di bisogni contingenti, della volontà spersonalizzata delle masse e dei doveri sociali, il tutto in ossequio a un imperativo opportunistico incentrato sulle virtù secolari dell’utile e del necessario.  

La particolarità di autori come Hesse risiede in quella lungimiranza che schiude nella mente del lettore contemporaneo la consapevolezza di fenomeni che risentono solo in apparenza dei cambiamenti del tempo e nei quali l’atteggiamento acritico dei molti si è manifestato attraverso varie forme sotto l’egida della normalità. L’ozio concepito da Hesse è in un certo senso una specie di pratica esoterica, appannaggio di quei pochi (coraggiosi) che sanno come andare controcorrente. L’affermazione di una volontà individuale, libera dalle logiche dell’epoca, non era solo l’espressione di uno stile di vita atipico e poco ordinario, bensì un vero e proprio atto di eroismo per sé stessi e per tutti quegli spiriti affini nei quali, al centro delle proprie esistenze, fioriva solitario il sentimento artistico. L’autore ci metteva oltretutto in guardia dalla facile associazione dell’ozio al puro e semplice far niente, o al vizio della procrastinazione che distoglie la persona dalla contemplazione del qui e ora, dall’accettazione più autentica della vita vissuta istante per istante. A tal proposito, vengono in mente le parole del celebre mistico indiano Jiddu Krishnamurti quando alla domanda “Qual è il vero fine della vita?” risponde: “E’, prima d’ogni cosa, ciò che ne fate; è ciò che fate della vostra vita”.  Dietro l’apparente semplicità di questa osservazione, Krishnamurti lancia un monito rivolto a chi, invece di vivere con consapevolezza il proprio tempo, si limita a subirlo. Un appello a coloro che ricercano incessantemente risposte eloquenti e definitive senza interpellare prima di tutto se stessi, senza riflettere sulle domande giuste da porsi.

Tuttavia, sarebbe un errore se vedessimo nella pratica dell’ozio un metodo infallibile per adattare – in maniera del tutto personale – il tempo a disposizione ai ritmi della produttività, seppur nobilitata da finalità artistiche; vista come la conquista di un senso, la consapevolezza di sé non implica automaticamente la paura e il disprezzo dei cosiddetti “tempi morti”, dei momenti di pausa nei quali il tempo opera in modo misterioso. L’incubo dell’artista consiste proprio in questo mistero, nell’incomprensibilità racchiusa in istanti di silenziosa inoperosità ai quali si contrappone l’ossessiva esternazione del genio; parliamo di situazioni in cui secondo lo scrittore tedesco “…l’artista stesso viene sorpreso e deluso ogni volta da simili pause, ogni volta egli cade nelle stesse angosce e negli stessi tormenti […]”. Ma nelle esperienze individuali custodite nei suoi racconti, Hesse offriva al pubblico la dimostrazione che non esiste spirito dotato di sensibilità artistica destinato a ristagnare nell’ozio.

Per l’appunto Nell’arte dell’ozio Hermann Hesse riesce a descrivere con forza l’immagine di chi esercita con grazia e spontaneità l’oziare, e del legame che intercorre tra tale pratica e la catarsi spirituale, elemento imprescindibile per la crescita del sé. Viene in mente la novella Il pittore, in cui l’autore raccontava la storia dell’artista Albert, la cui produzione artistica, per quanto ispirata fosse, era fatta di continui insuccessi. Nessun plauso da parte del pubblico; la speranza che le sue opere suscitando forti emozioni sarebbero state un giorno apprezzate rimaneva soltanto un’illusione. Nonostante la delusione, Albert, stanco delle preoccupazioni quotidiane, abbraccia uno stile di vita che lo avrebbe cambiato completamente. Smette di produrre, e comincia ad osservare la natura con le sue bellezze. Cede alla solitudine, accoglie il silenzio; si lascia inebriare senza le interferenze di pensieri e volontà. In quei momenti Albert sente svanire il proprio Io - influenzato dall’approvazione esterna - a favore di una totale simbiosi con la natura. Alla fine, l’artista riprenderà a dipingere, questa volta con più fortuna, eppure continuerà ad “andarsene via di nuovo alla chetichella”, deciso a lavorare solo per trarne piacere personale.  

L’artista compie una scelta coraggiosa, ma soprattutto pienamente consapevole. Egli si limita ad osservare e ad accettare le cose nella loro più assoluta semplicità. Ma per farlo, come insegna Hesse attraverso la storia, è stato necessario interrompere l’ordine del tempo. Scelta semplice, non impossibile, nella quale è pur sempre richiesta un’inaspettata dose di coraggio da parte di chi vi si affida interamente. Perché è la sospensione dei nostri pensieri, delle ansie quotidiane e del bisogno morboso di ciò che è al di fuori di noi stessi che rende la mente realmente libera, attenta e ricettiva. La cura dell’ozio è una pratica fondata sulla capacità di abbandonare innanzitutto un “Io” conformato e saturo di conoscenze, seguendo l’appello di Krishnamurti sull’apertura totale alla sensibilità come atto essenziale per una mente non solo libera ma anche creativa. L’ozio non richiede nessun atteggiamento devozionale o fideistico, né rituali a cui adeguarsi per aspirare alla realizzazione di un presunto “stato di benessere”. È semplicemente l’espressione di un animo svincolato dalla pressione del giudizio altrui e dalle continue sollecitazioni di chi non conosce altra verità all’infuori della prestazione e del risultato immediato. Per Hesse, l’ozio – come ogni arte – non era che un atto di gentilezza verso sé stessi, riservato a coloro che riconoscono nell’attesa stessa qualcosa che va oltre l’enigma e l’apparente confusione che inibisce e disorienta. Contrariamente alle leggi che deliberatamente non facciamo altro che seguire al fine di non tradire aspettative, per autori come Hesse in fin dei conti “Non resta quindi altro che aspettare”.

 

 

 

 

 

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