L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Kaleidoscope (1686)

Free Lance International Press

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March 15, 2026

March 09, 2026

Il tatuaggio non è solo decorazione, ma un disegno eterno su un corpo che descrive come una tela momenti e sentimenti del “pittore”. La differenza nell’arte è che il tatuaggio è parte della persona e lo porta con sé per sempre, il pittore disegna su un quadro ciò che sente ma è visto e venduto da persona a persona.

Diversi anni fa era solo di appannaggio di chi finiva in carcere o viaggiava nel mare e spesso era sinonimo di “male affare”.

Ai tempi d’oggi il tatuaggio è finalmente considerato un’arte che mostra i sentimenti e il talento creativo di ogni professionista

Nella storia, il tatuaggio “black and grey” italiano, è fortemente ispirato dalla cultura del tatuaggio storico americano, che nasce nelle carceri californiane soprattutto a Los Angeles, tra le gang, con macchinette artigianali e inchiostro diluito per le sfumature.

I tatuatori che esercitano il “black and grey” sono tantissimi, ma solo meno della metà vantano una personalità che li distingue dalla massa. Per avere una visione personale oltre alla dedizione bisogna capire come interpretare i giochi tra luce e ombra per creare contrasti e dare forma a quello che si vuole rappresentare; avere una forte ispirazione è importante per chi vuole crescere e sta cercando una sua identità, ma è anche importante fare attenzione a non copiare personalità di altri tatuatori, altrimenti si rischia di diventare una “brutta copia” di essi.

 Il percorso di un tatuatore non è solo saper disegnare, ma anche conoscere la pelle, quindi sapere fin dove arrivare con la profondità dell’ago senza stressare la cute e seguire, con il posizionamento dello stencil (tecnica decorativa), l’anatomia del corpo umano per rendere più lineare il risultato perché ogni tatuaggio deve essere adattato alla parte interessata.

Per meglio spiegare questo mestiere abbiamo visitato un negozio romano situato all’interno del quartiere della Magliana, gestito dalla famiglia Zianna che tramanda da più generazioni l’arte del tatuaggio ed abbiamo approfittato per fare una piccola intervista ad Alessio Zianna, che riportiamo integralmente:

D= Ciao Alessio come è nata la tua passione di tatuatore?

R= Seguivo fin da piccolo le creazioni che mio padre (Marco) scolpiva sui clienti dentro il nostro negozio e crescendo, ho iniziato ad appassionarmi fino a farlo diventare oggi, insieme a mio fratello Daniele un lavoro.

D= Gestire un negozio di tatuaggi oggi è molto diverso rispetto 20/30 anni fa?

R= Sicuramente oggi c’è molta concorrenza rispetto ad allora, ma in famiglia abbiamo regole ferree tra le quali, non basta essere bravi, per noi la sfida principale è rimanere informati ed aggiornati, pianificare una agenda, gestire gli appuntamenti, fornire un servizio adeguato, pulito, igienico ed artistico.

D= Come vedi il futuro di questo lavoro?

R= La vera sfida sarà mantenere la mano artigianale in un mondo che va verso l’automazione, ma la visione umana e l’empatia tra artista e cliente resteranno, per noi, insostituibili.

Fine= Grazie Alessio.

                                                                   

N.d.R.= In un mondo che corre velocemente e dove è tutto digitale e precario, il tatuaggio resta uno degli ultimi gesti definitivi, che trasforma il corpo in un diario vivente.

Forse la vera forza di questo lavoro non è l’inchiostro in sé, ma il legame che si crea tra l’esperienza vissuta dal cliente e l’arte di chi con rispetto, incide quel ricordo sulla pelle.

 

 Arte e finanza, quando il valore si misura nel tempo

Alle pareti di Azimut, le superfici di Capanna respirano, si stratificano e sedimentano il tempo

 

Certe serate hanno un peso specifico diverso. Lo senti subito, dalla luce che non concede nulla al superfluo e dai discorsi che smettono di essere eco di convenevoli per farsi pensiero. Davanti alle meta-sculture di Roberto Capanna il rito del vernissage si incrina e la distanza tra chi guarda e l'opera si assottiglia fino quasi a sparire. La superficie sembra trattenere energia, un inganno sensoriale in cui impronte infinite si moltiplicano fino a rivelare, solo avvicinandosi, la profondità della materia. L'arte torna a essere presenza irriducibile, corpo necessario.

Mercoledì 25 febbraio ero lì, alle 18.30, nella sala di Azimut Capital Management in via degli Scialoja 3, in una di quelle occasioni in cui l'arte e chi la cerca si riconoscono. La luce studiata sulle composizioni si incrociava con il riflesso dei cocktail, qualcuno fotografava un'increspatura da vicino, altri si scambiavano impressioni sottovoce, quasi per non disturbare la materia. Le opere di Roberto Capanna emergevano da quell'aria con una forza magnetica che imponeva di avvicinarsi per cogliere un dettaglio e di arretrare per ricomporre l'insieme, come si fa con qualcosa che non si riesce a esaurire e non si vuole smettere di cercare.

Non è disorientamento. È il meccanismo stesso che Capanna ha costruito: un inganno visivo e sensoriale consapevole in cui le pieghe, le increspature e i bagliori cangianti che affiorano da vicino si dissolvono a distanza, e il colore si comporta come una confidenza sussurrata, udibile solo a chi sceglie di sostare.

Capanna viene dalla musica e questo non è un dettaglio biografico da archiviare in fretta. Produttore e fondatore di Cigarette Music, ha trascorso vent'anni a costruire brani per sottrazione, cercando quell'equilibrio irripetibile tra controllo e istinto.

Quando ha portato quella stessa ossessione nella materia, pittura e scultura sono diventate un unico gesto: le chiama meta-sculture, opere in cui legno, calce, gesso, resine, silicone e bitume diventano linguaggio. Una ricerca ossessiva del volume, della sua profondità e del suo peso. I testi nel catalogo lo confermano: "la notte sfugge, le dita sui tasti, note e sogni persistono ma il tempo ci lascia", "sono uscito dall'illusione della perfezione e finalmente mi sono sentito libero". Parole che nascono dalla stessa sorgente delle opere.

Le serie che compongono Monochrome costruiscono un percorso in cui ciascuna opera irradia una vibrazione emotiva propria, difficile da nominare ma immediatamente sentita, capace di attrarre lo sguardo e incuriosire il tatto: tagli che le resine sigillano lasciando visibile la ferita, impronte digitali ingigantite fino a diventare paesaggio, colate di materia sospese tra ordine e caos, rughe del tempo accolte come tracce. Sono creazioni che si offrono lentamente, con la stessa misura con cui sono state realizzate.

Le pareti di Azimut Capital Management sono lo spazio in cui trovano una risonanza particolare: chi lavora un'opera finché non smette di mentire e chi costruisce fiducia finché non smette di vacillare condividono la stessa misura del tempo, e la consonanza non ha bisogno di essere dichiarata.

In un momento storico in cui molte immagini nascono per essere replicate e distribuite senza attrito, le opere di Capanna esistono soltanto nella relazione fisica con chi le osserva, irriproducibili perché generate da un gesto situato in un tempo circoscritto. È il modo in cui lavora, sottraendo fino a lasciare solo ciò che è essenziale, proprio come accade in una composizione quando ogni nota trova il posto che le appartiene.

Quando lascio la sala, intorno alle nove, non porto con me il ricordo di un evento ma la consistenza fisica di quanto la serata ha depositato. Il valore di certe esperienze emerge dalla durata, dalla capacità di tornare a cercarle, da quello che si incide negli occhi e non se ne va, come una nota che continua a vibrare anche quando le dita hanno ormai lasciato i tasti.

 

Roberto Capanna — Monochrome, Private Vision Azimut Capital Management, via degli Scialoja 3, Roma — 25 febbraio 2026 A cura di Ad'Art | This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. | This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

March 02, 2026

Venerdì 6 e sabato 7 Marzo 2026 il Mediterraneo Festival Corto ai Castelli Romani celebrerà i dieci anni del Premio stampa “Matchnews”.

L’iniziativa, patrocinata dai comuni di Marino e Nemi, vedrà la proiezione dei dieci cortometraggi che nelle scorse dieci edizioni del Mediterraneo Festival Corto hanno vinto il Premio Stampa assegnato dalla rivista online “Matchnews”.

Bellissimo il contesto nel quale si svolgerà la rassegna cinematografica. Le città di Marino e Nemi, entrambe all’interno della Città Metropolitana di Roma Capitale, sono immerse nella natura dei Colli Albani. Rientrano, infatti, nel Parco regionale dei Castelli Romani e sono incastonate tra i meravigliosi laghi di Nemi e Albano. Entrambe di fondazione pre-romana, conservano nel cuore dei propri borghi, le tracce che ne hanno segnato la storia.

I due sindaci, Stefano Cecchi, del comune di Marino, e Alberto Bertucci, del comune di Nemi, attraverso la concessione del patrocinio e la volontà di ospitare l’evento, hanno dimostrato quanto la zona dei Castelli Romani sia sensibile alla “settima arte” anche in considerazione del fatto che, molte località adiacenti, sono state nel passato set di ripresa di grandi film che hanno fatto la storia del cinema italiano. Un ruolo determinante, affinchè tale evento possa essere vissuto dai cittadini, lo ha avuto sicuramente Ettore Pompili, presidente onorario dell’associazione Nuova Castelli Romani, un’associazione che sul territorio si dimostra sempre molto sensibile ad individuare attività culturali di livello da proporre alle amministrazioni ed ai cittadini.

Le proiezioni avverranno nelle due giornate del 6 e 7 Marzo 2026 ed avranno inizio alle ore 17,00 all’interno della Sala Lepanto del comune di Marino. Verrà designata una commissione che sarà chiamata a valutare i cortometraggi attraverso una scheda nella quale si potrà esprimere la votazione. Al termine delle due giornate di proiezione, chi avrà totalizzato il maggior punteggio vincerà il Premio Stampa decennale “Matchnews” che sarà consegnato il 1° luglio 2026 durante la XVI edizione del Mediterraneo Festival Corto che si svolgerà dall’1 al 5 luglio a Diamante (CS), in occasione della conferenza stampa di presentazione della rassegna.

È prevista la presenza di Antonio Bartalotta, direttore responsabile di Matchnews, insieme a tutta la redazione della rivista online e, di Francesco Presta, direttore artistico del Mediterraneo Festival Corto.

Ad essere proiettati i film a cui è stato assegnato il Premio Stampa Matchnews dal 2016 al 2025:

2025 “A piedi nudi” di Luca Esposito; 2024 “Warpigs” di Giacomo Pellegrini; 2023 “Briciole” di Rebecca Marie Margot; 2022 “Diritto di voto” di Gianluca Zonta; 2021 “Il Gioco” di Alessandro Haber; 2020 “L’oro di famiglia” di Emanuele Pisano; 2019 “La gita” di Salvatore Allocca; 2018 “Il regalo di Alice” di Gabriele Marino; 2017 “Il viaggio di Sarah” di Antonio Losito; 2016 “Il sarto dei tedeschi” di Antonio Losito.

“… c’è motivo per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto.

In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio, l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”

                                                                        Hans Jonas  

                                        “Del resto, è noto il principio morale secondo cui anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva già pone l’obbligo del suo pieno rispetto e dell’astensione da qualunque azione mirante ad anticipare la morte.”

                                                                    Papa Giovanni Paolo II  

 

In questi giorni, davvero insistente e martellante è stata (e continua ad essere) l’attenzione mediatica rivolta al piccolo Domenico, il povero bimbo morto dopo aver subito un trapianto di cuore.

Molti gli interrogativi sollevati su quanto accaduto e non poche le zone d’ombra in merito a quella che, in maniera oltremodo perentoria, viene, unanimamente quanto sbrigativamente, definita “un’incredibile catena di errori”. Fra questi interrogativi, però, risultano assenti quelli che, invece, meriterebbero di essere considerati come veramente cruciali ed irrinunciabili.

 Innanzitutto:

dal momento che il piccolo cuore risultato “danneggiato” in seguito a presunte procedure erronee non è una “cosa”, bensì parte vitale del corpo di un altro bimbo, qualcuno si domanda se lo si è espiantato quando non era più funzionante, da un corpo oramai privo di vita (quindi “cadavere”),  oppure quando era ancora funzionante, e  perciò “sano” (in quanto “vivo”!), da un corpicino  che, quindi, cadavere non avrebbe potuto certo essere considerato? 

In altre parole, non è sconcertante constatare come il pensare comune non sia minimamente turbato dagli aspetti paradossali dell’ideologia del sistema trapiantistico (da sempre abilissimo nell’opera di autocelebrazione), il quale ritiene “normale” che, da un organismo considerato non più “vivo” (e certamente quindi  non più molto “sano”), possa venire legittimamente prelevato un cuore (“vivo” e “sano”), capace di continuare a vivere in un corpo non suo?

Insomma, possibile che nessuno si domandi come possa un organo funzionante provenire da un corpo realmente soggetto alla morte?

Possibile che nessuno si interroghi sulla effettiva fondatezza scientifica e sull’accettabilità etica, giuridica e religiosa dell’invenzione concettuale (di chiara impronta utilitaristica) della  “morte cerebrale”?

Possibile - mi chiedo - che, nonostante i numerosi casi di “morti cerebrali” ritornati “miracolosamente” in vita, nessuno venga sfiorato dal dubbio, dal sospetto che l’ideologia della “morte cerebrale”, su cui si fonda necessariamente la pratica del trapianto di organi, sia cosa molto più vicina alla irrazionalità della fede, piuttosto che alla moderna scienza sperimentale? 

In conclusione, non sarebbe doveroso, da parte di tutti noi, credenti e non credenti, riflettere attentamente sulle sagge parole di Giovanni Paolo II, il quale, come non pochi filosofi, teologi e scienziati*, in un discorso del 1989, si trovò a parlare di 

                      “una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”? 

*Si vedano, in particolar modo:

Roberto De Mattei (a cura di), Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.

 e il mio Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, edizione aggiornata e ampliata, edizioni Efesto, Roma 2023.

 

February 22, 2026

February 22, 2026

 

Antonio Giuliani ha ancora bisogno di presentazioni?

Di nuovo ospite al Teatro Nuovo Orione, torna con un nuovo spettacolo dal titolo apparentemente futuristico: “The Machine”, “La Macchina”, ma il suo One man show non ha nulla di meccanico, freddo, distaccato o inumano e sottolinea proprio il contrario. Il titolo è un richiamo al passato personale, quando per il suo vulcanico cabaret veniva soprannominato “la macchinetta”. Un appellativo che testimonia il continuo sfornare battute senza pause e che si rivela un giusto riconoscimento al suo stile.

Ancora una volta Antonio si dimostra grande comico ricco di passione e idee, ma questa volta lo spettacolo include degli ospiti che danno un taglio nuovo alla proposta. Così, eccolo accompagnato da Ginevra Marani, che balla sinuosamente sulle note di un pezzo moderno dove si inserisce Antonio cercando di emularla. Poi troviamo la coppia formata da Paolo e Costanza, un duo che anticipa l’entrata di Antonio, vestito da centurione romano, per riportarci ai fasti imperiali e metterli  criticamente a confronto con la Roma di oggi, così diversa da quella ereditata dai nostri avi.

Paolo e Costanza dimostrano ottime doti canore e musicali mentre interpretano gradevoli medley di stornelli romani, non lesinandoci una lacrimuccia e un sorriso. Molto bravi.

Si aggiunge un’altra chicca, Antonio Catalano. Anche lui, con una comicità tutta romana, ci parla dell'inutilità dell’uomo quando, nel management della coppia, cerca di occuparsi delle faccende domestiche combinando solo guai. Un altro bell’ intermezzo.

Antonio ritorna sempre più carico tra un ospite e l’altro come un treno in corsa senza freni, inarrestabile e travolgente. Un perfetto meccanismo da scena che ci presenta i suoi ricordi degli esordi da cabarettista con tutte le difficoltà incontrate con un pubblico particolarmente critico e ostico con i poveri esordienti, molti dei quali hanno cambiato mestiere; l’umorismo verso il paddle, gli ultimi tornei di tennis e soprattutto gli sport invernali delle Olimpiadi; l’abituale digressione sui romani in gita fuori porta, con le loro abitudini e le colorite battute; il salto indietro alla gioventù dei sessantenni di oggi come lui, con le prese in giro sui difetti fisici e con i giochi dall’infanzia all’ adolescenza; l’uso smodato del cellulare da parte dei giovani di oggi che tende ad isolarli. Questi e tanti altri argomenti si inseguono davanti a uno sfondo animato molto suggestivo che cambia di tanto in tanto.

Antonio è un artista che sa stare sul palco e catturare l’attenzione del suo pubblico sempre più affezionato che lo segue dagli esordi. Un pubblico abituato ai suoi eccessi, alla comicità dirompente e travolgente, ricolma di battute sparate a raffica, a cui abbina una mimica e delle movenze inconfondibili. Un artista che si dimena sul palco senza sosta con l’occhio spiritato e la stessa grinta di sempre che farebbe invidia ad un adolescente. Un talento naturale.

E allora approfittate, venite a passare una serata in allegria con Antonio The machine Giuliani!

 

          

Teatro Nuovo Orione
“The Machine”

Di e con Antonio Giuliani

Nel centenario del Nobel a Grazia Deledda, si è svolto a Praga nei giorni scorsi  il workshop europeo dedicato alla promozione turistica della Sardegna a Praga, organizzato dal tour operator ceco Sardegna Travel di Martina e Antonio Costantino, in collaborazione con la Regione Autonoma della Sardegna e col sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Praga, dell’Istituto Italiano di Cultura e della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca (CAMIC). Anche grazie all’impegno dell’assessore regionale al Turismo Franco Cuccureddu, il workshop di quest’anno è stato inserito nel calendario degli eventi di interesse internazionale della Regione Sardegna.

La sede del CAMIC ha visto partecipare venticinq

ue operatori sardi a sessioni B2B con una trentina di rappresentanti del settore provenienti da Bulgaria, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Svezia. Al centro del confronto i viaggi sostenibili, politematici e con nuove stagionalità. Un obiettivo favorito anche dai collegamenti diretti tra Praga e gli aeroporti di Cagliari e Olbia.

Nel teatro Boccaccio del Grand Hotel Bohemia si è svolta la serata di gala conclusiva, dedicata a Grazia Deledda nel centenario del Premio Nobel, unica scrittrice italiana ad averlo ottenuto nel 1927 per il 1926.  L’evento, aperto da un saluto dell’Ambasciatore d’Italia Alessandro Gaudiano, con la presenza anche del vice-direttore dell’Istituto di cultura  Vito De Lollis, ha visto l’intervento di Neria De Giovanni, saggista e critica letteraria, che ha conversato sulla vita e l’opera dell’autrice, di cui è tra le maggiori esperte a livello internazionale, trasmettendo entusiasmo ed interesse verso Deledda i cui romanzi sono tradotti in ceco. E’ seguita una applauditissima esecuzione di alcuni brani di musica identitaria sarda da parte della musicista algherese Elisa Ceravola col suo flauto traverso che ha accompagnato anche la proiezione di un filmato muto sugli itinerari deleddiani messo a disposizione dalla Società Umanitaria di Cagliari. Tra gli omaggi della serata, la presentazione della traduzione in ceco e inglese del monologo di Marianna Sirca tratto dal libro di Neria De Giovanni “Donne di Grazia” (Nemapress edizioni), un breve tributo teatrale della celebre attrice ceca Lenka Termerova .

Lo chef italiano Riccardo Lucque ha proposto eccellenze enogastronomiche ispirate all’opera di Deledda anche traendo spunto da “A tavola con Grazia” (Il leone verde editore), secondo libro di Neria De Giovanni sull’argomento.

 

 

 

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