
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
Il volume "2050. La guerra dei ghiacci", opera dei ricercatori Cecilia Sandroni e Giovanni Tonini, si pone come uno studio pionieristico e multidisciplinare su una delle questioni più urgenti del nostro secolo: la trasformazione dell'Artico. Presentato recentemente presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare a Roma, il testo trascende la semplice cronaca ambientale per configurarsi come un vero e proprio atlante geopolitico del futuro prossimo.
L'Artico come Nuovo Baricentro Mondiale
Un tempo considerato una frontiera desolata e inaccessibile, il Polo Nord è oggi il cuore pulsante di una competizione globale senza precedenti. Il progressivo e inesorabile disgelo della calotta artica e la riduzione del permafrost non sono solo catastrofi ecologiche, ma motori di un cambiamento sistemico. Lo scioglimento dei ghiacci sta infatti rendendo percorribili le "Rotte Polari" (come il Passaggio a Nord-Ovest), che promettono di rivoluzionare il commercio marittimo mondiale riducendo drasticamente i tempi di collegamento tra Asia ed Europa.
La Sfida Geopolitica e Militare
Giovanni Tonini, forte della sua esperienza come ufficiale della Marina Militare e analista, cura la sezione dedicata agli equilibri di potere. Il libro analizza la militarizzazione crescente della regione, dove Russia, Stati Uniti e Cina (che si autodefinisce "Stato sub-artico") si contendono il controllo di risorse minerarie e idrocarburi prima inaccessibili. Il testo richiama l'attenzione sulle recenti tensioni diplomatiche, come l'interesse dell'amministrazione Trump per la Groenlandia, evidenziando come l'Artico sia diventato la nuova "linea di faglia" dell'ordine planetario.
L'Approccio Cross-Culturale ed Etico
Cecilia Sandroni, ideatrice della piattaforma ItaliensPR, apporta al volume una visione legata alla cultural diplomacy. Oltre ai dati tecnici, l'opera dedica ampio spazio alla dimensione umana:
Uno dei meriti principali del saggio è quello di aver sottratto l'Artico alla percezione di "mondo lontano". Il testo analizza nel dettaglio la strategia nazionale italiana, sottolineando il ruolo d'eccellenza della nostra Marina Militare nei programmi di ricerca scientifica come High North. Gli autori avvertono che l'apertura delle rotte artiche non è un evento neutro per l'Italia: la deviazione dei flussi commerciali verso il Nord potrebbe sottrarre centralità al Canale di Suez e, di conseguenza, ai porti del Mediterraneo. Capire l'Artico diventa quindi una necessità strategica per la sopravvivenza economica del nostro Paese.
Struttura e Metodologia
Con 19 capitoli e un apparato bibliografico monumentale di oltre 1.500 note, il volume si presenta con un'architettura enciclopedica. Grazie all'utilizzo dell'editoria digitale (Amazon), il testo si propone come un "organismo vivo", capace di aggiornarsi in tempo reale seguendo l'evoluzione frenetica dei dati climatici e delle crisi internazionali, come le ripercussioni della guerra in Ucraina sulla cooperazione scientifica polare.
In Sintesi
"2050. La guerra dei ghiacci" non è solo un grido d'allarme ambientale, ma un invito alla consapevolezza strategica. Attraverso una sintesi efficace tra scienza, diritto, strategia militare e umanesimo, Sandroni e Tonini offrono una bussola indispensabile per orientarsi in un mondo dove i confini fisici e politici si stanno letteralmente sciogliendo.
Lo scorso 17 aprile, la sala congressi Monte Bianco del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent ha confermato la sua vocazione di salotto letterario, accogliendo un folto pubblico, con una sensibile prevalenza di lettrici, rapito dalla presentazione del thriller d'esordio di Daniele Soffiati IL GIUDICE DEI DANNATI nell’ambito della seconda edizione di NOIR&DINTORNI: evento organizzato in collaborazione con la Libreria à La Page - Livres et Cafè di Aosta. Ideatore e coordinatore della rassegna letteraria è il dinamico Palmiro Peaquin.
IL GIUDICE DEI DANNATI è un racconto suspense adrenalinico e appassionante, che nulla ha da invidiare a quelli dei maestri americani del genere. Daniele Soffiati è un autore straordinario che sa cogliere l’essenza dell’animo umano anche nei suoi angoli più oscuri. Due ispettori, la criminologa italiana Francesca Martini e l’agente speciale Nicolas Frost indagano su una serie di omicidi. Scoperchieranno una verità che a tutti fa comodo tenere nascosta. Francesca Martini dotata di poteri di eidetismo guiderà attraverso gli oscuri meandri della mente criminale di Minosse. Daniele Soffiati, punta di spicco di quei giallisti europei capace di tenere testa a Deaver, Paterson e compagnia con IL GIUDICE DEI DANNATI attira il lettore in un perfetto labirinto narrativo. Dove lo confonde, lo spiazza, gli tende agguati e trabocchetti. Fino all’ultimo sconcertante colpo di scena.
A introdurre l'ospite è stato il moderatore e autore, Gian Andrea Cerone, il quale ha sottolineato l'eccezionalità dell'evento, evidenziando come la narrativa italiana sconti una rarefazione del thriller in purezza, genere che richiede un controllo del ritmo narrativo superiore a quello richiesto dalla ibridazione noir o dal giallo deduttivo, spesso prevalenti nella nostra tradizione. IL GIUDICE DEI DANNATI di Daniele Soffiati è un'opera strutturata come un thriller ad alta intensità, dove la forma estetica (cinematografica) serve una trama dinamica (rutilante) destinata a esplodere in una conclusione inaspettata: un Twist Finale un colpo di scena conclusivo che ribalta le aspettative del lettore e la percezione degli eventi precedenti. Questo thriller d'esordio si distingue per una felice ibridazione culturale, trascendendo i confini nazionali grazie a un’ambientazione statunitense che non è mai mero esotismo. L'opera innesta con successo una sensibilità e una cifra stilistica squisitamente italiane su un immaginario cosmopolita, operando una strategia narrativa transnazionale di notevole spessore. Utilizzando il modello di Holmes & Holmes, Soffiati decostruisce la follia del predatore, classificata tra Visionario, Dominatore Missionario ed Edonista, rendendola lo specchio delle transizioni sociali di un’epoca in bilico tra crimine selvaggio e analisi investigativa moderna.
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| da sx gli autori Daniele Soffiati e Gian Andrea Cerone |
L'autore Daniele Soffiati costruisce un thriller ibrido e audace. Attraverso la lente del grottesco e dell'umorismo texano alla Lansdale, ci trascina in una provincia americana violenta. Tuttavia, l'architettura narrativa deve molto alla scuola italiana di Carrisi e Faletti, prediligendo un'analisi psicologica macabra e adrenalinica, il tutto elevato da un ritmo misterico che strizza l'occhio al miglior Dan Brown ( con il thriller basato su enigmi, simboli, ritmi forsennati e l'esplorazione di segreti nascosti). Il riferimento al capolavoro di Harris indica che il suo thriller si concentra anche su un duello psicologico tra una criminologa e un serial killer estremamente intelligente.
Nel thriller d’esordio IL GIUDICE DEI DANNATI, Daniele Soffiati trasforma le proprie fonti d'ispirazione in pilastri strutturali per edificare una nuova tensione narrativa; se c’è un nodo tematico che rende questo thriller non solo avvincente, ma sociologicamente acuto, frutto non a caso, della duplice anima dell'autore Daniel Soffiati, esperto di cinema, è la riflessione conclusiva della serata, emersa sul cinema del passato come vero e proprio rifugio ontologico. Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di contenuti, sottolinea il moderatore Gian Andrea Cerone, un mare magnum "liquido" e spesso dispersivo. Il thriller che abbiamo presentato oggi ci insegna che, in questo caos, il film classico, autoconclusivo, non è una semplice scelta estetica o un atto di nostalgia. È un atto di resistenza. Questo dibattito conclusivo evidenzia che l'opera cinematografica del passato offre ciò che la frenesia contemporanea ci nega: la chiusura narrativa ed emotiva. Il film vecchio stile rassicura perché ha un inizio, uno svolgimento e una fine definita. Ci restituisce quel senso di compiutezza che l'uomo contemporaneo, disorientato dalla fluidità del reale, sembra aver smarrito.
Analizzando la copertina si può affermare che essa non è un semplice paratesto, ma l'essenza totale del thriller: una vera e propria scena del
crimine visiva che, attraverso l'uso meticoloso di simbologie specifiche, prepara il lettore a un'esperienza psicologica prima ancora di aprire il libro, è l'architettura stessa del thriller: invita il lettore a una discesa consapevole in un "Inferno" in cui la sapienza dantesca viene utilizzata per mappare la perversione umana.
IL GIUDICE DEI DANNATI è un racconto di suspense davvero formidabile firmato da un nastro nascente del genere. Daniele Soffiati intriga e cattura con la pacatezza del linguaggio e la vibrante descrizione dei personaggi, in un thriller ottimamente orchestrato.
Daniele Soffiati è nato a Mantova nel 1974. Ha curato per Mondadori libri dedicati al cinema e alla tv. Assieme ad Alberto Grandi è autore del podcast DOI – Denominazione di Origine Inventata e del saggio La cucina italiana non esiste. Il giudice dei dannati è il suo primo thriller, già opzionato per il cinema.
IL GIUDICE DEI DANNATI
Daniele Soffiati
Edizioni Mondadori
Pagine 271
Musica d'eccezione, letteratura di alto livello e una grande energia in sala: l'11 aprile ultimo scorso al Teatro Splendor di Aosta ha celebrato la letteratura con il perfetto connubio tra l'esperienza del pubblico di settore e l'entusiasmo di un folto pubblico giovane. La seconda edizione del Premio letterario Valle d’Aosta ha confermato il suo prestigio con una serata finale di grande successo e raffinate esecuzioni musicali in apertura e chiusura di Simona Molinari (voce) ed Egidio Marchitelli (alla chitarra). La serata è stata egregiamente diretta da Alessandra Tedesco di Radio 24.
L'Assessore Regionale alla Cultura Erik Lavevaz ha invitato a un ritorno alla lettura attenta, superando lo "scroll" compulsivo del cellulare, e ha annunciato l'obiettivo di internazionalizzare il premio, intercettando autori oltre i confini nazionali.
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da sx la moderatrice Alessandra Tedesco (Radio24), l'autrice Giulia Scorazzon, l'autore Alcide |
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Il Presidente di Giuria Paolo Giordano ha descritto i libri finalisti e le menzioni speciali come opere "scomode", che si pongono sul confine mentale e spiazzano, facendo eco a disagi sociali e politici. È stata sottolineata la valutazione di autori non nati in Italia ma che scrivono in italiano come lingua di adozione, considerata un prezioso arricchimento letterario.
La serata ha visto protagonisti anche i libri che hanno ricevuto menzioni speciali, ovvero l'esordio di Paulina Spiechowicz con Mentre tutto brucia e la saggistica di Linda Laura Sabbadini con Il paese che conta: come i numeri raccontano la nostra storia. Successivamente, il palco ha ospitato i tre finalisti: Giulia Scomazzon, Alcide Pierantozzi e Teresa Ciabatti. Attraverso le loro opere: 8.6 gradi di separazione (alcolismo femminile), Lo sbilico (malattie mentali) e Donnaregina (disagio genitoriale), gli autori hanno evidenziato scottanti malesseri sociali, ognuno portando un punto di vista unico. Citando Cohen, la conduttrice della serata Alessandra Tedesco ha riconosciuto implicitamente che gli autori non scrivono solo "testi", ma creano narrazioni che accettano l'umano, le imperfezioni e le fragilità, trasformandole in valore. La frase C'è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce ha innalzato il lavoro degli autori a riflessione poetica sulla bellezza dell'imperfezione. La citazione di Leonard Cohen da Anthem (contenuta nell'album The Future del 1992) è un topos letterario e filosofico di straordinaria potenza, specialmente nel contesto della narrazione contemporanea.
La timidezza della più giovane lettrice Abigail Martinet, unita alla solennità dell'annuncio, ha creato un contrasto emozionante. Vederla sul palco, rappresentante del gruppo dei 100, proclamare il vincitore della menzione speciale ha regalato a tutti un momento di pura emozione e autenticità. L'incredulità per il riconoscimento ha reso la figura dell’autrice Giulia Scomazzon più vicina al pubblico, mostrando una sincerità spiazzante che va oltre la semplice celebrazione, spesso frutto di un lavoro vissuto con discrezione. Un approccio umile, quasi ritroso, che ha evidenziato come il valore dell'opera di Giulia Scomazzon risieda nella sua essenza e non nella ricerca di riflettori. La capacità di sdrammatizzare la propria timidezza e la commozione con una battuta ironica ha trasformato l'imbarazzo in un momento di
| da sx Paolo Giordano (Presidente di Giuria) , l'Assessore Regionale alla Cultura Erik Lavevaz, il Vincitore del Premio Letterario Valle d'Aosta Alcide Pierantozzi, la Dirigente Alessia Favre, la giornalista Alessandra Tedesco |
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unione con la platea, strappando un sorriso e dimostrando una spiccata intelligenza emotiva. Questo tipo di accoglienza del premio, che unisce fragilità e spirito, ha reso il personaggio particolarmente empatico, proprio come le voci letterarie che sanno raccontare la complessità dell'animo umano con leggerezza.
Il riconoscimento prestigioso di vincitore della seconda edizione del premio letterario Valle d’Aosta viene conferito a Alcide Pierantozzi con l'opera autobiografica LO SBILICO per la sua straordinaria capacità di dare voce al disagio sommerso, rompendo il tabù della malattia mentale e della dipendenza da psicofarmaci. Con autentica testimonianza, il libro critica una società che impone la performance a discapito della fragilità, trasformando il dolore in una narrazione di empowerment e di alta valenza terapeutica (medicina narrativa), offrendo solidarietà a chi vive sfide simili. Un’opera necessaria che smonta lo stigma della malattia mentale, umanizzando la sofferenza e denunciando la pressione sociale del “non
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Opera dell'artista valdostano |
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potersi permettere di stare male”. Attraverso una scrittura curativa e liberatoria, l’autore trasforma l'esperienza personale in un atto di coraggiosa denuncia sociale, restituendo dignità e voce a chi spesso non ne ha. Questo premio conferito a Alcide Pierantozzi è fondamentale perché trasforma la parola scritta in uno strumento di cura sociale. Come sottolineato dai vertici del Premio durante la lettura della motivazione, Paolo Giordano, Presidente di Giuria, Erik Lavevaz Assessore Regionale alla Cultura della Regione Valle d’Aosta, Alessia Favre, responsabile della Saison Culturelle, il vincitore Alcide Pierantozzi con LO SBILICO non racconta solo una malattia, ma abbatte i muri del silenzio, rendendo la propria sofferenza una risorsa di empatia per tutti. È un atto di coraggio necessario per una vera inclusione.
Il premio assegnato al vincitore quest'anno è un’opera unica, realizzata a mano da un artista artigiano in legno di tiglio e ferro, Peter Trojer di Courmayeur. Questa scultura non è un semplice trofeo, ma un pezzo concepito per rispecchiare il senso del concorso: l'artista ha voluto creare un parallelismo tra l'arte della scrittura e quella dell'intaglio. Entrambe, come spiega l’artigiano Peter Trojer, richiedono pazienza, sensibilità e la capacità di plasmare la materia, sia essa un foglio bianco o un pezzo di legno o ferro, per indurre alla riflessione.
In conclusione non lasciate che questi capolavori letterari rimangano solo in cima alle classifiche o negli scaffali delle librerie. Parlatene, regalateli. La vera vita di un libro finalista inizia nel momento in cui passa dalle mani della giuria a quelle, ben più importanti, del lettore.
Il cammino del sapere umano, e di quello scientifico in particolare, non è sempre lineare. Capita, una volta o due al secolo, e anche meno, che una mente geniale sappia andare oltre le conoscenze acquisite e riesca a guardare le cose da una prospettiva inedita, fertile, folgorante.
Nonostante l'opera, I NUMERI DELL’UNIVERSO – Le costanti di natura e la teoria del tutto di John D. Barrow sia stata pubblicata oltre vent'anni fa, ritengo che una rilettura critica oggi sia estremamente attuale. Il libro non è una semplice cronaca di dati scientifici, ormai datati, ma un'indagine profonda sul significato filosofico e ontologico delle costanti fisiche. Credo che il lettore possa trovare stimolante un confronto tra la "visione" di inizio millennio e lo stato attuale della cosmologia. Il saggio I NUMERI DELL’UNIVERSO – Le costanti di natura e la teoria del tutto non è semplice divulgazione, l’autore John D. Barrow ha offerto al grande pubblico, ma anche ai suoi colleghi, una visione cosmologica alternativa. Nel suo saggio racconta un pensiero in grado di sfidare le più rigorose certezze. Il compianto John D. Barrow, uno dei pensatori più originali del mondo, con I NUMERI DELL’UNIVERSO – Le costanti di natura e la teoria del tutto, torna a svelarci le leggi del cosmo. Una teoria cosmologica rivoluzionaria che ha aperto prospettive radicalmente nuove per capire l’Universo in cui viviamo. Testi scientificamente rigorosi alla portata di ogni lettore. Una celebrazione che omaggia la bellezza del cosmo, insieme alla dedizione coraggiosa di coloro che si sono lanciati alla sua scoperta. Al lettore il piacere di scoprirlo, pagina dopo pagina, in questa lettura che sa avvincere anche chi non è specialista di fisica mostrando tutta la passione che muove uno scienziato. Il libro I NUMERI DELL’UNIVERSO – Le costanti di natura e la teoria del tutto non è quindi obsoleto, ma un pilastro della divulgazione scientifica di alto livello. Barrow non si limita a elencare dati, ma esplora la filosofia dietro le costanti fisiche. Una delle pagine più appassionanti e feconde della scienza ripercorsa con brio da un grande fisico teorico, cosmologo e matematico britannico. Ho scelto di evidenziare in modo peculiare come la strategia retorica di Barrow si fondi sulla tensione strutturale tra rigore matematico e intensità emotiva/traumatica dell'esperienza umana. Nel libro John D. Barrow raccoglie, oltre 40 citazioni di autorevoli pensatori e scienziati. Egli si sofferma sulle parole di figure come Albert Einstein, Max Planck, G.J. Stoney, Ilse Rosenthal-Schneider, insieme a citazioni letterarie (O. Wilde, A. Conan Doyle), principalmente per esplorare il confine tra scienza, filosofia e verità oggettiva, specialmente nel contesto della fisica moderna dei primi del Novecento. Il suo obiettivo è quello di dimostrare che la verità, la bellezza o la comprensione dell'esistenza non risiedono in una sola disciplina, ma all'intersezione tra scienza (Eddington, Ramanujan, Crease), umanesimo (Tolkien, Valéry, Priestley) e filosofia (Scruton). Citando Kant/Teller/Owen l'autore mira a connettere la filosofia classica, la fisica nucleare e la poesia di guerra per dimostrare che la comprensione della realtà richiede una prospettiva multidimensionale, unendo etica ed estetica. L'accostamento di figure focalizzate sull'incertezza (Shlyakter) e la fisica (Teller) suggerisce un'indagine critica sulle limitazioni dei modelli predittivi nei sistemi complessi e sulla quantificazione del rischio in ambito scientifico e tecnologico. La presenza di Primo Levi e Umberto Eco sottolinea l'importanza della testimonianza, la semiotica e la narrazione del trauma storico. L’autore ricorre anche a nomi meno noti in ambito matematico/scientifico come McReynolds/Cowan. Con la selezione di autorevoli citazioni Barrow utilizza il contrasto tra precisione scientifica/matematica ed esperienza umanistica per costruire una narrazione che cerca un senso autentico del giudizio sul mondo e sulla vita. Dal libro: (…) Riusciremo mai a spiegare i valori di tutte le costanti di natura? Finora la risposta non è chiara, ma la questione ha aspettative stimolanti. Le nostre teorie più profonde delle forze e delle strutture della natura suggeriscono che una teoria del Tutto non sarà rigida in proposito. Non tutto sarà fissato dal vincolo della coerenza logica. Vi sono alcune costanti che sono libere di essere diverse; che sono scelte a caso; e che potrebbero rendere l’universo privo di vita e di luce per sempre se assumessero il valore sbagliato invece di quello giusto (…) Questi e altri i panorami vertiginosi vengono spalancati davanti all’occhio del lettore dalla prosa di Barrow, che come i suoi precedenti volumi, sa coniugare la ricchezza e l’aggiornamento dei contenuti con uno stile brillante grazie al quale illustra non solo le diverse ipotesi su l’universo, ma anche la storia delle scoperte e le personalità degli scienziati. Il risultato è una lettura che affascina e rapisce, trascinandoci stupiti e pieni di meraviglia attraverso una vera e propria galleria di costanti, numeri, enigmi e immagini che ci parlano del luogo in cui viviamo.
Ci potrebbero essere pochissime guide migliori di questa per introdurre alla stupefacente realtà dei potenziali universi, e nessuna è tanto leggibile e godibile.
John D. Barrow (1952–2020) è stato un eminente cosmologo, matematico e divulgatore scientifico britannico, professore all'Università di Cambridge. Noto per i suoi studi sull'origine dell'universo e il principio antropico, ha diretto il Millennium Mathematics Project. Vincitore del Premio Templeton 2006, è stato autore di numerosi saggi di successo, esplorando il legame tra fisica, matematica e filosofia tra i quali: Il mondo dentro il mondo (1991), Teorie del Tutto (1992), Perché il mondo è matematico? (1992), Impossibilità (1993), La luna nel pozzo cosmico (1994), Le origini dell’Universo (1995), L’universo come opera d’arte (1997), Dall’io al cosmo, scienza, arte, filosofia (2000), Da zero a infinito, la grande storia del nulla (2001) e con Joseph Silk, La mano sinistra della creazione (1985).
I NUMERI DELL’UNIVERSO – Le costanti di natura e la teoria del tutto
John D. Barrow
Mondadori Editore 2003
Pagine 326
“Due esseri viventi non appartenenti alla specie dell’homo sapiens non si ammazzano fra loro, non si fanno la guerra. Si uniscono, sia pur diversi e non facenti parte di una stessa famiglia. Si fanno compagnia. Si curano a vicenda. In più, non tormentano o torturano i loro simili, non danneggiano la natura, vivono in unità con essa. Sono più saggi di alcuni homines sapientes”.
Gabriella Gagliardi
“Umanesimo e animalismo, in tal modo, ci appaiono come volti convergenti di una stessa salutare e salvifica “Filosofia dell’Essere”, fonte di un agapico ed irenico messaggio, antico sì come la vera Saggezza, ma mai tanto attuale come in questi nostri tempi imbevuti di barbariche menzogne e di disumanizzante follia.”
Roberto Fantini (dalla Postfazione)
Nel pomeriggio di sabato 28 marzo, presso il Centro Sociale Comunale “G.Perlasca” di via Sabotino (Roma), con il conforto di un’ampia platea interessata e coinvolta, Gabriella Gagliardi ha presentato, il suo ultimo libro: La volpe e il porcospino (sottotitolato: Una favola vera per i nostri tempi e alcune poesie o meglio “pensieri in versi”).
All’incontro, introdotto dall’esperto giornalista Luca Laviola, hanno preso parte, oltre all’Autrice, Pietro Bria (psichiatra e psicanalista) e il nostro Roberto Fantini (filosofo e giornalista freelance).
Prendendo le mosse dalla storia narrata dalla Gagliardi, relativa al rapporto di toccante solidarietà sorto fra due animali fragili e malati (una volpe e un porcospino), gli interventi e le domande del pubblico hanno sollevato ed affrontato questioni di grande spessore e di indubbia attualità, quali:
la necessità di prendere coscienza della complessità del mondo animale e della sua ancora ampiamente inesplorata ricchezza;
la necessità di comprendere la reale struttura della Natura, caratterizzata dall’esistenza di universali legami e corrispondenze, all’interno di un insieme unico ed unificante;
la necessità di rifondare il nostro rapporto con la Natura sulla base di un rispettoso sentimento collaborativo;
la necessità di superare un secolare antropocentrismo che ha tragicamente ridotto l’animale a mero oggetto, totalmente privo di diritti e di autonoma dignità;
necessità di travasare nel mondo contemporaneo l’invito alla compassione proveniente dai grandi insegnamenti etici delle antiche esperienze
religiose, recuperando e rafforzando sentimenti ed atteggiamenti improntati alla condivisione e alla solidarietà fra tutti gli esseri viventi.
Sincera attenzione è stata anche destinata alla produzione poetica di Gabriella Gagliardi, presente nella seconda parte della pubblicazione, caratterizzata da componimenti oscillanti fra riflessioni filosofiche di sapore esistenziale e brevi versi dalla struttura aforistica, fra meditazioni sofferte e spiragli di vitalistica gioiosità. Componimenti che ci aiutano a riscoprire la freschezza del sorriso e l’irrinunciabilità dell’amare, invitandoci, con tenera ed accorata ironia, a lottare per “restare umani”.
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GABRIELLA GAGLIARDI
LA VOLPE E IL PORCOSPINO
UNA FAVOLA VERA PER I NOSTRI TEMPI
E ALCUNE POESIE O MEGLIO ‘PENSIERI IN VERSI’
Armando editore, Roma 2026
*Gabriella Gagliardi nasce a Salerno e vive da molti anni a Roma. Laureatasi a Napoli in Filosofia morale con il prof. Aldo Masullo con il massimo dei voti, ha insegnato nei licei e all’Università di Salerno. Ha pubblicato per noi Il gatto con gli stivali. Ricerca su fiaba e inconscio (2011), Psicologia del malato oncologico. Non muore il desiderio (ultima ristampa 2021), Coronavirus. La paura il coraggio l’impegno (2020), Giovanni Pico della Mirandola. Un genio riscoperto che parla al presente. Il vero pensiero oltre la ‘vulgata’ (2025), selezionato al Festival delle Letterature di Salerno.
Nel dicembre 2023, è uscito il suo primo libro di poesie, Distrazioni (Les Flaneurs Edizioni).
Ha vinto il Premio letterario “Soprattutto Scrivere” di Incontra Donna, con un racconto breve dal titolo Il mito di Dioniso bambino, e il Premio Dolce e caffè “Donne in Cultura”.
Attualmente svolge corsi di Filosofia agli adulti per il Comune di Roma.

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Biblioteca di Courmayeur - 21 marzo 2026 -presentazione di Alto |
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Successo alla Biblioteca di Courmayeur il 21 marzo ultimo scorso per la presentazione di "Alto Tradimento" di Francesco Bonazzi. Intervistato da Albert Tamietto.
L'autore Francesco Bonazzi introduce la figura carismatica di Gianni Agnelli (eleganza inimitabile, carisma trascinante, intelligenza cosmopolita), sottolineando il suo potere anche attraverso l'acquisizione di testate chiave come La Stampa. Successivamente, l’autore rievoca un'inchiesta degli anni '20 sugli illeciti legati agli armamenti, evidenziando come, nonostante le prove, l'industria bellica fosse intoccabile per il Paese: (…) Non si può processare la prima industria del paese (…).
Francesco Bonazzi cita inoltre aneddoti iconici e tratti distintivi della personalità e della comunicazione di Gianni Agnelli, capaci di riassumere l'essenza del personaggio: Gianni Agnelli, noto come "l'Avvocato" riusciva a rendere iconici dettagli eccentrici (come l'orologio sopra il polsino), trasformando la moda in uno stile personale e la sua celebre frase Ciò che va bene per la Fiat, va bene per l'Italia, sottolinea il ruolo centrale dell'azienda nell'economia italiana del dopoguerra.
Anticipando alcune parti centrali del suo saggio, il giornalista Bonazzi racconta la trasformazione di un'azienda tecnicamente fallita in un player globale e spiega come Sergio Marchionne abbia risanato la Fiat attraverso operazioni finanziarie. Quando Marchionne arriva nel 2004, Fiat era sommersa dai debiti e tecnicamente fallita. Bonazzi si sofferma anche sulle recenti operazioni finanziarie della famiglia Agnelli, guidate da John Elkann attraverso la holding Exor, che segnano un netto cambio di paradigma: trasformare la holding in un investitore globale imprenditoriale, specializzato in imprese ad alto margine (Lusso, Sanità, Tecnologia). Dal libro: (…) Sono sempre stati uno Stato nello Stato, ben prima di emigrare in Olanda e sperimentare i migliori paradisi fiscali del pianeta. Oggi Exor è la nuova FIAT leggera, ben capitalizzata, industriale, con un bouquet di partecipazioni che spazia dal lusso alla sanità per ricchi , passando per le nuove tecnologie. È il capolavoro di John Elkann , che ha saputo impiegare tempo e denari altrove, mentre in Italia ci si lasciava stregare dal pifferaio magico di turno (…). Nel corso della presentazione letteraria il moderatore Albert Tamietto ha incalzato l'autore anche sulla complessa vicenda dell'eredità Agnelli, sottolineando come la disputa estera con la figlia Margherita e i figli Elkann si trascini ormai da quasi vent’anni, evidenziando la differenza tra l'eredità Agnelli e quella di Berlusconi due modelli opposti di gestione del passaggio generazionale, uno basato su una lunga disputa giudiziaria e familiare (Agnelli), l'altro su una pianificazione testamentaria rapida e blindata (Berlusconi).
Anticipando alcune parti del suo saggio, irriverente come sempre Francesco Bonazzi fa nomi e cognomi. Bonazzi non è il tipo da chiudere gli occhi, li aguzza. ALTO TRADIMENTO è un libro molto provocatorio, un ciclone, una lettura sconvolgente. Un libro destinato a diventare un classico nel suo genere: la trattazione è minuziosa, le fonti ricche, la prosa sciolta e veloce tanto da tenere inchiodato il lettore quasi come un thriller coinvolgente. Un libro che traccia un ritratto impietoso della gestione storica e recente della FIAT, la più importante azienda italiana del Novecento, evidenziando la fuga dall'Italia e il disimpegno produttivo da Torino. In questo nuovo saggio le vicende italiane si intrecciano senza fine. E qui l’autore Bonazzi riesce ancora a sorprenderci. Perché queste vicende risplendono di una luce strana, drammaturgica “ più vero del vero”. Contrariamente alla narrazioni ufficiali che celebrano la storia dell'azienda, il libro di Francesco Bonazzi racconta la storia del marchio in modo critico, mettendo in luce le scelte manageriali che hanno allontanato la Fiat dalle sue radici. Il titolo stesso "Alto tradimento. Come gli Agnelli Elkann se ne sono andati dall'Italia e chi li ha aiutati" suggerisce una violazione fondamentale, un attacco ai principi. Nel titolo, il "tradito" non è solo la Repubblica, ma l'Italia come concetto industriale, sociale e storico: la de-localizzazione come violazione del patto sociale e storico con l'Italia. Il passaggio dal fare impresa alla finanza speculativa. La fine della FIAT come "fabbrica italiana" e la chiusura di un'epoca che ha segnato la storia nazionale. La complicità e l'accusa alle istituzioni per il silenzio e la protezione concessi durante il declino. Dalla quarta di copertina: (…) Lo snobismo torinese, la diffidenza per Roma e i politici, l’ottima predisposizione a incamerare soldi pubblici con qualunque governo. La vocazione internazionale del gruppo FIAT, dall’Argentina alla Russia al Brasile, sempre sotto il cappello di regimi dittatoriali (non ultima la Libia del dittatore Gheddafi). Il declino del settore auto e il passaggio alla finanza con Romiti, fino al famoso “maxi-dividendo”. I guai con il fisco dell’Avvocato, i rapporti privilegiati con politici, sindacalisti, banchieri, magistrati, giornalisti, spesso trattati alla stregua di (volonterosi) cortigiani. E oggi, con l’addio all’Italia, Torino passa da capitale dell’auto a capitale della difesa del silenzio (…).
Come sottolineato acutamente anche da Francesco Aliberti nell'introduzione al volume il tradimento di cui parla Bonazzi non è solo economico, ma segna una rottura epocale nel patto sociale tra la grande industria e il paese. (…) Gli Agnelli hanno fatto gli Agnelli , ma politica, informazione, giustizia e istituzioni non hanno saputo rispondere e conclude riportando l’affermazione di Bonazzi (pag 351) “Quando scegli di indossare la livrea, non puoi lamentarti se ti mettono un vassoio in mano e ti lasciano anche le stoviglie da lavare. Puoi solo imparare la lezione e non farti più fregare dai prossimi signori che entreranno in casa, anche se molto elegantemente vestiti “. In conclusione, ALTO TRADIMENTO di Francesco Bonazzi è senza dubbio un'inchiesta educativa cruciale che educa le nuove generazioni a un pensiero critico su finanza, politica e futuro del lavoro. Con grande rigore e una mole notevole di documenti Francesco Bonazzi affronta uno dei nodi della storia contemporanea con una prosa piana e coinvolgente.
Francesco Bonazzi
Giornalista professionista, corrispondente per Alliance News, collabora con «Panorama», «La Verità» e «Verità&Affari». Ha lavorato per l’ansa a Washington e a Milano, ha condotto inchieste per «l’Espresso», «il Fatto Quotidiano», «Il Secolo XIX» ed è stato vicedirettore di «Dagospia». Ha pubblicato Telekom Serbia (Sperling & Kupfer), insieme a Bankomat, Prendo i soldi e scappo (Il Saggiatore), Viva l’Italia! (Chiarelettere), La Rivoluzione senza nome (Aliberti).
ALTO TRADIMENTO
Francesco Bonazzi
Compagnia Editoriale Aliberti
Pagine 361
È appena stato pubblicato da De Frede Editore in Napoli, e si può trovare sulle principali piattaforme online, il nuovo libro di Marco Sarli intitolato “Il gran Nocchiero”. L’opera si configura come una riflessione intensa e articolata sulla figura di Mario Draghi e ripercorre i momenti salienti della sua carriera: dalla nave del Britannia, passando per Goldman Sachs, fino al ruolo centrale nel governo italiano e nella costruzione della competitività europea.
Marco Sarli, economista ed esperto di finanza, con uno stile solenne e ricco di riferimenti letterari, utilizza la celebre terzina dantesca per sottolineare la drammaticità e la complessità del contesto italiano, accostando la metafora della “nave senza nocchiero” alla leadership di Draghi. Questo espediente linguistico, tipico della cultura italiana, serve a mettere in risalto quanto sia cruciale, nei momenti di crisi, la presenza di una guida salda e autorevole.
Il volume si presenta come una profonda analisi delle sfide affrontate da Draghi e intreccia la sua storia personale con le vicissitudini dell’Italia. La narrazione, fluida e ben strutturata, offre spunti di approfondimento sia sul piano storico che su quello culturale. Sarli presta particolare attenzione ai dettagli storici e al significato simbolico del percorso di Draghi, proponendo una prospettiva coinvolgente che invita il lettore a riflettere sul destino del Paese.
Il testo si distingue per la capacità di rendere attuale una questione universale: quale sia il valore di una leadership autorevole nei momenti di tempesta. Come recita il proverbio, “senza timoniere la nave non va lontano”, e la figura di Draghi emerge come esempio di “gran nocchiero” capace di affrontare le tempeste con fermezza e visione. In definitiva, il libro rappresenta un contributo prezioso e stimolante per chi voglia interrogarsi sul ruolo della guida politica nella storia italiana.
P.S: Sorprendentemente il libro di Marco Sarli, socio della Flip, su Mario Draghi è andato in cinque giorni pressoché esaurito.
Per chi è interessato sia Amazon che l’editore De Frede di Napoli ne hanno ancora qualche copia e’ quindi necessario andare sul sito di De Frede, su Amazon.it libri o sulle altre piattaforme che ne hanno ancora qualche copia. Lui stesso ne ha una scarsissima disponibilità.
Per i giornalisti freelance stranieri, oltre alla ristampa in italiano, sarà in tempi brevi disponibile anche la versione in lingua inglese e francese.
Per ogni dubbio rivolgersi alla FLIP, al presidente della Associazione, Virgilio Violo, all’editore Alessandro De Frede di Napoli o direttamente a
Marco Sarli
3286939603
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Lo scorso 21 marzo un inedito connubio letterario-musicale è avvenuto nei locali polivalenti della stazione intermedia Pavillon (The Mountain) della Skyway Monte Bianco a Courmayeur (Valle d’Aosta), situata a 2.173 metri sul Monte Fréty, conferendo un valore "viscerale" ad un'esperienza immersiva di parole e suoni. L'autrice del libro “Il cuore della montagna. Storie di cristalli e Cristalliers della Valle d’Aosta” Sara Lucianaz ha introdotto al mondo dei Cristalliers del Monte Bianco, descrivendoli come audaci alpinisti impegnati
in una verticale simbolo di purezza. Un racconto in cui la roccia diventa un essere vivente e la ricerca dei cristalli si trasforma in un'esperienza spirituale, dove la bellezza tocca l’anima e risveglia la coscienza. La ricercatrice Sara Lucianaz racconta con una dolcezza e una semplicità disarmanti; la sua spiccata capacità oratoria conquista immediatamente, rendendo il suo breve intervento empatico e coinvolgente. In questo intervento viene sottolineato come il cristallo sia un bene prezioso della tradizione alpina. La sfida attuale è valorizzarlo attraverso una nuova narrazione, legata alla conoscenza e alla salvaguardia. Per questo viene lanciato un appello per nuovi spazi espositivi e nuovi cercatori: giovani motivati che vogliano apprendere l'arte della ricerca, coniugando la tradizione secolare del cristallier con un rigoroso rispetto ambientale, garantendo che la montagna rimanga un patrimonio preservato per il futuro. Un inno alla montagna che chiede di proteggere l'arte dei cristalliers, minacciata anche dall'erosione climatica. Altro passaggio importante: i cristalli di rocca, quarzi ialini e fumé, fluoriti e altri minerali estratti non sono più considerati scarti di cava o materiali di risulta da smaltire. Gli enti regionali hanno riconosciuto che questi campioni sono "tesori" mineralogici, espressione esterna del reticolo cristallino naturale, e pertanto costituiscono un patrimonio ambientale naturale e culturale da valorizzare. La svolta favorisce la ricerca in alta quota, coniugando studio geologico e tutela del patrimonio mineralogico. Come rimarcato dalla ricercatrice Sara Lucianaz, nel museo di famiglia Casa Lucianaz è possibile esplorare la natura tattile delle opere. Adulti e bambini possono davvero percepire l'energia unica di ogni pietra, in un percorso multisensoriale che
| I protagonisti dell'evento letterario musicale 21 marzo 2026 - locali polivalenti della stazione intermedia Pavillon (The Mountain) della Skyway Monte Bianco a Courmayeur (Valle d’Aosta), situata a 2.173 metri sul Monte Fréty |
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tocca il cuore. Un'esperienza museale unica che ridefinisce il rapporto con l'arte e la natura. Come rilevato dall’editore Ennio Pedrini, il libro “Il cuore della montagna. Storie di cristalli e Cristalliers della Valle d’Aosta” di Sara Lucianaz si propone di unire l'anima tecnica dell'alpinismo alla profonda passione per la geologia e la bellezza naturalistica della Valle d'Aosta e del Monte Bianco. Una sintesi che promette di guidare il lettore alla scoperta non solo delle vette, ma anche della struttura e dell'anima della montagna. La presentazione dedicata ai cristalliers è stata un viaggio emozionante, conclusosi idealmente al Museo dei Minerali della stazione Skyway. Una sinergia perfetta tra arte e montagna che ha portato la visita al Monte Bianco a un livello superiore. Essere guidata da un cristallier locale Roberto Ferronato ha fatto la differenza, raccontando le peculiarità della rassegna. Ammirare i quarzi del Monte Bianco, con le loro uniche strutture Faden, mentre
| Il cristallier Roberto Ferronato nella sala “Hans Marguerettaz” che ospita la mostra dei cristalli del Monte Bianco la fermata più alta della Skyway - Courmayeur Valle d'Aosta. |
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fuori si osserva il loro luogo d'origine, è impagabile. Una panoramica geologica a tutto tondo che consiglio a tutti. Efficace questo focus sull'esperienza immersiva della sala “Hans Marguerettaz” che ospita la mostra dei cristalli del Monte Bianco dove i cristalli e rocce d'origine vengono confrontati in un istante. La sala, che prende il nome da un noto appassionato e cercatore valdostano, valorizza quindi i "gioielli naturali" del Monte Bianco in un contesto moderno. Incalzato dall’editore Ennio Pedrini, il decano dei cristalliers Franco Lucianaz ha evocato l'impresa epica del trasporto a spalle di una lastra di cristalli del Monte Bianco da 70 kg, compiuta in alternanza da tre alpinisti, lui compreso.
Pomeriggio d'autore al cospetto del Monte Bianco. L'intensità interpretativa di Oreste Valente ha incontrato il talento flautistico di Sem Panero (Conservatorio Musicale G. Cantelli di Novara) in un dialogo tra letteratura e musica curato nell'introduzione da Sonia Magliano (direttrice dell’Ass. Liceo Musicale di Rivarolo Canavese).
Nei pensieri dell’autore Oreste Valente “Davanti al Monte Bianco. Parlare quando la montagna tace” alternati a frammenti di Thomas Mann e Mary Shelley la montagna invita a cambiare prospettiva sul tempo, suggerendo di percepire la continuità e l'eternità della natura piuttosto che la caducità della vita umana. Nel testo poetico è emerso un invito alla riflessione sul passaggio dall'azione faticosa alla contemplazione passiva, dove ci si sente parte integrante e piccola del mondo circostante, perdendo l'arroganza dell'Io. Il flautista Sem Panero ha costruito un viaggio toccante: dall'ordine classico (Devienne) alla magia sonora (Debussy), passando per la serenità melodica (Rutter) e concludendo con la profonda emozione cinematografica La Califfa (Morricone). L'intero programma esplora le capacità del flauto di imitare la luce
| QUARZO IALINO FADEN da sx Ghiacciaio de Miage Collezione Luca Mochet - Ghiacciaio della Lex Blanche Collezione Roberto Ferronato. |
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(brillantezza, eco, riflesso, calore) all'interno di un contesto suggestivo come quello museale dei cristalli del Monte Bianco. La direttrice Sonia Magliano (Ass. Liceo Musicale di Rivarolo Canavese) ha paragonato la montagna a un talento grezzo: apparentemente statica, ma in realtà in continua evoluzione e movimento, proprio come un giovane musicista. Proprio come i minerali nel museo rivelano la loro bellezza interiore se studiati, la scuola di musica valorizza il potenziale nascosto negli allievi, portando alla luce la loro arte.
A 2173 metri, nel suggestivo scenario di Pavillon The Mountain, l’Associazione Les Amis de Berrio ha regalato un’emozione rara: i cristalliers valdostani, Igor Edifizi, Roberto Francesia, Simone Preziosi, Franco Lucianaz e Roberto Ferronato, hanno esposto, nella sala conferenze due gioielli della terra,
| a sx Franco Lucianaz (cristallier) Oreste Valente (attore autore regista) Sara Lucianaz (autrice del libro “Il cuore della montagna. Storie di cristalli e Cristalliers della Valle d’Aosta” e ricercatrice) |
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cristalli ialini e fumé di eccezionale bellezza, creando una scenografia naturale unica.
Nota aggiuntiva:
La Sala Verticale è una location per eventi situata nella stazione intermedia Pavillon (2.173 m) della Skyway Monte Bianco a Courmayeur. Con una capacità di circa 60-70 persone, questo spazio versatile è ideale per conferenze, presentazioni e meeting aziendali, arricchito da una vista spettacolare sul Monte Bianco.
Nota aggiuntiva:
La sala cristalli "Hans Marguerettaz" è allestita alla stazione di Punta Helbronner, la fermata più alta della Skyway - Courmayeur Valle d’Aosta - raggiungibile ruotando a 360° con la cabina. Il museo espone una collezione di rari cristalli, quarzi, vesuviane e altri minerali estratti dal massiccio del Monte Bianco, veri "tesori"
| da sx Sara Lucianaz (ricercatrice), la direttrice Sonia Magliano (Ass. Liceo Musicale di Rivarolo Canavese), Sem Panero (flautista al Conservatorio Musicale G. Cantelli di Novara) |
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nascosti della montagna. Permette di ammirare la natura locale da un'altra prospettiva, abbinando la vista mozzafiato dei ghiacciai alla scoperta geologica. L'esposizione è inclusa nel biglietto della funivia, quindi è una sosta perfetta durante la visita alla terrazza panoramica. È un'opportunità per ammirare da vicino i "fiori" della montagna, ovvero le formazioni cristalline che si trovano nelle cavità del granito del Monte Bianco, nel punto più alto della struttura.
| I cristalliers del Monte Bianco da sx Simone Preziosi, Roberto Ferronato, Franco Lucianaz, Roberto Francesia, Igor Edifizi |
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La storia eccezionale di dieci donne eccezionali. Il libro "Le appassionate. Storie di donne che hanno cambiato il futuro" di Simonetta Fiori e Maria Novella De Luca, profondo e denso nei contenuti, possiede un forte potenziale narrativo che potrebbe ispirare un film, una serie TV o un documentario strutturato. Un libro che attraverso la narrazione, la saggistica e la biografia può far comprendere alle lettrici, in particolare a coloro che iniziano un cammino di libertà e di emancipazione, che la vera realizzazione personale e spirituale si trova spesso nel vivere orientati al bene comune e alla giustizia. Le autrici Maria Novella De Luca e Simonetta Fiori, due firme autorevoli del giornalismo culturale italiano, indagano nel pensiero di dieci donne eccezionali per scoprire cosa siano la libertà, la giustizia e il bene. E soprattutto la dignità umana. Il motivo per cui queste dieci diverse figure femminili sono riunite in un unico volume è quello di raccontare l'Italia attraverso le biografie di donne che, con passione, coraggio e determinazione, hanno rotto gli schemi, superato pregiudizi e contribuito in modo significativo al cambiamento sociale e civile del Paese. Le autrici Maria Novella De Luca e Simonetta Fiori, presentano un saggio biografico tanto agile e scorrevole nella forma quanto profondo e denso nei contenuti. Per le protagoniste del libro la chiave è una sola, la libertà. La vera donna è colei che è libera e vive la libertà in modo autentico verso se stessa e verso gli altri. L’immagine di questa umanità che, in pagine ricche di passione, le giornaliste Maria Novella De Luca e Simonetta Fiori tracciano, è quella di donne che pensano, discutono, riflettono, sanno anche rivedere le proprie condizioni per restare fedeli all’ideale di verità e giustizia in cui credono; donne che rinunciano alle maschere in nome di rapporti autentici e dei quali la nostra società troppo spesso basata sulla finzione e l’ipocrisia ha davvero bisogno.
Il titolo evidenzia il filo conduttore: la passione come motore di cambiamento sociale e politico: questa passione irrompe nelle dieci diverse figure selezionate: la chirurga Gaia Spolverato – dal libro (...) non devi essere più brava, più adeguata, più performante, più uomo. Basti così (…). La magistrata Gabriella Luccioli - dal libro: (…) la strada per le donne è ancora in salita, ma non bisogna perdere la fiducia. La speranza non delude mai (…). La giornalista Sandra Bonsanti – dal libro: (…) senza un’informazione libera non esiste democrazia. La funzione del giornalismo è sempre rimasta la stessa: smascherare il potere. Prepariamoci perché il momento è molto difficile. Oggi più di prima la nostra Costituzione è in pericolo e il nostro compito è difenderla (…). La psichiatra Giovanna Del Giudice – dal libro: (…) tutto ciò che è umano mi appartiene. Neppure davanti al paziente più difficile ho mai provato distanza o alterità. Neanche la violenza mi ha mai spaventato, perché sono sempre riuscita a trovare un contatto, quel piccolissimo pertugio attraverso il quale incontrare l’altro, ed essere a mia volta riconosciuta (…). La rettrice Antonella Polimeni, - dal libro: (…) è stata la prima donna a indossare l’ermellino sotto gli antichi legni della Sapienza, una vera disobbediente che ha mandato all’aria una consuetudine lunga non svariati decenni ma ben sette secoli, ossia circa 262.000 giorni, quasi viene il capogiro a contare il tempo occupato dagli uomini al vertice dell’Università più grande d’Europa (…). La disegnatrice Josephine Yole Signorelli in arte Fumettibrutti - dal libro: (…) Vivrò e disegnerò. Finalmente donna, finalmente me (…). La casalinga femminista Nunni Miolli - dal libro: (…) se avessi la forza marcerei ancora, ma sono troppo vecchia e il mio dovere è la memoria (…). La madre coraggio Carmen Corallo – dal libro: (…) è una madre che ha compiuto lo strappo più estremo: accompagnare un figlio a morire (…). Il volume si apre con la figura storica della partigiana Teresa Vergalli - dal libro: (…) La paura non serve a niente, paralizza, toglie la vita. Se le donne come lei avessero avuto paura, la storia d’Italia sarebbe stata diversa. Il volume si chiude con la giovane sindacalista italo indiana Hardeep Kaur, creando un ponte generazionale tra memoria e futuro - dal libro (…) con il nostro camper le nostre magliette rosse della Cgl continueremo, ogni giorno, a percorrere le strade dell’Agro Pontino, in nome dei diritti degli ultimi e degli sfruttati (…).
Un libro di perfida onestà. Costruito magistralmente. Le autrici navigano in acque turbolente della memoria, per raccontare con la pazienza e la tolleranza dell’osservatore professionale un lungo tratto di storia. Il libro "Le appassionate. Storie di donne che hanno cambiato il futuro" di Simonetta Fiori e Maria Novella De Luca aiuterà a capire, nella ricostruzione di dieci vicende familiari, la questione femminile italiana più di molti studi specialistici. La distribuzione con un quotidiano nazionale rende questa saggistica accessibile, trasformando il libro in uno strumento di riflessione collettiva sui valori della democrazia.
Simonetta Fiori, inviata di Repubblica, per oltre trent’anni giornalista culturale del quotidiano. Ha scritto libri-intervista per Laterza: Il grande silenzio, con Alberto Asor Rosa, e Italiani senza padri con Emilio Gentile. È autrice di documentari: Inge Film (realizzato con Luca Scarzella) sulla vita di Inge Feltrinelli (Real Cinema Feltrinelli) e Repubblica primo sogno sulla vita di Eugenio Scalfari (produzione Gedi). Nel volume La testa e il cuore. L’amore in trenta storie (Guanda 2020) e ha curato per Einaudi La biblioteca di Raskolnikov – Libri e idee per un’identità democratica (2024). Collabora con il master di Editoria e giornalismo e mangement culturale della La Sapienza Università di Roma. Ha vinto il Premiolino e il premio Geraldini Donne per il giornalismo.e il Premio Scalfari,
Maria Novella De Luca è inviata di “Repubblica” dove da molti anni si occupa di cronaca, diritti civili, questioni di genere e inchieste sociali. Ha scritto “Le tribù dell’ecstasy” (Theoria 1996) dedicato ai giovani e al mondo della notte. Ha curato il libro intervista alla sociologa Chiara Saraceno, “La famiglia naturale non esiste” (Laterza 2025). Ha pubblicato insieme a Simonetta Fiori il libro: “Le appassionate. Storie di donne che hanno cambiato il futuro” (Feltrinelli 2025). Per il gruppo Gedi ha realizzato la web serie “Finché legge non vi unisca”, inchiesta sulle unioni civili e le famiglie arcobaleno. Fa parte del Comitato scientifico dell’Osservatorio Step, stereotipi e pregiudizi, della Sapienza Università di Roma.
"Le appassionate. Storie di donne che hanno cambiato il futuro"
Maria Novella De Luca e Simonetta Fiori
(distribuita da la Repubblica in collaborazione con Feltrinelli, 2025/2026)
Pagine 233
| Titti Giuliani Foti |
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Esistono giornalisti che riportano i fatti e giornalisti che, quei fatti, li abitano. Titti Giuliani Foti appartiene a questa seconda, rara categoria. Storica firma de La Nazione, la sua carriera non è stata solo un susseguirsi di scoop o interviste prestigiose, ma un lungo atto d’amore verso la cultura e la bellezza in ogni sua forma. Raccontare la carriera di Titti significa sfogliare un album di storia della cultura italiana degli ultimi decenni. Entrata nel mondo del giornalismo in un’epoca in cui le redazioni erano territori prevalentemente maschili, si è imposta con determinazione e una sensibilità fuori dal comune.
Non ha mai avuto bisogno di urlare per farsi sentire: le è bastato sussurrare domande intelligenti e mostrare un’inesauribile curiosità verso l’altro. Fin dai suoi esordi a La Nazione, ha mostrato una vocazione naturale per le pagine della Cultura e dello Spettacolo, comprendendo che dietro una "prima" teatrale o un grande concerto non ci sono solo note e copioni, ma storie umane pulsanti che meritano di essere ascoltate.
Il vero "marchio di fabbrica" di Titti è la sua capacità di intervistare.
Nel suo archivio personale figurano dialoghi con i giganti del Novecento. È stata testimone e custode dei segreti dei camerini della Pergola e del Maggio Musicale Fiorentino, stringendo legami profondi con figure leggendarie per esempio con Giorgio Albertazzi; un rapporto di stima profonda che le ha permesso di raccontare l'uomo privato, quello che rifletteva sul tempo e sulla bellezza lontano dalle luci della ribalta, l’incontro poi con Paolo Poli, Titti è stata una delle poche giornaliste capace di reggere il gioco intellettuale e l'ironia sferzante dell'attore, restituendo interviste che erano veri e propri pezzi di teatro scritto, e come non sottolineare il rapporto con Franco Zeffirelli? Titti ha seguito il Maestro nelle sue visioni monumentali, sapendo narrare il suo carattere difficile ma geniale e diventando una delle firme a lui più care.
La sua carriera si è estesa naturalmente alla saggistica e alla narrativa, mossa dall'esigenza di non far disperdere la memoria. Tra i suoi contributi più significativi spicca l'impegno per i giovani, come dimostrato nel volume "Il Teatro è un Incantesimo", dove spiega alle nuove generazioni che il palcoscenico è un rito vivo, non un reperto del passato.
Nelle sue opere ha dato voce a ritratti di donne straordinarie e ha analizzato i cambiamenti di Firenze, celebrando quegli artigiani e quegli intellettuali che ne costituiscono l'anima autentica.
Oltre alla critica d'arte, Titti ha curato per anni rubriche di dialogo con i lettori, diventando una sorta di "porto sicuro".
Ha risposto a migliaia di persone, offrendo conforto e consigli, trasformando la figura del giornalista in quella di una confidente civica. Questo aspetto del suo lavoro sottolinea la sua missione principale: usare la penna come un ponte per collegare le persone. Oggi, Titti Giuliani Foti continua a essere una voce attiva e un esempio di "gentilezza rivoluzionaria".
La sua figura ci ricorda che, in un'epoca di algoritmi e notizie veloci, il valore del fattore umano rimane insostituibile.
Raccontare Titti significa raccontare una donna che ha scelto di guardare il mondo con occhi aperti e cuore spalancato, convinta che la cultura sia l'unico vero antidoto all'indifferenza.
NDA- La storia professionale di Titti Giuliani Foti è, in ultima analisi, la testimonianza della forza inarrestabile delle donne che scelgono di non conformarsi. In un settore che spesso premia l'aggressività e il rumore, lei ha dimostrato che la tenacia, unita alla grazia e alla capacità di ascolto, può abbattere ogni soffitto di cristallo. Il suo percorso ci insegna che lo sguardo femminile sulla realtà non è solo necessario, ma vitale: è quello sguardo capace di cogliere i dettagli, di curare le relazioni e di proteggere la memoria collettiva con una determinazione che non ha bisogno di clamore per cambiare il mondo. Cosa augurarle? Di essere voce perenne alla bellezza, alla cultura, all’intelligenza che da sempre la rendono regina della penna e del pensiero artistico.
Coniugando il coraggio del giornalista d’inchiesta con l’appassionante abilità narrativa di un vero scrittore, Francesco Vecchi ci racconta i mille volti di un mondo smateriallizzato. Analizza anche la corsa a litio, rame e terre rare, cruciali per la transizione energetica, evidenziando le minacce alla sicurezza economica europea. Quando il possesso diventa ossessione: il denaro da valore di scambio, infatti, è diventato misura non solo delle cose, ma anche dell’uomo. La società del denaro non coglie la bellezza del mondo e neanche il suo affanno, concentrandosi solo sul profitto, riduce gli uomini a un salvadanaio che si può rompere troppo facilmente, lasciando solo dei cocci. IL PESO DELLA TERRA – La lotta per le materie prime che sta minacciando l’Europa è un libro appassionante, scrupoloso e potente. Una voce di cui si sentiva il bisogno. Da questo viaggio è nata un’accurata analisi sulla geopolitica delle risorse e sulla transizione energetica, sullo sviluppo tecnologico e sulla sfida europea. L'Europa si trova a gestire una transizione complessa che richiede un equilibrio tra la necessità di decarbonizzazione, la necessità di reperire risorse critiche e la sfida di mantenere una base industriale competitiva in un ambiente globale frammentato e competitivo. Tagliente come un bisturi la scrittura di Francesco Vecchi affonda implacabile anche sulla sostenibilità geopolitica delle attuali scelte europee (Green Deal). Nella geopolitica contemporanea si parla moltissimo di rame, spesso definito "oro rosso" o metallo strategico, posizionandolo al centro della transizione energetica e delle tensioni tra grandi potenze. Dal libro (…) La transizione a tutti i costi invece richiederà semplicemente più rame. A Chuquicamata, come in qualunque altro luogo si scavi per ricavarlo, questo non è un grosso problema: basta scavare ancora e scavare più a fondo. Pazienza se, nel frattempo, la qualità dei campioni di terra polverizzata peggiora; pazienza se la percentuale di rame diminuisce di anno in anno e di conseguenza aumentano gli scarti e i cumuli di terra abbandonata per ogni tonnellata di rame prodotta. Gli abitanti che vivono attorno alle miniere si trasferiranno ancora una volta un po’ più in là, ma che importa: il mondo chiede rame e rame avrà (…).
Mitragliando decine di dati inoppugnabili il suo libro IL PESO DELLA TERRA – La lotta per le materie prime che sta minacciando l’Europa. passa dal reportage all’analisi, dalle statistiche e percentuali al confronto con altri Paesi, con risultati per l’Europa impietosi, con il rischio concreto di rimanere subordinata al controllo esterno (in particolare cinese) su materiali critici. Il libro di Francesco Vecchi invita anche alla consapevolezza: riconoscere che ogni scelta ha un impatto è il primo passo per una gestione più responsabile delle risorse, senza rifugiarsi in definizioni di marketing fuorvianti. Dal libro (…) È ipocrita illudersi di vivere in un mondo a impatto zero mentre spingiamo il nostro carrello tra una miriade di etichette con proclami verdeggianti. È ipocrita sentirsi rassicurati da una babele di standard e certificazioni fatti secondo i criteri di cui non sappiamo nulla. Ma soprattutto. È ipocrita demonizzare consumi energetici e materie prime mentre ci imbachiamo in una transizione ecologica e energetica che non richiederà meno energia e meno materia. Sarà esattamente il contrario, ne chiederà di più. molte di più. Prima ce ne rendiamo conto e meno danni faremo (…).
Si sta finalmente destando la coscienza dei cittadini? Questo libro potrebbe, dovrebbe esserne segno e stimolo. Francesco Vecchi, una delle penne più agguerrite del giornalismo d’inchiesta, è l’autore abituato a utilizzare la cronaca più scottante per mettere in luce le contradizioni del nostro tempo. Il risultato è un libro stimolante, che ci sprona a ripensare al “bene comune” per trovare nuove soluzioni alle scelte a cui siamo chiamati.
Francesco Vecchi (Milano, 1982) è laureato in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi. Dopo aver lavorato al Tgcom24 e al Tg5, dal 2016 conduce Mattino 5, il programma quotidiano del mattino di Canale 5.
Per Piemme ha pubblicato I figli del debito (2019), Gli scrocconi (2021) ,Non dobbiamo salvare il mondo (2023).-
IL PESO DELLA TERRA – La lotta per le materie prime che sta minacciando l’Europa
Francesco Vecchi
Edizioni Piemme
Pagine 137
Il libro di Carlo Mafera, L’elogio della follia (Amazon, 2025) si inserisce idealmente in una tradizione culturale antica e sempre attuale, quella inaugurata da Erasmo da Rotterdam con il celebre Elogio della follia. Se l’umanista olandese usò la maschera della follia per smascherare i vizi del suo tempo, il tentativo di Mafera – con tono volutamente leggero, paradossale e spesso demenziale – è quello di mettere davanti al lettore uno specchio deformante nel quale riconoscere, ridendo, le contraddizioni dell’uomo contemporaneo.
Il libro è pieno di situazioni assurde, paradossi, trovate esilaranti e apparenti demenzialità. Ma proprio questa demenzialità, come spesso accade nella grande tradizione satirica, diventa uno strumento di riflessione. L’uomo ama definirsi razionale, eppure la sua vita quotidiana è costellata di incoerenze: difende la logica ma si lascia guidare dall’orgoglio, invoca la verità ma vive di opinioni, proclama libertà ma resta prigioniero delle proprie abitudini.
In questa prospettiva la follia letteraria diventa una lente di ingrandimento antropologica. Ridendo delle assurdità raccontate, il lettore finisce per riconoscere qualcosa di sé. La comicità, infatti, ha sempre avuto questa funzione: rivelare la verità attraverso il paradosso.
Anche dal punto di vista teologico la follia possiede un significato sorprendentemente profondo. Nella tradizione cristiana esiste infatti un paradosso che attraversa tutta la spiritualità: la sapienza di Dio appare spesso come stoltezza agli occhi del mondo. La Croce stessa è stata considerata follia da chi giudicava solo secondo i criteri della potenza e della logica umana. In questo senso la “follia” può diventare una provocazione salutare contro l’orgoglio della ragione quando pretende di bastare a se stessa.
Il paradosso, dunque, non distrugge la ragione ma la purifica. Filosoficamente la demenzialità diventa una forma di critica alla presunzione intellettuale. Il linguaggio grottesco, il nonsense e la caricatura funzionano come specchi deformanti: deformano la realtà proprio per farla vedere meglio.
C’è poi una dimensione spirituale che non va sottovalutata. Ridere della follia del mondo è anche un modo per liberarsi dall’idolatria delle certezze assolute. Il riso relativizza il potere, ridimensiona l’ego umano e restituisce all’uomo la coscienza della propria fragilità.
Per questo L’elogio della follia non vuole essere soltanto un divertimento letterario, ma una piccola parabola sull’uomo. Dietro la leggerezza delle situazioni raccontate si nasconde una domanda seria: quanto della nostra presunta saggezza non è, in realtà, una forma più raffinata di follia?
Forse, alla fine, il vero rischio non è essere un po’ folli, ma credersi troppo saggi.
| Il bicentenario della nascita dell’abate Jean-Baptiste Cerlogne (1826) - Ritratto dell'Abate Jean-Baptiste Cerlogne - dettaglio copertina del libro CERLOGNE di René Willien |
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Due secoli fa nasceva l'abate Jean-Baptiste Cerlogne (1826 – 2026) e le celebrazioni per il suo bicentenario si sono aperte, presso il centro polifunzionale Maison de Sandre di Saint-Nicolas in Valle d’Aosta, il 6 marzo ultimo scorso con un dibattito di rara intensità accademica. Riscoprire Cerlogne oggi, con occhi critici, ci ricorda quanto la letteratura in francoprovenzale sia profonda e capace di parlare alle radici dell'identità, unendo uomo, natura e tradizione. Presente l'apertura, ho avuto il compito stimolante di recensire le relazioni degli esperti invitati, veri luminari del settore. La prima serie della rassegna ha preso ufficialmente il via con l'intervento inaugurale della Direttrice del Centro Culturale Centre d’études francoprovançales René Willien la Dott.ssa Christiane Dunoyer, che ha sottolineato l'importanza del progetto per la comunità
| Centro polifunzionale MAISON DE SANDRE di Saint-Nicolas (Valle d'Aosta) - da sx Teresa Geninatti (ricercatrice), Christiane Dunoyer (Direttrice del Centre d'études René Willien) Kamilla Kurbanova-Ilyutko (ricercatrice). |
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l’intervento della studiosa Marie Vigy è stato di assoluto rilievo, incentrato su La Bataille de vatse à Vertosan (La battaglia delle mucche a Vertosan), il celebre poemetto ottocentesco firmato dall’Abbé Jean-Baptiste Cerlogne, figura cardine della letteratura valdostana. Ciò che emerge con forza dalla penna di Cerlogne non è soltanto la descrizione dell'evento goliardico o feroce della bataille. C'è una sottile, quasi commovente, empatia che lega i pastori alle loro bestie. Cerlogne descrive le mucche non come meri strumenti di lavoro o proprietà, ma come esseri dotati di una "personalità" e di un coraggio quasi umano,rispecchiando l'anima dei loro proprietari.
L’intervento successivo è stato affidato alla ricercatrice Teresa Geninatti (Responsabile dello Sportello Linguistico Francoprovenzale Regionale in capo all'Unione di Comuni Montani delle Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone ) che ha voluto mettere al centro un progetto affascinante: la 'Notte di Natale' di Grazia Deledda tradotta in francoprovenzale. L’intervento della Dott. ssa Geninatti ha catturato la mia attenzione, focalizzandosi su un tema tanto audace quanto necessario: la possibilità del ritorno dei grandi classici attraverso le lingue minoritarie, citando senza indugio Dante Alighieri il sommo poeta italiano, autore della Divina Commedia e Federico García Lorca il celebre poeta e drammaturgo spagnolo della Generazione del '27, noto per opere surrealiste e passionali. Si è discusso di come un'opera 'universale' possa trovare nuova voce e potenza in un contesto linguistico locale o minoritario. La tesi sostenuta dalla ricercatrice Teresa Geninatti, che ho trovato particolarmente interessante, riguarda l'idea che tradurre i classici in lingue minoritarie non sia un semplice esercizio accademico, ma una vera e propria operazione di 'ri-creazione' letteraria. Questo approccio permette di scardinare la rigidità del canone tradizionale. Il cuore della questione , che come critico ho trovato centrale, risiede nella capacità di queste lingue di donare inedite sfumature semantiche e ritmiche a testi altrimenti cristallizzati, rendendoli più prossimi e 'vivi' per le comunità locali.
L'intervento più affascinante ha riguardato l'analisi comparativa del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, tradotto e analizzato in
| Il ricercatore Henri Armand con la biografia dell'Abate Jean-Baptiste Cerlogne - di René Willien |
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francoprovenzale argomento analizzato dalla ricercatrice Kamilla Kurbanova- Ilyutko. Il Piccolo Principe è tra i libri più tradotti al mondo e la versione in francoprovenzale non è solo un esercizio linguistico, ma un atto di salvaguardia culturale. La traduzione in lingue regionali permette di riscoprire il significato simbolico e la "poetica" della favola in un contesto locale. La Dott.ssa Kamilla Kurbanova- Ilyutko (docente-ricercatrice presso l'Università Statale di Mosca "M.V. Lomonosov ) ha spiegato come i traduttori hanno affrontano le sfide linguistiche citando specificamente i metodi richiesti. Invece di cercare un termine letterale inesistente, il traduttore utilizza una perifrasi per spiegare concetti complessi, rendendo il senso profondo della metafora attraverso una descrizione più ampia in francoprovenzale. Con lamodulazione si applica una variazione del punto di vista, passando dal concreto all'astratto (o viceversa) per adattare la sintassi francese alle strutture linguistiche del dialetto, mantenendo intatta l'atmosfera poetica. Con la modulazione quantitativa (o emplificazione/amplificazione) i traduttori operano su alcuni passaggi, riducendo le frasi più lunghe o, al contrario,
ampliando metafore concise, per adattare il ritmo della narrazione alla parlata locale, un esempio perfetto di modulazione quantitativa. Con la trasposizione si assiste alla sostituzione di una parte del discorso con un'altra senza cambiare il significato (es. trasformare un verbo in un sostantivo), necessaria per mantenere la fluidità idiomatica francoprovenzale. L'uso di queste tecniche traduttologiche avanzate non solo preserva la lingua regionale, ma arricchisce l'opera di Saint-Exupéry, rendendo il Piccolo Principe un eroe capace di parlare con accenti locali, ma con messaggi universali. Come critico, ritengo che questo tipo di operazioni letterarie siano fondamentali per il dibattito sulla vitalità delle lingue minoritarie.
| Nadia Camposaragna (fotografa e pubblicista) e Henri Armand (studioso e scrittore) - Valle d'Aosta, Comune di Saint-Nicolas, 6 marzo 2026 |
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Tra i momenti più intensi, spicca la riflessione dello studioso valdostano Henri Armand su come il talento e il destino risiedano in ognuno di noi, incarnati magistralmente dalla figura poliedrica dell'Abate Cerlogne. La sua esistenza, da semplice pastore e spazzacamino a cuoco e infine poeta eccelso e sacerdote, è stata presentata come l'emblema di un destino in divenire, dimostrando come la vocazione possa fiorire nelle circostanze più inaspettate. Ripercorrere la sua evoluzione ha offerto uno spunto di riflessione notevole sulla capacità umana di trasformare il proprio destino attraverso la vocazione. L'analisi di Henri Armand della straordinaria vita dell'abate Cerlogne, capace di evolversi da pastore a poeta eccelso grazie alla svolta fondamentale di un incontro con un mentore speciale: Edouard Bérard, un religioso e botanico italiano, canonico e archivista della cattedrale di Aosta, ha offerto una potente metafora sulla resilienza umana e la capacità di trasformarsi. Un percorso che insegna come il talento non sia predeterminato, ma si plasma con la vita stessa. Chiusura eccellente con una toccante poesia in francoprovenzale dedicata a Cerlogne. L'immagine dell'abate che lascia le sue tracce nella neve, metafora delle sue 'orme' letterarie, è stata un omaggio poetico di rara bellezza da parte della fotografa pubblicista Nadia Camposaragna. I versi hanno descritto Cerlogne mentre cammina nella neve, lasciando tracce profonde che diventano metafora della sua eccelsa eredità poetica e letteraria. Un vero tributo, emozionante e sentito.
Nota aggiuntiva: Desidero specificare che il mio resoconto critico si limita alla prima giornata, a cui ho assistito personalmente. Riguardo alla seconda giornata di sabato 7 marzo 2026, cito qui di seguito il programma per completezza informativa, ma non avendo partecipato alle sessioni, la mia analisi non copre i dibattiti specifici di quella data.
Nel programma del Sabato 7 marzo ultimo scorso, le sessioni hanno affrontato l’opera di Marguerite d’Oingt. Proveniente da una famiglia nobile, è considerata la prima scrittrice lionese, con due opere in francoprovenzale, Speculum e La vita seiti biatrix virgina de Ornaciu, dedicate alle sue visioni e alla vita spirituale
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Targa commemorativa esposta |
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di un’altra religiosa. La conferenza ha trattato anche delle favole in francoprovenzale e in occitano nell’Auvergne-Rhône-Alpes, delle riscritture di Amélie Gex (1835-1883), nonché della poesia contemporanea, dall’alto savoiardo Jean-Alfred Mogenet detto Jam (1862-1939) a Marco Gal (1940-2015).
Per informazioni: www.centre-etudes-francoprovencales.eu
| Centro polifunzionale MAISON DE SANDRE ( Valle d'Aosta - Saint-Nicolas, 6 marzo 2026) - Antoine de Saint-Exupéry, Le Petit Prince. Una panoramica di 7 diverse edizioni in francoprovenzale. |
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In occasione della festa della donna mi è stata donata questa meravigliosa guida I VIAGGI DELLA VITA - LE 225 METE PIU’ EMOZIONANTI DEL MONDO del National Geographic un omaggio alla meraviglia che, come critico, sento il dovere di condividere in modo particolare con voi donne. Sfogliarne le pagine equivale a intraprendere un viaggio emozionante segnato dall’armonioso intreccio di suggestioni poetiche e visuali. Questo volume vi permetterà di ammirare le immagini dei più famosi fotografi del National Geographic, approfondire centinaia di esperienze di viaggio uniche, di programmare dove, quando e come organizzare la vostra avventura: 225 mete ad alto tasso di emozioni, dalle metropoli futuristiche ai grandiosi paesaggi scolpiti dal tempo. L’incredibile cascata Hi’ilawe, alta come un grattacielo di 120 piani e raggiungibile con la strada più ripida del mondo; l’isola norvegese di Spitsbergen, dove la NASA simula le missioni su Marte. Ma anche castelli da favola, pittoreschi mercati e ristoranti letteralmente aggrappati alle rocce. Sono più di 200 le località, famose o sconosciute, opera dell’uomo o della natura, che gli appassionati di viaggi e meraviglie scopriranno in questa originale e raffinata guida alle mete più emozionanti del mondo (…) Sono stati gli esperti fotografi di National Geographic a selezionare personalmente le destinazioni. Scavare dietro le apparenze e portare alla luce l’essenza profonda di un luogo è il loro mestiere; poi se sono fortunati, riescono a trasportarla in una fotografia (…) afferma Dan Westergren nel testo di prefazione. (Dopo oltre 25 anni passati come photo editor e fotografo per National Geographic Traveler magazine, il fotografo Dan Westergren ora si concentra principalmente sull'insegnamento e sulla creazione di ritratti e paesaggi durante i suoi viaggi). Oltre alle immagini dei leggendari fotografi del National Geographic, troverete tanti suggerimenti, indicazioni pratiche, curiosità enogastronomiche, antiche usanze e tanto altro. Sono 225 i viaggi spettacolari e unici, da intraprendere almeno una volta. Sfogliate questo volume e lasciatevi ispirare: sia che voi siate viaggiatori avventurosi o amanti del divano, rimarrete senza fiato.
In conclusione, quest'opera non è solo un racconto di viaggio, ma un inno alla libertà. Celebrare le donne che scelgono l'indipendenza e la scoperta è fondamentale, e questo testo riesce a farlo con grazia, proprio come suggerito dalle migliori narrazioni di viaggio del National Geographic. NOTA AGGIUNTIVA: Tra i fotografi del National Geographic ci sono e ci sono state molte donne di grande talento, che hanno contribuito a raccontare il mondo con immagini iconiche, storie sociali e ambientali. Fotografe come Jodi Cobb, Annie Griffiths, Lynn Johnson e Stephanie Sinclair sono celebri per i loro lavori, documentando temi che spaziano dalla tutela dell'ambiente alla condizione femminile.
National Geograpghic
Fondata nel 1888, la National Geographic Society ha finanziato più di 13.000 progetti di ricerca, di esplorazione e di conservazione in tutto il mondo. La National Geographic Society è finanziata da National Geographic Partners, LLC, e quindi in parte dal vostro supporto. Parte dei ricavi derivanti dall'’acquisto di questo libro sono infatti destinati a sostenere l’importante missione della la National Geographic Society. Per saperne di più visitate il sito natgeo.com/info
Dal 2001 National Geographic ha legato il proprio nome a Edizioni White Star, che cura e distribuisce l’edizione italiana delle guide e delle opere più prestigiose.
I VIAGGI DELLA VITA - Le 225 mete più emozionati del mondo
Edizione National Geographic
Pagine 320