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Grande finale di stagione allo SMILE!!!
Il 19 e il 20 giugno debutterà lo spettacolo TELESFASCIO – LA DIRETTA SENZA VERGOGNA, scritto, rielaborato e diretto da MARCELLA CANDELORO, per la storica Compagnia LO SCHERZO.
L’originalità della pièce, una vera chicca nel panorama della commedia brillante romana, sta nella disinvolta contaminazione di teatro, varietà, televisione e clips pubblicitarie, nel ritmo incalzante di un’ipotetica trasmissione TV il cui pezzo forte, tra le altre, è la rubrica "C’è un lamento per tutti".
Tra le interruzioni degli spot e gli stacchetti musicali, si snoda un’esilarante galleria di personaggi, quasi tutti nati dalla penna di Marcella, qualcuno riadattato da Giobbe Covatta e Federico Salvatore, ma tutti sorprendentemente veri, nei loro tik e nelle loro stramberie, che fanno sorridere, ma anche riflettere...
Anti-eroi o nuovi mostri dei nostri giorni, ci ricordano le maschere della Commedia dell’arte ed allo stesso tempo il vicino di casa, l’amica ipocondriaca o la professoressa del Liceo.
Ma la cifra inconfondibile di Marcella Candeloro è la leggerezza: come Alice, si muove tra il Cappellaio Matto o il Leprotto Bisestile del Terzo millennio, con l’ironia e lo stupore dell’esploratrice alla ricerca delle meraviglie che si nascondono sotto la banalità e la monotonia quotidiana: le stranezze, le debolezze, persino le cattiverie dei personaggi di TELESFASCIO sono le nostre, e noi ridiamo di loro come dovremmo imparare a ridere di noi stessi...
Gli attori della Compagnia “Lo Scherzo”: Letizia Gallacci, Antonella Pirone, Pino Vasta, Paola Maffei, Ettore Muraca, Donatella Puccini, Renata Tucci, Licia Gioffreda, Giovanna Uccellatore
Scenografia: Ettore Muraca
Masterizzazione, montaggio e fonica: Maria Cristina Macciò
Regia: Marcella Candeloro
Il giardino dei ciliegi e la nostalgia che non si può vendere, Barnum Lab al Teatro Le Maschere, Roma
Una casa, nei sogni di chi l'ha abitata da bambino, torna sempre identica, anche quando il tempo, fuori, l'ha già cambiata per sempre. È intorno a questa potente immagine che Anton Čechov costruisce Il giardino dei ciliegi, la sua ultima opera. Tra le pagine di questo capolavoro, la perdita di una proprietà si trasforma nel pretesto per raccontare un dramma ben più radicale, il momento esatto in cui i ricordi smettono di essere terreno reale e diventano reliquie da custodire sotto una teca di vetro. Una transizione dolorosa e universale che Barnum Lab ha
saputo restituire con una messinscena vibrante e suggestiva ieri sera, 17 giugno, sul palco del Teatro Le Maschere, nell'ambito del R.E.T.E. Festival.
La nostalgia respira in una scena volutamente scarna, affidata a un arredo d'epoca prezioso ma logoro, traccia di uno splendore ormai sbiadito, capace già da solo di evocare l'anima della tenuta Ranevskaja. In questa studiata essenzialità, il gioco delle luci e delle ombre abbandona il ruolo di semplice sfondo per farsi specchio dello smarrimento interiore dei personaggi. È una scelta di elegante rigore, coerente con la natura stessa del testo cecoviano, un'opera fatta di pause e silenzi in cui una famiglia immobile assiste all'inevitabile vendita all'asta del proprio passato.
Nella cornice spoglia entra ed esce per primo Lopachin, con il suo abito grigio che si fa dichiarazione silenziosa e cifra visiva di un'insanabile estraneità al tramonto dell'aristocrazia. Il mercante figlio di servi, voluto da Čechov elegante e mai meschino, "una degna persona sotto ogni riguardo", trova in Rosetta Dotti un'interprete capace di restituirne le sfumature più sottili. Affrontare un ruolo maschile non è mai un esercizio semplice per un'attrice, perché richiede di ricostruire da zero una postura, un peso del corpo, una grammatica gestuale che appartiene a un altro genere, evitando la macchietta. L'attrice riesce con sicurezza a costruire Lopachin attraverso piccoli scarti precisi, nello sguardo che si accende quando si parla di affari e si spegne sui ricordi del passato, nelle mani in costante cerca di un gesto pratico per non dover affrontare i propri sentimenti.
Da tanta cura nei dettagli prende forma una parabola interpretativa che attraversa la goffaggine quasi comica dei primi tentativi di salvare la famiglia Ranevskaja dal debito e approda all'ebbrezza dolorosa della vittoria all'incanto. L'entusiasmo per il riscatto sociale si rivela, allora, inseparabile dalla rabbia per un'ingiustizia che nessun acquisto può davvero sanare. Il personaggio si ritrova proprietario della tenuta dove suo padre lavorava in catene, un paradosso amaro che nell'interpretazione di Rosetta Dotti resta vivo, ancora capace di toccare un pubblico che riconosce, nella propria vita, la stessa contraddizione tra il salire e il perdere qualcosa nel farlo.
Tra il sorriso e la malinconia si muove l'intero spettacolo, senza sciogliersi mai del tutto nell'uno o nell'altra, fedele a un autore che considerava la sua opera una commedia e vide i primi registi del Teatro d'Arte di Mosca trasformarla in tragedia contro la sua stessa volontà, alla prima del gennaio 1904, pochi mesi prima della sua morte. Il finale corale, con tutto il cast riunito mano nella mano, non offre consolazione. Sigilla solo la fine di un mondo, mentre un altro, meno gentile, prende già possesso del palco.
Accanto a Dotti, completano il quadro: Mara Ciriaco, Cinzia Di Marco, Antonella Ferri, Livio Fiorelli, Chiara Fiorelli, Roberta Maiorella, Alessandro Rubino ed Emanuela Sampieri, con una coralità che non lascia mai un personaggio davvero solo in scena,
nemmeno nei momenti di maggiore resa.
Quello che resta, uscendo dal Teatro Le Maschere, non è la disputa sulla proprietà attorno a cui ruota la trama. È la sensazione di aver visto, una volta di più, quanto sia difficile lasciare andare un giardino che esiste ormai solo nella memoria.
Si è concluso il Congresso costituente FN all'Auditorium di Via della Conciliazione, il 13-14 giugno 2026 a Roma, di fatto in Terra Vaticana, quel Cristianesimo tutto da riprendersi, anche in Terra Santa, un auditorium gremito, con migliaia di presenze, di cui si vuole riportare qui una cronaca fedele, per sgretolare tanta stampa main-stream, che già il giorno 14 giugno ha inventato i titoli più strani per strumentalizzare alleanze ancora inesistenti/inventate e per dividere destra e sinistra - ancora una volta - quando ormai lo stesso Generale Vannacci ci dimostra che non esiste più destra e sinistra, ma esiste il popolo italiano che vuole riprendersi la sua sovranità da una parte ed una élite globalista guerra-fondaia dall'altra, il SOTTO ed il SOPRA (ndr: suddivisione del mondo citata primariamente da Enrico Montesano), ovvero élite europea non eletta da nessuno, paradossalmente, criticata nel voler dare armi all'Ucraina (3-4 Mld di €!!)- sia dal nuovo partito nascente FUTURO NAZIONALE, che dall'estrema sinistra... ma in modo diverso. Vediamolo!
Intanto la prima cosa è lo slogan principale del Congresso di FUTURO NAZIONALE: "ITALIA AGLI ITALIANI" (vedi foto) scritto qualche giorno fa in uno striscione/parete da parte di uno studente liceale italiano, subito punito/sospeso da una "dirigenza buonista" di scuola, ormai del tutto inadeguata a formare una classe dirigente coraggiosa, di mente critica, disciplinata, senza la protezione genitoriale eccessiva, costituzionalista ed efficiente, ovvero da una scuola che ancora confonde certe reminiscenze storiche con il "vero fascismo attuale" ovvero quello della costrizione verso popoli sovrani ed animali da macello a svolgere una massiccia inoculazione di sieri sperimentali, obbligatoria sul proprio corpo, senza PRESCRIZIONE MEDICA LIMITATIVA RRL. Questo è il "vero fascismo attuale" e certo in Italia non lo ha svolto qualche coraggioso partito nascente come DSP o FN, ma lo ha svolto un partito definito "di sinistra" tra il 2020 ed il 2026, per mano anzitutto del Ministro Speranza e poi con frasi/DPCM prive di senso scientifico vero, proferite ad esempio da un certo Mario Draghi ("...se non ti vaccini muori e fai morire...").
Peraltro il motto suddetto "ITALIA AGLI ITALIANI" è un verso del Carducci - puntualizza il Vannacci in aula - che notoriamente è un autore italiano che viene insegnato nelle scuole di ogni ordine e grado e quindi non si comprende il fatto che una scuola italiana, per mano magari di uno di questi nuovi plus-stipendiati "direttori di azienda scolastica" punisca scolari per questo tipo di affermazione scritta, del tutto lecita ed innocua.
Massimiliano Simoni, top del partito FN, accento toscano, quindi da Regione ben difficile da scalare con tutte le coop, le Ong, le fondazioni ed i comitati d'affari del PD ivi esistenti, dice al proposito: "... la riforma della scuola di Giovanni Gentile è stata distrutta.... si basava sulla cultura italiana...sul poeta del posto, sullo scrittore del posto ...sull'artista del posto etc.... "
Parallelamente - sempre per restare su argomenti scottanti ma decisivi per le prossime alleanze, si è accennato in aula FN su argomento guerra in Medio Oriente, come è stata definita da certi delegati disciplinatamente in fila negli interventi: "..la folle guerra di Netanyau e Trump... con Isreaele che sfrutta l'IDF (nda: ormai per la maggior parte in mano a psichiatri, psicologi e mandati a "infestare" le nostre spiagge di lusso di Sardegna, Puglia e Sicilia, nei resort che presto finiranno come l'isola di Sasamo in Albania: ovvero invasi da cortei del popolo sovrano per fermare l'acquisto di isole e di spiagge anche italiane per impedire di "defatigare" criminali arricchiti in estate).
Peraltro infatti al congresso FN vi sono state voci intervenute parlando di Trump come un "...gendarme del mondo, che sta danneggiando i nostri interessi nazionali....Israele sfrutta l'IDF per devastare un popolo, perdendo il controllo del Paese, negando acqua, cibo e cure ai bambini...facendo espandere l'odio nei palestinesi rimasti ...." Si riascoltino poi gli interventi di Caterina Galli una delegata emiliana del primo giorno e di Edoardo Ziello, deputato passato ora in FUTURO NAZIONALE, che ha parlato a più riprese sfiorando la comunicazione - quasi didattica - su tutti gli argomenti FN svolta dal comunicatore top Lorenzo Gasperini.
Grandi applausi sono stati devoluti ad un timido diciottenne, il delegato di Asti Mattia Franco, che è intervenuto a dire che voleva cambiare l'Italia insieme ai suoi coetanei. Si è qui parlato di valori, Patria, coraggio, merito, responsabilità, onestà... Riferito al coraggio si è parlato della difficoltà per un giovane di costruire una piccola media impresa, l'asse portante del Made in Italy del Paese, con le PMI rappresentanti il 96% dell'economia nazionale ormai... e con chiusure/fallimenti continui per la troppa burocrazia ed farraginosità bandi europei, infarciti di "green economy", utile ormai solo ad arricchire le fondazioni dei falsi ambientalisti, di una vecchia sinistra ormai sgamata sia dalla destra che dall'estrema sinistra.
Servirebbe una "aliquota unica' anche per le PMI come per le partite IVA, dice Vannacci nelle sue conclusioni, subito dopo le note di FUTURA di Lucio Dalla,....(nda: lui si omosessuale vero con compagno palese e non "...pederasta alla moda con famigliola al seguito..." come spesso definito qualche politico di sinistra, con doppia vita di comodo e facciata).
Chissà se quel diciottenne di Asti inondato di applausi avrà la sua de-fiscalizzazione, tramite "quozienti familiari" anelati da FN, in base al numero di figli che lui farà ...con una donna. E qui l'ironico Vannacci in aula è stato molto chiaro: otto miliardi di persone al mondo sono nate dal ventre di una donna... che ci piaccia o non ci piaccia!
Ma veniamo al tema che più si confà con la mia preparazione tecnica - l'energia/materie prime/ sottosuolo, ovvero quella preparazione tecnica gradita dal Generale Vannacci pubblicamente e privatamente. La quale preparazione tecnica - ho più volte ribadito - deve essere a disposizione dei partiti nascenti per spingere l'acceleratore per la rinascita del boom economico italiano con il piede giusto. Il Generale Vannacci con veemenza così si è espresso sul tema energetico nelle sue conclusioni di fatto improntate per il 50% su questo tema strategico e che - ho spiegato in varie interviste - fa durare i governi molto poco, lasciando il resto delle sue conclusioni su REMIGRAZIONE ed economia (https://youtu.be/u2thBTZC3dE?is=SMdzvELxvdzaYTW7):
"...Questo programma energetico scellerato in atto, di elettrificazione che sta portando avanti l'Unione Europea attuale, ci farà cadere sempre più in basso ed è stato da me citato anche il primo giorno... il fabbisogno energetico annuale è di 1422 TWh .... l'energie rinnovabili - l'eolico ed il solare - oggi ci rappresentano solo il 4% del fabbisogno totale energetico nazionale; ... il 50% del fabbisogno energetico nazionale è energia termica, quella che serve per far funzionare le nostre Industrie, per scaldare le nostre case, per far funzionare i nostri mezzi di trasporto e per concorrere alla ricchezza ed alla prosperità nazionale.... uno Stato senza autosufficienza energetica non è più sovrano... può esserlo di diritto ma non lo è di fatto. Futuro Nazionale sostiene la necessità della sovranità energetica, che possa prima di tutto permettere la produzione interna con l'implementazione del nucleare di ultima generazione e la valorizzazione di ogni fonte alternativa all'avanguardia ....in secondo luogo questa sovranità energetica ci deve derivare dalla capacità sovrana di negoziazione con gli altri paesi perché noi non ce la faremo a soddisfare solo con la produzione interna il nostro fabbisogno energetico, ma vogliamo essere liberi di comprare l'energia da chi ce la vende a miglior prezzo e vogliamo essere liberi di avere un portafoglio energetico più ampio possibile senza costrizioni ideologiche o dogmatiche ....vogliamo togliere gli incentivi in bolletta alle energie rinnovabili, vogliamo abolire il 'Green Deal", vogliamo abolire la tassa sulle anidride carbonica, la famosa Carbon Tax, vogliamo con un provvedimento - che si farebbe in mezza giornata neanche - passare a l'ora legale permanente, cosa di una semplicità disarmante: questo ci farebbe risparmiare secondo i calcoli di Terna 180 miliardi di € all'anno e già 80 miliardi di € li risparmiamo con 6 mesi di ora legale all'anno. Poi estendendola a tutto l'anno ci sarebbe risparmiare altri 100 milioni di €, senza rinunciare a nulla, senza disturbare nessuno; l'ora è una convenzione umana
Poi dobbiamo coltivare lo sfruttamento delle biomasse, che sono il vero combustibile autocratico che abbiamo in casa - le biomasse legnose, vegetali - produciamo 7 miliardi di metri cubi di gas naturale e secondo calcoli svolti in maniera molto seria, con pochissimi provvedimenti potremmo arrivare con le biomasse a produrre l'equivalente di energia di 20 miliardi di metri cubi di gas naturale, che rappresentano un terzo del fabbisogno nazionale di gas che compriamo dalla Azerbaigian, dalla Libia e dell'Algeria..."
E fuori dall'aula, come pensato e scritto a due mani - tra cui in parte le sue - e come narrato da lui nelle sue conclusioni e nel primo giorno, da militare curioso e strategico anche su argomenti non suoi, nonchè sufficientemente e brillantemente umile da fare domande mirate agli esperti di settore, cosa inusuale da parte delle cariatidi politiche di destra e di sinistra dei vecchi partiti, questo potrebbe svolgere il Generale Vannacci su energia/materiale prime in sintesi:
Riaprire i rubinetti dalla Russia;
Eliminare i contributi/accise sui carburanti relativi alle rinnovabili, specie quelle in bolletta, viste le ormai eclatanti prove di speculazione e conflitti di interesse da parte di certe "fondazioni green" legate a specifici politici sinistroidi;
Rilanciare le concessioni e gli investimenti per l’idroelettrico, mini-idroelettrico e rinnovo parco dighe, fiore all'occhiello della nostra Italia della prima ora;
Avviare con urgenza un programma nucleare italiano sia verso la "IV generazione di fissione", che peraltro genera 1/100 delle scorie nucleari e le ricicla, sia verso "mini-reattori a fusione" che peraltro non sarebbero bloccati dal referendum del 1988, visto che non producono scorie nucleari come quelle della fissione nucleare;
- riaprire le nostre miniere e joint venture minerarie come negli anni '50 e '60 (eravamo i primi al mondo in Ingegneria Mineraria!!) e dare manforte al gruppo OIMCE (Osservatorio Materie Prime Strategiche per Energie, es. Terre Rare, Li, Uranio) del Ministero con infornata di corsi universitari sia pubblici che privati per geologi ed ingegneri;
Rivalutare le biomasse, vero combustibile autarchico dell'antico Popolo Sovrano, utilizzando anche una fiera manodopera carceraria ora annoiata, per "ripulire" tutte le vie consolari d'Italia, che tra plastica nei fossi limitrofi e biomasse abbandonate potrebbe produrre energia come una centrale a gas naturale da 400 MW installati;
Uscire dal "green deal" - ormai sgamato nei suoi conflitti di interessi di falsi politici "green", ipocritamente arricchiti PERSONALMENTE, negli ultimi 20 anni, sfruttando i cittadini ignari - e quindi liberandoli dal pagamento per la CO2 prodotta, magari da armi, SUV, panfili e jet, in possesso ed uso di chi scrive le ipocrite Direttive "Green" Europee;
Adottare l'ora legale permanente (con risparmi di 180 Mil Euro annui);
Adottare un Portafoglio energetico più ampio possibile senza rinunciare ad alcuna forma di energia, premiando i prototipi universitari e delle Smart-Up;
- Non dismettere le centrali a carbone innovative e visitate addirittura dai cinesi, come la Centrale Elettrica a Carbone di Torrevaldaliga ed incentivare i progetti CCS (Cattura e Stoccaggio di CO2) applicabili alle Centrali a Carbone ed a gas naturale, come ad esempio il Progetto ENI CCS RAVENNA;
- Ampio uso di bici elettriche abbinate a treni, pullman, autobus togliendo i recenti divieti a non caricare in autobus e trenini urbani questi dispositivi....basta staccare la batteria.
- Tornare alla geotermia NON speculativa (ovvero quella sana ed antica.. quella della vecchia Enel Toscana per capirci) ovvero eliminare le piccole aziendine senza capitale, personale, mezzi tecnici e magari con sede legale in paradisi fiscali, che tanto danno etico e di credibilità hanno fatto dal 2010 ad oggi, con la legge di geotermia voluta dalla sinistra, portando ora più rispetto alle popolazioni locali che vogliono fidarsi di chi può effettivamente compiere i monitoraggi ambientali di gas e vapori/ sismicità indotta possibili.
- premiare lo spegnimento dell'iper riscaldamento casalingo... per evitare così che i nostri giovani siano spesso annoiati su un divano caldo davanti ad un tablet, invece di fare sport per "scaldarsi". MENS SANA IN CORPORE SANO ... e scaldato naturalmente senza energia elettrica quindi.
In conclusione quindi questo Congresso costituente di FUTURO NAZIONALE 2026 a Roma non ha avuto strafalcioni? Ebbene sì certo! Qualche riferimento e voce in aula a favore di vecchi fascistoni degli anni '70 o qualche rimasuglio di estrema destra che ancora vuole entrare in politica, magari perché non lavora più o anziani signori che si vogliono ancora riciclare ... ma tanto si è quasi certi, da più voci, che in Generale Vannacci possa anche con loro fare buon viso e cattivo gioco e andare avanti verso il suo "treno", verso un'Italia che può essere rinnovata da questo nuovo partito ... solo se avrà le alleanze giuste e non con vecchie cariatidi di destra e di sinistra ormai impresentabili: sta e lui ed al suo staff fare piazza pulita, selezionare, dire dei NO sereni, diplomatici e inoffensivi, scegliere solo COMPETENZE e CORAGGIO autentico...non solo in divisa.
Sul lato destro del sagrato, poco prima dell’entrata di questa stupenda chiesa, c’è una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Rosario. Questa risale al '600 e fu voluta da Guido Vaini (le fonti riportano il cognome con diverse varianti tra cui: Vayna o Vaina). Questi era un patrizio di Imola trasferitosi poi a Roma.
Visse tra il Seicento e primo Settecento (1648–1720 circa) e si fregiò di titoli come: principe di Cantalupo, duca di Selci e marchese di Vacone. Realizzò questa cappella per sé e per sua moglie Lucrezia Magalotti. Ecco perché ne parlo, la donna era una patrizia appartenente alla famiglia fiorentina dei Magalotti, una casata aristocratica legata alla corte medicea del Seicento.
I Magalotti poi, ebbero un ruolo molto importante nella vita politica e culturale del Granducato di Toscana.
La cappella, oltre alla Madonna, veniva così dedicata anche a tutta la famiglia, composta per altro da ben dodici figli. In seguito avrebbe portato alto il nome della famiglia attraverso tutti i futuri discendenti.
Nota a Firenze fin dal XIII secolo, la famiglia ebbe come capostipite Magalotto di Bonaccorso, proprietario di alcune torri e di case concentrate soprattutto tra Borgo dei Greci, via del Parlagio e via dell'Acqua. Una di queste torri venne poi inglobata nel complesso di San Firenze dei Filippini, come ricorda anche un'iscrizione posta in via dei Greci ancora visibile.
I Magalotti combatterono a Montaperti con la fazione guelfa, poi si divisero in due rami: quello di Gherardino, che si estinse nel Quattrocento e quello di Borghese, che sopravvisse fino agli inizi del Settecento.
Filippo Magalotti, come ci tramanda lo storico Giovanni Villani del XIII secolo, fece parte degli insorti che cacciarono dalla città il duca d'Atene. Questi era stato chiamato precedentemente dagli stessi cittadini per sedare alcune rivolte interne tra guelfi e ghibellini che destabilizzavano Firenze. Essendo un personaggio straniero con una buona reputazione, avrebbe dovuto essere imparziale nelle contese e riportare la pace tra i fiorentini.
Il duca nobile francese Gualtieri VI di Brienne però, si fece egoisticamente nominare signore a vita governando tra il 1342 e il 1343 la città come un despota, perdendo così presto l’appoggio del popolo. Filippo, fu uno tra i più convinti sostenitori della sua cacciata. Minacciato di eliminazione fisica, il duca rassegnò le sue dimissioni e fuggì dalla città il 26 luglio 1343, il giorno dedicato a sant’Anna. La cacciata del Duca d’Atene è descritta nella “Nova Cronica” di Giovanni Villani e raffigurata negli affreschi da Andrea Orcagna. Alcuni di questi episodi riguardano il linciaggio o l’esecuzione di alcuni suoi collaboratori che non fecero in tempo a fuggire. Per ringraziare sant’Anna le venne dedicata la chiesa di Orsanmichele e l’attuale chiesa di San Carlo dei Lombardi.
Lo stemma originario dei Magalotti presenta delle strisce orizzontali doli colore oro alternate ad altre nere, alle quali venne aggiunta sulla parte superiore la scritta "Libertas" in caratteri d'oro su campo rosso. Questa aggiunta risale ai tempi della guerra contro papa Gregorio XI (1329/1378), che cercava di espandersi nei territori fiorentini. Giovanni di Francesco Magalotti fu un importante uomo politico e strenuo difensore della libertà, nonché membro degli Otto di Guerra o (Otto Santi), nonché forte oppositore dell’espansionismo pontificio.
La famiglia ebbe sempre numerosi ed importanti incarichi pubblici, sia durante il periodo della Repubblica, che durante il Principato.
In seguito, un altro importante esponente portò alto il nome della famiglia. Questi fu Ottavio, cavaliere di Santo Stefano nel 1589, Ordine che insieme ai Cavalieri di Malta contrastò efficacemente in mare il fenomeno della pirateria turca.
Nel 1623 vanno ricordati anche i fratelli Carlo, Lorenzo e Costanza Magalotti, che ottennero importanti incarichi da Urbano VIII Barberini.
Carlo fece carriera militare nella guardia del pontefice, Lorenzo divenne cardinale, mentre Costanza sposò Carlo, un fratello del papa con cui ebbe un figlio chiamato Antonio
e che divenne a sua volta cardinale.
Il personaggio più noto della casata fu sicuramente Lorenzo Magalotti, un illustre letterato membro dell'Accademia del Cimento, dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dell'Arcadia. In oltre fu uno stimato relatore di saggi scientifici e anche poeta.
Ritornando alla “nostra” Lucrezia, “conosciuta” a Roma in questa chiesa dei Gianicolo, di lei ci rimane ben poco, se non un dipinto che la ritrae e che fa parte della serie detta delle “Bellezze di Artimino”, ma che stranamente non compare pubblicato nel Catalogo Generale degli Uffizi. Catalogo che raccoglie e documenta i ritratti di gentildonne pervenuti in doppia versione, ovvero “al petto” e “al gomito”. Uno dei due ritratti si suppone venisse destinato alle donne ritratte o alle loro famiglie.
La serie, voluta molto probabilmente da Cristina di Lorena per ornare i saloni della Villa di Artimino, fu iniziata alla fine del secolo XVI e terminata nel 1638.
Il nucleo principale è costituito da quarantaquattro ritratti databili intorno al 1606. Una prima serie era costituita da ventitré ritratti pagati nel 1601. Una seconda, è formata da altri ventuno pezzi, che risalgono al 1603/1606.
Tra gli esecutori dei dipinti compare Achille di Baldassarri Granre, pittore della bottega di Jacopo Ligozzi, attivo come ritrattista dei Medici e Matteo Confortini, pittore molto
noto, attivo negli anni 1585/1633, e Francesco Mati detto lo “Zoppo”, allievo di Alessandro Allori.
Il ritratto di Lucrezia Magalotti è così descritto nell’Inventario della Villa del Poggio Imperiale del 1860: “Quadro a mezza figura che ritrae Lucrezia Magalotti de’ Vaini, con ornamento scorniciato tinto giallo e oro”.
Purtroppo, almeno al momento, non si trovano altre notizie su questa nobildonna di cui casualmente ho scoperto l’esistenza visitando questa bellissima chiesa romana che ospita tra l’altro i resti di Torquato Tasso, un chiostro affrescato dal Cavalier d’Arpino con le storie di Sant’Onofrio, uno stupendo abside affrescato dal Pinturicchio ed opere di Antoniazzo Romano, di Annibale Carracci, un dipinto attribuito a Leonardo, poi opere del Domenichino, del Peruzzi e del Baglione… una piccola perla.
L'osteria di collina come ultimo presidio di una civiltà contadina. Se c'è un luogo nelle Langhe dove questa definizione continua ad avere un significato concreto, è Osteria da Gemma. A Roddino, uno dei comuni più appartati dell'Alta Langa, lontano dalle vetrine più luccicanti del turismo enogastronomico contemporaneo, sopravvive una delle ultime espressioni autentiche della cucina langarola prima che diventasse moda, racconto mediatico e fenomeno internazionale.
Prima che le Langhe diventassero patrimonio UNESCO, destinazione gourmet e meta di enoturisti provenienti da ogni continente, esisteva un'altra Langa. Era quella delle strade sterrate, delle cascine isolate, delle scuole di frazione e dell'emigrazione. Roddino appartiene a questa geografia sentimentale. A oltre seicento metri di altitudine, più vicino ai boschi che ai filari celebrati sulle riviste internazionali, il paese ha sempre vissuto una dimensione diversa rispetto a Barolo, La Morra o Monforte. Qui la vite conviveva con il bosco, con il castagneto e con l'allevamento domestico. Le famiglie erano numerose e autosufficienti: si produceva il vino, si allevavano i conigli, si macellava il maiale e si conservava ogni cosa. La cucina nasceva da questa economia chiusa, dove ogni ingrediente aveva un valore e nessuno poteva permettersi il lusso dello spreco. È da questo mondo che provengono i tajarin, il plin, il bunet, le carni brasate e quell'interminabile teoria di antipasti che oggi rappresenta il simbolo della tavola langarola. Gemma non ha mai ricostruito questo universo: ne è semplicemente una delle ultime testimoni.
Per comprendere Gemma bisogna partire da Roddino. Oggi il nome Langhe evoca tartufi, Barolo, grandi vini e turismo internazionale. Ma fino a pochi decenni fa questi paesi erano sinonimo di fatica, emigrazione e povertà. Roddino appartiene a quella fascia collinare che guarda più all'Alta Langa che alle celebri colline del Barolo: boschi, noccioleti, piccoli appezzamenti, cascine sparse e un'economia costruita sulla sopravvivenza quotidiana.
La cucina che nasce qui non è quella codificata dai grandi ristoranti, ma quella delle famiglie contadine. Una cucina fondata sulla necessità di non sprecare nulla, sul rispetto delle stagioni e sull'abilità delle donne di casa nel trasformare ingredienti semplici in piatti memorabili. È in questo mondo che affondano le radici dell'Osteria da Gemma.
La storia dell'osteria è innanzitutto la storia di una famiglia e di una trasmissione del sapere tutta al femminile. Gemma Boeri non nasce ristoratrice. Nasce cuoca nel senso più antico del termine: imparando dalla madre Pina e dalla nonna Gemma, eredi a loro volta di una tradizione che risale alla bisnonna Margherita, ricordata come "chisinera", figura oggi quasi scomparsa. La cuoca, che non era una professionista nel senso moderno del termine, era una donna depositaria di un sapere collettivo che preparava i banchetti nuziali nei paesi della zona. Conosceva le ricette, le quantità, le stagioni e soprattutto l'organizzazione necessaria per sfamare centinaia di persone. Questa continuità femminile è forse il vero patrimonio dell'osteria. Le ricette sono importanti, ma ancora più importante è il metodo con cui vengono tramandate: l'osservazione, la ripetizione, la memoria delle mani. Una linea di successione gastronomica che attraversa almeno quattro generazioni.
In queste colline le ricette non si scrivevano: si osservavano. Si imparavano guardando le mani. La sottigliezza dei tajarin, la consistenza della carne cruda, l'equilibrio del vitello tonnato non erano formule, ma gesti tramandati da madre a figlia. Gemma diventa l'erede di questo patrimonio immateriale.

La nascita dell'attività ha qualcosa di profondamente piemontese: nessuna strategia imprenditoriale, nessun business plan, soltanto il desiderio di cucinare. Nel 1986 Gemma apre un piccolo circolo con cucina ricavato in un garage. È una realtà minima, quasi domestica. Ma il passaparola si diffonde rapidamente. Chi arriva a Roddino scopre una cucina che sembra appartenere a un'altra epoca: porzioni generose, ricette immutate, accoglienza familiare.
Per quasi vent'anni quel piccolo locale cresce senza snaturarsi. Poi, nel 2005, nasce ufficialmente l'osteria attuale. Non cambia però la filosofia: non un ristorante che interpreta la tradizione, ma la tradizione stessa servita a tavola. Negli anni Novanta e Duemila il territorio cambia radicalmente.
Il successo mondiale del Barolo, la crescita dell'enoturismo, la valorizzazione del tartufo bianco d'Alba e il riconoscimento UNESCO trasformano l'economia locale. Le colline che per generazioni erano state considerate marginali diventano improvvisamente un luogo desiderato.
Molte trattorie si evolvono in ristoranti gastronomici. Le carte dei vini si ampliano, le sale vengono ristrutturate, la cucina si confronta con la contemporaneità. Gemma sceglie una strada diversa.
Mentre tutto attorno cambia, l'osteria continua a proporre gli stessi piatti, le stesse sequenze di portate e la stessa idea di ospitalità. È una scelta apparentemente conservatrice ma, in realtà, profondamente moderna: conservare l'identità quando il contesto economico spinge verso l'omologazione.
Prima dei social network, prima delle classifiche gastronomiche e degli influencer, esisteva una forma di comunicazione molto più potente: il racconto dei clienti. Così si è costruita la fama di Gemma. Un amico che ne parlava a un altro. Un produttore di vino che portava un importatore straniero. Un giornalista che arrivava per curiosità e tornava con altri colleghi.
Negli anni l'osteria è diventata una tappa obbligata per chiunque volesse comprendere la vera cucina di Langa. Non quella spettacolarizzata, ma quella vissuta quotidianamente dalle famiglie del territorio.
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Le pareti dell'osteria raccontano questa storia meglio di qualsiasi archivio. Sono letteralmente ricoperte di fotografie. Attori, musicisti, cuochi stellati, giornalisti, produttori vinicoli e appassionati di gastronomia hanno lasciato una traccia del loro passaggio. Tra i nomi più citati compare quello di Gérard Depardieu, affascinato dalla cucina di Gemma e dalla cultura gastronomica delle Langhe. Anche grandi chef e protagonisti dell'alta cucina hanno cercato qui un contatto con l'origine della tradizione piemontese. È un fenomeno interessante: mentre molti ristoranti rincorrono la modernità, a Gemma arrivano i protagonisti della gastronomia contemporanea per ritrovare qualcosa che altrove sta scomparendo.
Un aspetto che merita maggiore attenzione è il ruolo delle collaboratrici storiche dell'osteria.
Molte di loro provengono dalle famiglie del paese e delle frazioni circostanti. Alcune lavorano da decenni accanto a Gemma e rappresentano la prosecuzione naturale della cultura contadina locale. Non si tratta soltanto di personale di cucina: sono custodi di gesti e rituali tramandati nel tempo. Ancora oggi sopravvive il cosiddetto "social plin": il giovedì le donne del paese si ritrovano per preparare insieme i ravioli del plin. Non è un'attrazione turistica costruita a tavolino, ma l'evoluzione naturale di una pratica di comunanza e comunità che apparteneva alla vita contadina.
In un'epoca in cui molti piatti tradizionali vengono industrializzati, vedere decine di mani che lavorano insieme la pasta rappresenta quasi un atto di resistenza culturale. È probabilmente uno degli ultimi esempi concreti di cucina collettiva tradizionale ancora visibile nelle Langhe.
Negli anni però anche il pubblico è cambiato profondamente. All'inizio erano soprattutto abitanti della zona, piccoli imprenditori, viticoltori e famiglie delle colline circostanti. Con la crescita del turismo enogastronomico nelle Langhe sono arrivati gli appassionati italiani, poi gli stranieri. Oggi ai tavoli si possono incontrare produttori di Barolo, importatori americani, turisti giapponesi, giornalisti gastronomici e famiglie piemontesi che frequentano il locale da decenni. Eppure, l'atmosfera rimane sorprendentemente democratica: tutti mangiano le stesse cose, nello stesso ordine, allo stesso ritmo.
La vera rivoluzione di Gemma è forse questa: aver resistito alla tentazione di cambiare. Mentre il mondo della ristorazione si è riempito di degustazioni concettuali, reinterpretazioni e tecniche sofisticate, qui il menu è rimasto sostanzialmente identico per decenni. Una scelta che oggi appare quasi radicale e in apparenza conservatrice ma, in realtà, profondamente moderna: conservare l'identità quando il contesto economico spinge verso l'omologazione. Seguendo le stagioni, anche per piatti storici, ma versatili. L'esperienza inizia con la teoria degli antipasti piemontesi:

Poi arrivano i due grandi simboli della casa:
I tajarin rappresentano probabilmente il piatto identitario dell'osteria. Sottilissimi, lavorati secondo una tecnica affinata in decenni di esperienza, sono considerati da molti tra i migliori delle Langhe.
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Seguono i secondi della tradizione contadina in base ad una turnazione:
Infine i dolci:
La carta dei vini privilegia naturalmente le produzioni locali. Accanto alle grandi denominazioni delle Langhe trova spazio anche il meno celebrato, ma identitario, Dolcetto di Roddino, vino che racconta il carattere schietto di queste colline. È una scelta coerente con l'intera filosofia del locale: non inseguire il prestigio, ma valorizzare ciò che appartiene realmente al territorio.
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Oggi Osteria da Gemma è considerata una delle tavole simbolo delle Langhe. Le prenotazioni arrivano da tutto il mondo e il locale continua a essere indicato come una delle esperienze più autentiche della cucina piemontese.
Il suo fascino però non risiede nella fama raggiunta negli ultimi quarant'anni. Sta piuttosto nella capacità di essere rimasta fedele a sé stessa. In un territorio che negli ultimi quarant'anni ha vissuto una trasformazione economica e culturale straordinaria: da terra di emigrazione a capitale mondiale del vino e della gastronomia. Gemma continua a fare ciò che faceva all'inizio: cucinare come le hanno insegnato la madre, la nonna e la bisnonna.
Forse è proprio questo il vero valore culturale dell'osteria e il segreto della sua longevità. Non rappresentare la nostalgia di un mondo perduto, ma la dimostrazione concreta che quel mondo, almeno in una casa di Roddino affacciata sulle colline dell'Alta Langa, esiste ancora. Perché se il Barolo e il Barbaresco rappresentano oggi la ricchezza raggiunta dalle Langhe, Gemma continua a rappresentarne la memoria. E nelle grandi regioni gastronomiche, la memoria vale quanto il futuro.
Roma, 11 giugno 2026 – La Rebel Art Exhibition ha consacrato ancora una volta Donna Serena Pizzo come una delle figure più luminose e trasversali del panorama culturale italiano: non solo fashion designer di fama, ma icona contemporanea, capace di unire arte, pensiero, impegno sociale e una visione etica che attraversa ogni sua creazione.
La Galleria Plus Arte Pulse, gremita e vibrante, ha accolto un pubblico qualificato e profondamente partecipe, in un evento patrocinato dall’Associazione Free Lance International Press e da AUGE Università.
Un’apertura solenne
La serata è stata inaugurata dal Presidente della Free Lance International Press, Virgilio Violo, insieme a Francesca Lazzeri,
presidente dell’Associazione Solidarietà Sociale. Un avvio autorevole, che ha sottolineato la natura culturale e civile dell’iniziativa.
Una dedica che diventa testimonianza
Donna Serena Pizzo ha dedicato l’evento al piccolo Gabriele Ubaldo Petrucci, prematuramente scomparso, sostenendo con forza la battaglia del padre, dott. Antonello Petrucci, per la messa in sicurezza degli impianti natatori e termali.
Un momento di intensa commozione, che ha trasformato l’arte in un atto di responsabilità collettiva.
Le Animorfie: quando la moda diventa emozione pura
Le sfilate della collezione Animorfie hanno rappresentato il vertice poetico della serata.
Accompagnate dalle note immortali di Charles Aznavour, le modelle hanno dato vita a una performance che ha superato la dimensione estetica, trasformando il colore, il segno e il movimento in un racconto emotivo che ha attraversato la sala come un’onda.
Molto apprezzate le modelle di Miss Parade, guidate da Corrado Stramaglia, interpreti eleganti e potenti della visione artistica di Pizzo.
Danza, pittura e moda in un unico respiro
La performance della danzatrice Eleonora Pedini ha aggiunto un ulteriore livello di intensità, fondendo gesto e musica in un dialogo perfetto con le opere esposte. 
La galleria, avvolta dai colori e dalle forme delle tele di Donna Serena, è diventata un ambiente immersivo, quasi teatrale.
Presenze istituzionali e culturali di rilievo
La serata ha visto la partecipazione di figure autorevoli:
- Cav. Maria Antonia Spartà, già Vice Questore, presenza molto apprezzata;
- il critico d’arte Alessandro La Sala;
- l’avv. Paolo Melchionna, presidente della Fondazione Paolo D’Orazio;
- il critico internazionale Principe Alfio Borghese, voce autorevole dell’arte europea.
AUGE Università: un sostegno accademico prestigioso
Molto applaudita la presenza del Magnifico Rettore di AUGE Università, Avv. Prof. Giuseppe Catapano, che ha sottolineato il valore culturale e sociale dell’opera di Pizzo.
L’intervento del Prof. Massimo Guarascio
A chiudere la serata, l’intervento del Prof. Massimo Guarascio, luminare dell’ingegneria forense e docente dell’Università La Sapienza – Facoltà di Ingegneria di San Pietro in Vincoli.
Un contributo di altissimo profilo, che ha intrecciato scienza, sicurezza e responsabilità civile.
La sensibilità di Emanuela Angelo
Graditissima anche la presenza di Emanuela Angelo, conduttrice del programma Codice Pet, da sempre impegnata nella tutela degli animali domestici.
Un valore aggiunto che ha ampliato il respiro etico della serata.
Donna Serena Pizzo: un’icona che unisce estetica e coscienza
La Rebel Art Exhibition non è stata solo un evento artistico: è stata la conferma che Donna Serena Pizzo rappresenta oggi una voce culturale imprescindibile, capace di trasformare la moda in linguaggio, l’arte in testimonianza, la creatività in impegno.
Una figura che non si limita a creare bellezza, ma la orienta verso un senso, un’etica, una responsabilità.
Un’artista che non veste soltanto i corpi, ma accende le coscienze.
Ricordate la delusione della Nazionale italiana di calcio (Campione in carica 2006) ai successivi Mondiali del 2010 in Sudafrica? Un dis-astro, d’accordo, sotto un cielo però con tante storie di stelle…
A chi giunge dall’Atlantico al promontorio sudafricano di Buona Speranza, oltre la baia e la “dinamica” ciambella del “Green Point Stadium” si presenta - inclusa nella Città del Capo - la sagoma quasi innaturale della “Montagna della Tavola” (Table Mountain): cima piatta evidentemente, a poco più di 1000 metri s.l.m., frequentata da una nuvola bianca detta “Tovaglia” perché l’altopiano le fa proprio da mensa, per tre km circa verso la Città.
Più di 2 secoli e mezzo prima del debutto calcistico dell’Italia campione (con débâcle finale), l’astronomo francese Nicolas L. de Lacaille si trovò ad attendere, in questo magnifico ambiente naturale, alla redazione della sua carta del cielo australe (1751-1752).
All’orografia particolare del “Tafelberg” (la “Tavola” in “afrikaans”) fu certo molto sensibile il Lacaille; tanto da immortalarne il nome in una delle 14 nuove costellazioni create per l’orientamento, in cieli evidentemente non “letti” dalle antiche mitologie euroasiatiche. Dette così il nome latino di “Mons mensae” (Montagna della Tavola) a un settore circumpolare di firmamento visibile da poco a nord dell’Equatore fino al polo Sud, dotato di stelle deboli ma pure di qualcosa d’interessante.
Si estende infatti in esso parte della “Grande Nube di Magellano”, l’oggetto extragalattico più luminoso tra quelli visibili col solo occhio nudo: uno scrigno di miliardi di stelle come fu scoperto però in seguito (1834-1838) dall’astronomo inglese John F. W. Herschel, che aveva proseguito le osservazioni “in loco” con strumenti di livello superiore.
Particolarissima nuvola insomma, che non poteva non richiamare quella più vicina alla terra, che scende a rivestire la “Tavola” della Città del Capo. Forse anch’essa un po’ stordita in quel particolarissimo Inverno australe, riscaldato dal concerto delle “vuvuzelas” nel sito poco lontano del “Green Point Stadium”.
FIRENZE – C’è un luogo, a pochi chilometri dal caos cittadino, dove la storia si intreccia con la leggenda e la natura custodisce segreti secolari. È il Parco di Pratolino (noto a molti come Villa Demidoff), un palcoscenico di meraviglie che da secoli incanta i visitatori di tutto il mondo. Un'oasi di verde e monumenti dove il tempo pare essersi fermato e dove il vissuto del tempo andato respira ancora fra le fronde di questo paradiso di natura incontaminata.Tutto ebbe inizio nel 1568, quando il Granduca di Toscana, Francesco I de' Medici, acquistò la tenuta.
Innamorato di questi boschi, decise di trasformarli in una villa da favola legata alla storia d'amore con la nobildonna veneziana Bianca Cappello (inizialmente sua amante e poi seconda moglie). I lavori furono affidati al geniale architetto Bernardo Buontalenti. Il parco divenne un capolavoro del Manierismo, famoso in tutta Europa per i suoi incredibili "giochi d'acqua" e le grotte artificiali.
Di quel periodo d'oro oggi ammiriamo il re indiscusso del parco: il Colosso dell'Appennino (1580). Questa monumentale statua del Giambologna, alta ben 14 metri, si erge fiera sopra il laghetto ed è una fusione perfetta tra arte e natura: l'enorme gigante sembra prendere vita direttamente dalla roccia.
Sotto le sembianze del gigante si nasconde una vera e propria struttura abitabile, divisa in stanze e grotte artificiali decorate. In origine, la testa ospitava un camino che faceva uscire il fumo dalle narici, mentre dalle fauci del mostro marino schiacciato sotto la sua mano sgorgava l'acqua per il laghetto.Poco lontano si trova la fiera statua di Giove, testimone di quel gusto classico che amava popolare i giardini di divinità antiche.
All’interno del parco vi è poi la splendida Cappella del Buontalenti. Si tratta di una struttura a pianta ottagonale che fu commissionata a Buontalenti da Francesco I ed è rimasta uno dei pochi edifici monumentali superstiti e in ottime condizioni dell'ecclettico architetto.
La favola dei Medici, però, a un certo punto si interruppe bruscamente. Con la misteriosa e simultanea morte di Francesco e Bianca
| Il Gigante del Giambologna |
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(avvenuta a Poggio a Caiano nel 1587), la villa fu gradualmente abbandonata. Nell'Ottocento, il Granduca Ferdinando III di Lorena decise addirittura di demolire il palazzo buontalentiano ormai fatiscente, trasformando il giardino in un più moderno parco all'inglese.
La svolta arrivò nel 1872, quando la proprietà fu acquistata dalla ricchissima famiglia di industriali russi Demidoff. Furono loro a ridare vita al complesso: ristrutturarono gli edifici superstiti (trasformando le antiche scuderie buontalentiane nella villa che vediamo oggi) e restaurarono i monumenti. Il legame della famiglia con questo luogo è profondo e intimo, come testimonia il Mausoleo dei Demidoff, un angolo di pace e memoria immerso nel verde che ricorda a tutti il ruolo fondamentale che questa dinastia ha avuto nel salvare il parco dall'oblio.
Oggi il Parco di Pratolino è un bene protetto dall'UNESCO. Chi lo visita per passeggiare lungo i suoi laghi e ammirare i suoi giganti di pietra non fa solo una scampagnata nella natura, ma compie un vero e proprio viaggio nel tempo, sulle tracce di granduchi, principesse e artisti visionari.
Ci sono concorsi enologici che misurano il vino. E poi ci sono luoghi dove il vino viene rimesso dentro la sua origine.
A San Michele all’Adige, presso la Fondazione Edmund Mach, questa non è un’idea: è un metodo.
Da oltre un secolo, qui formazione, ricerca e sperimentazione hanno costruito un rapporto continuo con il territorio. Il vino non è mai separato dal paesaggio che lo genera: è dentro questa tradizione che nasce il “Concorso ENOtecnico valorizzazione VINI territorio”, diventato, oggi alla IX edizione, uno degli osservatori più lucidi sulla viticoltura alpina contemporanea.
La differenza è netta. Qui non si cerca il vino migliore: si cerca il vino più vero.
A dirlo con chiarezza sono anche le figure che negli anni hanno costruito il concorso: il presidente FEM Francesco Spagnolli, il dirigente del Centro Istruzione e Formazione Manuel Penasa e soprattutto il docente di enologia e referente organizzativo Andrea Panichi, che ha guidato la crescita della manifestazione mantenendone intatto l’impianto originario voluto da Salvatore Maule.
La Fondazione Mach non è un contenitore neutro. È uno dei luoghi fondativi della formazione agraria in Italia, dove da oltre un secolo ricerca, sperimentazione e didattica costruiscono un rapporto continuo con il territorio. Il concorso si innesta esattamente in questa tradizione: non come evento collaterale, ma come estensione naturale di un’idea di formazione che mette al centro la lettura del paesaggio attraverso il vino. Per questo qui il concorso non coincide mai con la competizione.

La domanda non è qual è il vino migliore, ma quale vino è ancora capace di raccontare il proprio luogo. Per rispondere bisogna partire da quel luogo.
Il Trentino‑Alto Adige non è uno sfondo, è una struttura. È la Piana Rotaliana — conoide alluvionale incastrato tra le montagne — dove il Teroldego trova una delle sue espressioni più compiute. Sono i terrazzamenti della Valle Isarco, dove la viticoltura si misura con le quote e le escursioni termiche. Sono le vigne che circondano il Lago di Caldaro, modellate dai venti. Sono le pendici dolomitiche, dove i bianchi si fanno verticali, tesi, essenziali. Senza questa geografia, il vino perde significato; con questa contestualizzazione, diventa leggibile.

Il concorso lavora esattamente su questo punto. Le categorie non sono soltanto varietali, bensì territoriali. Accanto al Teroldego Rotaliano DOP trovano spazio Traminer aromatico, Kerner, Schiava, Sauvignon, Chardonnay, Nosiola, Marzemino, Merlot e altre espressioni che costruiscono, insieme, la pluralità enologica dell’arco alpino orientale.
È un passaggio decisivo, maturato nel tempo. L’iniziativa nasce infatti come evoluzione della “Rassegna Teroldego” del 2016, inizialmente concentrata sulla Piana Rotaliana. Con le edizioni successive, il progetto si è allargato fino a coinvolgere l’intero sistema vitivinicolo regionale e transregionale tra Trentino e Alto Adige/Südtirol. Non una deviazione, ma una necessità: il territorio non è mai un monolitico, è sempre una trama di differenze.
Anche i numeri raccontano questa crescita. Ogni anno vengono raccolti ben oltre cento vini, con punte che hanno superato le 130 etichette complessive e coinvolto più di 70 cantine ad ogni tornata. Quest’anno addirittura 153 campioni più 76 di solo Trento DOC. Ma il valore non è quantitativo: è nel metodo.
I campioni vengono anonimizzati, le commissioni sono composte da enologi, degustatori, enotecnici, giornalisti provenienti da diverse aree italiane, e la valutazione avviene secondo le schede dell’Union Internationale des Oenologues, che da qualche anno è stata informatizzata per accelerare e migliorare le tempistiche tra servizio, degustazione e calcolo dei risultati. Un impianto rigoroso, necessario. Ma qui il rigore non si trasforma in feticcio numerico.
Per questo il cuore del concorso sta anche nei momenti di riflessione: seminari, interventi tecnici, discussioni su sostenibilità e mercato. Non a caso, accanto a Panichi intervengono figure come Marco Stefanini e Luciano Groff, che riportano il tema della vitienologia dentro il lavoro scientifico della Fondazione. Qui emerge con chiarezza la regia FEM: non solo organizzazione, ma linea culturale. Una linea ribadita anche dal presidente Spagnolli: “il vino esiste solo nella relazione con il suo ambiente”.

Il punteggio è uno strumento. Non è il fine.
Serve a creare confronto, a mettere in relazione stili, interpretazioni, territori. Serve a costruire consapevolezza. Per questo la premiazione non chiude il processo, lo apre: seminari, incontri tecnici, riflessioni su sostenibilità, identità e mercato accompagnano ogni edizione, spostando il baricentro dalla classifica al pensiero. In questo equilibrio tra tecnica e visione si riconosce il lavoro dei docenti della Fondazione Mach. Da anni sono loro a costruire, con continuità, l’identità del concorso. Non limitandosi all’organizzazione, ma orientandone il senso: evitare che l’analisi del vino si riduca a esercizio astratto e riportarla a una dimensione culturale. Il vino, in questa prospettiva, non è mai separabile dal luogo che lo genera. È una scelta controcorrente, soprattutto oggi. Per questo il prezioso e quanto mai calzante collaborazione e supporto delle istituzioni locali porta quel valore riconosciuto.
In un mercato internazionale dove l’omologazione stilistica è sempre in agguato, la riconoscibilità territoriale torna a essere un valore. Non solo culturale, ma competitivo. Il concorso FEM intercetta pienamente questa tensione: documenta, edizione dopo edizione, come un sistema produttivo possa evolvere senza perdere il proprio radicamento.
Qui entrano in gioco anche gli studenti. Il coinvolgimento del Corso Enotecnico è uno degli elementi più radicali della manifestazione. Gli studenti non assistono: partecipano. Affiancano le commissioni, seguono le degustazioni, contribuiscono alla gestione tecnica dell’evento, fino a esprimere in alcune edizioni un proprio premio. È una formazione che avviene dentro il vino, non attorno al vino.
Si osserva il lavoro dei degustatori, si impara il linguaggio tecnico in un contesto di concorso, ma soprattutto si comprende la complessità del giudizio. Perché degustare non è solo analizzare: è interpretare. E interpretare significa mettere in relazione dati sensoriali, conoscenza del territorio e sensibilità personale.

Parallelamente, il concorso ha progressivamente allargato la propria dimensione territoriale anche fuori dalla sala degustazione. La Piana Rotaliana non è più soltanto origine geografica dei vini, ma parte integrante dell’esperienza. I commissari, durante le giornate di permanenza oltre agli impegni della degustazione tecnica, vengono accompagnati attraverso borghi, campagne vitate, sistemi irrigui, architetture rurali. Si entra dentro la stratificazione storica della viticoltura locale, si osserva come il paesaggio sia il risultato di secoli di lavoro agricolo. In questo passaggio il ruolo delle istituzioni locali è decisivo. Il concorso è autorizzato dal Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e promosso dal Centro Istruzione e Formazione con il patrocinio dei comuni di San Michele, Mezzocorona e Mezzolombardo e la collaborazione di Assoenologi sezione Trentino e sezione Alto Adige, Consorzio vini del Trentino, Museo etnografico trentino e Consorzio Turistico Piana Rotaliana Königsberg. Questa non è una rete formale: è un sistema territoriale che riconosce nel vino uno strumento di identità.
È qui che la degustazione recupera senso. Il vino smette di essere un oggetto isolato e torna a essere un’espressione situata. La collaborazione con il Consorzio turistico Piana Rotaliana Königsberg e con le istituzioni locali consolida ulteriormente questa direzione. Non si tratta di trasformare il vino in attrazione, ma di usarlo come chiave di accesso al territorio: una enocultura, più che un enoturismo.

Anche i vini premiati, nel corso delle edizioni, raccontano questa articolazione. Dalla Nosiola “L’Ora” della Cantina Toblino al Sylvaner “Praepositus” dell’Abbazia di Novacella, dalle interpretazioni di Griesserhof e Kuenhof fino ai vini dolci come l’Arèle Vino Santo Trentino o alle espressioni più recenti di Pinot Grigio e Marzemino: non una gerarchia, ma una mappa in movimento della qualità territoriale.
Dopo nove edizioni, il Concorso ENOtecnico della Fondazione Edmund Mach ha definitivamente chiarito la propria natura. Non è una competizione: è un dispositivo di lettura. Quest’anno poi è stata affiancata la 1^ rassegna del Trento Doc con ben 76 campioni di sole bollicine di montagna, che hanno anticipato i 153 campioni di tutte le tipologie quest’anno valutate. Per chi avesse la curiosità di conoscere i vincitori può leggere qui in allegato.
Un luogo dove si affrontano, senza semplificazioni, le questioni centrali della viticoltura contemporanea: sostenibilità climatica, gestione delle risorse, tutela dei vitigni autoctoni, rapporto tra identità e mercato. Senza cedere né alla retorica territoriale né al tecnicismo sterile.
Resta, alla fine, una linea di fondo. Il vino nasce dentro un paesaggio. E solo restando dentro quel paesaggio può continuare ad avere senso. Il compito del concorso non è stabilire chi vince, ma insegnare a riconoscere, dentro ogni calice, la traccia concreta di un luogo e delle persone che lo tengono vivo. Il concorso mette a fuoco: il territorio si apre ed è questo che caratterizza e rende sicuramente unica e meritoria di esser menzionata questa manifestazione, spunto per meglio conoscere un territorio splendido con sfaccettature e unicità da esplorare.

Il Consorzio Turistico Piana Rotaliana Königsberg, insieme al Consorzio Vini del Trentino, da anni costruisce una programmazione continuativa di iniziative che portano il vino fuori dal contesto tecnico e lo restituiscono all’esperienza diretta del pubblico. Eventi come “A tutto Teroldego”, che trasforma la Piana Rotaliana in un grande spazio di degustazione diffusa dedicato al suo vitigno simbolo, o “Di Cantina in Cantina”, dove le aziende aprono le porte e il visitatore attraversa fisicamente il territorio, passando da una storia produttiva all’altra. Momenti che si affiancano a rassegne, incontri con i produttori, degustazioni guidate e percorsi tra vigneti e architettura rurale, costruendo un calendario che rende il vino accessibile senza banalizzarlo. Diventa esperienza, relazione, presenza. Il resto è lavoro continuo. Dei consorzi, dei produttori, del paesaggio, perché il vino non sta in classifica: sta lì dove nasce.
MODIFICA DELLA LEGGE "LORENZIN": PER UNA INCLUSIONE SOCIALE DI TUTTI I BAMBINI PRESSO ASILI E SCUOLE DELL'INFANZIA
Alla c.a. Conferenza Permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano
Con la presente si chiede alla Conferenza Permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano, in osservanza del principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale (IV comma Art. 118 Cost.), di perorare nelle prossime riunioni di sessione comunitaria e di cooperazione tra l’attività dello Stato e quella delle Regioni e le Province autonome, l’idea di una mirata e specifica modifica della “Legge Lorenzin” n. 119/2017 mantenendo l’obbligo vaccinale vigente così come tutta l’architettura sanitaria e il monitoraggio degli adempimenti previsti. Ciò al fine di garantire quella inclusione sociale, di accudimento ed educazione e crescita anche per la fascia 0-6 anni di età, attualmente ingiustamente discriminata dal punto di vista sociale senza alcun vantaggio per la salute pubblica, l’interesse della collettività e della Repubblica.
Tale modifica mirata e specifica se attuata andrebbe a favorire tutta la collettività per tutta una serie di ragioni: sanerebbe le aporie del quadro normativo, garantirebbe un pieno rispetto della dignità della persona e delle delicate scelte di salute, una salvaguardia concreta dei futuri diritti civili e politici di tutti gli individui e darebbe beneficio e sostegno alla frequentazione anche delle scuole delle aree “interne”, come quelle delle isole e dei comuni montani che rischiano più di tutte di chiudere per insufficienti iscrizioni non solo a causa della denatalità e depopolamento ma anche a causa del progressivo trend di aumento del percorso di istruzione parentale (perfettamente legittimo e fondato costituzionalmente e di pari dignità rispetto alla istruzione nelle scuole statali, paritarie e non paritarie) che inizia proprio con la mancata inclusione durante i primi anni di vita qualora non si sia conformi ad un profilo sanitario.
Inoltre, tale modifica consentirebbe alle famiglie di decidere serenamente se vaccinare o meno i propri figli senza perdere spazi di inclusione sociale, gioco e accudimento e istruzione dei servizi di accudimento e delle scuole dell'infanzia, e soprattutto ciò andrebbe a vantaggio di chi sceglie di vaccinare, perché alla manifestazione delle prime reazioni avverse la famiglia potrebbe sospendere prudentemente il ciclo vaccinale pediatrico evitando futuri danni irreparabili alla integrità psicofisica del minore e causati dagli eventi avversi dei vaccini pediatrici (eventi imprevedibili e costituenti la componente di scommessa dell'atto sanitario invasivo e rischioso proposto dalle Autorità sanitarie a soggetti sani).
Si consideri che la medesima questione di giustizia sociale è stata al centro della mozione-emendamento discussa presso la Provincia autonoma di Bolzano nel novembre 2025. L’esito della votazione di rigetto della mozione da parte del Consiglio (per un solo voto di scarto) con una idea di inclusione avuta indipendentemente da me anche dall’Avv. Renate Holzeisen e dal suo gruppo “Vita” del Consiglio Provinciale della Provincia Autonoma di Bolzano e relativamente alla Provincia di Bolzano e all’ultimo anno della scuola infanzia (lì reso obbligatorio da una delibera di Giunta del 2024), ha dimostrato nella concretezza della delibera e discussione politica avuta a seguito della presentazione della mozione-emendamento, proprio quella attenzione e sensibilità alla inclusione sociale e scolastica di tutti senza restrizioni di cui parla il sottoscritto da tempo nonostante il rigetto finale della mozione.
L’idea di una mirata e specifica modifica della “Legge Lorenzin” mantenendo l’obbligo vaccinale vigente così come tutta l’architettura sanitaria e il monitoraggio degli adempimenti previsti, viene sostenuta per garantire quella inclusione sociale, di accudimento ed educazione e crescita anche per la fascia 0-6 anni di età e senza ricatti, fascia di età attualmente ingiustamente discriminata dal punto di vista sanitario senza alcun vantaggio per la salute pubblica, l’interesse della collettività e della Repubblica.
Negli ultimi anni sempre più famiglie italiane, quando hanno i sufficienti mezzi tecnici ed economici per farvi fronte, si stanno allontanando dal modello di scuola che lo Stato sta declinando negli ultimi anni e preferiscono praticare la istruzione parentale per alcuni anni, a causa di incomprensibili restrizioni e vincoli sanitari posti dallo Stato e di un clima psicopedagogico tecnocratico e influenzato da protocolli e ideologie che poco hanno a che fare con uno sviluppo armonioso e naturale del fanciullo, rispettoso dei suoi tempi di crescita.
In tal guisa, con una modifica normativa mirata che lasciasse vigente l’obbligo vaccinale ma non più declinato in senso discriminatorio, sarebbe possibile rispettare più autenticamente non soltanto la Legge 28 marzo 2003, n. 53 che ha posto la scuola della infanzia in continuità educativa verticale con la scuola dell’obbligo, ma soprattutto la disciplina della Legge 13 luglio 2015, n. 107 ("Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti") e il suo successivo decreto attuativo: il Decreto Legislativo 13 aprile 2017, n. 65, “Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni di età”, con cui viene favorita un’effettiva continuità del percorso formativo lungo l’asse cronologico 0-6 anni di età e anche oltre fino all'adolescenza e giovinezza.
Si tratta di dare piena attuazione ai principi di non discriminazione, uguaglianza e tutela del fanciullo e del cittadino del domani (nell’esercizio dei suoi diritti politici e civili, compresa la loro formazione cruciale nei primi anni di vita) che la Costituzione della Repubblica già garantisce formalmente all’articolo 3 (non più sostanzialmente a partire dall’anno 2017, anno di entrata in vigore della cosiddetta "Legge Lorenzin", n. 119/2017).
A Bolzano lo scorso novembre 2025 finalmente un consesso politico ha espresso una votazione che ha dimostrato concretamente che esiste un problema di giustizia sociale e di rispetto dei diritti costituzionali: la loro tutela deve essere sistemica e non frazionata. Inoltre, in Costituzione non esistono diritti tiranni come già statuito dalla pregressa giurisprudenza costituzionale prima che si affermasse l’orientamento degli ultimi anni declinato a supporto dei paradigmi dominanti e non più orientato dalla bussola della Costituzione stessa.
La sfida è dare ai parlamentari le giuste ragioni e le più valide argomentazioni che possano rispondere a quei principi di ispirazione costituzionale già espressi da Aldo Moro nella sua relazione intitolata “I principi dei rapporti sociali (culturali)”, I Sottocommissione della Assemblea Costituente, ove il deputato Aldo Moro ricordò cosa è l’educazione, in cosa consiste il diritto del fanciullo (“uomo in fieri”) e in cosa consiste il rispetto della dignità umana e la formazione dell’essere umano.
Negli allegati alla presente vi sono le ragioni giuridiche, bioetiche, sociali e politiche per attuare una simile modifica normativa .
Quella qui illustrata in questa istanza in sussidiarietà orizzontale è una soluzione politica sostenibile e priva di velleità che ha concrete possibilità di accoglimento nella dialettica parlamentare dopo la necessaria istruttoria presso la X Commissione permanente, perché concentrata su aspetti trascurati nel dibattito che da anni interessa famiglie, minori e sanità e la cura della salute, la quale non è mera assenza di infezione e malattia ma un completo benessere psicofisico che anche altri diritti costituzionali intercettano permeando il diritto alla salute e quello alla istruzione.
Cordialmente
5 giugno 2026
ALLEGATI
* lettera aperta indirizzata all’On. Borghi e all’On. Salvini;
* "Vaccinazioni e Legge Lorenzin; soluzione politica concreta per l’inclusione. Integrazione e suggerimenti al Documento della CMSi", documento politologico e di biodiritto – indirizzato in primis ai medici della CMSi autori di un documento di analisi e commento alla vaccinoprofilassi pediatrica;
* Relazione del deputato Aldo Moro su I principi dei rapporti sociali (culturali), I Sottocommissione, Assemblea Costituente
* documento di identità.
Sabato 7 giugno presso la sala Italia dell’UnAr- Unione delle Associazioni Regionali di Roma, il Premio Internazionale “Tacita Muta” per le minoranze linguistiche, sarà conferito a Nicola Tanda, a dieci anni dalla sua scomparsa avvenuta a Londra il 4 giugno 2016.
Il “Tacita Muta” è promosso dall'Associazione Internazionale Critici Letterari (AICL), presieduta da Neria De Giovanni, dall’Associazione Il Gremio dei sardi di Roma presieduta da Antonio Maria Masia, dall’Associazione Salpare e dalla Fondazione V.P. Sardinia.
Nicola Tanda, fu presidente onorario della giuria del Premio Ozieri , sempre attivo protagonista di altri importanti Premi letterari in Sardegna, punto di riferimento per tante generazioni di poeti e scrittori sardi. Presiedeva il Centro di studi filologici sardi nato nel 1980 e ne ha diretto la collana, che continua a pubblicare le edizioni critiche delle opere degli scrittori sardi. Dirigeva inoltre la collana di letteratura sarda plurilingue “La biblioteca di Babele”, che ha scoperto progressivamente autori non sempre noti. Dal 1997 faceva parte del Consiglio direttivo nazionale dell’Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana. È stato professore di Letteratura italiana e di Filologia sarda presso l’Università di Sassari. Tra le sue innumerevoli opere, ricordiamo: Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Roma, Bulzoni, 1992; Un’odissea de rimas nobas: Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec 2003.
Il Premio Tacita Muta è un importante riconoscimento culturale dedicato alla tutela e alla valorizzazione delle minoranze linguistiche e delle lingue madri, quelle parlate definite storicamente "lingue tagliate" o relegate ai margini dalle culture dominanti.
E’ istituito nel nome della divinità romana Tacita Muta, la cui ricorrenza nel mondo latino cadeva lo stesso giorno che l’UNESCO ha consacrato come Giornata mondiale della Lingua madre e su cui Neria De Giovanni, ideatrice del Premio, ha scritto il volume “Tacita Muta, la dea del silenzio” (Nemapress, 2018).
Dopo la prima segnalazione per la professoressa Eva Martha Eckkrammer per le minoranze linguistiche caraibiche, le precedenti edizioni del Premio sono state assegnate a: Piero Marras per la lingua sarda; Silvia Piacentini e Caterina Fiorentini per la lingua friulana; Rut Bernardi per la minoranza della lingua ladina; Marisa Margherita, per la cultura italo-albanese, Antonello Colledanchise per il catalano-algherese.
Il Premio verrà consegnato ai figli di Nicola Tanda, Paola e Ugo, presenti alla cerimonia, che avverrà nell’ambito del convegno “Lingue e letterature degli italiani. Ricordando Nicola Tanda”, introduzione e coordinamento di Antonio Maria Masia e Neria De Giovanni. Relatori: Dino Manca, Università di Sassari, Franco Brevini, Università di Bergamo, testimonianze di Luigi Guiso, EIEF, Paola Tanda, letture di Clara Farina, video con Nicola Tanda che legge una poesia di Antonino Mura Ena.
Roma, 4 giugno 2026
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È scomparso ieri a 88 anni di età a Londra, assistito dal figlio Ugo, il nostro maestro e amico Nicola Tanda, presidente onorario della giuria del Premio Ozieri e attivo protagonista di altri importanti Premi letterari in Sardegna, punto di riferimento per tante generazioni di poeti e scrittori sardi. La lunga stagione di Nicola Tanda ha avuto molti successi e molta forza. Sullo sfondo c‘è una scelta non scontata, la progressiva codificazione e circolazione letteraria plurilingue che è alla base anche dell’edizione del Premio Ozieri negli ultimi anni.
Presiedeva il Centro di studi filologici sardi nato nel 1980 e ne ha diretto la collana, che continua a pubblicare (con la casa editrice Cuec) le edizioni critiche delle opere degli scrittori sardi. Il Centro promuove gli studi sulla cultura sarda e sulle lingue impiegate nell’uso scritto in Sardegna in epoca medioevale e moderna. Dirigeva inoltre la collana di letteratura sarda plurilingue “La biblioteca di Babele”, che ha scoperto progressivamente intelligenze nascoste, facendo emergere molti colleghi, allievi, autori non sempre noti. Dal 1997 faceva parte del Consiglio direttivo nazionale dell’Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana. Tra le sue innumerevoli opere, ricordiamo: Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Roma, Bulzoni, 1992; Un’odissea de rimas nobas: Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec 2003.
È stato professore di Letteratura italiana e di Filologia sarda presso le Facoltà di Magistero e poi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari, Presidente del Corso di laurea in Lettere, Direttore di Dipartimento. Era uno tra i maggiori esperti di Teoria della letteratura applicata a periodi di transizione come l’Umanesimo e l’Illuminismo. Nel volume Contemporanei ha offerto un quadro criticamente aggiornato della letteratura italiana del Novecento (1972). Ha proposto un’osservazione del fenomeno letterario italiano dal punto di vista dello spazio geografico e delle differenziazioni linguistiche “regionali”, una definizione sulla quale discutevamo e che poteva essere solo una tappa di un percorso ben più ambizioso. Ha pubblicato edizioni critiche della produzione letteraria contemporanea in sardo e in italiano.
È il vero scopritore di Antonino Mura Ena, in particolare con il volume Recuida, un ritorno, un viaggio conoscitivo di riappropriazione condivisa della sua comunità d’origine. Per i poeti e gli scrittori sardi la terra-madre, appassionato oggetto di scrittura, non è stata semplicemente un luogo, ma il luogo, e anche l’altrove è stato sempre il qui adesso immerso nello spazio-tempo dell’isola. Il luogo d’origine diviene così l’unico luogo possibile e l’insieme delle opere letterarie ci restituisce, dunque, un’immagine dell’isola che è la testimonianza del modo in cui una comunità, attraverso la sua più alta espressione intellettuale, percepisce e intende la terra in cui si è nati e alla quale ci si è uniti, da un fortissimo legame di nostalgia e amore. Ma dietro le pagine del capolavoro di Mura Ena rilette da Nicola Tanda, c’è la profondità di una storia, quando la parola poetante e narrante si fa memoria, ossia recupero di un mondo originario, ancestrale, primitivo. Quel mondo che nell’atto stesso della creazione artistica, paradossalmente ritorna ad essere centro e non più periferia. I pensieri e i ricordi si rapportano ai luoghi sentiti, percepiti sensorialmente ed emotivamente, luoghi vissuti e amati. Lo spazio fisico e naturale si traduce in luogo dell’anima, condizione dell’essere e dell’esistere, talvolta sentimento inesprimibile, ai limiti dell’incomunicabilità.
Nicola Tanda è stato battagliero membro dell’Osservatorio della lingua e della cultura sarda – istituito in applicazione della legge della Regione Sardegna n. 26 del 1997 e della legge dello Stato italiano 482 del 1999 – che tutela, difende, promuove la cultura, la lingua e la letteratura della Sardegna.
Tra le sue opere, quelle che più amava: Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Roma, Bulzoni, 1992; Un’odissea de rimas nobas: Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec 2003. Nel 2007 aveva pubblicato con Dino Manca l’Introduzione alla letteratura, questioni e strumenti, Cagliari, Centro di studi Filologici Sardi / Cuec.
Ci mancheranno le sue frequenti visite a Palazzo Segni, la sua pazienza e un poco anche le sue sgridate. Abbiamo contratto nei suoi confronti un debito di riconoscenza che rende il dolore per la sua scomparsa ancora più grande. Ci aveva chiamato una settimana fa, quando partiva per Londra: lo avevamo sentito sereno e Ugo ci raccontava oggi che se ne è andato tranquillo, nel sonno, magari pensando da lontano alla sua terra, a Sorso innanzi tutto, alla Romangia e alla Sardegna. Credo senza il ripianto di non aver saputo parlar chiaro.
Nel momento in cui cessa una presenza costante per noi e inizia una assenza che pesa come quella di una persona ricca di idee e di voglia di costruire cose nuove, mi piace usare le parole di un poeta che amava, Orlando Biddau: se il comune sentiero dovesse biforcare, <<la tua assenza s’addolcirà nel tempo come sorba o dattero o corbezzolo, solo per il calore assicurato a una casa>>.
Apr 08, 2022 Rate: 5.00