L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Kaleidoscope (1686)

Free Lance International Press

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June 18, 2026

Grande finale di stagione allo SMILE!!!
Il 19 e il 20 giugno debutterà lo spettacolo TELESFASCIO – LA DIRETTA SENZA VERGOGNA, scritto, rielaborato e diretto da MARCELLA CANDELORO, per la storica Compagnia LO SCHERZO.
L’originalità della pièce, una vera chicca nel panorama della commedia brillante romana, sta nella disinvolta contaminazione di teatro, varietà, televisione e clips pubblicitarie, nel ritmo incalzante di un’ipotetica trasmissione TV il cui pezzo forte, tra le altre, è la rubrica "C’è un lamento per tutti".

Tra le interruzioni degli spot e gli stacchetti musicali, si snoda un’esilarante galleria di personaggi, quasi tutti nati dalla penna di Marcella, qualcuno riadattato da Giobbe Covatta e Federico Salvatore, ma tutti sorprendentemente veri, nei loro tik e nelle loro stramberie, che fanno sorridere, ma anche riflettere...

Anti-eroi o nuovi mostri dei nostri giorni, ci ricordano le maschere della Commedia dell’arte ed allo stesso tempo il vicino di casa, l’amica ipocondriaca o la professoressa del Liceo.
Ma la cifra inconfondibile di Marcella Candeloro è la leggerezza: come Alice, si muove tra il Cappellaio Matto o il Leprotto Bisestile del Terzo millennio, con l’ironia e lo stupore dell’esploratrice alla ricerca delle meraviglie che si nascondono sotto la banalità e la monotonia quotidiana: le stranezze, le debolezze, persino le cattiverie dei personaggi di TELESFASCIO sono le nostre, e noi ridiamo di loro come dovremmo imparare a ridere di noi stessi...

 

Gli attori della Compagnia “Lo Scherzo”: Letizia Gallacci, Antonella Pirone, Pino Vasta, Paola Maffei, Ettore Muraca, Donatella Puccini, Renata Tucci, Licia Gioffreda, Giovanna Uccellatore
Scenografia: Ettore Muraca
Masterizzazione, montaggio e fonica: Maria Cristina Macciò
Regia: Marcella Candeloro

June 18, 2026

Il giardino dei ciliegi e la nostalgia che non si può vendere, Barnum Lab al Teatro Le Maschere, Roma

Una casa, nei sogni di chi l'ha abitata da bambino, torna sempre identica, anche quando il tempo, fuori, l'ha già cambiata per sempre. È intorno a questa potente immagine che Anton Čechov costruisce Il giardino dei ciliegi, la sua ultima opera. Tra le pagine di questo capolavoro, la perdita di una proprietà si trasforma nel pretesto per raccontare un dramma ben più radicale, il momento esatto in cui i ricordi smettono di essere terreno reale e diventano reliquie da custodire sotto una teca di vetro. Una transizione dolorosa e universale che Barnum Lab ha saputo restituire con una messinscena vibrante e suggestiva ieri sera, 17 giugno, sul palco del Teatro Le Maschere, nell'ambito del R.E.T.E. Festival.

La nostalgia respira in una scena volutamente scarna, affidata a un arredo d'epoca prezioso ma logoro, traccia di uno splendore ormai sbiadito, capace già da solo di evocare l'anima della tenuta Ranevskaja. In questa studiata essenzialità, il gioco delle luci e delle ombre abbandona il ruolo di semplice sfondo per farsi specchio dello smarrimento interiore dei personaggi. È una scelta di elegante rigore, coerente con la natura stessa del testo cecoviano, un'opera fatta di pause e silenzi in cui una famiglia immobile assiste all'inevitabile vendita all'asta del proprio passato.

Nella cornice spoglia entra ed esce per primo Lopachin, con il suo abito grigio che si fa dichiarazione silenziosa e cifra visiva di un'insanabile estraneità al tramonto dell'aristocrazia.  Il mercante figlio di servi, voluto da Čechov elegante e mai meschino, "una degna persona sotto ogni riguardo", trova in Rosetta Dotti un'interprete capace di restituirne le sfumature più sottili. Affrontare un ruolo maschile non è mai un esercizio semplice per un'attrice, perché richiede di ricostruire da zero una postura, un peso del corpo, una grammatica gestuale che appartiene a un altro genere, evitando la macchietta. L'attrice riesce con sicurezza a costruire Lopachin attraverso piccoli scarti precisi, nello sguardo che si accende quando si parla di affari e si spegne sui ricordi del passato, nelle mani in costante cerca di un gesto pratico per non dover affrontare i propri sentimenti.

Da tanta cura nei dettagli prende forma una parabola interpretativa che attraversa la goffaggine quasi comica dei primi tentativi di salvare la famiglia Ranevskaja dal debito e approda all'ebbrezza dolorosa della vittoria all'incanto. L'entusiasmo per il riscatto sociale si rivela, allora, inseparabile dalla rabbia per un'ingiustizia che nessun acquisto può davvero sanare. Il personaggio si ritrova proprietario della tenuta dove suo padre lavorava in catene, un paradosso amaro che nell'interpretazione di Rosetta Dotti resta vivo, ancora capace di toccare un pubblico che riconosce, nella propria vita, la stessa contraddizione tra il salire e il perdere qualcosa nel farlo.

Tra il sorriso e la malinconia si muove l'intero spettacolo, senza sciogliersi mai del tutto nell'uno o nell'altra, fedele a un autore che considerava la sua opera una commedia e vide i primi registi del Teatro d'Arte di Mosca trasformarla in tragedia contro la sua stessa volontà, alla prima del gennaio 1904, pochi mesi prima della sua morte. Il finale corale, con tutto il cast riunito mano nella mano, non offre consolazione. Sigilla solo la fine di un mondo, mentre un altro, meno gentile, prende già possesso del palco.

Accanto a Dotti, completano il quadro: Mara Ciriaco, Cinzia Di Marco, Antonella Ferri, Livio Fiorelli, Chiara Fiorelli, Roberta Maiorella, Alessandro Rubino ed Emanuela Sampieri, con una coralità che non lascia mai un personaggio davvero solo in scena, nemmeno nei momenti di maggiore resa.

Quello che resta, uscendo dal Teatro Le Maschere, non è la disputa sulla proprietà attorno a cui ruota la trama. È la sensazione di aver visto, una volta di più, quanto sia difficile lasciare andare un giardino che esiste ormai solo nella memoria.

 

June 15, 2026

 

Si è concluso il Congresso costituente FN all'Auditorium di Via della Conciliazione, il 13-14 giugno 2026 a Roma, di fatto in Terra Vaticana, quel Cristianesimo tutto da riprendersi, anche in Terra Santa, un auditorium gremito, con migliaia di presenze, di cui si vuole riportare qui una cronaca fedele, per sgretolare tanta stampa main-stream, che già il giorno 14 giugno ha inventato i titoli più strani per strumentalizzare alleanze ancora inesistenti/inventate e per dividere destra e sinistra - ancora una volta - quando ormai lo stesso Generale Vannacci ci dimostra che non esiste più destra e sinistra, ma esiste il popolo italiano che vuole riprendersi la sua sovranità da una parte ed una élite globalista guerra-fondaia dall'altra, il SOTTO ed il SOPRA (ndr: suddivisione del mondo citata primariamente da Enrico Montesano), ovvero élite europea non eletta da nessuno, paradossalmente, criticata nel voler dare armi all'Ucraina (3-4 Mld di €!!)- sia dal nuovo partito nascente FUTURO NAZIONALE, che dall'estrema sinistra... ma in modo diverso. Vediamolo!

Intanto la prima cosa è lo slogan principale del Congresso di FUTURO NAZIONALE: "ITALIA AGLI ITALIANI" (vedi foto) scritto qualche giorno fa in uno striscione/parete da parte di uno studente liceale italiano, subito punito/sospeso da una "dirigenza buonista" di scuola, ormai del tutto inadeguata a formare una classe dirigente coraggiosa, di mente critica, disciplinata, senza la protezione genitoriale eccessiva, costituzionalista ed efficiente, ovvero da una scuola che ancora confonde certe reminiscenze storiche con il "vero fascismo attuale" ovvero quello della costrizione verso popoli sovrani ed animali da macello a svolgere una massiccia inoculazione di sieri sperimentali, obbligatoria sul proprio corpo, senza PRESCRIZIONE MEDICA LIMITATIVA RRL. Questo è il "vero fascismo attuale" e certo in Italia non lo ha svolto qualche coraggioso partito nascente come DSP o FN, ma lo ha svolto un partito definito "di sinistra" tra il 2020 ed il 2026, per mano anzitutto del Ministro Speranza e poi con frasi/DPCM prive di senso scientifico vero, proferite ad esempio da un certo Mario Draghi ("...se non ti vaccini muori e fai morire...").
Peraltro il motto suddetto "ITALIA AGLI ITALIANI" è un verso del Carducci - puntualizza il Vannacci in aula - che notoriamente è un autore italiano che viene insegnato nelle scuole di ogni ordine e grado e quindi non si comprende il fatto che una scuola italiana, per mano magari di uno di questi nuovi plus-stipendiati "direttori di azienda scolastica" punisca scolari per questo tipo di affermazione scritta, del tutto lecita ed innocua.

Massimiliano Simoni, top del partito FN, accento toscano, quindi da Regione ben difficile da scalare con tutte le coop, le Ong, le fondazioni ed i comitati d'affari del PD ivi esistenti, dice al proposito: "... la riforma della scuola di Giovanni Gentile è stata distrutta.... si basava sulla cultura italiana...sul poeta del posto, sullo scrittore del posto ...sull'artista del posto etc.... "

Parallelamente - sempre per restare su argomenti scottanti ma decisivi per le prossime alleanze, si è accennato in aula FN su argomento guerra in Medio Oriente, come è stata definita da certi delegati disciplinatamente in fila negli interventi: "..la folle guerra di Netanyau e Trump... con Isreaele che sfrutta l'IDF (nda: ormai per la maggior parte in mano a psichiatri, psicologi e mandati a "infestare" le nostre spiagge di lusso di Sardegna, Puglia e Sicilia, nei resort che presto finiranno come l'isola di Sasamo in Albania: ovvero invasi da cortei del popolo sovrano per fermare l'acquisto di isole e di spiagge anche italiane per impedire di "defatigare" criminali arricchiti in estate).
Peraltro infatti al congresso FN vi sono state voci intervenute parlando di Trump come un "...gendarme del mondo, che sta danneggiando i nostri interessi nazionali....Israele sfrutta l'IDF per devastare un popolo, perdendo il controllo del Paese, negando acqua, cibo e cure ai bambini...facendo espandere l'odio nei palestinesi rimasti ...." Si riascoltino poi gli interventi di Caterina Galli una delegata emiliana del primo giorno e di Edoardo Ziello, deputato passato ora in FUTURO NAZIONALE, che ha parlato a più riprese sfiorando la comunicazione - quasi didattica - su tutti gli argomenti FN svolta dal comunicatore top Lorenzo Gasperini.

Grandi applausi sono stati devoluti ad un timido diciottenne, il delegato di Asti Mattia Franco, che è intervenuto a dire che voleva cambiare l'Italia insieme ai suoi coetanei. Si è qui parlato di valori, Patria, coraggio, merito, responsabilità, onestà... Riferito al coraggio si è parlato della difficoltà per un giovane di costruire una piccola media impresa, l'asse portante del Made in Italy del Paese, con le PMI rappresentanti il 96% dell'economia nazionale ormai... e con chiusure/fallimenti continui per la troppa burocrazia ed farraginosità bandi europei, infarciti di "green economy", utile ormai solo ad arricchire le fondazioni dei falsi ambientalisti, di una vecchia sinistra ormai sgamata sia dalla destra che dall'estrema sinistra.
Servirebbe una "aliquota unica' anche per le PMI come per le partite IVA, dice Vannacci nelle sue conclusioni, subito dopo le note di FUTURA di Lucio Dalla,....(nda: lui si omosessuale vero con compagno palese e non "...pederasta alla moda con famigliola al seguito..." come spesso definito qualche politico di sinistra, con doppia vita di comodo e facciata).
Chissà se quel diciottenne di Asti inondato di applausi avrà la sua de-fiscalizzazione, tramite "quozienti familiari" anelati da FN, in base al numero di figli che lui farà ...con una donna. E qui l'ironico Vannacci in aula è stato molto chiaro: otto miliardi di persone al mondo sono nate dal ventre di una donna... che ci piaccia o non ci piaccia!

Ma veniamo al tema che più si confà con la mia preparazione tecnica - l'energia/materie prime/ sottosuolo, ovvero quella preparazione tecnica gradita dal Generale Vannacci pubblicamente e privatamente. La quale preparazione tecnica - ho più volte ribadito - deve essere a disposizione dei partiti nascenti per spingere l'acceleratore per la rinascita del boom economico italiano con il piede giusto. Il Generale Vannacci con veemenza così si è espresso sul tema energetico nelle sue conclusioni di fatto improntate per il 50% su questo tema strategico e che - ho spiegato in varie interviste - fa durare i governi molto poco, lasciando il resto delle sue conclusioni su REMIGRAZIONE ed economia (https://youtu.be/u2thBTZC3dE?is=SMdzvELxvdzaYTW7):

"...Questo programma energetico scellerato in atto, di elettrificazione che sta portando avanti l'Unione Europea attuale, ci farà cadere sempre più in basso ed è stato da me citato anche il primo giorno... il fabbisogno energetico annuale è di 1422 TWh .... l'energie rinnovabili - l'eolico ed il solare - oggi ci rappresentano solo il 4% del fabbisogno totale energetico nazionale; ... il 50% del fabbisogno energetico nazionale è energia termica, quella che serve per far funzionare le nostre Industrie, per scaldare le nostre case, per far funzionare i nostri mezzi di trasporto e per concorrere alla ricchezza ed alla prosperità nazionale.... uno Stato senza autosufficienza energetica non è più sovrano... può esserlo di diritto ma non lo è di fatto. Futuro Nazionale sostiene la necessità della sovranità energetica, che possa prima di tutto permettere la produzione interna con l'implementazione del nucleare di ultima generazione e la valorizzazione di ogni fonte alternativa all'avanguardia ....in secondo luogo questa sovranità energetica ci deve derivare dalla capacità sovrana di negoziazione con gli altri paesi perché noi non ce la faremo a soddisfare solo con la produzione interna il nostro fabbisogno energetico, ma vogliamo essere liberi di comprare l'energia da chi ce la vende a miglior prezzo e vogliamo essere liberi di avere un portafoglio energetico più ampio possibile senza costrizioni ideologiche o dogmatiche ....vogliamo togliere gli incentivi in bolletta alle energie rinnovabili, vogliamo abolire il 'Green Deal", vogliamo abolire la tassa sulle anidride carbonica, la famosa Carbon Tax, vogliamo con un provvedimento - che si farebbe in mezza giornata neanche - passare a l'ora legale permanente, cosa di una semplicità disarmante: questo ci farebbe risparmiare secondo i calcoli di Terna 180 miliardi di € all'anno e già 80 miliardi di € li risparmiamo con 6 mesi di ora legale all'anno. Poi estendendola a tutto l'anno ci sarebbe risparmiare altri 100 milioni di €, senza rinunciare a nulla, senza disturbare nessuno; l'ora è una convenzione umana
Poi dobbiamo coltivare lo sfruttamento delle biomasse, che sono il vero combustibile autocratico che abbiamo in casa - le biomasse legnose, vegetali - produciamo 7 miliardi di metri cubi di gas naturale e secondo calcoli svolti in maniera molto seria, con pochissimi provvedimenti potremmo arrivare con le biomasse a produrre l'equivalente di energia di 20 miliardi di metri cubi di gas naturale, che rappresentano un terzo del fabbisogno nazionale di gas che compriamo dalla Azerbaigian, dalla Libia e dell'Algeria..."

E fuori dall'aula, come pensato e scritto a due mani - tra cui in parte le sue - e come narrato da lui nelle sue conclusioni e nel primo giorno, da militare curioso e strategico anche su argomenti non suoi, nonchè sufficientemente e brillantemente umile da fare domande mirate agli esperti di settore, cosa inusuale da parte delle cariatidi politiche di destra e di sinistra dei vecchi partiti, questo potrebbe svolgere il Generale Vannacci su energia/materiale prime in sintesi:

 Riaprire i rubinetti dalla Russia;

 Eliminare i contributi/accise sui carburanti relativi alle rinnovabili, specie quelle in bolletta, viste le ormai eclatanti prove di speculazione e conflitti di interesse da parte di certe "fondazioni green" legate a specifici politici sinistroidi;

 Rilanciare le concessioni e gli investimenti per l’idroelettrico, mini-idroelettrico e rinnovo parco dighe, fiore all'occhiello della nostra Italia della prima ora;

 Avviare con urgenza un programma nucleare italiano sia verso la "IV generazione di fissione", che peraltro genera 1/100 delle scorie nucleari e le ricicla, sia verso "mini-reattori a fusione" che peraltro non sarebbero bloccati dal referendum del 1988, visto che non producono scorie nucleari come quelle della fissione nucleare;

- riaprire le nostre miniere e joint venture minerarie come negli anni '50 e '60 (eravamo i primi al mondo in Ingegneria Mineraria!!) e dare manforte al gruppo OIMCE (Osservatorio Materie Prime Strategiche per Energie, es. Terre Rare, Li, Uranio) del Ministero con infornata di corsi universitari sia pubblici che privati per geologi ed ingegneri;

 Rivalutare le biomasse, vero combustibile autarchico dell'antico Popolo Sovrano, utilizzando anche una fiera manodopera carceraria ora annoiata, per "ripulire" tutte le vie consolari d'Italia, che tra plastica nei fossi limitrofi e biomasse abbandonate potrebbe produrre energia come una centrale a gas naturale da 400 MW installati;

 Uscire dal "green deal" - ormai sgamato nei suoi conflitti di interessi di falsi politici "green", ipocritamente arricchiti PERSONALMENTE, negli ultimi 20 anni, sfruttando i cittadini ignari - e quindi liberandoli dal pagamento per la CO2 prodotta, magari da armi, SUV, panfili e jet, in possesso ed uso di chi scrive le ipocrite Direttive "Green" Europee;

 Adottare l'ora legale permanente (con risparmi di 180 Mil Euro annui);

 Adottare un Portafoglio energetico più ampio possibile senza rinunciare ad alcuna forma di energia, premiando i prototipi universitari e delle Smart-Up;

- Non dismettere le centrali a carbone innovative e visitate addirittura dai cinesi, come la Centrale Elettrica a Carbone di Torrevaldaliga ed incentivare i progetti CCS (Cattura e Stoccaggio di CO2) applicabili alle Centrali a Carbone ed a gas naturale, come ad esempio il Progetto ENI CCS RAVENNA;

- Ampio uso di bici elettriche abbinate a treni, pullman, autobus togliendo i recenti divieti a non caricare in autobus e trenini urbani questi dispositivi....basta staccare la batteria.

- Tornare alla geotermia NON speculativa (ovvero quella sana ed antica.. quella della vecchia Enel Toscana per capirci) ovvero eliminare le piccole aziendine senza capitale, personale, mezzi tecnici e magari con sede legale in paradisi fiscali, che tanto danno etico e di credibilità hanno fatto dal 2010 ad oggi, con la legge di geotermia voluta dalla sinistra, portando ora più rispetto alle popolazioni locali che vogliono fidarsi di chi può effettivamente compiere i monitoraggi ambientali di gas e vapori/ sismicità indotta possibili.

- premiare lo spegnimento dell'iper riscaldamento casalingo... per evitare così che i nostri giovani siano spesso annoiati su un divano caldo davanti ad un tablet, invece di fare sport per "scaldarsi". MENS SANA IN CORPORE SANO ... e scaldato naturalmente senza energia elettrica quindi.

In conclusione quindi questo Congresso costituente di FUTURO NAZIONALE 2026 a Roma non ha avuto strafalcioni? Ebbene sì certo! Qualche riferimento e voce in aula a favore di vecchi fascistoni degli anni '70 o qualche rimasuglio di estrema destra che ancora vuole entrare in politica, magari perché non lavora più o anziani signori che si vogliono ancora riciclare ... ma tanto si è quasi certi, da più voci, che in Generale Vannacci possa anche con loro fare buon viso e cattivo gioco e andare avanti verso il suo "treno", verso un'Italia che può essere rinnovata da questo nuovo partito ... solo se avrà le alleanze giuste e non con vecchie cariatidi di destra e di sinistra ormai impresentabili: sta e lui ed al suo staff fare piazza pulita, selezionare, dire dei NO sereni, diplomatici e inoffensivi, scegliere solo COMPETENZE e CORAGGIO autentico...non solo in divisa.

Sul lato destro del sagrato, poco prima dell’entrata di questa stupenda chiesa, c’è una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Rosario. Questa risale al '600 e fu voluta da Guido Vaini (le fonti riportano il cognome con diverse varianti tra cui: Vayna o Vaina). Questi era un patrizio di Imola trasferitosi poi a Roma.

Visse tra il Seicento e primo Settecento (1648–1720 circa) e si fregiò di titoli come: principe di Cantalupo, duca di Selci e marchese di Vacone. Realizzò questa cappella per sé e per sua moglie Lucrezia Magalotti. Ecco perché ne parlo, la donna era una patrizia appartenente alla famiglia fiorentina dei Magalotti, una casata aristocratica legata alla corte medicea del Seicento.

I Magalotti poi, ebbero un ruolo molto importante nella vita politica e culturale del Granducato di Toscana.

La cappella, oltre alla Madonna, veniva così dedicata anche a tutta la famiglia, composta per altro da ben dodici figli. In seguito avrebbe portato alto il nome della famiglia attraverso tutti i futuri discendenti.

Nota a Firenze fin dal XIII secolo, la famiglia ebbe come capostipite Magalotto di Bonaccorso, proprietario di alcune torri e di case concentrate soprattutto tra Borgo dei Grecivia del Parlagio e via dell'Acqua. Una di queste torri venne poi inglobata nel complesso di San Firenze dei Filippini, come ricorda anche un'iscrizione posta in via dei Greci ancora visibile.

I Magalotti combatterono a Montaperti con la fazione guelfa, poi si divisero in due rami: quello di Gherardino, che si estinse nel Quattrocento e quello di Borghese, che sopravvisse fino agli inizi del Settecento.

Filippo Magalotti, come ci tramanda lo storico Giovanni Villani del XIII secolo, fece parte degli insorti che cacciarono dalla città il duca d'Atene. Questi era stato chiamato precedentemente dagli stessi cittadini per sedare alcune rivolte interne tra guelfi e ghibellini che destabilizzavano Firenze. Essendo un personaggio straniero con una buona reputazione, avrebbe dovuto essere imparziale nelle contese e riportare la pace tra i fiorentini.

Il duca nobile francese Gualtieri VI di Brienne però, si fece egoisticamente nominare signore a vita governando tra il 1342 e il 1343 la città come un despota, perdendo così presto l’appoggio del popolo. Filippo, fu uno tra i più convinti sostenitori della sua cacciata. Minacciato di eliminazione fisica, il duca rassegnò le sue dimissioni e fuggì dalla città il 26 luglio 1343, il giorno dedicato a sant’Anna. La cacciata del Duca d’Atene è descritta nella “Nova Cronica” di Giovanni Villani e raffigurata negli affreschi da Andrea Orcagna. Alcuni di questi episodi riguardano il linciaggio o l’esecuzione di alcuni suoi collaboratori che non fecero in tempo a fuggire. Per ringraziare sant’Anna le venne dedicata la chiesa di Orsanmichele e l’attuale chiesa di San Carlo dei Lombardi.

Lo stemma originario dei Magalotti presenta delle strisce orizzontali doli colore oro alternate ad altre nere, alle quali venne aggiunta sulla parte superiore la scritta "Libertas" in caratteri d'oro su campo rosso. Questa aggiunta risale ai tempi della guerra contro papa Gregorio XI (1329/1378), che cercava di espandersi nei territori fiorentini. Giovanni di Francesco Magalotti fu un importante uomo politico e strenuo difensore della libertà, nonché membro degli Otto di Guerra o (Otto Santi), nonché forte oppositore dell’espansionismo pontificio.

La famiglia ebbe sempre numerosi ed importanti incarichi pubblici, sia durante il periodo della Repubblica, che durante il Principato.

In seguito, un altro importante esponente portò alto il nome della famiglia. Questi fu Ottavio, cavaliere di Santo Stefano nel 1589, Ordine che insieme ai Cavalieri di Malta contrastò efficacemente in mare il fenomeno della pirateria turca.

Nel 1623 vanno ricordati anche i fratelli Carlo, Lorenzo e Costanza Magalotti, che ottennero importanti incarichi da Urbano VIII Barberini.

Carlo fece carriera militare nella guardia del pontefice, Lorenzo divenne cardinale, mentre Costanza sposò Carlo, un fratello del papa con cui ebbe un figlio chiamato Antonio e che divenne a sua volta cardinale.

Il personaggio più noto della casata fu sicuramente Lorenzo Magalotti, un illustre letterato membro dell'Accademia del Cimento, dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dell'Arcadia. In oltre fu uno stimato relatore di saggi scientifici e anche poeta.

Ritornando alla “nostra” Lucrezia, “conosciuta” a Roma in questa chiesa dei Gianicolo, di lei ci rimane ben poco, se non un dipinto che la ritrae e che fa parte della serie detta delle “Bellezze di Artimino”, ma che stranamente non compare pubblicato nel Catalogo Generale degli Uffizi. Catalogo che raccoglie e documenta i ritratti di gentildonne pervenuti in doppia versione, ovvero “al petto” e “al gomito”. Uno dei due ritratti si suppone venisse destinato alle donne ritratte o alle loro famiglie.

La serie, voluta molto probabilmente da Cristina di Lorena per ornare i saloni della Villa di Artimino, fu iniziata alla fine del secolo XVI e terminata nel 1638.

Il nucleo principale è costituito da quarantaquattro ritratti databili intorno al 1606. Una prima serie era costituita da ventitré ritratti pagati nel 1601. Una seconda, è formata da altri ventuno pezzi, che risalgono al 1603/1606.

Tra gli esecutori dei dipinti compare Achille di Baldassarri Granre, pittore della bottega di Jacopo Ligozzi, attivo come ritrattista dei Medici e Matteo Confortini, pittore molto noto, attivo negli anni 1585/1633, e Francesco Mati detto lo “Zoppo”, allievo di Alessandro Allori.

Il ritratto di Lucrezia Magalotti è così descritto nell’Inventario della Villa del Poggio Imperiale del 1860: “Quadro a mezza figura che ritrae Lucrezia Magalotti de’ Vaini, con ornamento scorniciato tinto giallo e oro”.

Purtroppo, almeno al momento, non si trovano altre notizie su questa nobildonna di cui casualmente ho scoperto l’esistenza visitando questa bellissima chiesa romana che ospita tra l’altro i resti di Torquato Tasso, un chiostro affrescato dal Cavalier d’Arpino con le storie di Sant’Onofrio, uno stupendo abside affrescato dal Pinturicchio ed opere di Antoniazzo Romano, di Annibale Carracci, un dipinto attribuito a Leonardo, poi opere del Domenichino, del Peruzzi e del Baglione… una piccola perla.

L'osteria di collina come ultimo presidio di una civiltà contadina. Se c'è un luogo nelle Langhe dove questa definizione continua ad avere un significato concreto, è Osteria da Gemma. A Roddino, uno dei comuni più appartati dell'Alta Langa, lontano dalle vetrine più luccicanti del turismo enogastronomico contemporaneo, sopravvive una delle ultime espressioni autentiche della cucina langarola prima che diventasse moda, racconto mediatico e fenomeno internazionale.

Prima che le Langhe diventassero patrimonio UNESCO, destinazione gourmet e meta di enoturisti provenienti da ogni continente, esisteva un'altra Langa. Era quella delle strade sterrate, delle cascine isolate, delle scuole di frazione e dell'emigrazione. Roddino appartiene a questa geografia sentimentale. A oltre seicento metri di altitudine, più vicino ai boschi che ai filari celebrati sulle riviste internazionali, il paese ha sempre vissuto una dimensione diversa rispetto a Barolo, La Morra o Monforte. Qui la vite conviveva con il bosco, con il castagneto e con l'allevamento domestico. Le famiglie erano numerose e autosufficienti: si produceva il vino, si allevavano i conigli, si macellava il maiale e si conservava ogni cosa. La cucina nasceva da questa economia chiusa, dove ogni ingrediente aveva un valore e nessuno poteva permettersi il lusso dello spreco. È da questo mondo che provengono i tajarin, il plin, il bunet, le carni brasate e quell'interminabile teoria di antipasti che oggi rappresenta il simbolo della tavola langarola. Gemma non ha mai ricostruito questo universo: ne è semplicemente una delle ultime testimoni.

Per comprendere Gemma bisogna partire da Roddino. Oggi il nome Langhe evoca tartufi, Barolo, grandi vini e turismo internazionale. Ma fino a pochi decenni fa questi paesi erano sinonimo di fatica, emigrazione e povertà. Roddino appartiene a quella fascia collinare che guarda più all'Alta Langa che alle celebri colline del Barolo: boschi, noccioleti, piccoli appezzamenti, cascine sparse e un'economia costruita sulla sopravvivenza quotidiana.

La cucina che nasce qui non è quella codificata dai grandi ristoranti, ma quella delle famiglie contadine. Una cucina fondata sulla necessità di non sprecare nulla, sul rispetto delle stagioni e sull'abilità delle donne di casa nel trasformare ingredienti semplici in piatti memorabili. È in questo mondo che affondano le radici dell'Osteria da Gemma.

La storia dell'osteria è innanzitutto la storia di una famiglia e di una trasmissione del sapere tutta al femminile. Gemma Boeri non nasce ristoratrice. Nasce cuoca nel senso più antico del termine: imparando dalla madre Pina e dalla nonna Gemma, eredi a loro volta di una tradizione che risale alla bisnonna Margherita, ricordata come "chisinera", figura oggi quasi scomparsa. La cuoca, che non era una professionista nel senso moderno del termine, era una donna depositaria di un sapere collettivo che preparava i banchetti nuziali nei paesi della zona. Conosceva le ricette, le quantità, le stagioni e soprattutto l'organizzazione necessaria per sfamare centinaia di persone. Questa continuità femminile è forse il vero patrimonio dell'osteria. Le ricette sono importanti, ma ancora più importante è il metodo con cui vengono tramandate: l'osservazione, la ripetizione, la memoria delle mani. Una linea di successione gastronomica che attraversa almeno quattro generazioni.

In queste colline le ricette non si scrivevano: si osservavano. Si imparavano guardando le mani. La sottigliezza dei tajarin, la consistenza della carne cruda, l'equilibrio del vitello tonnato non erano formule, ma gesti tramandati da madre a figlia. Gemma diventa l'erede di questo patrimonio immateriale.

La nascita dell'attività ha qualcosa di profondamente piemontese: nessuna strategia imprenditoriale, nessun business plan, soltanto il desiderio di cucinare. Nel 1986 Gemma apre un piccolo circolo con cucina ricavato in un garage. È una realtà minima, quasi domestica. Ma il passaparola si diffonde rapidamente. Chi arriva a Roddino scopre una cucina che sembra appartenere a un'altra epoca: porzioni generose, ricette immutate, accoglienza familiare.

Per quasi vent'anni quel piccolo locale cresce senza snaturarsi. Poi, nel 2005, nasce ufficialmente l'osteria attuale. Non cambia però la filosofia: non un ristorante che interpreta la tradizione, ma la tradizione stessa servita a tavola. Negli anni Novanta e Duemila il territorio cambia radicalmente.

Il successo mondiale del Barolo, la crescita dell'enoturismo, la valorizzazione del tartufo bianco d'Alba e il riconoscimento UNESCO trasformano l'economia locale. Le colline che per generazioni erano state considerate marginali diventano improvvisamente un luogo desiderato.

Molte trattorie si evolvono in ristoranti gastronomici. Le carte dei vini si ampliano, le sale vengono ristrutturate, la cucina si confronta con la contemporaneità. Gemma sceglie una strada diversa.

Mentre tutto attorno cambia, l'osteria continua a proporre gli stessi piatti, le stesse sequenze di portate e la stessa idea di ospitalità. È una scelta apparentemente conservatrice ma, in realtà, profondamente moderna: conservare l'identità quando il contesto economico spinge verso l'omologazione.

Prima dei social network, prima delle classifiche gastronomiche e degli influencer, esisteva una forma di comunicazione molto più potente: il racconto dei clienti. Così si è costruita la fama di Gemma. Un amico che ne parlava a un altro. Un produttore di vino che portava un importatore straniero. Un giornalista che arrivava per curiosità e tornava con altri colleghi.

Negli anni l'osteria è diventata una tappa obbligata per chiunque volesse comprendere la vera cucina di Langa. Non quella spettacolarizzata, ma quella vissuta quotidianamente dalle famiglie del territorio.

     

 

              

Le pareti dell'osteria raccontano questa storia meglio di qualsiasi archivio. Sono letteralmente ricoperte di fotografie. Attori, musicisti, cuochi stellati, giornalisti, produttori vinicoli e appassionati di gastronomia hanno lasciato una traccia del loro passaggio. Tra i nomi più citati compare quello di Gérard Depardieu, affascinato dalla cucina di Gemma e dalla cultura gastronomica delle Langhe. Anche grandi chef e protagonisti dell'alta cucina hanno cercato qui un contatto con l'origine della tradizione piemontese. È un fenomeno interessante: mentre molti ristoranti rincorrono la modernità, a Gemma arrivano i protagonisti della gastronomia contemporanea per ritrovare qualcosa che altrove sta scomparendo.

Un aspetto che merita maggiore attenzione è il ruolo delle collaboratrici storiche dell'osteria.

 

Molte di loro provengono dalle famiglie del paese e delle frazioni circostanti. Alcune lavorano da decenni accanto a Gemma e rappresentano la prosecuzione naturale della cultura contadina locale. Non si tratta soltanto di personale di cucina: sono custodi di gesti e rituali tramandati nel tempo. Ancora oggi sopravvive il cosiddetto "social plin": il giovedì le donne del paese si ritrovano per preparare insieme i ravioli del plin. Non è un'attrazione turistica costruita a tavolino, ma l'evoluzione naturale di una pratica di comunanza e comunità che apparteneva alla vita contadina.

In un'epoca in cui molti piatti tradizionali vengono industrializzati, vedere decine di mani che lavorano insieme la pasta rappresenta quasi un atto di resistenza culturale. È probabilmente uno degli ultimi esempi concreti di cucina collettiva tradizionale ancora visibile nelle Langhe.

Negli anni però anche il pubblico è cambiato profondamente. All'inizio erano soprattutto abitanti della zona, piccoli imprenditori, viticoltori e famiglie delle colline circostanti. Con la crescita del turismo enogastronomico nelle Langhe sono arrivati gli appassionati italiani, poi gli stranieri. Oggi ai tavoli si possono incontrare produttori di Barolo, importatori americani, turisti giapponesi, giornalisti gastronomici e famiglie piemontesi che frequentano il locale da decenni. Eppure, l'atmosfera rimane sorprendentemente democratica: tutti mangiano le stesse cose, nello stesso ordine, allo stesso ritmo.

La vera rivoluzione di Gemma è forse questa: aver resistito alla tentazione di cambiare. Mentre il mondo della ristorazione si è riempito di degustazioni concettuali, reinterpretazioni e tecniche sofisticate, qui il menu è rimasto sostanzialmente identico per decenni. Una scelta che oggi appare quasi radicale e in apparenza conservatrice ma, in realtà, profondamente moderna: conservare l'identità quando il contesto economico spinge verso l'omologazione. Seguendo le stagioni, anche per piatti storici, ma versatili. L'esperienza inizia con la teoria degli antipasti piemontesi:

  • salame cotto e salame crudo;
  • insalata russa;
  • vitello tonnato;
  • carne cruda all'albese;
  • altre preparazioni stagionali della tradizione locale.

Poi arrivano i due grandi simboli della casa:

  • i tajarin al ragù;
  • i ravioli del plin.

I tajarin rappresentano probabilmente il piatto identitario dell'osteria. Sottilissimi, lavorati secondo una tecnica affinata in decenni di esperienza, sono considerati da molti tra i migliori delle Langhe.

   

 

 

Seguono i secondi della tradizione contadina in base ad una turnazione:

  • coniglio;
  • arrosti;
  • brasati;
  • cinghiale o altre carni del territorio a seconda della disponibilità.

Infine i dolci:

  • bunet;
  • panna cotta;
  • meringata;
  • strudel o altre preparazioni casalinghe.

La carta dei vini privilegia naturalmente le produzioni locali. Accanto alle grandi denominazioni delle Langhe trova spazio anche il meno celebrato, ma identitario, Dolcetto di Roddino, vino che racconta il carattere schietto di queste colline. È una scelta coerente con l'intera filosofia del locale: non inseguire il prestigio, ma valorizzare ciò che appartiene realmente al territorio. 

      

   

Oggi Osteria da Gemma è considerata una delle tavole simbolo delle Langhe. Le prenotazioni arrivano da tutto il mondo e il locale continua a essere indicato come una delle esperienze più autentiche della cucina piemontese.

Il suo fascino però non risiede nella fama raggiunta negli ultimi quarant'anni. Sta piuttosto nella capacità di essere rimasta fedele a sé stessa. In un territorio che negli ultimi quarant'anni ha vissuto una trasformazione economica e culturale straordinaria: da terra di emigrazione a capitale mondiale del vino e della gastronomia. Gemma continua a fare ciò che faceva all'inizio: cucinare come le hanno insegnato la madre, la nonna e la bisnonna.

Forse è proprio questo il vero valore culturale dell'osteria e il segreto della sua longevità. Non rappresentare la nostalgia di un mondo perduto, ma la dimostrazione concreta che quel mondo, almeno in una casa di Roddino affacciata sulle colline dell'Alta Langa, esiste ancora. Perché se il Barolo e il Barbaresco rappresentano oggi la ricchezza raggiunta dalle Langhe, Gemma continua a rappresentarne la memoria. E nelle grandi regioni gastronomiche, la memoria vale quanto il futuro.

June 14, 2026

 

Roma, 11 giugno 2026 – La Rebel Art Exhibition ha consacrato ancora una volta Donna Serena Pizzo come una delle figure più luminose e trasversali del panorama culturale italiano: non solo fashion designer di fama, ma icona contemporanea, capace di unire arte, pensiero, impegno sociale e una visione etica che attraversa ogni sua creazione.

La Galleria Plus Arte Pulse, gremita e vibrante, ha accolto un pubblico qualificato e profondamente partecipe, in un evento patrocinato dall’Associazione Free Lance International Press e da AUGE Università.

Un’apertura solenne

La serata è stata inaugurata dal Presidente della Free Lance International Press, Virgilio Violo, insieme a Francesca Lazzeri, presidente dell’Associazione Solidarietà Sociale.  Un avvio autorevole, che ha sottolineato la natura culturale e civile dell’iniziativa.

Una dedica che diventa testimonianza

Donna Serena Pizzo ha dedicato l’evento al piccolo Gabriele Ubaldo Petrucci, prematuramente scomparso, sostenendo con forza la battaglia del padre, dott. Antonello Petrucci, per la messa in sicurezza degli impianti natatori e termali. 
Un momento di intensa commozione, che ha trasformato l’arte in un atto di responsabilità collettiva.

Le Animorfie: quando la moda diventa emozione pura

Le sfilate della collezione Animorfie hanno rappresentato il vertice poetico della serata. 
Accompagnate dalle note immortali di Charles Aznavour, le modelle hanno dato vita a una performance che ha superato la dimensione estetica, trasformando il colore, il segno e il movimento in un racconto emotivo che ha attraversato la sala come un’onda.

Molto apprezzate le modelle di Miss Parade, guidate da Corrado Stramaglia, interpreti eleganti e potenti della visione artistica di Pizzo.

Danza, pittura e moda in un unico respiro

La performance della danzatrice Eleonora Pedini ha aggiunto un ulteriore livello di intensità, fondendo gesto e musica in un dialogo perfetto con le opere esposte. 

La galleria, avvolta dai colori e dalle forme delle tele di Donna Serena, è diventata un ambiente immersivo, quasi teatrale.

Presenze istituzionali e culturali di rilievo

La serata ha visto la partecipazione di figure autorevoli:

- Cav. Maria Antonia Spartà, già Vice Questore, presenza molto apprezzata; 

- il critico d’arte Alessandro La Sala; 

- l’avv. Paolo Melchionna, presidente della Fondazione Paolo D’Orazio; 

- il critico internazionale Principe Alfio Borghese, voce autorevole dell’arte europea.

 

AUGE Università: un sostegno accademico prestigioso

Molto applaudita la presenza del Magnifico Rettore di AUGE Università, Avv. Prof. Giuseppe Catapano, che ha sottolineato il valore culturale e sociale dell’opera di Pizzo.

L’intervento del Prof. Massimo Guarascio

A chiudere la serata, l’intervento del Prof. Massimo Guarascio, luminare dell’ingegneria forense e docente dell’Università La Sapienza – Facoltà di Ingegneria di San Pietro in Vincoli. 
Un contributo di altissimo profilo, che ha intrecciato scienza, sicurezza e responsabilità civile.

La sensibilità di Emanuela Angelo

Graditissima anche la presenza di Emanuela Angelo, conduttrice del programma Codice Pet, da sempre impegnata nella tutela degli animali domestici. 

Un valore aggiunto che ha ampliato il respiro etico della serata.

Donna Serena Pizzo: un’icona che unisce estetica e coscienza

La Rebel Art Exhibition non è stata solo un evento artistico: è stata la conferma che Donna Serena Pizzo rappresenta oggi una voce culturale imprescindibile, capace di trasformare la moda in linguaggio, l’arte in testimonianza, la creatività in impegno.

Una figura che non si limita a creare bellezza, ma la orienta verso un senso, un’etica, una responsabilità. 
Un’artista che non veste soltanto i corpi, ma accende le coscienze.

Ricordate la delusione della Nazionale italiana di calcio (Campione in carica 2006) ai successivi Mondiali del 2010 in Sudafrica? Un dis-astro, d’accordo, sotto un cielo però con tante storie di stelle…

 A chi giunge dall’Atlantico al promontorio sudafricano di Buona Speranza, oltre la baia e la “dinamica” ciambella del “Green Point Stadium” si presenta - inclusa nella Città del Capo - la sagoma quasi innaturale della “Montagna della Tavola” (Table Mountain): cima piatta evidentemente, a poco più di 1000 metri s.l.m., frequentata da una nuvola bianca detta “Tovaglia” perché l’altopiano le fa proprio da mensa, per tre km circa verso la Città. 

Più di 2 secoli e mezzo prima del debutto calcistico dell’Italia campione (con débâcle finale), l’astronomo francese Nicolas L. de Lacaille si trovò ad attendere, in questo magnifico ambiente naturale, alla redazione della sua carta del cielo australe (1751-1752). 

All’orografia particolare del “Tafelberg” (la “Tavola” in “afrikaans”) fu certo molto sensibile il Lacaille; tanto da immortalarne il nome in una delle 14 nuove costellazioni create per l’orientamento, in cieli evidentemente non “letti” dalle antiche mitologie euroasiatiche. Dette così il nome latino di “Mons mensae” (Montagna della Tavola) a un settore circumpolare di firmamento visibile da poco a nord dell’Equatore fino al polo Sud, dotato di stelle deboli ma pure di qualcosa d’interessante. 

Si estende infatti in esso parte della “Grande Nube di Magellano”, l’oggetto extragalattico più luminoso tra quelli visibili col solo occhio nudo: uno scrigno di miliardi di stelle come fu scoperto però in seguito (1834-1838) dall’astronomo inglese John F. W. Herschel, che aveva proseguito le osservazioni “in loco” con strumenti di livello superiore. 

Particolarissima nuvola insomma, che non poteva non richiamare quella più vicina alla terra, che scende a rivestire la “Tavola” della Città del Capo. Forse anch’essa un po’ stordita in quel particolarissimo Inverno australe, riscaldato dal concerto delle “vuvuzelas” nel sito poco lontano del “Green Point Stadium”.

 

 

 

 


FIRENZE – C’è un luogo, a pochi chilometri dal caos cittadino, dove la storia si intreccia con la leggenda e la natura custodisce segreti secolari. È il Parco di Pratolino (noto a molti come Villa Demidoff), un palcoscenico di meraviglie che da secoli incanta i visitatori di tutto il mondo. Un'oasi di verde e monumenti dove il tempo pare essersi fermato e dove il vissuto del tempo andato respira ancora fra le fronde di questo paradiso di natura incontaminata.Tutto ebbe inizio nel 1568, quando il Granduca di Toscana, Francesco I de' Medici, acquistò la tenuta.
Innamorato di questi boschi, decise di trasformarli in una villa da favola legata alla storia d'amore con la nobildonna veneziana Bianca Cappello (inizialmente sua amante e poi seconda moglie). I lavori furono affidati al geniale architetto Bernardo Buontalenti. Il parco divenne un capolavoro del Manierismo, famoso in tutta Europa per i suoi incredibili "giochi d'acqua" e le grotte artificiali.
Di quel periodo d'oro oggi ammiriamo il re indiscusso del parco: il Colosso dell'Appennino (1580). Questa monumentale statua del Giambologna, alta ben 14 metri, si erge fiera sopra il laghetto ed è una fusione perfetta tra arte e natura: l'enorme gigante sembra prendere vita direttamente dalla roccia.
Sotto le sembianze del gigante si nasconde una vera e propria struttura abitabile, divisa in stanze e grotte artificiali decorate. In origine, la testa ospitava un camino che faceva uscire il fumo dalle narici, mentre dalle fauci del mostro marino schiacciato sotto la sua mano sgorgava l'acqua per il laghetto.Poco lontano si trova la fiera statua di Giove, testimone di quel gusto classico che amava popolare i giardini di divinità antiche.
All’interno del parco vi è poi la splendida Cappella del Buontalenti. Si tratta di una struttura a pianta ottagonale che fu commissionata a Buontalenti da Francesco I ed è rimasta uno dei pochi edifici monumentali superstiti e in ottime condizioni dell'ecclettico architetto.
La favola dei Medici, però, a un certo punto si interruppe bruscamente. Con la misteriosa e simultanea morte di Francesco e Bianca

 Il Gigante del Giambologna

(avvenuta a Poggio a Caiano nel 1587), la villa fu gradualmente abbandonata. Nell'Ottocento, il Granduca Ferdinando III di Lorena decise addirittura di demolire il palazzo buontalentiano ormai fatiscente, trasformando il giardino in un più moderno parco all'inglese.
La svolta arrivò nel 1872, quando la proprietà fu acquistata dalla ricchissima famiglia di industriali russi Demidoff. Furono loro a ridare vita al complesso: ristrutturarono gli edifici superstiti (trasformando le antiche scuderie buontalentiane nella villa che vediamo oggi) e restaurarono i monumenti. Il legame della famiglia con questo luogo è profondo e intimo, come testimonia il Mausoleo dei Demidoff, un angolo di pace e memoria immerso nel verde che ricorda a tutti il ruolo fondamentale che questa dinastia ha avuto nel salvare il parco dall'oblio.
Oggi il Parco di Pratolino è un bene protetto dall'UNESCO. Chi lo visita per passeggiare lungo i suoi laghi e ammirare i suoi giganti di pietra non fa solo una scampagnata nella natura, ma compie un vero e proprio viaggio nel tempo, sulle tracce di granduchi, principesse e artisti visionari.

June 07, 2026

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