L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Cultural Events (249)

    Marzia Carocci

This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

Sabato 7 giugno presso la sala Italia dell’UnAr- Unione delle Associazioni Regionali di Roma, il Premio Internazionale “Tacita Muta” per le minoranze linguistiche, sarà conferito a Nicola Tanda, a dieci anni dalla sua scomparsa avvenuta a Londra il 4 giugno 2016.

Il “Tacita Muta” è promosso dall'Associazione Internazionale Critici Letterari (AICL), presieduta da Neria De Giovanni,  dall’Associazione Il Gremio dei sardi di Roma presieduta da Antonio Maria Masia, dall’Associazione Salpare e dalla Fondazione V.P. Sardinia.

Nicola Tanda, fu presidente onorario della giuria del Premio Ozieri , sempre attivo protagonista di altri importanti Premi letterari in Sardegna, punto di riferimento per tante generazioni di poeti e scrittori sardi. Presiedeva il Centro di studi filologici sardi nato nel 1980 e ne ha diretto la collana, che continua a pubblicare le edizioni critiche delle opere degli scrittori sardi. Dirigeva inoltre la collana di letteratura sarda plurilingue “La biblioteca di Babele”, che ha scoperto progressivamente autori non sempre noti. Dal 1997 faceva parte del Consiglio direttivo nazionale dell’Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana. È stato professore di Letteratura italiana e di Filologia sarda presso l’Università di Sassari. Tra le sue innumerevoli opere, ricordiamo: Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Roma, Bulzoni, 1992; Un’odissea de rimas nobas: Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec 2003.

Il Premio Tacita Muta  è un importante riconoscimento culturale dedicato alla tutela e alla valorizzazione delle minoranze linguistiche e delle lingue madri,  quelle parlate definite storicamente "lingue tagliate" o relegate ai margini dalle culture dominanti.

E’ istituito nel nome della divinità romana Tacita Muta, la cui ricorrenza nel mondo latino cadeva lo stesso giorno che l’UNESCO  ha consacrato come Giornata mondiale della Lingua madre e su cui Neria De Giovanni, ideatrice del Premio,  ha scritto il  volume “Tacita Muta, la dea del silenzio” (Nemapress, 2018).

  Dopo la prima segnalazione per la professoressa  Eva Martha Eckkrammer per le minoranze linguistiche caraibiche, le precedenti edizioni del Premio sono state assegnate a: Piero Marras per la lingua sarda; Silvia Piacentini e Caterina Fiorentini per la lingua friulana; Rut Bernardi per la minoranza della lingua ladina; Marisa Margherita, per la cultura italo-albanese, Antonello Colledanchise per il catalano-algherese.

Il Premio verrà consegnato ai figli di Nicola Tanda, Paola e Ugo, presenti alla cerimonia, che avverrà nell’ambito del convegno “Lingue e letterature degli italiani. Ricordando Nicola Tanda”, introduzione e coordinamento di Antonio Maria Masia e Neria De Giovanni. Relatori: Dino Manca, Università di Sassari, Franco Brevini, Università di Bergamo, testimonianze di Luigi Guiso, EIEF, Paola Tanda, letture di Clara Farina, video con Nicola Tanda che legge una poesia di Antonino Mura Ena.

Roma, 4 giugno 2026

 --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

 

È scomparso ieri a 88 anni di età a Londra, assistito dal figlio Ugo, il nostro maestro e amico Nicola Tanda, presidente onorario della giuria del Premio Ozieri e attivo protagonista di altri importanti Premi letterari in Sardegna, punto di riferimento per tante generazioni di poeti e scrittori sardi. La lunga stagione di Nicola Tanda ha avuto molti successi e molta forza. Sullo sfondo c‘è una scelta non scontata, la progressiva codificazione e circolazione letteraria plurilingue che è alla base anche dell’edizione del Premio Ozieri negli ultimi anni.

Presiedeva il Centro di studi filologici sardi nato nel 1980 e ne ha diretto la collana, che continua a pubblicare (con la casa editrice Cuec) le edizioni critiche delle opere degli scrittori sardi. Il Centro promuove gli studi sulla cultura sarda e sulle lingue impiegate nell’uso scritto in Sardegna in epoca medioevale e moderna. Dirigeva inoltre la collana di letteratura sarda plurilingue “La biblioteca di Babele”, che ha scoperto progressivamente intelligenze nascoste, facendo emergere molti colleghi, allievi, autori non sempre noti. Dal 1997 faceva parte del Consiglio direttivo nazionale dell’Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana. Tra le sue innumerevoli opere, ricordiamo: Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Roma, Bulzoni, 1992; Un’odissea de rimas nobas: Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec 2003. 

È stato professore di Letteratura italiana e di Filologia sarda presso le Facoltà di Magistero e poi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari, Presidente del Corso di laurea in Lettere, Direttore di Dipartimento. Era uno tra i maggiori esperti di Teoria della letteratura applicata a periodi di transizione come l’Umanesimo e l’Illuminismo. Nel volume Contemporanei ha offerto un quadro criticamente aggiornato della letteratura italiana del Novecento (1972). Ha proposto un’osservazione del fenomeno letterario italiano dal punto di vista dello spazio geografico e delle differenziazioni linguistiche “regionali”, una definizione sulla quale discutevamo e che poteva essere solo una tappa di un percorso ben più ambizioso. Ha pubblicato edizioni critiche della produzione letteraria contemporanea in sardo e in italiano.

È  il vero scopritore di Antonino Mura Ena, in particolare con il volume Recuida, un ritorno, un viaggio conoscitivo di riappropriazione condivisa della sua comunità d’origine. Per i poeti e gli scrittori sardi la terra-madre, appassionato oggetto di scrittura, non è stata semplicemente un luogo, ma il luogo, e anche l’altrove è stato sempre il qui adesso immerso nello spazio-tempo dell’isola. Il luogo d’origine diviene così l’unico luogo possibile e l’insieme delle opere letterarie ci restituisce, dunque, un’immagine dell’isola che è la testimonianza del modo in cui una comunità, attraverso la sua più alta espressione intellettuale, percepisce e intende la terra in cui si è nati e alla quale ci si è uniti, da un fortissimo legame di nostalgia e amore.  Ma dietro le pagine del capolavoro di Mura Ena rilette da Nicola Tanda, c’è la profondità di una storia, quando la parola poetante e narrante si fa memoria, ossia recupero di un mondo originario, ancestrale, primitivo. Quel mondo che nell’atto stesso della creazione artistica, paradossalmente ritorna ad essere centro e non più periferia. I pensieri e i ricordi si rapportano ai luoghi sentiti, percepiti sensorialmente ed emotivamente, luoghi vissuti e amati. Lo spazio fisico e naturale si traduce in luogo dell’anima, condizione dell’essere e dell’esistere, talvolta sentimento inesprimibile, ai limiti dell’incomunicabilità.

Nicola Tanda è stato battagliero membro dell’Osservatorio della lingua e della cultura sarda – istituito in applicazione della legge della Regione Sardegna n. 26 del 1997 e della legge dello Stato italiano 482 del 1999 – che tutela, difende, promuove la cultura, la lingua e la letteratura della Sardegna.
Tra le sue opere, quelle che più amava: Dal mito dell’isola all’isola del mito. Deledda e dintorni, Roma, Bulzoni, 1992; Un’odissea de rimas nobas: Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec 2003. Nel 2007 aveva pubblicato con Dino Manca l’Introduzione alla letteratura, questioni e strumenti, Cagliari, Centro di studi Filologici Sardi / Cuec.

Ci mancheranno le sue frequenti visite a Palazzo Segni, la sua pazienza e un poco anche le sue sgridate. Abbiamo contratto nei suoi confronti un debito di riconoscenza che rende il dolore per la sua scomparsa ancora più grande. Ci aveva chiamato una settimana fa, quando partiva per Londra: lo avevamo sentito sereno e Ugo ci raccontava oggi che se ne è andato tranquillo, nel sonno, magari pensando da lontano alla sua terra, a Sorso innanzi tutto, alla Romangia e alla Sardegna. Credo senza il ripianto di non aver saputo parlar chiaro.

Nel momento in cui cessa una presenza costante per noi e inizia una assenza che pesa come quella di una persona ricca di idee e di voglia di costruire cose nuove, mi piace usare le parole di un poeta che amava, Orlando Biddau: se il comune sentiero dovesse biforcare, <<la tua assenza s’addolcirà nel tempo come sorba o dattero o corbezzolo, solo per il calore assicurato a una casa>>.

 

Lo scorso 29 aprile, nel pomeriggio, l'Università della Valle d'Aosta ha ospitato l'evento 'Montaigne e la pace' all'interno delle proprie aule. Sebbene l'evento Montaigne e la pace si sia svolto in lingua francese, ho scelto di redigere questo reportage in italiano. Questa decisione mira a rendere accessibili le profonde riflessioni emerse a un pubblico più ampio, garantendo al contempo un’analisi critica approfondita e accurata delle tematiche trattate. Nell'ascoltare la magistralis, ho selezionato i passaggi che, interpretando la complessa figura di Montaigne, ne hanno messo in luce i passaggi evolutivi più significativi. Ho trovato l'analisi della relatrice particolarmente calzante su specifici punti.

Cosa può dire oggi, nel cuore di un’epoca travagliata e polarizzata, un pensatore del XVI secolo? A questa domanda cruciale ha risposto la lectio magistralis dedicata a Michel de Montaigne e la pace, un incontro che ha trasformato l’analisi storica in un atto di resistenza intellettuale. L'evento, promosso nel quadro della Rete delle Università Italiane per la Pace e sotto l'egida della Chaire Senghor della Francophonie, ha visto protagonista la Prof.ssa Rosanna Gorris Camos, titolare di Letteratura Francese all’Università di Verona. Con uno studio attento e impegnato, tra i migliori conoscitori dell'autore degli Essais, la docente ha guidato una platea di studenti e intellettuali in un percorso di riscoperta quanto mai necessario. In un momento storico in cui i conflitti sembrano dominare il dibattito pubblico, la voce di Montaigne – umanista vissuto nel pieno delle sanguinose guerre di religione francesi – risuona con una lucidità nuova. La  Prof.ssa  Rosanna Gorris Camos  ha messo in dialogo il Rinascimento e la

Rosanna Gorris Camos Professoressa Ordinaria  presso l'Università
di Verona - Dipartimento di lingue e letterature straniere  e Presidente
del “Gruppo di Studio sul Cinquecento Francese. Sito del Gruppo:
www.cinquecentofrancese.it - 29 aprile 2026 - Università della
Valle d'Aosta - Aosta

situazione presente. La lezione ha messo in luce la necessità di riscoprire la tolleranza non come debolezza, ma come pratica attiva di convivenza civile. Rileggere Montaigne oggi significa ripensare la pace non come semplice assenza di guerra, bensì come costruzione faticosa attraverso il dialogo e il riconoscimento dell'alterità. Il percorso proposto ha offerto una chiave di lettura fondamentale per la nostra epoca: l'invito a "sospendere il giudizio" per disinnescare la violenza verbale e fisica, preferendo la complessità del confronto alla semplificazione dogmatica. Una lezione magistrale che ha riaffermato il ruolo vivo e vitale dei classici nel far luce sulle tenebre del presente. Nell'intreccio tra Montaigne e Senghor proposto dalla Prof.ssa  Rosanna Gorris Camos, emerge il rifiuto dell'alterità sterile in favore di un'armonia profonda. Il parallelo riattualizza la pace come riconoscimento reciproco e costruzione di una civiltà condivisa. La relatrice evidenzia il legame di Montaigne con la cultura contadina del Périgord, vista dal suo castello. Questo approccio rivela un rispetto ecologico ante litteram, in cui l'uomo è parte integrante della natura, non un dominatore. Parallelo profondo tra Primo Levi e Montaigne sull'indagine dell'essere umano. La relatrice ha unito l'auto-analisi di Montaigne alla testimonianza di Levi, interpretando la vita nel Lager (Se questo è un uomo) come un esperimento sociale che porta all'estremo la ricerca della dignità umana.  La relatrice ha  inoltre citato Stefan Zweig, il quale considerava Montaigne un "compagno insostituibile" nei periodi di crisi (come durante la fuga dal nazismo). I Saggi sono descritti come una "terapia per la mente" perché insegnano ad accettare la vita e la morte con saggezza pratica, difendendo l'indipendenza di pensiero in tempi caotici. Per Zweig, l'onestà di Montaigne offre conforto, razionalità e la capacità di mantenere la gioia di vivere anche in condizioni estreme.  Secondo la Prof.ssa Gorris Camos, Montaigne vede in Socrate il saggio ideale: un modello concreto e umano, opposto al dogmatismo. Attraverso l'auto-esplorazione e il motto "conosci te stesso", Montaigne adotta lo scetticismo socratico per vivere la filosofia nella quotidianità, accettando la fragilità umana e rifiutando verità assolute. La relazione della Prof.ssa Rosanna Gorris Camos evidenzia come l'umanesimo di Montaigne, nato in risposta alle guerre di religione, proponga una svolta antropologica basata su tolleranza, ascolto e relativismo culturale. Attraverso i Saggi, Montaigne oppone al fanatismo la parola come dialogo, lo spirito critico e una politica realista finalizzata alla convivenza pacifica e al rifiuto della violenza. La  relatrice  evidenzia come Montaigne, nell'Apologia di Raimondo Sebond, estenda il "dovere di umanità" oltre la specie umana. Criticando l'antropocentrismo e l'idea degli animali-macchina, egli propone una gentilezza universale (anche verso piante e alberi) basata sulla saggezza naturale, la fragilità umana e il rispetto per ogni forma di vita.

La lezione esamina altresì  il profondo legame tra Montaigne e Michel de l'Hospital, Cancelliere di Francia noto per i suoi tentativi di mediazione e tolleranza tra cattolici e ugonotti. Entrambi magistrati e intellettuali moderati, condividevano la priorità della stabilità statale sul fanatismo religioso. Montaigne, che stimava l'Hospital come esempio di "virtù non comune", gli dedicò nel 1571 le opere di La Boétie.

Grazie al supporto di un ricco materiale visivo  dalle copertine dei libri alle foto del castello fino alla ricostruzione virtuale della biblioteca la prof.ssa  Rosanna Gorris Camos ha reso immersiva la lezione su Montaigne. In conclusione, citando l'«ethos», la relatrice  ha evidenziato come per Montaigne la filosofia sia un'arte di vivere pratica, non astratta. I suoi Essais rappresentano la costruzione di un "soggiorno" interiore, un abito mentale quotidiano per accettare la propria condizione umana e trovare il proprio posto nel mondo.  L'uso di immagini di bambini  iraniani tra le macerie ha funzionato come potente dispositivo pedagogico,

da sx Teresa Grange Professoressa Ordinaria  presso l'Università della Valle d'Aosta,
 la Rettrice dell'Università della Valle d'Aosta (UniVdA) la Prof.ssa Manuela Ceretta,
la relatrice Rosanna Gorris Camos Professoressa Ordinaria  presso l'Università di Verona,
il Professor Antonio Mastropaolo, docente di Diritto pubblico presso l'Università della Valle
d'Aosta, e referente dell'ateneo valdostano per la Rete delle Università italiane per la Pace
(RUniPace)

contrapponendo l'irrazionalità della guerra alla necessità di salvaguardare l'innocenza. Questo contrasto visivo ha trasformato la teoria umanistica in un appello etico urgente, spingendo a "vedere" la realtà per costruire una pace concreta e responsabile.

Un elogio speciale alla prof.ssa  Rosanna Gorris Camos: la sua esposizione su Montaigne è stata magistrale. Ha saputo tenere alto l'interesse per tutta la durata dell'evento, rendendo un tema filosofico incredibilmente attuale e scorrevole. Mai noiosa, profondamente coinvolgente. Assolutamente da riascoltare.

L'incontro è stato introdotto da Teresa Grange, Professoressa Ordinaria presso l'UniVdA. Era presente la Rettrice dell'UniVdA, la Prof.ssa Manuela Ceretta. I ringraziamenti finali sono stati portati dal Professor Antonio Mastropaolo, docente di Diritto pubblico all'UniVdA e referente d'ateneo per la Rete delle Università italiane per la Pace (RUniPace).

                Circa mezzo millennio fa, Erasmo da Rotterdam, in un’ epoca di continui conflitti, si è prodigato con tutte le sue forze per convincere i contemporanei dell’orrore della guerra e della assoluta necessità della pace.

La guerra – diceva – è una specie d’oceano in cui si mescolano tutti i mali del mondo: se col suo flagello d’un subito fa imputridire ciò che fiorisce, dissipa ciò ch’era cresciuto, rovina ogni cosa salda, annienta ogni buon fondamento, tramuta il dolce in amaro …” Mentre la pace veniva definita, assai efficacemente, “fonte di tutte le umane felicità”.

Quella del raffinato umanista è stata, purtroppo, una vox clamans isolata e inascoltata. Oggi, a condividere e a sostenere le sue opinioni è certamente la stragrande maggioranza dell’umanità. Ciò nonostante, il cosiddetto flagello della guerra non è certo stato relegato negli archivi del passato, e la pace continua ad essere aggredita cinicamente dagli interessi di élites circoscritte quantitativamente, ma detentrici di un immenso potere politico ed economico.

Una cosa si impone in maniera sempre più chiara di fronte a tutti noi: per far sì che la pace possa finalmente essere accolta ed affermata, in maniera convinta e duratura, dovrà essere il volere dell’umanità che è lontana dal governo ad imporsi sul volere di coloro che sono alla guida dei governi delle nazioni del mondo.

Questo significa che la vittoria della pace sarà possibile soltanto se saremo tutti noi che la amiamo e la invochiamo a schierarci, a parlare, a scrivere, a urlare … a fare tutto quello che è in nostro reale potere per dire un NO fermo e deciso alle menzogne di coloro che, da sempre, ci vogliono convincere della “realistica” ineliminabilità delle guerre.

L’educazione, la cultura, la scienza, l’arte, ecc., sono pertanto chiamate a fornire il loro prezioso contributo, a difendere e a diffondere il dialogo, i valori del rispetto reciproco, della sacralità della dignità della persona, dell’inviolabilità dei diritti umani.

Ed è in questa direzione, nella consapevolezza del carattere fallimentare di una ignava neutralità e dell’imperatività del far sentire la voce di chi crede nel valore illuminante e affratellante delle arti, che nello scorso 24 aprile, in occasione della giornata della Pace promossa da Rome Art Week, la galleria Cosarte Spazio Creativo di Garbatella (Roma)* ha dato vita (con il patrocinio del VIII Municipio) ad un'esposizione di artisti contemporanei chiamati a testimoniare per la pace.

La mostra dal titolo Eirene, dovuta innanzitutto al talento e all’impegno sempre vivo ed appassionato della brava pittrice Simona Gloriani, rientra nel progetto speciale RAW for Peace (ideato da Rome Art Week)**, come una giornata diffusa di eventi dedicati al valore della pace, attraverso i vari linguaggi della cultura contemporanea, con il preciso intento di riuscire a rappresentare un efficace invito alla riflessione collettiva e alla costruzione comune e accomunante di una società internazionale fondata sul diritto e sulla giustizia.

Numerose e di indubbia qualità (formale e contenutistica) le opere esposte, con una bella partecipazione di pubblico, sinceramente coinvolta e partecipe.

Molto apprezzati anche i brevi ma intensi interventi musicali e poetici che hanno arricchito la presentazione artistica.

 

Hanno aderito all’ iniziativa:

Paola Abbondio, Enrica Capone, Sandro Cordova, Vincenza Costantini, Roberto Fantini, Sandra Fiordelmondo, Simona Gloriani, Marina Loreti, Patrizio de Magistris, Stefania Miccadei, Walter Necci, Renata Pagano, Tatsiana Pagliani, Palmiro Taglioni, Gabriella Tirincanti, Paolo Viterbini, Romina Wainsten, Wanda Wainsten.

    SIMONA GLORIANI.

 

 

*COSARTE Spazio Creativo

Via Nicolò da Pistoia, 18 – Roma (Garbatella)

Tel. 3290567987 (Simona Gloriani) - Email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. - Pagina Facebook: Cosarte Spazio Creativo

 

**Dal MANIFESTO di RAW FOR PEACE:

L’iniziativa si fonda su alcuni principi essenziali.

Primo: la pace è un tema culturale, non solo politico o diplomatico.

Ogni trasformazione duratura passa anche attraverso l’educazione dello sguardo, del linguaggio e dell’immaginario.

Secondo: la pluralità dei linguaggi è un valore.

Arti visive, scrittura, musica, parola performativa e teatro possono concorrere, in modi diversi, alla costruzione di un’esperienza condivisa.

Terzo: il territorio è parte dell’opera.

RAW for Peace si sviluppa in forma diffusa, valorizzando la geografia relazionale di Rome Art Week e attivando luoghi diversi come presìdi culturali temporanei.

Quarto: la partecipazione è un atto di responsabilità.

Prendere parte a RAW for Peace significa contribuire pubblicamente a una riflessione comune, offrendo al pubblico occasioni di incontro e contenuti significativi.

Quinto: la cultura può ancora incidere sul presente.

Non perché risolva i conflitti da sola, ma perché può creare le condizioni simboliche, emotive e relazionali per immaginare una convivenza diversa.

RAW for Peace vuole dunque essere insieme un progetto culturale, un gesto collettivo e una dichiarazione di intenti. Un progetto culturale, perché mette al centro la qualità delle proposte, la libertà dei linguaggi e il valore della ricerca. Un gesto collettivo, perché invita una comunità ampia a muoversi nello stesso giorno attorno a un tema comune. Una dichiarazione di intenti, perché afferma con chiarezza che la cultura non è marginale nei tempi difficili, ma necessaria.

Per un giorno, oltre mille protagonisti della rete di Rome Art Week potranno contribuire a una mappa condivisa di eventi, azioni, aperture, letture, concerti, performance e incontri. Una mappa che non celebra la pace in modo retorico, ma la mette alla prova nello spazio pubblico attraverso il confronto, la sensibilità, la partecipazione e la creazione.

RAW for Peace è un invito a fare della cultura un luogo attivo di relazione.

È un invito a trasformare la presenza artistica in presenza civile.

È un invito a restituire alla città una trama di segni, voci e visioni capaci di opporsi alla violenza non con slogan vuoti, ma con pratiche reali di ascolto e condivisione.

Il 24 aprile 2026, la comunità di Rome Art Week è chiamata a esprimersi come rete culturale consapevole, aperta e responsabile. Non per offrire una risposta univoca al tema della pace, ma per costruire uno spazio comune in cui quella parola possa tornare a essere viva, interrogata, attraversata e resa concreta.

RAW for Peace è questo:
una giornata diffusa, una comunità in azione, una costellazione di eventi, una presa di posizione culturale.
Cultura come strumento di pace.”

 

Manifesto - RAW for Peace

 



Esistono libri che non nascono sulla carta ma sedimentano per decenni nel cuore di chi li scrive e La Femminanza, opera d'esordio di Antonella Mollicone, è esattamente questo: il frutto prezioso di oltre dieci anni di ricerche, appunti e memorie che trasformano le radici rurali di Rocca d’Arce in un’epopea universale capace di scuotere l'anima di chiunque si immerga nelle sue pagine. Per comprendere la densità di questo testo bisogna guardare alla sua autrice, una vera archeologa della memoria che, forte della sua formazione in Lettere Classiche e Archeologia Cristiana, cura ogni parola con la precisione di un'epigrafista, ricostruendo dialetti, riti e quotidianità del Lazio meridionale del Novecento attingendo direttamente dai racconti di sua nonna Peppina.
Al centro della narrazione pulsa un concetto potente e ancestrale che dà il titolo al volume, una forza selvatica definita come una veemenza di corpo e lingua usata per contrastare le prepotenze della vita e guidata dalla figura monumentale di Peppina, che rifiuta i binari imposti dalla società per farsi ponte tra i misteri della nascita e della morte.


Attorno a lei si stringe la Cerchia, un microcosmo di donne che tra un ricamo e un infuso abbattono i tabù e curano ferite che la storia ufficiale ha troppo spesso ignorato, arrivando persino ad affrontare con estremo coraggio l’orrore delle marocchinate durante la Seconda Guerra Mondiale; in queste pagine crude e necessarie la Mollicone compie un atto di giustizia poetica, spostando finalmente il peso della vergogna dalle vittime ai carnefici e restituendo dignità a un dolore rimasto per troppo tempo sepolto nel silenzio delle valli ciociare. Questo romanzo, che è insieme storico e antropologico, ci regala una scrittura materica e sporca di terra, intrisa di una saggezza antica che ci ricorda come chi non sa guidare l’ago e il filo non saprà guidare nemmeno la propria vita, offrendo una bussola non solo alle donne di ogni età ma anche agli uomini disposti a riscoprire quel filo invisibile che ci lega alle nostre radici e alla nostra capacità di resistere. È una lettura luminosa consigliata a chi si sente smarrito e cerca di riconnettersi con la propria parte più istintiva, un libro che si legge velocemente ma che richiede tempo per essere metabolizzato perché ogni singola pagina semina un piccolo, indelebile seme di consapevolezza che fa bene allo spirito e invita a guardarsi allo specchio con molta più tenerezza.


In definitiva, l'opera di Antonella Mollicone non si limita a ripercorrere le tappe di un’epoca, ma le abita con una sensibilità rara. È attraverso una scrittura palpitante, capace di restituire la materia viva delle emozioni e la forza concreta del quotidiano, che l'autrice riesce a dare voce a un passato che ancora ci parla. La sua è una saga familiare al femminile che agisce come un prisma: attraverso gli occhi delle sue protagoniste, vediamo riflettersi mezzo secolo di storia italiana. Dalla cupa ascesa del fascismo alla devastazione del bombardamento di Montecassino, fino alla rinascita carica di speranza del boom economico, il lettore viene accompagnato in un viaggio che è al contempo storico e profondamente intimo.
Un libro che non solo narra i fatti, ma ne cattura il battito, ricordandoci che la Grande Storia è, prima di tutto, fatta di vite straordinariamente ordinarie.

Venerdì 6 e sabato 7 Marzo 2026 il Mediterraneo Festival Corto ai Castelli Romani celebrerà i dieci anni del Premio stampa “Matchnews”.

L’iniziativa, patrocinata dai comuni di Marino e Nemi, vedrà la proiezione dei dieci cortometraggi che nelle scorse dieci edizioni del Mediterraneo Festival Corto hanno vinto il Premio Stampa assegnato dalla rivista online “Matchnews”.

Bellissimo il contesto nel quale si svolgerà la rassegna cinematografica. Le città di Marino e Nemi, entrambe all’interno della Città Metropolitana di Roma Capitale, sono immerse nella natura dei Colli Albani. Rientrano, infatti, nel Parco regionale dei Castelli Romani e sono incastonate tra i meravigliosi laghi di Nemi e Albano. Entrambe di fondazione pre-romana, conservano nel cuore dei propri borghi, le tracce che ne hanno segnato la storia.

I due sindaci, Stefano Cecchi, del comune di Marino, e Alberto Bertucci, del comune di Nemi, attraverso la concessione del patrocinio e la volontà di ospitare l’evento, hanno dimostrato quanto la zona dei Castelli Romani sia sensibile alla “settima arte” anche in considerazione del fatto che, molte località adiacenti, sono state nel passato set di ripresa di grandi film che hanno fatto la storia del cinema italiano. Un ruolo determinante, affinchè tale evento possa essere vissuto dai cittadini, lo ha avuto sicuramente Ettore Pompili, presidente onorario dell’associazione Nuova Castelli Romani, un’associazione che sul territorio si dimostra sempre molto sensibile ad individuare attività culturali di livello da proporre alle amministrazioni ed ai cittadini.

Le proiezioni avverranno nelle due giornate del 6 e 7 Marzo 2026 ed avranno inizio alle ore 17,00 all’interno della Sala Lepanto del comune di Marino. Verrà designata una commissione che sarà chiamata a valutare i cortometraggi attraverso una scheda nella quale si potrà esprimere la votazione. Al termine delle due giornate di proiezione, chi avrà totalizzato il maggior punteggio vincerà il Premio Stampa decennale “Matchnews” che sarà consegnato il 1° luglio 2026 durante la XVI edizione del Mediterraneo Festival Corto che si svolgerà dall’1 al 5 luglio a Diamante (CS), in occasione della conferenza stampa di presentazione della rassegna.

È prevista la presenza di Antonio Bartalotta, direttore responsabile di Matchnews, insieme a tutta la redazione della rivista online e, di Francesco Presta, direttore artistico del Mediterraneo Festival Corto.

Ad essere proiettati i film a cui è stato assegnato il Premio Stampa Matchnews dal 2016 al 2025:

2025 “A piedi nudi” di Luca Esposito; 2024 “Warpigs” di Giacomo Pellegrini; 2023 “Briciole” di Rebecca Marie Margot; 2022 “Diritto di voto” di Gianluca Zonta; 2021 “Il Gioco” di Alessandro Haber; 2020 “L’oro di famiglia” di Emanuele Pisano; 2019 “La gita” di Salvatore Allocca; 2018 “Il regalo di Alice” di Gabriele Marino; 2017 “Il viaggio di Sarah” di Antonio Losito; 2016 “Il sarto dei tedeschi” di Antonio Losito.

Nel centenario del Nobel a Grazia Deledda, si è svolto a Praga nei giorni scorsi  il workshop europeo dedicato alla promozione turistica della Sardegna a Praga, organizzato dal tour operator ceco Sardegna Travel di Martina e Antonio Costantino, in collaborazione con la Regione Autonoma della Sardegna e col sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Praga, dell’Istituto Italiano di Cultura e della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca (CAMIC). Anche grazie all’impegno dell’assessore regionale al Turismo Franco Cuccureddu, il workshop di quest’anno è stato inserito nel calendario degli eventi di interesse internazionale della Regione Sardegna.

La sede del CAMIC ha visto partecipare venticinq

ue operatori sardi a sessioni B2B con una trentina di rappresentanti del settore provenienti da Bulgaria, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Svezia. Al centro del confronto i viaggi sostenibili, politematici e con nuove stagionalità. Un obiettivo favorito anche dai collegamenti diretti tra Praga e gli aeroporti di Cagliari e Olbia.

Nel teatro Boccaccio del Grand Hotel Bohemia si è svolta la serata di gala conclusiva, dedicata a Grazia Deledda nel centenario del Premio Nobel, unica scrittrice italiana ad averlo ottenuto nel 1927 per il 1926.  L’evento, aperto da un saluto dell’Ambasciatore d’Italia Alessandro Gaudiano, con la presenza anche del vice-direttore dell’Istituto di cultura  Vito De Lollis, ha visto l’intervento di Neria De Giovanni, saggista e critica letteraria, che ha conversato sulla vita e l’opera dell’autrice, di cui è tra le maggiori esperte a livello internazionale, trasmettendo entusiasmo ed interesse verso Deledda i cui romanzi sono tradotti in ceco. E’ seguita una applauditissima esecuzione di alcuni brani di musica identitaria sarda da parte della musicista algherese Elisa Ceravola col suo flauto traverso che ha accompagnato anche la proiezione di un filmato muto sugli itinerari deleddiani messo a disposizione dalla Società Umanitaria di Cagliari. Tra gli omaggi della serata, la presentazione della traduzione in ceco e inglese del monologo di Marianna Sirca tratto dal libro di Neria De Giovanni “Donne di Grazia” (Nemapress edizioni), un breve tributo teatrale della celebre attrice ceca Lenka Termerova .

Lo chef italiano Riccardo Lucque ha proposto eccellenze enogastronomiche ispirate all’opera di Deledda anche traendo spunto da “A tavola con Grazia” (Il leone verde editore), secondo libro di Neria De Giovanni sull’argomento.

 

 

 

Esistono artisti che non si limitano a dipingere il mondo, ma lo costruiscono, lo insegnano e lo preservano. Giampaolo Beltrame, nato a Firenze nel 1943 e residente da decenni a Casellina-Scandicci, appartiene a questa rara stirpe di maestri poliedrici. La sua carriera è un viaggio attraverso le discipline visive, segnato da una coerenza stilistica e una maestria tecnica che gli hanno valso, di recente, il prestigioso Premio alla Carriera nell'ambito del Premio Artistico Letterario Ponte Vecchio, ideato da Marzia Carocci. Il percorso di Beltrame affonda le radici nelle istituzioni più prestigiose della sua città. Dopo il diploma di Maestro d’Arte nel 1963, si specializza in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Questa disciplina ha influenzato profondamente la sua visione spaziale, portandolo a collaborare con il Teatro Comunale di Firenze e con la Compagnia "Città di Firenze". L'esperienza nel teatro, dove la luce e la prospettiva creano mondi effimeri, ha regalato alla sua pittura una profondità scenica unica. Oltre all'attività creativa, Beltrame ha dedicato gran parte della sua vita alla trasmissione del sapere. Dagli anni '70 ha insegnato Disegno e Storia dell'Arte, diventando una figura centrale all'Istituto "L. Tornabuoni" per la formazione di stiliste e figuriniste. Il suo contributo didattico è rimasto impresso anche sulla carta attraverso testi fondamentali come: Il Disegno del Figurino di Moda, la Decorazione su Stoffa.


La sua competenza tecnica lo ha portato persino nel mondo della comunicazione visiva degli albori, ricoprendo il ruolo di Art-Director per Teleliberafirenze tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Sebbene abbia iniziato a maneggiare i colori ad olio nel 1955, è dal 1968 che la sua attività artistica ufficiale decolla, costellata di premi e riconoscimenti. La sua produzione è vasta e tocca diverse corde: Le Riproduzioni d'Autore: Dal 1993 si dedica con successo alla riproduzione di opere antiche e moderne, un esercizio di umiltà e tecnica che pochi sanno padroneggiare con tale precisione. L'Arte Pubblica e Sacra: Le sue opere sono custodite in luoghi di grande prestigio, dalla Chiesa di Gesù Buon Pastore a Casellina alla Curia Arcivescovile di Firenze, fino alla Sala Consiliare del Comune di Signa. Il Legame con il Territorio: Beltrame è un interprete delle tradizioni toscane. Ha realizzato il logo per la "Guarda Firenze" nel 2016 e l'ambito Drappellone del Palio di Signa 2017.
Il Premio alla Carriera conferitogli al Premio Ponte Vecchio è il coronamento di una vita spesa al servizio del "bello". Come membro attivo di storiche realtà come il Gruppo Donatello, Gadarte e l'associazione Art-Art di Impruneta, Beltrame continua a essere un pilastro della comunità artistica fiorentina, unendo la precisione del tecnico alla sensibilità del poeta del colore.
C'è una nota dolente che, da freelance, sento il bisogno di condividere: Giampaolo Beltrame è un Maestro immenso, un pilastro dell'arte che meriterebbe dalla sua città e dall'intera nazione un riconoscimento ben più profondo di un pur nobile premio alla carriera.
Beltrame ha consacrato l'intera esistenza all'arte, dando vita a migliaia di opere, una più straordinaria dell'altra. Spesso si dice che la patria non sappia riconoscere i propri figli migliori, ma viene da chiedersi: perché allora si finisce per celebrare chi, di merito, ne ha ben poco? È un paradosso che lascia l'amaro in bocca a chiunque ami la bellezza autentica. E’  tempo che le istituzioni, dalla sua città fino ai vertici della Nazione, riconoscano che il vero patrimonio dell'Italia non risiede nei titoli altisonanti, ma nelle mani e nel cuore di chi, come il Maestro Beltrame, ha saputo trasformare l’esistenza in un’eterna e sublime opera d’arte.

È la sala più grande, più imponente e decorata del Palazzo, anche se il resto della struttura ospita molte stanze affrescate di indubbio valore, in questa si rimane letteralmente schiacciati dalla bellezza artistica di quest’opera rinascimentale.

La sala copre un’area importante, è lunga 54 metri, larga 23 e alta 18 metri; la più grande sala in Italia mai realizzata, in cui in passato veniva gestito il potere civile. Nel 1494 viene qui istituito il Consiglio Maggiore, composto da tremilaseicento membri. Si riunivano milleduecento alla volta e quindi era chiamato il Consiglio Terzato. Il Consiglio dei Cinquecento non è mai esistito durante l'epoca repubblicana e granducale.

La sala si trova al primo piano del Palazzo, aggiunta successivamente alla parte originaria risalente all'epoca di Arnolfo di Cambio (1245-1302).

Ci vollero sette mesi per realizzarla. Cominciata nel luglio del 1945 venne completata nel febbraio 1496 da Simone del Pollaiolo detto il Cronaca e da Francesco di Domenico. Commissionata dal frate ferrarese Girolamo Savonarola che nel frattempo, dopo la cacciata di Piero il Fatuo nel 1494, era diventato di fatto il signore di Firenze. Il chierico divenne promotore di una riforma che avrebbe impedito di accentrare il potere della Repubblica fiorentina in un’unica figura di potere o di qualcuna di fiducia come avevano fatto Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico.

Dopo l’ennesimo tentativo fallito da parte di Piero de’ Medici, Savonarola dispose la creazione del Maggior Consiglio. Questo era formato da più di millecinquecento cittadini che si riunivano però in sessioni successive, così da evitare il controllo del potere decisionale sulla popolazione da parte di un singolo uomo di potere, proprio sul modello del Consiglio Maggiore di Venezia.

Ecco spiegata la creazione del Salone dei Cinquecento nel Palazzo Governativo. La sala all’epoca era molto più bassa di quella attuale, arrivava al livello delle grandi cornici in pietra ancora oggi visibili. La forma strombata delle pareti poste verso nord e verso sud era dovuta alla forma degli edifici più antichi delle quali vennero sfruttate le mura preesistenti, che a loro volta si ergevano sui resti di un antico teatro romano. Anche artisticamente la sala era più povera ed essenziale, quasi priva di decorazioni e austera come la mentalità del savonarola imponeva.

L'istituzione del Consiglio dei Cinquecento complicò inevitabilmente la governabilità della Repubblica, ma nonostante tutto rimase attiva anche dopo il Savonarola, scomunicato prima e giustiziato dopo come eretico nel 1498 da papa Alessandro VI Borgia, perché contro il volere di questo papa, predicava contro la corruzione della chiesa (e la vita scandalosa del Borgia). Inoltre le sue idee radicali e la politica che svolgeva, erano scomode sia per le autorità ecclesiastiche che per i poteri locali.

 

Il gonfaloniere Pier Soderini fu il primo a decorare la sala, ad aiutarlo, due dei più grandi artisti fiorentini dell'epoca, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.

Questi realizzarono due grandi affreschi per decorare le pareti della sala, con scene di battaglia che dovevano celebrare le vittorie della Repubblica fiorentina (1503).

Leonardo si dedicò alla Battaglia di Anghiari, mentre Michelangelo alla Battaglia di Cascina. I due affreschi che misuravano dai 5 ai 7 metri di altezza e almeno  18 di larghezza, erano posizionati ai lati del seggio del gonfaloniere, Michelangelo a sinistra e Leonardo a destra. Questo perché sul lato opposto della sala doveva trovarsi un altare, dunque il luogo era inadatto alla presenza di una rappresentazione profana.

Ma i due maestri non completarono la loro opera, Leonardo sperimentò la tecnica dell' encausto, un'antica tecnica pittorica che utilizzava colori mescolati a cera fusa e fissati su un supporto tramite il calore. Scelta che si rivelò disastrosa, perché rovinò irrimediabilmente l'opera.

Michelangelo invece si fermò al solo progetto su carta, perché fu chiamato a Roma da Papa Giulio II. Per lui realizzò la Cappella Sistina in Vaticano e la sua tomba in San Pietro in Vincoli.

Anche se entrambe le opere originali sono andate perdute, ci sono comunque pervenute delle copie dei disegni preparatori.

 

Quando Cosimo I de' Medici fu nominato Duca e poi Granduca su concessione papale, Palazzo Vecchio che all'epoca era conosciuto come Palazzo di Piazza, divenne la residenza della sua corte. Fu allora che l’edificio subì una radicale trasformazione grazie in buona parte all’opera di Giorgio Vasari.

Il Salone dei Cinquecento, si trasformò da luogo di celebrazione della potenza della Repubblica a quello di rappresentanza del duca. Qui infatti riceveva gli ambasciatori e dava udienza al popolo.

Questo impose un radicale cambio delle raffigurazioni preesistenti o progettate, perché quelle nuove dovevano esaltare e glorificare Cosimo e i Medici. Vasari lavorò a questa impresa dal 1555 al 1572. Dapprima alzò il soffitto di 7 metri seguendo il consiglio di Michelangelo Buonarroti, coprendolo con una struttura a cassettoni decorati. Le capriate furono costruite ingegnosamente con una doppia serie posta a livelli diversi. Il risultato era quello di alternare il lavoro delle suddette suddividendone i compiti, ovvero quello di sorreggere il peso del tetto e quello di trattenere i cassettoni sottostanti. Un opera colossale, che costrinse il Vasari ad utilizzare numerosi collaboratori.

Rimane il dubbio se Vasari cancellò oppure semplicemente coprì per rispetto, il lavoro eseguito da Leonardo, essendo lui un grande estimatore del maestro. Recenti studi hanno appurato l’esistenza di due muri, uno appoggiato sull'altro, ma non si è riusciti a stabilire se nell’intercapedine vi sia nascosta l’opera di Leonardo.

Il soffitto a cassettoni ospita ed incornicia in intagli dorati una serie di pitture che esaltano la figura di Cosimo I, delle sue opere e della sua casata. Queste risalgono ad un periodo che va dal 1563 al 1565.

Si tratta di quarantadue riquadri eseguiti da una squadra di pittori coordinati dal Vasari. I soggetti da rappresentare invece furono scelti da Vincenzo Borghini.

I bozzetti originali prevedevano che al centro del soffitto vi fosse un'allegoria di Firenze, ma Cosimo volle che ad essere rappresentato fosse lui stesso. Cosimo sembra una divinità greca se non lo stesso Redentore… I pittori che lavorarono a questa mastodontica opera oltre al Vasari furono: Giovanni StradanoJacopo ZucchiGiovanni Battista NaldiniStefano VeltroniTommaso di Battista del VerrocchioProspero FontanaMarco Marchetti da FaenzaOrazio PortaSanti di Tito e Ridolfo del Ghirlandaio.

Attorno al pannello con Cosimo I raffigurato in apoteosi, si riconoscono delle allegorie dei quartieri di Firenze, i domini del Ducato che si sottomettono al Duca ed episodi della guerra di Pisa (1496-1509) e della Guerra di Siena (1552-1559). Si aggiungono poi i ritratti di alcuni collaboratori del Vasari.

In fondo alla sala, verso nord, su un’area rialzata da alcuni gradini, c’è la Tribuna dell'Udienza. Questa accoglieva il trono del duca. Si tratta della prima area ad essere stata modificata da Cosimo, su progetto di Giuliano di Baccio d'Agnolo e Baccio Bandinelli tra il 1542 e il 1543. L'architettura si ispira a quella romana, similmente infatti è posizionato un arco di trionfo, realizzato per esaltare il potere di Cosimo. L’area ospita poi una serie di nicchie contenenti statue di esponenti della famiglia Medici.

Sono inoltre presenti due archi più grandi insieme alle statue di due papi della famiglia medicea; al centro è sistemato Papa Leone X realizzato da Baccio Bandinelli e da Vincenzo de' Rossi; a destra Clemente VII che incorona Carlo V. Di questa opera Baccio Bandinelli scolpisce il papa, mentre Giovanni Battista Caccini l'imperatore.

Le altre quattro nicchie contengono altri personaggi medicei che sono sormontati da un riquadro che contiene una delle diverse imprese medicee.

L’opera del Bandinelli che raffigura Cosimo I è quella dell'impresa della tartaruga con la vela. Il motto che si legge "Affrettati lentamente", è tratto da una frase ricorrente dell’imperatore Ottaviano Augusto. Rispecchia la capacità di agire con prudenza, saggezza e velocità.

Giovanni dalle Bande Nere sempre del Bandinelli, è invece rappresentato con l'impresa della saetta. Era celebre infatti per le sue azioni di guerriglia fulminea, che combinava cavalleria leggera e dunque veloce con l’archibugieria. Il suo motto “Folgore di guerra” riflette la sua feroce velocità  di azione.

Alessandro de' Medici del Bandinelli è accostato ad un rinoceronte, che si può leggere come simbolo di forza e il motto “Non torno senza aver vinto”. L’uomo in seguito venne assassinato dal cugino Lorenzino de’ Medici.

Francesco I di Giovanni Battista Caccini viene rappresentato con una donnola con un ramoscello di ruta in bocca, che per istinto aggredisce il rospo ( o anche un serpente o un basilisco). La donnola pare che ami particolarmente questa pianta curativa. Da qui il motto: “la vittoria ama la cura”.

La parte della sala posta al sud della sala fu l'ultima ad essere completata. In realtà Bartolomeo Ammannati aveva già realizzato un progetto, ma che non fu mai completato (tra il 1555 e il1563). Aveva scolpito alcune statue che oggi sono poste nel cortile del Bargello. Si trattava di una fontana con Giunone circondata dalle rappresentazioni dell'Arno e dell'Arbia e sormontata da una divinità femminile, probabilmente la Terra.

Le statue furono terminate nel 1561, ma furono poste sotto la Loggia della Signoria invece di essere collocate a palazzo come era stato programmato per festeggiare le nozze di Francesco I. Poi vennero nuovamente trasferite nella Villa di Pratolino.

Nel 1589 Ferdinando I, in occasione delle sue nozze con Cristina di Lorena, fece di nuovo trasferire la fontana a Palazzo Pitti, ponendola sulla terrazza del cortile dove oggi si trova la Fontana del Carciofo nel Giardino di Boboli. Di nuovo smontate nel 1635 vennero collocate nel giardino del Casino di San Marco, per poi tornare, smembrate e sistemate in varie parti, nel Giardino di Boboli nel 1739 per i festeggiamenti di Francesco di Lorena che arrivava a Firenze. Trovarono poi una sistemazione definitiva nel Bargello.

Accedendo alle altre meravigliose sale del palazzo, certamente più piccole, ma che ospitano comunque dipinti stupendi, si arriva ad una terrazza che si affaccia su questa grande sala. Da qui si possono ammirare i magnifici cassettoni del soffitto da più vicino, i dipinti laterali meno godibili dalla sala e tutta la maestosità del salone con tutte le sue decorazioni.

Sui lati della sala ci sono anche una serie di statue poste su alti piedistalli. Tra queste si trova il Genio della Vittoria di Michelangelo Buonarroti (1533-1534), scolpito per la tomba di Giulio II e donato a Cosimo I dal nipote dell'artista Leonardo Buonarroti, visto che ormai la tomba romana era stata completata senza la presenza di questa statua. Venne così posta nella sala nel 1565. La scultura è famosa per il senso del movimento che manifesta e la vigorosa torsione che raffigura, che ha influenzato profondamente il Manierismo, una corrente artistica del XVII e dei primi anni del secolo successivo, che si ispirava profondamente all’arte di Michelangelo e di Raffaello, ma che tendeva anche a sperimentare nuove ed originali soluzioni artistiche.

Al lato opposto troviamo Firenze che trionfa su Pisa, modello in gesso, copia del 1589 della statua marmorea di Giambologna e Pietro Francavilla oggi al Bargello, che anticamente si trovava qui dal 1565.

Le sei statue lungo le pareti rappresentano le “Fatiche di Ercole”, ad opera di Vincenzo de' Rossi e dei suoi collaboratori, eseguite tra il 1562 e il 1572 e collocate nel salone nel 1592 in occasione del battesimo di Cosimo, il figlio primogenito di Ferdinando I de' Medici. Una settima statua, “l'Ercole che sostiene il globo di Atlante”, venne trasportata dopo il 1620 all'ingresso della villa di Poggio Imperiale dove si trova tutt'oggi.

Alle pareti Giorgio Vasari dipinse insieme ai suoi collaboratori sei scene di battaglia, sono i successi militari di Cosimo I su Pisa e Siena: la Presa di Siena, la conquista di Porto Ercole e la Vittoria a Marciano in Val di Chiana.

 

Sull’altra parete: Pisa sconfitta a Tor San Vincenzo, Massimiliano d’Austria che tenta la conquista di Livorno e Pisa che attacca le truppe fiorentine.

Completano la decorazione della sala quattro grandi dipinti su ardesia (grigio turchino) poste agli angoli della sala in posizione rialzata sotto il soffitto e realizzate su pannelli rettangolari di pietra, che se si fa attenzione si possono notare i contorni.

Vicino all'Udienza si trovano le due opere di Jacopo Ligozzi (1590-1592): la scena di Papa Bonifacio VIII che riceve degli ambasciatori. Accortosi che erano tutti fiorentini, pronunciò la storica frase di cui i cittadini vanno ancora fieri:  "Voi fiorentini siete la quintessenza".

Le pitture sul lato opposto sono ad opera del Passignano (1597-1599).

A queste decorazioni si aggiungono una serie di arazzi Cinquecenteschi, appesi però solo in occasioni speciali, tra questi le "Storie della vita di Giovanni Battista".

Una bella visita da non perdere, insieme alle collezioni che il museo offre, tra cui statue, quadri, affreschi, stanze decorate, mobilia, icone e molto altro.

Seconda e ultima parte

 

Quello che colpisce di questo museo è la cura con cui sono esposti i reperti. Frederick Stibbert era un grande collezionista e chiaramente anche un amante appassionato di arte. La sua collezione vanta circa 50.000 pezzi provenienti da molte parti del mondo ed ogni oggetto viene valorizzato, nonostante l’enorme quantità di articoli presenti.

Anche la sua abitazione è ricca di opere d'arte provenienti dalle più disparate regioni della terra. Soprammobili, mobilia, quadri, arazzi, porcellane, bandiere, vasi, piatti, libri, statue…

Ma sicuramente il suo punto forte rimane la collezione delle armature, soprattutto  quelle europee, estremamente varia ed efficacemente esposta. I pezzi non sono contenuti in teche e questo permette di poterli apprezzare meglio nel dettaglio, tutto sotto l’attenta visione dei responsabili sempre presenti durante la visita.

Nella prima sala sono esposte come fossero indossate da soldati sull'attenti, una vasta gamma di armature, sia da cavaliere, che da fante pesante o da guardia armata. Poi troviamo un'altra sala, questa è ricolma di armi con al centro ricostruita la figura di un condottiero che indossa insieme al suo cavallo un'armatura gotica tedesca stupenda.

Ma la sala più bella è sicuramente quella della cavalcata, qui troviamo dodici cavalieri con diversi tipi di armatura tra cui quelle italiane, francesi e tedesche come la massimina o massimiliana, quella che nel tempo sostituì la già citata gotica. I cavalieri sembrano davvero andare all'attacco, alcuni impugnano armi, altri le stanno per sfoderare. Davanti ad essi troviamo un uomo appiedato che sembra essere un capitano di ventura o un nobile comandante. I cavalieri posti in coda sono invece dei catafratti ed indossano armature di fattura orientale. I loro cavalli sono coperti da un’ armatura costituita da piccole placche di metallo rettangolari fissate su un resistente tessuto. Dietro di loro ci sono dei fanti appiedati ben armati.

Gli altri cavalli, quelli Cinquecenteschi, sono sistemati con i loro cavalieri in testa al gruppo. Gli animali sono coperti da un tessuto pesante, che nasconde una sorta di coperta imbottita atta a proteggere ed assorbire i colpi ricevuti in battaglia. Queste coperture sono riccamente colorate, ma dopo tanti secoli ovviamente hanno perso la loro brillantezza. Avevano in origine colori sgargianti e particolarmente brillanti, perché a differenza dei soldati di oggi che indossano delle mimetiche per confondersi con l’ambiente, al contrario all'epoca il combattente doveva essere ben visibile per testimoniare la propria presenza sul campo di battaglia.

Ovviamente quella esposta è una carica fantasiosa, perché tra loro ci sono cavalieri con armature di diversi tipi e periodi storici, ma il risultato è comunque emozionante. Queste due file di combattenti possono essere osservate sfiorandole con il naso e non è una cosa da poco. In tutti i musei queste opere d'arte militari sono sempre ben conservate all'interno di teche, che spesso nascondono i loro particolari più interessanti e curiosi a causa dei riflessi delle luci circostanti.

Sempre nella stessa sala verso l’uscita, troviamo altri due cavalieri e dei fanti lanzichenecchi con il loro abbigliamento tipico e l’immancabile doppio soldo, la spada da due mani che in questo caso presenta una lama flambergata (che imita a zig zag, l’andamento di una fiamma, probabilmente un richiamo alla spada infuocata dell’Arcangelo Michele).

Sul lato, stavolta conservato in una teca, c’è il corsaletto funebre con cui venne sepolto Giovanni de’ Medici, detto dalle Bande Nere. Il capitano di ventura era così soprannominato perché con i suoi uomini portava in segno di lutto per la morte di papa Leone X suo parente, delle fasce di questo colore. Giovanni, il padre di Cosimo I, morì per setticemia nel 1526 a Mantova a causa di una ferita alla gamba ricevuta a seguito di un colpo di falconetto dei lanzi di Carlo V mentre questi attraversavano il mantovano dirigendosi a Roma per saccheggiarla. Un pezzo unico, ma che Frederick non vide, perché fu acquisito dal museo dopo la sua scomparsa.

Bella l'armatura delle guardie di Alessandro Farnese con le loro decorazioni a sbalzo, tecnica usata sulle armature italiane del primo Cinquecento. Un'altra armatura è invece lavorata con sottili cannellature rilevate e che risale allo stesso periodo. Si tratta di un’ opera di Konrad Treyz il giovane, attribuitagli grazie al suo riconoscibile marchio impresso sull'ala del ginocchio. La lavorazione è piuttosto particolare ed innovativa. Oltre ad essere decorativa, aveva anche uno scopo pratico, quello di irrigidire la piastra attraverso la corrugazione, dunque a parità di spessore e di peso si otteneva una protezione migliore. La massimina tedesca è caratterizzata e riconoscibilissima proprio grazie a queste particolari ed uniche decorazioni a rilievo ondeggianti, tra loro parallele e disposte verticalmente.

Ci sono anche armature lavorate con acquaforte (acido nitrico), una tecnica usata per lasciare incisioni decorative sul metallo che trattengono il colore applicato al loro interno.

Uno dei cavalieri indossa un’ armatura di Pompeo della Cesa, un armaiolo milanese della fine del Cinquecento, realizzata per la famiglia Borromeo.

Interessanti sono anche le armi da fuoco esposte con i loro singolari meccanismi di accensione, molti dei quali sono proprio italiani. Non esistendo ancora le cartucce, bisognava utilizzare dei sistemi alternativi per far esplodere la polvere introdotta nella canna.

Si faceva così raggiungere la polvere all’interno dell’arma con una fiammata provocata da una polvere più sottile contenuta in un piccolo scodellino esterno. La polvere poteva essere accesa o con un ferro infuocato o con una miccia.

Più tardi appariranno i primi meccanismi a ruota, a chiave e a molla, che premendo il grilletto, faranno girare velocemente un meccanismo che producendo scintille provocherà l'accensione della polvere. Questo avveniva attraverso un ruotino dentato o zigrinato che sfregava contro la pirite tenuta tra le ganasce di un cane. La pietra focaia strusciando violentemente provocava le ambite scintille. Ancora più in là si concepirono i primi meccanismi a percussione, il cane si abbassava violentemente proprio dove era posta una capsula fulminante.

La fiammata arrivava direttamente nella camera di scoppio e incendiando la polvere da sparo provocava la brusca uscita del proietto. Nelle vetrine sono raccolti molti di questi interessanti meccanismi e le armi su esse applicate.

Con il perfezionamento delle armi da fuoco, inevitabilmente tramontò quello delle armature. Nessuna, anche la più  resistente poteva resistere soprattutto a distanza ravvicinata a queste nuove temibili armi. Essendo piuttosto facili da usare, era veloce anche l’addestramento del soldato che doveva usarle, sicuramente meno impegnativo e lungo che imparare l’arte dell’uso della spada.

Questa immensa collezione che raccoglie numerosi pezzi che coprono un grande arco temporale, conserva addirittura un elmo etrusco ed uno da legionario romano, assieme ad alcuni pezzi longobardi e dell'Alto medioevo.

Molto generosamente Frederick Stibbert nel suo testamento nominò  come erede delle sue proprietà come la villa, il grande giardino circostante e tutta la collezione il Comune di Firenze che oggi gestisce con cura questo stupendo museo.

 

 

Nel pomeriggio  del 18 Gennaio, a Partinico (PA), si è svolto l'evento Cultura Fest. L'evento è stato promosso dall'Accademia della cultura Teatro Giani, guidata da Giuseppe Di Trapani. Sotto i riflettori la cultura e le eccellenze del nostro territorio. Un bagno di folla ha partecipato all'evento. Coinvolti tutti i settori della vita sociale. Una spallata alla cultura, quella autentica, quella che ogni giorno riempie la vita di ognuno di noi. Tante le eccellenze premiate e tante le motivazioni espresse.  E, come per la prima edizione, è  stato eletto l'uomo dell'anno e la donna dell'anno . Il premio è stato consegnato al dirigente scolastico del IIS Danilo Dolci - Partinico, Prof. Gioacchino Chimenti e al dirigente Regionale del corpo forestale, ing. Dorotea Di Trapani. Eletto altresì l'artista dell'anno. A ricevere il premio il bravissimo artista Cocò Gulotta. Presente l'amministrazione di Partinico, guidata da Pietro Rao - Sindaco di Partinico. 

Tra le eccellenze premiate la testata giornalistica Video Informazione Partinico con la quale collaboro da tanti anni, con alla guida la giornalista e sceneggiatrice la Dott.ssa Francesca Currieri affiancata dai suoi validi collaboratori  giornalisti.  Francesca Currieri, a nome di tutto il team dichiara: Per tutti i componenti della redazione di Video Informazione Partinico è stato un onore essere tra i premiati del " CULTURA FEST" , promosso e diretto dall'Accademia Della Cultura Teatro Giani guidata da Giuseppe DI Trapani . Ricevere questo premio, per la nostra testata giornalistica, rappresenta per noi ulteriore conferma che il lavoro svolto viene apprezzato e ciò,  ci onora profondamente.  Ricevere tale attenzione da un'accademia illustre, è  motivo di orgoglio e ci stimola a continuare responsabilmente,  con passione,  attenzione e onestà il nostro impegno informativo.  Grazie per aver riconosciuto il ruolo di giornalismo come strumento di: riconoscenza,  partecipazione,  e coesione sociale. Ci impegniamo e promettiamo di continuare a dare informazione con cura, ascolto e senso di responsabilità,   di restare vicini alla comunità e fedeli alla realtà, alle persone e alle storie che ogni giorno raccontiamo.  Sul palco Francesca Currieri coglie l'occasione per ringraziare  i suoi collaboratori/giornalisti Gioacchino Brugnano,  Rosita Brugnano,  Marina Brugnano,  Piero Melissano, Ferdinando Cagnina,  Maria Concetta Tornetta, Cettina Pellitteri  e i collaboratori esterni.

Auspico che la fiaccola accesa sulla nostra comunità e sulla cultura, possa continuare ad essere alimentata ed ad illuminare tutti gli angoli, anche quelli più bui della nostra città.

 

Page 1 of 18
© 2022 FlipNews All Rights Reserved