L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Food & Wine (282)

 
 
 
 
Ivano Asperti
 
 
 
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L'osteria di collina come ultimo presidio di una civiltà contadina. Se c'è un luogo nelle Langhe dove questa definizione continua ad avere un significato concreto, è Osteria da Gemma. A Roddino, uno dei comuni più appartati dell'Alta Langa, lontano dalle vetrine più luccicanti del turismo enogastronomico contemporaneo, sopravvive una delle ultime espressioni autentiche della cucina langarola prima che diventasse moda, racconto mediatico e fenomeno internazionale.

Prima che le Langhe diventassero patrimonio UNESCO, destinazione gourmet e meta di enoturisti provenienti da ogni continente, esisteva un'altra Langa. Era quella delle strade sterrate, delle cascine isolate, delle scuole di frazione e dell'emigrazione. Roddino appartiene a questa geografia sentimentale. A oltre seicento metri di altitudine, più vicino ai boschi che ai filari celebrati sulle riviste internazionali, il paese ha sempre vissuto una dimensione diversa rispetto a Barolo, La Morra o Monforte. Qui la vite conviveva con il bosco, con il castagneto e con l'allevamento domestico. Le famiglie erano numerose e autosufficienti: si produceva il vino, si allevavano i conigli, si macellava il maiale e si conservava ogni cosa. La cucina nasceva da questa economia chiusa, dove ogni ingrediente aveva un valore e nessuno poteva permettersi il lusso dello spreco. È da questo mondo che provengono i tajarin, il plin, il bunet, le carni brasate e quell'interminabile teoria di antipasti che oggi rappresenta il simbolo della tavola langarola. Gemma non ha mai ricostruito questo universo: ne è semplicemente una delle ultime testimoni.

Per comprendere Gemma bisogna partire da Roddino. Oggi il nome Langhe evoca tartufi, Barolo, grandi vini e turismo internazionale. Ma fino a pochi decenni fa questi paesi erano sinonimo di fatica, emigrazione e povertà. Roddino appartiene a quella fascia collinare che guarda più all'Alta Langa che alle celebri colline del Barolo: boschi, noccioleti, piccoli appezzamenti, cascine sparse e un'economia costruita sulla sopravvivenza quotidiana.

La cucina che nasce qui non è quella codificata dai grandi ristoranti, ma quella delle famiglie contadine. Una cucina fondata sulla necessità di non sprecare nulla, sul rispetto delle stagioni e sull'abilità delle donne di casa nel trasformare ingredienti semplici in piatti memorabili. È in questo mondo che affondano le radici dell'Osteria da Gemma.

La storia dell'osteria è innanzitutto la storia di una famiglia e di una trasmissione del sapere tutta al femminile. Gemma Boeri non nasce ristoratrice. Nasce cuoca nel senso più antico del termine: imparando dalla madre Pina e dalla nonna Gemma, eredi a loro volta di una tradizione che risale alla bisnonna Margherita, ricordata come "chisinera", figura oggi quasi scomparsa. La cuoca, che non era una professionista nel senso moderno del termine, era una donna depositaria di un sapere collettivo che preparava i banchetti nuziali nei paesi della zona. Conosceva le ricette, le quantità, le stagioni e soprattutto l'organizzazione necessaria per sfamare centinaia di persone. Questa continuità femminile è forse il vero patrimonio dell'osteria. Le ricette sono importanti, ma ancora più importante è il metodo con cui vengono tramandate: l'osservazione, la ripetizione, la memoria delle mani. Una linea di successione gastronomica che attraversa almeno quattro generazioni.

In queste colline le ricette non si scrivevano: si osservavano. Si imparavano guardando le mani. La sottigliezza dei tajarin, la consistenza della carne cruda, l'equilibrio del vitello tonnato non erano formule, ma gesti tramandati da madre a figlia. Gemma diventa l'erede di questo patrimonio immateriale.

La nascita dell'attività ha qualcosa di profondamente piemontese: nessuna strategia imprenditoriale, nessun business plan, soltanto il desiderio di cucinare. Nel 1986 Gemma apre un piccolo circolo con cucina ricavato in un garage. È una realtà minima, quasi domestica. Ma il passaparola si diffonde rapidamente. Chi arriva a Roddino scopre una cucina che sembra appartenere a un'altra epoca: porzioni generose, ricette immutate, accoglienza familiare.

Per quasi vent'anni quel piccolo locale cresce senza snaturarsi. Poi, nel 2005, nasce ufficialmente l'osteria attuale. Non cambia però la filosofia: non un ristorante che interpreta la tradizione, ma la tradizione stessa servita a tavola. Negli anni Novanta e Duemila il territorio cambia radicalmente.

Il successo mondiale del Barolo, la crescita dell'enoturismo, la valorizzazione del tartufo bianco d'Alba e il riconoscimento UNESCO trasformano l'economia locale. Le colline che per generazioni erano state considerate marginali diventano improvvisamente un luogo desiderato.

Molte trattorie si evolvono in ristoranti gastronomici. Le carte dei vini si ampliano, le sale vengono ristrutturate, la cucina si confronta con la contemporaneità. Gemma sceglie una strada diversa.

Mentre tutto attorno cambia, l'osteria continua a proporre gli stessi piatti, le stesse sequenze di portate e la stessa idea di ospitalità. È una scelta apparentemente conservatrice ma, in realtà, profondamente moderna: conservare l'identità quando il contesto economico spinge verso l'omologazione.

Prima dei social network, prima delle classifiche gastronomiche e degli influencer, esisteva una forma di comunicazione molto più potente: il racconto dei clienti. Così si è costruita la fama di Gemma. Un amico che ne parlava a un altro. Un produttore di vino che portava un importatore straniero. Un giornalista che arrivava per curiosità e tornava con altri colleghi.

Negli anni l'osteria è diventata una tappa obbligata per chiunque volesse comprendere la vera cucina di Langa. Non quella spettacolarizzata, ma quella vissuta quotidianamente dalle famiglie del territorio.

     

 

              

Le pareti dell'osteria raccontano questa storia meglio di qualsiasi archivio. Sono letteralmente ricoperte di fotografie. Attori, musicisti, cuochi stellati, giornalisti, produttori vinicoli e appassionati di gastronomia hanno lasciato una traccia del loro passaggio. Tra i nomi più citati compare quello di Gérard Depardieu, affascinato dalla cucina di Gemma e dalla cultura gastronomica delle Langhe. Anche grandi chef e protagonisti dell'alta cucina hanno cercato qui un contatto con l'origine della tradizione piemontese. È un fenomeno interessante: mentre molti ristoranti rincorrono la modernità, a Gemma arrivano i protagonisti della gastronomia contemporanea per ritrovare qualcosa che altrove sta scomparendo.

Un aspetto che merita maggiore attenzione è il ruolo delle collaboratrici storiche dell'osteria.

 

Molte di loro provengono dalle famiglie del paese e delle frazioni circostanti. Alcune lavorano da decenni accanto a Gemma e rappresentano la prosecuzione naturale della cultura contadina locale. Non si tratta soltanto di personale di cucina: sono custodi di gesti e rituali tramandati nel tempo. Ancora oggi sopravvive il cosiddetto "social plin": il giovedì le donne del paese si ritrovano per preparare insieme i ravioli del plin. Non è un'attrazione turistica costruita a tavolino, ma l'evoluzione naturale di una pratica di comunanza e comunità che apparteneva alla vita contadina.

In un'epoca in cui molti piatti tradizionali vengono industrializzati, vedere decine di mani che lavorano insieme la pasta rappresenta quasi un atto di resistenza culturale. È probabilmente uno degli ultimi esempi concreti di cucina collettiva tradizionale ancora visibile nelle Langhe.

Negli anni però anche il pubblico è cambiato profondamente. All'inizio erano soprattutto abitanti della zona, piccoli imprenditori, viticoltori e famiglie delle colline circostanti. Con la crescita del turismo enogastronomico nelle Langhe sono arrivati gli appassionati italiani, poi gli stranieri. Oggi ai tavoli si possono incontrare produttori di Barolo, importatori americani, turisti giapponesi, giornalisti gastronomici e famiglie piemontesi che frequentano il locale da decenni. Eppure, l'atmosfera rimane sorprendentemente democratica: tutti mangiano le stesse cose, nello stesso ordine, allo stesso ritmo.

La vera rivoluzione di Gemma è forse questa: aver resistito alla tentazione di cambiare. Mentre il mondo della ristorazione si è riempito di degustazioni concettuali, reinterpretazioni e tecniche sofisticate, qui il menu è rimasto sostanzialmente identico per decenni. Una scelta che oggi appare quasi radicale e in apparenza conservatrice ma, in realtà, profondamente moderna: conservare l'identità quando il contesto economico spinge verso l'omologazione. Seguendo le stagioni, anche per piatti storici, ma versatili. L'esperienza inizia con la teoria degli antipasti piemontesi:

  • salame cotto e salame crudo;
  • insalata russa;
  • vitello tonnato;
  • carne cruda all'albese;
  • altre preparazioni stagionali della tradizione locale.

Poi arrivano i due grandi simboli della casa:

  • i tajarin al ragù;
  • i ravioli del plin.

I tajarin rappresentano probabilmente il piatto identitario dell'osteria. Sottilissimi, lavorati secondo una tecnica affinata in decenni di esperienza, sono considerati da molti tra i migliori delle Langhe.

   

 

 

Seguono i secondi della tradizione contadina in base ad una turnazione:

  • coniglio;
  • arrosti;
  • brasati;
  • cinghiale o altre carni del territorio a seconda della disponibilità.

Infine i dolci:

  • bunet;
  • panna cotta;
  • meringata;
  • strudel o altre preparazioni casalinghe.

La carta dei vini privilegia naturalmente le produzioni locali. Accanto alle grandi denominazioni delle Langhe trova spazio anche il meno celebrato, ma identitario, Dolcetto di Roddino, vino che racconta il carattere schietto di queste colline. È una scelta coerente con l'intera filosofia del locale: non inseguire il prestigio, ma valorizzare ciò che appartiene realmente al territorio. 

      

   

Oggi Osteria da Gemma è considerata una delle tavole simbolo delle Langhe. Le prenotazioni arrivano da tutto il mondo e il locale continua a essere indicato come una delle esperienze più autentiche della cucina piemontese.

Il suo fascino però non risiede nella fama raggiunta negli ultimi quarant'anni. Sta piuttosto nella capacità di essere rimasta fedele a sé stessa. In un territorio che negli ultimi quarant'anni ha vissuto una trasformazione economica e culturale straordinaria: da terra di emigrazione a capitale mondiale del vino e della gastronomia. Gemma continua a fare ciò che faceva all'inizio: cucinare come le hanno insegnato la madre, la nonna e la bisnonna.

Forse è proprio questo il vero valore culturale dell'osteria e il segreto della sua longevità. Non rappresentare la nostalgia di un mondo perduto, ma la dimostrazione concreta che quel mondo, almeno in una casa di Roddino affacciata sulle colline dell'Alta Langa, esiste ancora. Perché se il Barolo e il Barbaresco rappresentano oggi la ricchezza raggiunta dalle Langhe, Gemma continua a rappresentarne la memoria. E nelle grandi regioni gastronomiche, la memoria vale quanto il futuro.

Ci sono concorsi enologici che misurano il vino. E poi ci sono luoghi dove il vino viene rimesso dentro la sua origine.

A San Michele all’Adige, presso la Fondazione Edmund Mach, questa non è un’idea: è un metodo.
Da oltre un secolo, qui formazione, ricerca e sperimentazione hanno costruito un rapporto continuo con il territorio. Il vino non è mai separato dal paesaggio che lo genera: è dentro questa tradizione che nasce il “Concorso ENOtecnico valorizzazione VINI territorio”, diventato, oggi alla IX edizione, uno degli osservatori più lucidi sulla viticoltura alpina contemporanea.

La differenza è netta. Qui non si cerca il vino migliore: si cerca il vino più vero.

A dirlo con chiarezza sono anche le figure che negli anni hanno costruito il concorso: il presidente FEM Francesco Spagnolli, il dirigente del Centro Istruzione e Formazione Manuel Penasa e soprattutto il docente di enologia e referente organizzativo Andrea Panichi, che ha guidato la crescita della manifestazione mantenendone intatto l’impianto originario voluto da Salvatore Maule.

La Fondazione Mach non è un contenitore neutro. È uno dei luoghi fondativi della formazione agraria in Italia, dove da oltre un secolo ricerca, sperimentazione e didattica costruiscono un rapporto continuo con il territorio. Il concorso si innesta esattamente in questa tradizione: non come evento collaterale, ma come estensione naturale di un’idea di formazione che mette al centro la lettura del paesaggio attraverso il vino. Per questo qui il concorso non coincide mai con la competizione.

La domanda non è qual è il vino migliore, ma quale vino è ancora capace di raccontare il proprio luogo. Per rispondere bisogna partire da quel luogo.

Il Trentino‑Alto Adige non è uno sfondo, è una struttura. È la Piana Rotaliana — conoide alluvionale incastrato tra le montagne — dove il Teroldego trova una delle sue espressioni più compiute. Sono i terrazzamenti della Valle Isarco, dove la viticoltura si misura con le quote e le escursioni termiche. Sono le vigne che circondano il Lago di Caldaro, modellate dai venti. Sono le pendici dolomitiche, dove i bianchi si fanno verticali, tesi, essenziali. Senza questa geografia, il vino perde significato; con questa contestualizzazione, diventa leggibile.

Il concorso lavora esattamente su questo punto. Le categorie non sono soltanto varietali, bensì territoriali. Accanto al Teroldego Rotaliano DOP trovano spazio Traminer aromatico, Kerner, Schiava, Sauvignon, Chardonnay, Nosiola, Marzemino, Merlot e altre espressioni che costruiscono, insieme, la pluralità enologica dell’arco alpino orientale.

È un passaggio decisivo, maturato nel tempo. L’iniziativa nasce infatti come evoluzione della “Rassegna Teroldego” del 2016, inizialmente concentrata sulla Piana Rotaliana. Con le edizioni successive, il progetto si è allargato fino a coinvolgere l’intero sistema vitivinicolo regionale e transregionale tra Trentino e Alto Adige/Südtirol. Non una deviazione, ma una necessità: il territorio non è mai un monolitico, è sempre una trama di differenze.

Anche i numeri raccontano questa crescita. Ogni anno vengono raccolti ben oltre cento vini, con punte che hanno superato le 130 etichette complessive e coinvolto più di 70 cantine ad ogni tornata. Quest’anno addirittura 153 campioni più 76 di solo Trento DOC. Ma il valore non è quantitativo: è nel metodo.

I campioni vengono anonimizzati, le commissioni sono composte da enologi, degustatori, enotecnici, giornalisti provenienti da diverse aree italiane, e la valutazione avviene secondo le schede dell’Union Internationale des Oenologues, che da qualche anno è stata informatizzata per accelerare e migliorare le tempistiche tra servizio, degustazione e calcolo dei risultati. Un impianto rigoroso, necessario. Ma qui il rigore non si trasforma in feticcio numerico.

Per questo il cuore del concorso sta anche nei momenti di riflessione: seminari, interventi tecnici, discussioni su sostenibilità e mercato. Non a caso, accanto a Panichi intervengono figure come Marco Stefanini e Luciano Groff, che riportano il tema della vitienologia dentro il lavoro scientifico della Fondazione. Qui emerge con chiarezza la regia FEM: non solo organizzazione, ma linea culturale. Una linea ribadita anche dal presidente Spagnolli: “il vino esiste solo nella relazione con il suo ambiente”.

Il punteggio è uno strumento. Non è il fine.

Serve a creare confronto, a mettere in relazione stili, interpretazioni, territori. Serve a costruire consapevolezza. Per questo la premiazione non chiude il processo, lo apre: seminari, incontri tecnici, riflessioni su sostenibilità, identità e mercato accompagnano ogni edizione, spostando il baricentro dalla classifica al pensiero. In questo equilibrio tra tecnica e visione si riconosce il lavoro dei docenti della Fondazione Mach. Da anni sono loro a costruire, con continuità, l’identità del concorso. Non limitandosi all’organizzazione, ma orientandone il senso: evitare che l’analisi del vino si riduca a esercizio astratto e riportarla a una dimensione culturale. Il vino, in questa prospettiva, non è mai separabile dal luogo che lo genera. È una scelta controcorrente, soprattutto oggi. Per questo il prezioso e quanto mai calzante collaborazione e supporto delle istituzioni locali porta quel valore riconosciuto.

In un mercato internazionale dove l’omologazione stilistica è sempre in agguato, la riconoscibilità territoriale torna a essere un valore. Non solo culturale, ma competitivo. Il concorso FEM intercetta pienamente questa tensione: documenta, edizione dopo edizione, come un sistema produttivo possa evolvere senza perdere il proprio radicamento.

Qui entrano in gioco anche gli studenti. Il coinvolgimento del Corso Enotecnico è uno degli elementi più radicali della manifestazione. Gli studenti non assistono: partecipano. Affiancano le commissioni, seguono le degustazioni, contribuiscono alla gestione tecnica dell’evento, fino a esprimere in alcune edizioni un proprio premio. È una formazione che avviene dentro il vino, non attorno al vino.

Si osserva il lavoro dei degustatori, si impara il linguaggio tecnico in un contesto di concorso, ma soprattutto si comprende la complessità del giudizio. Perché degustare non è solo analizzare: è interpretare. E interpretare significa mettere in relazione dati sensoriali, conoscenza del territorio e sensibilità personale.

Parallelamente, il concorso ha progressivamente allargato la propria dimensione territoriale anche fuori dalla sala degustazione. La Piana Rotaliana non è più soltanto origine geografica dei vini, ma parte integrante dell’esperienza. I commissari, durante le giornate di permanenza oltre agli impegni della degustazione tecnica, vengono accompagnati attraverso borghi, campagne vitate, sistemi irrigui, architetture rurali. Si entra dentro la stratificazione storica della viticoltura locale, si osserva come il paesaggio sia il risultato di secoli di lavoro agricolo. In questo passaggio il ruolo delle istituzioni locali è decisivo. Il concorso è autorizzato dal Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e promosso dal Centro Istruzione e Formazione con il patrocinio dei comuni di San Michele, Mezzocorona e Mezzolombardo e la collaborazione di Assoenologi sezione Trentino e sezione Alto Adige, Consorzio vini del Trentino, Museo etnografico trentino e Consorzio Turistico Piana Rotaliana Königsberg. Questa non è una rete formale: è un sistema territoriale che riconosce nel vino uno strumento di identità.

È qui che la degustazione recupera senso. Il vino smette di essere un oggetto isolato e torna a essere un’espressione situata. La collaborazione con il Consorzio turistico Piana Rotaliana Königsberg e con le istituzioni locali consolida ulteriormente questa direzione. Non si tratta di trasformare il vino in attrazione, ma di usarlo come chiave di accesso al territorio: una enocultura, più che un enoturismo.

Anche i vini premiati, nel corso delle edizioni, raccontano questa articolazione. Dalla Nosiola “L’Ora” della Cantina Toblino al Sylvaner “Praepositus” dell’Abbazia di Novacella, dalle interpretazioni di Griesserhof e Kuenhof fino ai vini dolci come l’Arèle Vino Santo Trentino o alle espressioni più recenti di Pinot Grigio e Marzemino: non una gerarchia, ma una mappa in movimento della qualità territoriale.

Dopo nove edizioni, il Concorso ENOtecnico della Fondazione Edmund Mach ha definitivamente chiarito la propria natura. Non è una competizione: è un dispositivo di lettura. Quest’anno poi è stata affiancata la 1^ rassegna del Trento Doc con ben 76 campioni di sole bollicine di montagna, che hanno anticipato i 153 campioni di tutte le tipologie quest’anno valutate. Per chi avesse la curiosità di conoscere i vincitori può leggere qui in allegato. 

Un luogo dove si affrontano, senza semplificazioni, le questioni centrali della viticoltura contemporanea: sostenibilità climatica, gestione delle risorse, tutela dei vitigni autoctoni, rapporto tra identità e mercato. Senza cedere né alla retorica territoriale né al tecnicismo sterile.

Resta, alla fine, una linea di fondo. Il vino nasce dentro un paesaggio. E solo restando dentro quel paesaggio può continuare ad avere senso. Il compito del concorso non è stabilire chi vince, ma insegnare a riconoscere, dentro ogni calice, la traccia concreta di un luogo e delle persone che lo tengono vivo. Il concorso mette a fuoco: il territorio si apre ed è questo che caratterizza e rende sicuramente unica e meritoria di esser menzionata questa manifestazione, spunto per meglio conoscere un territorio splendido con sfaccettature e unicità da esplorare.

Il Consorzio Turistico Piana Rotaliana Königsberg, insieme al Consorzio Vini del Trentino, da anni costruisce una programmazione continuativa di iniziative che portano il vino fuori dal contesto tecnico e lo restituiscono all’esperienza diretta del pubblico. Eventi come “A tutto Teroldego”, che trasforma la Piana Rotaliana in un grande spazio di degustazione diffusa dedicato al suo vitigno simbolo, o “Di Cantina in Cantina”, dove le aziende aprono le porte e il visitatore attraversa fisicamente il territorio, passando da una storia produttiva all’altra. Momenti che si affiancano a rassegne, incontri con i produttori, degustazioni guidate e percorsi tra vigneti e architettura rurale, costruendo un calendario che rende il vino accessibile senza banalizzarlo. Diventa esperienza, relazione, presenza. Il resto è lavoro continuo. Dei consorzi, dei produttori, del paesaggio, perché il vino non sta in classifica: sta lì dove nasce.

 

 

C’è un punto, all’estremità meridionale del lago d’Iseo, dove la Franciacorta sembra interrompersi per diventare altro: acqua, vento, pietra, memoria. È il lembo di terra di Paratico, che occupa una posizione del tutto particolare all’interno della denominazione Franciacorta DOCG. Situato sulla sponda sud-occidentale del Sebino, proprio nel punto in cui il lago d’Iseo si restringe e torna a farsi fiume attraverso l’Oglio, il comune rappresenta una sorta di cerniera geografica fra ambiente lacustre, pianura padana e prime ondulazioni prealpine. Dal punto di vista orografico, il territorio nasce dall’antica azione glaciale che ha modellato tutta la Franciacorta durante le glaciazioni quaternarie. Le colline moreniche qui non assumono però la compattezza regolare delle aree centrali attorno a Erbusco o Adro, ma diventano più frastagliate, discontinue, quasi spezzate dalla presenza dell’acqua e dalle antiche erosioni dell’Oglio. Ed è tra questi territori che nasce Bredasole, una realtà che nel panorama della Franciacorta contemporanea occupa una posizione singolare: appartata, colta, quasi controcorrente rispetto a certe derive industriali della denominazione.

Il nome stesso possiede un sapore arcaico. “Bredasole” compare infatti già nelle mappe del catasto napoleonico del 1810 relative al territorio di Paratico, e ricompare in cartografie successive dell’Ottocento. Non è dunque una denominazione inventata dal marketing contemporaneo, ma un toponimo storico, profondamente radicato nella geografia del luogo. Ed è proprio il rapporto con il luogo, più ancora che con il vino, il primo tratto distintivo dell’azienda.

La Franciacorta, nella sua narrazione più diffusa, viene spesso raccontata come un territorio omogeneo. In realtà è un mosaico di microzone diversissime fra loro. Le colline moreniche attorno a Erbusco non sono quelle di Adro; i versanti di Gussago non parlano la stessa lingua geologica di Paratico, che rappresenta una sorta di frontiera climatica della denominazione. Qui il lago d’Iseo esercita un’influenza decisiva: mitiga le escursioni termiche, favorisce ventilazioni costanti, riflette luce, rallenta alcuni processi vegetativi e ne accelera altri. I vigneti di Bredasole si sviluppano infatti in un contesto pedoclimatico particolare, caratterizzato da suoli ricchi di componenti minerali e da un drenaggio naturale favorito dalla conformazione collinare morenica. È un paesaggio di confine: la Franciacorta termina e insieme si apre verso il lago. Questo dettaglio geografico non è secondario, poiché molti vini di Bredasole sembrano proprio possedere questa doppia anima: da un lato la verticalità e la tensione tipiche del metodo classico franciacortino; dall’altro una morbidezza lacustre, quasi una rotondità luminosa.

La storia della famiglia Ferrari affonda le proprie radici nella tradizione agricola di Paratico, in una zona che per secoli ha vissuto di coltivazioni promiscue, pesca lacustre e viticoltura diffusa. Prima ancora che la Franciacorta diventasse il distretto spumantistico conosciuto oggi, queste colline erano una terra di agricoltura contadina, fatta di piccoli appezzamenti, cascine e vigneti che seguivano il ritmo del lago e delle stagioni. L’azienda venne fondata nel 1977, in anni decisivi per quella che fu poi la Franciacorta. È il periodo in cui il territorio inizia lentamente a prendere coscienza della propria vocazione spumantistica moderna, dopo il lavoro pionieristico compiuto negli anni Sessanta da realtà storiche ancora presenti. Mentre molte aziende impostano la propria crescita sulla modernizzazione produttiva e sull’espansione commerciale, Bredasole sceglie un percorso differente, più raccolto e identitario. Circa un decennio prima, Giacomo Ferrari, persona dinamica e di argute prospettive, partì con una struttura alberghiero ricettiva che in prossimità del lago ebbe da subito gran riscontro. Il richiamo della terra e nuove prospettive spinsero Giacomo a cogliere l’occasione di acquistare un terreno con un piccolo casale e qualche rudere sulle colline di Paratico, con splendida esposizione e vista lago. Il binomio lago e vigneti fu una delle tematiche predilette per un’altra sua passione, la pittura, che ancor oggi è presente con alcuni dei tanti disegni, bozzetti e quadri che sono custoditi e mostrati anche nell’attuale sala degustazione.

La famiglia Ferrari sceglie fin dall’inizio una strada precisa: lavorare sulla qualità, sulla riconoscibilità territoriale e su una dimensione produttiva che consenta di mantenere il controllo diretto di ogni fase del lavoro. È una scelta che col tempo si rivelerà profondamente coerente. Dai pochi ettari iniziali, trovati non sempre oculatamente vitati, oggi la dimensione aziendale è di circa 12 ettari, di cui 6 di proprietà attorno alla casa patronale ed alla nuova cantina inaugurata nel 2000 ed altri 6 in affitto tra Clusane ed Adro, con una produzione tra le 90.000 e 100.000 bottiglie annue; questo consente così una gestione molto artigianale del vigneto e della cantina. Nel panorama franciacortino, Bredasole occupa una posizione geografica e stilistica particolare. I vigneti di Bredasole, che negli anni hanno subito reimpianti e opportune lavorazioni, si sviluppano infatti su dorsali collinari di moderata altitudine, generalmente comprese fra i 170 e i 320 metri sul livello del mare, con esposizioni molto luminose rivolte verso sud e sud-est. La vicinanza del lago esercita un ruolo fondamentale: il Sebino funziona come enorme accumulatore termico naturale, mitigando le temperature, sia estive, sia invernali e generando correnti costanti che ventilano i vigneti. Questo dettaglio è essenziale per comprendere il profilo dei vini aziendali. Le brezze lacustri contribuiscono infatti a mantenere sanità delle uve, maturazioni lente e preservazione dell’acidità naturale, elemento decisivo nella produzione di metodo classico di alta qualità. Anche i suoli presentano caratteristiche peculiari. In questa parte meridionale del lago prevalgono depositi morenici misti, composti da ghiaie, sabbie, ciottoli e frazioni limose derivanti dall’antico trasporto glaciale. Sono terreni poveri, estremamente drenanti, che obbligano la vite a radicarsi in profondità. Ne derivano produzioni naturalmente contenute e vini spesso caratterizzati da una marcata componente minerale e sapida. È una Franciacorta diversa da quella più “centrale” della denominazione: meno opulenta, più tesa, più influenzata dal lago che dalla pianura.

Ciò che colpisce, tuttavia, è soprattutto il modo in cui l’azienda ha costruito il proprio immaginario culturale. In un territorio dove spesso la comunicazione del vino indulge nella retorica del lusso, Bredasole sceglie invece la storia, la letteratura, il dialogo fra uomo e paesaggio. Il riferimento più evidente è quello a Dante Alighieri. Secondo una tradizione locale riportata nella seicentesca “Cronaca della famiglia Lantheri de Paratico”, il poeta avrebbe trovato ospitalità nel castello ghibellino di Paratico attorno al 1311. La leggenda vuole che proprio la conformazione della collina abbia suggerito a Dante la struttura del Purgatorio. È difficile stabilire quanto vi sia di storicamente verificabile in questo racconto; ma il punto, in fondo, è che Bredasole ha scelto di costruire la propria identità non attorno all’idea di performance tecnica, bensì attorno a un concetto di vino come espressione culturale del territorio; oggi una scelta rara.

Fra le righe della filosofia aziendale emerge una posizione molto precisa: la vigna non viene concepita come “fabbrica di uva”, ma come elemento paesaggistico e culturale. Questa affermazione potrebbe sembrare soltanto poetica. In realtà contiene una precisa idea agricola.

In Franciacorta — territorio che negli ultimi vent’anni ha vissuto una crescita impetuosa — il rischio dell’omologazione può non essere solo una impressione. Incremento delle rese, standardizzazione talvolta anche stilistica, ricorso massiccio alla tecnica enologica: fenomeni inevitabili in diverse denominazioni di successo. Bredasole sembra invece muoversi, come da sua abitudine, in direzione tutta personale con rispetto di territorio e del prodotto proposto al consumatore. L’azienda aderisce infatti a pratiche di viticoltura biologica e integrata, con un’attenzione particolare al basso impatto ambientale e alla conservazione dell’equilibrio ecosistemico. La presenza voluta e cercata delle api, dalle quali producono miele, è un ausilio-sentinella per la salubrità dell’ambiente ed equilibrio pedoclimatico. Il benessere degli essenziali insetti diventa così un alleato per la sensibilità ambientale e la sanità del vigneto, spesso protetto da boschi e vegetazione naturale. Non si tratta soltanto di una scelta tecnica, ma quasi etica. L’idea dei fratelli Ferrari è che il vino debba “parlare” da sé. Un’espressione che ricorre spesso nella comunicazione aziendale e che richiama una concezione quasi narrativa del vino: non prodotto da imporre al consumatore, ma racconto liquido di un luogo e di un lavoro umano. In questo senso, Bredasole appare sorprendentemente affine a certe piccole maison champenoise più legate al concetto di terroir che non alla costruzione di uno stile industrialmente replicabile. Dalla fondazione nel 1977 al 2018 (anno della sua scomparsa) è stato Corrado Cugnasco, astigiano di Canelli, ad affiancare la famiglia Ferrari nella crescita e rafforzamento del profilo enologico aziendale. Indiscutibilmente è considerato tra i "padri fondatori" della Franciacorta. Lo stile enologico era molto simile a quello di Cesare Ferrari, omonimo bresciano ma non parente, che oltre ad aver affiancato l’enologo piemontese ha consentito un proseguimento senza alcuna soluzione di continuità a livello di impronta enologica; ormai ottuagenario ha un approccio pratico ed essenziale, portando ai vini tutta la sua verace conoscenza, non basata su chimica e solo valori schematici.

Molto del carattere di Bredasole nasce dalla relazione strettissima con il vigneto. Le esposizioni particolarmente luminose della zona di Paratico favoriscono maturazioni complete, ma la vicinanza del lago evita eccessi di surmaturazione. È una combinazione preziosa per il metodo classico: maturità aromatica e mantenimento della freschezza.

L’azienda lavora principalmente con i vitigni tradizionali della Franciacorta — Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco — accanto a varietà come Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc destinate ai Curtefranca rossi, mentre per il bianco si utilizzano le uve a bacca bianca già in gamma.

I vini: identità più che esercizio stilistico

Anche la produzione riflette chiaramente questa impostazione. I vini di Bredasole non cercano effetti speciali o costruzioni enologiche muscolari; al contrario, puntano su precisione, territorialità e riconoscibilità.

Il Franciacorta Brut – Quarantasei RACCONTI (46^ vendemmia)

Il Brut rappresenta probabilmente la sintesi più immediata dello stile aziendale: verticalità, equilibrio e una beva dinamica, sostenuta da freschezza e sapidità. È un vino che evita volutamente eccessi di dosaggio o morbidezze ridondanti, privilegiando pulizia espressiva e autenticità territoriale. Ampia prevalenza di Chardonnay con il completamento di Pinot Nero.

Il Satèn

Nel Satèn emerge invece la componente più avvolgente della filosofia Bredasole. Lo Chardonnay in purezza, lavorato con sensibilità e precisione, dà vita a un vino cremoso ma mai pesante, in cui la morbidezza tipica della tipologia viene continuamente sostenuta dalla tensione minerale del territorio lacustre. È un Satèn che rinuncia all’opulenza per cercare eleganza e continuità gustativa.

Il Nature

Il Nature è forse il vino che più esplicitamente racconta la visione produttiva dei fratelli Ferrari. L’assenza di dosaggio obbliga infatti il vino a esprimersi senza mediazioni, lasciando emergere nitidamente il profilo del vigneto e dell’annata. Ne derivano Franciacorta essenziali, tesi, diretti, nei quali la sapidità e la componente minerale diventano elementi centrali, dove la prevalenza ampia dello Chardonnay sono completate da un intenso Pinot Nero.

Il Rosé – Piné

Espressione con la versione rosé di Pinot Nero in purezza che con una colorazione cipria delicata, ma ben avvertibile, mostra un perlage elegante come le note olfattive che piacevolmente emergono. Vino giocato sui profumi lievi e persistenza gustativa equilibrata e di giusta lunghezza.

Le Riserve

Nelle Riserve l’azienda lavora invece sul tempo. Lungo affinamento sui lieviti, maggiore profondità aromatica e una struttura più articolata permettono di cogliere la capacità evolutiva dello stile Bredasole. Anche qui, tuttavia, il tratto distintivo rimane la misura: complessità senza pesantezza, ampiezza senza perdita di slancio.

I Curtefranca

Accanto ai Franciacorta, i fratelli Ferrari hanno mantenuto una produzione dedicata ai Curtefranca, scelta significativa perché testimonia il desiderio di preservare anche la tradizione vinicola “ferma” del territorio, che per secoli ha preceduto l’affermazione spumantistica moderna del territorio, nonostante la burocrazia delle origini ipercontrollate.

Il Curtefranca rosso "Süpèla”, dedicato al nome del bisnonno paterno, mostra una matrice più mediterranea e territoriale, giocata su equilibrio e maturità tannica piuttosto che su concentrazione esasperata. Il bianco, invece, esprime luminosità, immediatezza e una forte vocazione gastronomica.

Le sperimentazioni identitarie

Particolarmente interessanti risultano poi alcune etichette più identitarie e sperimentali, come “Anphor”, che testimoniano la volontà dell’azienda di confrontarsi con pratiche antiche e interpretazioni meno convenzionali del vino contemporaneo. L’utilizzo delle anfore di cocciopesto hanno donato brillantezza e maggior freschezza al vino, amplificandone le peculiarità intrinseche del vitigno come espressione unica di questo territorio. Anche per questo la sperimentazione non appare mai esercizio di moda, ma ricerca coerente con la storia e il carattere aziendale. A confermare ulteriormente questa attitudine anche la ricerca sui lieviti che stanno conducendo su diversi ceppi, sia autoctoni, sia provenienti da altri luoghi, di cui si vuol verificare la resa reale.

Persino i nomi dei vini, alcuni con nome-marchio registrato -“Racconti”,“Anphor”,“Cabajo“,”Süpèla”,

 “Pio Elemosiniere”- sembrano voler suggerire un legame con storie, personaggi, tradizioni, invece di inseguire nomenclature internazionali anonime e intercambiabili.

C’è poi un altro elemento che rende Bredasole significativa nel contesto franciacortino: la misura. In una denominazione sempre più polarizzata fra grandi gruppi e microproduzioni di nicchia, l’azienda mantiene una dimensione intermedia che consente ancora una forte presenza della mano del produttore. Questa scala produttiva permette di conservare una relazione diretta con il territorio e con il tempo agricolo. È una Franciacorta meno “globale” e più locale, meno costruita per il mercato internazionale e più radicata nella propria origine. Questo è poi quanto si ritrova con il posizionamento di mercato, che vede spesso terminare anzitempo alcuni vini, che rimangono per quasi per un 80% in Italia, non tralasciando l’estero dove il Giappone apprezza parecchio la lievità e netta riconoscibilità dei vini di Bredasole.

Oggi la Franciacorta vive una fase complessa. Da un lato il successo commerciale e il riconoscimento internazionale; dall’altro il rischio di perdere alcune differenze interne, appiattendosi su uno stile sempre più uniforme. In questo scenario, Bredasole rappresenta una voce che preferisce mostrare una propria personalità, fiera del proprio esser azienda ormai storica franciacortina. Non rivoluzionaria nel senso spettacolare del termine, ma profondamente coerente. La sua unicità non sta soltanto nei vini, ma nell’insieme di elementi che li generano: il paesaggio terminale della Franciacorta sul lago, il richiamo alla memoria storica di Paratico, il legame simbolico con Dante, la scelta di una viticoltura rispettosa, la volontà di preservare una dimensione narrativa del vino.

In un mondo del vino spesso dominato da nomea, numeri e uniformità stilistica, Bredasole continua a suggerire un’idea quasi antica del fare vino: quella in cui il produttore non crea semplicemente un prodotto, ma interpreta un luogo.

 

 

 

 

 

 

 

In libreria per i tipi di Cinquesensi editore

ANFORA. LA MISURA DEL VINO” DI IVANO ASPERTI

PRESENTATO A VINITALY


Una fotografia nitida su una rivoluzione silenziosa

che sta cambiando il volto dell’enologia contemporanea 

 

Il nuovo libro di Ivano Asperti Anfora. La misura del vino edito da Cinquesensi, è stato presentato il 14 aprile a Vinitaly, all’interno del palinsesto di presentazioni di Amphora Revolution ospitato dalla Regione Calabria. L’autore, in dialogo con Helmuth Köcher e Anna Prandoni, direttrice di Gastronomika, ha descritto le caratteristiche delle diverse tipologie di anfore e le interpretazioni da parte dei cinquanta viticoltori raccontati nel libro. Oggi, il concetto di "anfora" si è ampliato: non più solo argilla, ma cocciopesto, ceramica, gres e porcellana. Questi materiali offrono ai vignaioli una gestione precisa della micro-ossigenazione, garantendo pulizia espressiva e longevità senza le cessioni aromatiche tipiche del legno. Köcher ha sottolineato l’importanza di un’opera che fa la fotografia di un tema che, negli ultimi anni, ha riscosso un rinnovato interesse fra i vignaioli italiani e su come questa tendenza stia incidendo nell’enologia del nostro Paese. Anna Prandoni ha rilevato come, lungo le 432 pagine illustrate da fotografie, l’autore sia riuscito a raccogliere le testimonianze dei produttori e vignaioli dimostrando che in Italia il vino in anfora non sia più una suggestione archeologica o una sperimentazione per pochi, piuttosto uno strumento d’avanguardia.


Asperti ha poi precisato che la scelta dell’anfora sia una risposta alle sfide del cambiamento climatico e all'evoluzione dei gusti da parte dei produttori che affiancano ai classici acciaio, cemento e legno l'utilizzo di materiali antichi ma tecnologicamente innovativi. una scelta che permetta anche di esaltare l’identità territoriale e varietale in modo autentico.

 

ANFORA . La misura del vino

autore: Ivano Asperti

formato: 19.7x24 cm
pagine: 432

collana: grandi libri illustrati

prezzo: 35 euro

isbn: 978-88-99876-55-5

editore: Cinquesensi

 

In tutte le librerie tradizionali e online. 

Dello stesso autore, Cinquesensi ha pubblicato Vitigni, vini rari e antichi, Premio Speciale Gourmand World Cookbook Awards 2021, Il Premio Biblioteca Bruno Lunelli 2022 e la menzione speciale nella sezione Viticoltura del Premio OIV 2023.

C’è un punto nelle Langhe in cui il paesaggio si sottrae alla retorica e torna a essere materia. Quel punto è Verduno: un margine alto, esposto alle correnti, dove la collina si assottiglia verso la pianura e il vino sembra rinunciare deliberatamente alla forza per cercare la precisione. Non è un luogo che si concede facilmente, e forse per questo ha conservato più a lungo di altri una propria integrità. In questo spazio, la storia della cantina Fratelli Alessandria non si sviluppa come un racconto lineare, ma come una continuità senza fratture, una pratica che attraversa i secoli mantenendo un’identità riconoscibile. A Verduno, la viticoltura non nasce da un’intuizione isolata, ma da una condizione geologica e climatica particolare. I pendii calcareo-argillosi qui non sono uniformi come in altre zone del Barolo: sono stratificazioni sottili che alternano marne chiare a frazioni sabbiose, suoli che drenano e non trattengono, costringendo le radici del Nebbiolo a scendere, a lavorare, a cercare acqua e minerali in profondità. L’effetto sui vini è tangibile: non grandi masse concentrate, ma tessiture sottili, tannini fini, acidità che sostiene la struttura senza irrigidirla, e aromi che si sviluppano più lentamente, con precisione chirurgica piuttosto che potenza. In queste condizioni, ogni vigneto non è soltanto un appezzamento, ma un organismo testimoniale, un luogo con una propria voce.

Alla fine del Settecento, quando la famiglia Dabbene costruisce la cantina, il vino nelle Langhe è ancora un organismo incerto. Le fermentazioni sono spesso incomplete, la stabilità è un obiettivo più che una realtà, e la conservazione rappresenta una sfida tecnica prima ancora che commerciale. Nel 1843 la cantina ottenne, presso la storica Primaria Adunanza dell’Associazione Agraria alla Tenuta Reale di Pollenzo, medaglie d’onore per la “Buona conservazione dei vini” e per la “tenuta delle cantine e tinaie”: riconoscimenti che, in quell’epoca, costituivano un sigillo di eccellenza tecnico-produttiva, ben prima che l’enologia diventasse disciplina accademica.

Questi riconoscimenti non sono un fatto isolato, ma collocano la cantina nel cuore di un’epoca di trasformazioni cruciali. Le stesse riforme agricole e i dibattiti culturali sostenuti da figure come Camillo Benso Conte di Cavour e ciò che veniva promosso nelle tenute reali influenzano anche le Langhe. Tecnici come Paolo Francesco Staglieno, chiamati dalle istituzioni sabaude per codificare le prime pratiche di fermentazione controllata e conservazione del vino, diffondono conoscenze che permettono a Verduno e alle cantine circostanti di competere, progressivamente, con produzioni più stabili e riconoscibili.

Il passaggio al nome Fratelli Alessandria, avvenuto nel 1893 in seguito al matrimonio tra Clementina Dabbene e Carlo Alessandria (figlio di Antonio Giovanni, soprannominato “Prinsiòt”), non è solo un cambio di insegna, ma l’inizio di un nuovo capitolo: quello in cui la produzione inizia a essere associata a una continuità familiare che attraverserà due guerre mondiali, cambiamenti agricoli, modernizzazione dei disciplinari di denominazione e trasformazioni dei mercati. L’eredità dell’Ottocento si fonda su modi di fare che combinano rispetto per il processo naturale e tecniche di cantina sempre più attente: fermentazioni in tino di legno o botti, gestione delle temperature attraverso l’architettura delle cantine interrate, studio empirico delle macerazioni, e una cura meticolosa delle condizioni di fermentazione. È una fase in cui tutto potrebbe cambiare, e in molti casi cambia davvero. A Verduno, invece, la ricostruzione avviene per adattamento, non per rottura.

 

 

I suoli – marne chiare, stratificate, con una componente calcarea importante ma alleggerita da limo fine – non consentono forzature: drenano, obbligano la vite a radicare in profondità, restituiscono maturazioni progressive. È una geologia che non concentra, ma dilata; che non imprime potenza, ma definizione.

Per buona parte del Novecento, prima che arrivassero le prime etichette con i moderni cru, la cantina vinifica Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e altri rossi in modo coerente con la tradizione locale: vini robusti, capaci di accompagnare i pasti langaroli, ma non ancora costruiti per una longevità che andasse oltre l’orizzonte strettamente familiare o regionale. Solo con la definizione dei disciplinari e la codifica delle denominazioni, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, nasce l’idea di “vino di territorio” così come lo intendiamo oggi.

È appunto a metà degli anni Settanta che la cantina decide di dare una forma riconoscibile e omogenea al proprio Barolo, inaugurando la produzione di Barolo Monvigliero con la vendemmia 1978. Monvigliero è un cru storico di Verduno, citato già nelle mappe ottocentesche come zona di elevata qualità potenziale, dove le esposizioni a sud-sud-ovest e i suoli marnoso-argillosi favoriscono maturazioni regolari e profili aromatici netti.

Qui l’altitudine e l’escursione termica notturna preservano acidità e freschezza, consentendo affinamenti pluriennali in botti grandi senza forzare il carattere del vino. Negli anni Novanta, in un’annata come il 1995, questo Barolo ottiene uno dei massimi riconoscimenti italiani (Tre Bicchieri dal Gambero Rosso), segnando la definitiva consacrazione di Verduno sulla scena nazionale e internazionale. Con il tempo si affiancano altre etichette, come il Barolo San Lorenzo di Verduno, nato nel 1997, che giace su terreni leggermente meno elevati e presenta un suolo leggermente più scuro e ricco di microelementi, con un microclima più ventilato. I Nebbiolo di questo cru hanno profili aromatici più sottili, con delicate note floreali e una tessitura tannica più morbida, perfetta per chi cerca eleganza e armonia senza peso. Il Barolo Gramolere, della prima annata 2001, proviene da vigne situate a Monforte d’Alba, aggiungendo un tocco diverso: esposizione più calda e suolo ricco di minerali conferiscono struttura e intensità aromatica, rendendo i vini robusti, ma eleganti. A chiudere il più di recente il Barolo del Comune di Verduno, che coniuga micro-identità dei terroir e visione sinfonica dell’intero territorio.

Questi Barolo non sono espressioni di forza bruta, ma di struttura, equilibrio e continuità. Le fermentazioni vengono condotte in acciaio con controllo termico attento ma non invasivo, utilizzando esclusivamente lieviti autoctoni e le macerazioni sono lunghe, ma calibrate per rispettare la naturale estrazione del Nebbiolo, e l’affinamento in botti grandi – generalmente di rovere di Slavonia — permette una maturazione lenta dei vini, preservando eleganza e profondità senza forzare la concentrazione. Questo approccio tecnico riflette la filosofia complessiva dell’azienda: non costruire vini potenti, ma permettere loro di esprimere il territorio in modo leggibile e duraturo.

Accanto ai grandi cru di Barolo, la produzione aziendale mantiene un profilo ampio che riflette la ricchezza varietale delle Langhe. I rossi più immediati, come il Dolcetto d’Alba e il Langhe Rosso “Rossoluna”, esprimono frutto e bevibilità; la Barbera d’Alba e la Barbera d’Alba Superiore “Priorà” rappresentano la capacità di dare struttura anche a vitigni storicamente legati alla quotidianità; il Langhe Nebbiolo “Prinsiòt” è un richiamo alle radici dialettali e famigliari della cantina; e la Langhe Favorita è una testimonianza della vocazione anche verso varietà bianche che, sebbene meno celebri, raccontano le pieghe della storia agricola locale, preservate con cura anche nei momenti in cui le mode produttive favorivano altrove vitigni a bacca rossa. Completa l’offerta lo sfizio del Barolo Chinato, vino aromatizzato, nato a fine ‘800 per fini medicinali, raccomandato dai farmacisti dell’epoca a scopi digestivi e curativi, che presto si trasformò in vino da meditazione, da sorseggiare a fine pasto.

La cantina pratica fermentazioni controllate, macerazioni lunghe e affinamenti calibrati, sempre con l’obiettivo di lasciare emergere il terroir. La riduzione del peso delle bottiglie è un segno della sensibilità contemporanea, insieme a un’attenzione crescente a sostenibilità e uso consapevole delle risorse, senza mai compromettere la qualità o l’eleganza dei vini.

Tra queste varietà, il caso del Pelaverga piccolo di Verduno è davvero singolare. La leggenda delle tradizioni orali vuole che sia stato portato dal Saluzzese al comune Langarolo dal beato Sebastiano Valfrè nel ‘700. Nemmeno il nome di Pelaverga appare originale e del tutto appropriato, perché riprende il vitigno tipico di Pagno, nella Val Bronda e delle Colline Saluzzesi, con cui questo Pelaverga, che non ha nulla in comune, tranne forse il colore viola-grigiastro dell’uva, ed è stato a lungo confuso. Coltivato da secoli nella zona — con testimonianze documentate già alla fine del Quattrocento nei registri comunali — il Pelaverga è un vitigno di ridotta produzione, distinto ampelograficamente da altre varietà omonime come il Pelaverga saluzzese (o Cari). La presenza storica del Pelaverga a Verduno è legata a usi agricoli antichi, ma anche alle narrazioni popolari: secondo una delle tradizioni locali, il friabile e aromatico Pelaverga era apprezzato già nei secoli XVI-XVII come vino da speziale, capace di accompagnare i pasti e di offrire sensazioni gustative diverse grazie alle note speziate e alla freschezza. Alcuni studiosi ampelografi propongono che il nome derivi da pellis virga — una pratica di parziale pelatura o gestione dei rami per favorire la maturazione — o da pelaverga nel senso di “vite sottile”, richiamo alla conformazione dei tralci. E su questo c'è chi maliziosamente ne ha favoleggiato proprietà “afrodisiache”, anche per i suoi particolari ed unici sentori. Questa combinazione di linguaggio tecnico, memoria contadina e suggestione simbolica rende il Pelaverga un vitigno fortemente legato all’identità del luogo. La cantina fu tra le prime, a partire dagli anni Settanta, a vinificarlo in purezza, passando da una coltivazione marginale a una produzione che ne valorizza l’aromaticità naturale.

Nel 1995, con l’istituzione della DOC Verduno Pelaverga, questa varietà trova finalmente una denominazione che ne tutela l’unicità. Nel 2011, la cantina sceglie il nome “Speziale” come nome identificativo ed evocativo per la propria interpretazione di questo vino: una scelta che non ha nulla di retorico, ma che richiama la sua caratteristica più evidente — un profilo aromatico fresco, speziato, capace di definire l’identità del vitigno senza ricorrere a estrazioni o dosaggi artificiosi. La vinificazione in acciaio e la gestione attenta delle fermentazioni preservano la sua finezza, la tensione e la riconoscibilità, regalando un vino che rappresenta una delle espressioni più autentiche delle Langhe. Il Pelaverga impone rigore: bucce sottili, macerazioni brevi, fermentazioni che devono preservare un patrimonio aromatico delicato. Non c’è spazio per l’approssimazione. Le annate recenti – come la 2020 e la 2021 – mostrano una crescente precisione, mentre quelle più difficili, come la 2017, evidenziano quanto sia necessario un controllo puntuale della vendemmia e della vinificazione.

Questa continuità narrativa — dai vini premiati alla fine dell’Ottocento, ai cru moderni, alle varietà storiche come Barbera, Dolcetto, Favorita e Pelaverga — è possibile grazie a un equilibrio tra tradizione familiare e pragmatismo gestionale. Oggi l’azienda è guidata da rappresentanti delle generazioni attuali che portano avanti con coerenza queste pratiche: Gian Battista Alessandria, custode della memoria operativa, dei vigneti e della cantina, supportato dalla moglie Flavia; loro figlio Vittore, che intreccia l’esperienza tecnica con le esigenze contemporanee dei mercati esteri e del dialogo culturale sul vino; e lo zio Alessandro, la cui presenza poliedrica nei vigneti, in cantina e nella gestione quotidiana costituisce una continuità dinamica tra passato e presente.

Accanto a loro, collaboratori storici lavorano meticolosamente per tradurre le scelte tecniche in vini coerenti, anno dopo anno, rispettando la variabilità delle stagioni. La tradizione familiare che si perpetua guardando con maggiore consapevolezza al futuro grazie all’esperienza degli avi ed alla fortuna data dalla Natura. Lo sguardo di Fratelli Alessandria è da sempre proiettato verso il futuro, pur restando radicato nella storia. Ogni bottiglia, sia essa un Barolo cru o un vino più immediato, porta con sé non solo l’impronta del terroir di Verduno, ma il segno lungo delle generazioni di chi ha lavorato e continua a lavorare per fare del vino un linguaggio che parla di persone, di tempo, di suolo e di qualità.

Un ulteriore elemento di questa narrazione è lo Speziale Wine Resort, progettato da Vittore e dalla moglie Katia per offrire non solo un luogo di soggiorno, ma un’esperienza immersiva: visitare le vigne, camminare tra i filari di Monvigliero con la luce che scivola lungo i solchi, farsi ammaliare dai profumi, rilassarsi a bordo della placida piscina estiva fronte vigne o scendere nella vicina cantina storica aziendale con le sue volte in mattone, degustare i vini accompagnati da racconti sul territorio e sulle tecniche, fino alla tavola — è un viaggio che ricuce l’uva, il vino e la cultura umana in un cerchio completo. In questo sistema già compiuto, dove la cantina e lo Speziale Wine Resort costruiscono un racconto coerente tra vino, territorio e ospitalità, si inserisce il contributo dell’artista elvetico Henri Spaeti, come elemento ulteriore ma profondamente significativo. Il suo intervento non ridefinisce l’identità esistente, piuttosto la attraversa e la rende visibile su un piano diverso, quello della percezione. L’etichetta dello Speziale Pelaverga traduce in immagine ciò che il vino suggerisce al naso e al palato: una trama sottile di spezie, sfumature e richiami. Allo stesso modo, negli spazi del resort, le sue opere prolungano questa dimensione, offrendo una continuità sensoriale che accompagna l’esperienza senza mai sovrapporsi ad essa. Il colore diventa così un’estensione del linguaggio enologico, capace di restituire in forma visiva la stessa leggerezza e complessità. Il valore del suo lavoro risiede proprio in questa capacità di inserirsi in modo discreto ma incisivo, rafforzando la visione della Fratelli Alessandria e contribuendo a costruire un’immagine del territorio in cui il vino si apre a una dimensione culturale più ampia. Non un semplice intervento decorativo, dunque, ma un passaggio che evidenzia come l’identità di un luogo possa essere raccontata anche attraverso linguaggi diversi, mantenendo coerenza e profondità.

In un mondo in cui la vulgata enologica spesso premia l’effetto sopra l’essenza, questa cantina ricorda che il vero valore non è nell’apparire, ma nel saper durare, con equilibrio, profondità e identità.

 

                                                                                                                     

 

Tra i miti della cucina emiliana, pochi luoghi raccontano con altrettanta forza il passaggio del tempo come la Trattoria Campanini di Madonna dei Prati, un piccolo angolo della Bassa Parmense dove storia e tradizione gastronomica si intrecciano in un racconto che sembra non conoscere fine. Qui, nel cuore della pianura che ha visto crescere il giovane Giuseppe Verdi e non lontano dai poderi che Giovannino Guareschi amava frequentare, la famiglia Campanini ha saputo trasformare una modesta locanda in un’autentica icona della tavola italiana, tramandando per generazioni piatti, storie e sapori di una civiltà contadina che, pur avendo resistito al passare del tempo, si rinnova continuamente.

Le origini di questa trattoria risalgono ai primi decenni del Novecento, quando fu fondata come una semplice sosta per i pellegrini diretti al santuario di Madonna dei Prati. Con il passare degli anni, però, il luogo si è trasformato in un punto di riferimento per tutti, dove contadini, artisti e personalità locali si ritrovavano a condividere non solo il cibo, ma anche momenti di vita e di memoria. Le pareti della trattoria, adornate da fotografie in bianco e nero, continuano a raccontare volti e storie di un’altra epoca, come se il tempo non fosse mai veramente passato, ma vivesse in ogni piatto, in ogni gesto e in ogni ricordo condiviso attorno a una tavola.

Fu proprio qui che la celebre torta fritta, un tempo riservata alle cucine domestiche della Bassa Parmense, cominciò a farsi strada sulle tavole più ampie, accompagnata dai salumi, in particolare dal Culatello di Zibello, il re dei salumi parmensi. Questo prodotto, tutelato dal Consorzio e stagionato con cura nelle cantine attigue alla trattoria, è un altro simbolo di una terra che, pur attraversando il tempo, non ha mai smesso di custodire i suoi sapori più autentici. Il Culatello diventa protagonista in un menu che non solo celebra la gastronomia locale, ma è anche un viaggio nel passato, che risuona di storie e tradizioni tramandate di generazione in generazione.

Il Culatello di Zibello è il più importante "marcatore di cultura" delle terre parmensi che costeggiano il Grande Fiume, terre caratterizzate da una storia alimentare plurimillenaria. Un intreccio di storie alimentari, gastronomiche ed artistiche si rifanno ai poli che si sono succeduti, amalgamandosi, nelle terre parmigiane che costeggiano il Po e che con le loro culture ne hanno plasmato e trasformato il territorio. Si va dagli ancora misteriosi popoli delle terramare che già cacciavano il maiale selvatico, ai Celti che svilupparono la cultura del maiale e la salagione delle sue carni; dagli Etruschi prima e dai Romani poi che si dedicarono alle tecnologie della maturazione delle carni suine salate, ai Longobardi che affinarono le tecniche di cottura delle carni suine fresche e salate, anche attraverso le cotture multiple.
(da Elogio del Culatello - Il salume dei Re - Tra storia letteratura e gastronomia)

La filosofia della cucina qui è semplice, sincera e profondamente radicata nella tradizione: ogni stagione porta con sé piatti che parlano di

stagionalità e autenticità, dalle paste ripiene parmigiane — caramelle di taleggio con culatello e toma, cappelletti di pasta verde con salsa alle noci, agnolotti di patate con funghi — ai secondi di carne e specialità locali come la mariola cotta con purè e mostarda, piatti difficili da trovare altrove ma custoditi con orgoglio dalla famiglia Campanini.  Ogni piatto racconta la storia di una terra che si nutre di stagionalità e di autenticità, con specialità che sono ormai difficili da trovare altrove, ma che la famiglia Campanini custodisce con un orgoglio che si percepisce in ogni dettaglio, dal più piccolo ingrediente alla tecnica più raffinata.

Ad accompagnare questi piatti, la trattoria offre una carta dei vini che, pur essendo radicata nei grandi vitigni locali, sa anche abbracciare il panorama enologico internazionale. Vini come il Lambrusco, insieme a champagne e bollicine provenienti da piccoli produttori, esaltano ogni portata senza mai sovrastarla, aggiungendo quella nota di raffinatezza che non fa mai perdere di vista la tradizione. La varietà e la qualità della selezione vinicola rispecchiano la cura che la trattoria dedica a ogni aspetto del pasto, dal servizio all'atmosfera, fino alla scelta dei piatti e degli ingredienti. Il vitigno e vino però paradigmatico è certamente il Fortana: rosso mosso e di moderato, naturale, tenore alcolico.

Oggi, la Trattoria Campanini è molto più di un semplice ristorante. È un luogo di pellegrinaggio per chi cerca non solo un pasto, ma un’esperienza sensoriale e culturale, un’occasione per immergersi in una tradizione che non è fatta solo di cibi e ricette, ma di storie e di legami. Il servizio è sempre accogliente e sorridente, come quello di casa, mentre le pareti della sala, decorate con fotografie d’epoca e ritratti di personaggi legati alla storia locale, invitano ogni commensale a sentirsi parte di quella stessa storia. Ogni piatto è una narrazione, ogni sapore un ricordo di un tempo che non passa mai, ma che continua a vivere nelle persone che siedono attorno alla tavola. Non è un caso, infatti, che ogni lunedì e domenica la torta fritta diventi protagonista assoluta, attirando chi ama i sapori genuini della Bassa e la convivialità di una tavola che, da decenni, ha attraversato il tempo senza mai perdersi.

Sedersi a questa tavola significa fare un viaggio indietro nel passato, tra le memorie di Verdi e Guareschi, tra salumi dal carattere profondo e piatti che raccontano le generazioni che si sono susseguite. Qui, la vera tradizione non è un museo da ammirare, ma una casa da cui tornare sempre, un luogo che accoglie e fa sentire a casa chiunque vi entri, come se il tempo, in fondo, non fosse mai davvero passato.

 

 

 

 

 

 

Villa Calicantus è una piccola realtà vitivinicola a gestione familiare, Daniele e Chiara Delaini sono cuore, anima e mani dell'azienda situata nella frazione Calmasino di Bardolino in provincia di Verona, sulle dolci colline che dominano il paesaggio della sponda sud-orientale del Lago di Garda, nel cuore della denominazione del Bardolino Classico. 

 

Conosciamo questa cantina da diversi anni, da quando timidamente si affacciò con un solo vino, circa una quindicina di anni fa alle fiere dedicate al mondo del vini naturali, come ad esempio ViniVeri e VinNatur. Abbiamo quindi seguito in tutto questo lasso di tempo la sua evoluzione ed apprezzato sempre i suoi vini che si distinguono per carattere, profondità e soprattutto unicità.

 

All'inizio del 2026 siamo riusciti finalmente ad andare a visitare fisicamente la cantina e passare qualche ora insieme a Daniele, che ci ha fatto visitare la vigna storica di 40 anni situata nella collina alle spalle della proprietà, la cantina di produzione e affinamento, e successivamente abbiamo avuto la possibilità di assaggiare le annate in commercio di tutti e i sei vini prodotti.

La proprietà occupa una fetta importante della frazione di Calmasino, vari corpi costituiscono la parte edificata, con una sezione più antica in mattoni rossi con un bel porticato e la villa su due piani che domina il cortile in ghiaia. L'anfiteatro collinare che circonda la proprietà è piantumato con olivi dai quali si produce un olio prevalentemente per uso familiare mentre nella parte pianeggiate trovano dimora alcuni animali. 

 

Villa Calicantus nasce del 2011, Daniele eredità la tenuta dalla zia, il nome è un omaggio proprio a lei, che amava i fiori profumati del Calicanto che sbocciano in pieno inverno e sono simbolo di forza, speranza e tenacia. La sua storia incarna in pieno il percorso del ritorno alle origini, una laurea in Scienze Politiche a Padova con indirizzo economico, un lavoro sicuro in banca a Parigi, ma il richiamo della terra prende il sopravvento e la vita cambia radicalmente dalla scintillante capitale francese alla tranquilla Calmasino per far ripartire la produzione di vini del nonno ferma da ormai oltre 20 anni.

Circa 8 ettari di vitigni in 3 corpi separati, a conduzione biologica fin dall'inizio e poi successivamente anche biodinamici con certificazione Bioagricert e Demeter. Le tipologie coltivate sono esclusivamente quelle rosse tipiche del territorio del Bardolino: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara dalle quali si ottengono circa 40.000 bottiglie annue. Quattro gli operai fissi ad affiancare Daniele e Chiara in azienda.

Il terroir è principalmente morenico caratteristico del Bardolino, dal quale notoriamente non si riescono a produrre vini di grande struttura, grado alcolico e longevità. Ma il paradigma di Villa Calicantus sta proprio qui, nel voler uscire dagli schemi consolidati e produrre vini unici che sappiano trovare un perfetto equilibrio tra eleganza, finezza, complessità e che possano avere un evoluzione interessante con il passare degli anni.

Per raggiungere questo obbiettivo, in vigna si lavora con un controllo certosino di ogni pianta, tra i filari si lascia crescere l'erba fino a fioritura, e diradamenti mirati che dipendono dall'età della vigna e dal tipo di vino che si vorrà produrre. Nessuno utilizzo di prodotti chimici, solo zolfo e rame in piccole dosi e come detto trattamenti biodinamici per dare vigore alle vigne. In cantina lieviti autoctoni con l'utilizzo del piede di fermentazione. Per gli affinamenti acciaio, vasche in cemento e legni di varie misure e tipologie e soprattutto pulizia e ordine, in modo da non compromettere l'eccellente materia prima che arriva dalle vigne.

A chiudere il cerchio oltre alla produzione dei vini, è presente un agriturismo dove si possono assaggiare prodotti tipici del territorio e naturalmente degustare i vini prodotti.  

Di seguito i vini degustati durante la visita, che sono tutti ottenuti da un blend in diverse percentuali dei vitigni coltivati: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. 

  • LASSUPERIORA in Bianco 2024
  • SOLLAZZO 2023
  • CHIAR'OTTO 2024
  • SORACUNA 2023
  • LASSUPERIORA 2021 e 2019
  • AVRESIR* 2021 

Tutti i vini assaggiati hanno un fil rouge nelle caratteristiche gusto olfattive.  È poi in divenire il Metodo Classico in affinamento sui lieviti in cantina che non siamo riusciti ad assaggiare.  

Villa Calicantus rappresenta un modello interessante di come una piccola realtà vitivinicola può unire tradizione e innovazione biodinamica, proponendo vini legati al proprio territorio ma con una nota del tutto originale che li contraddistingue per concentrazione olfattiva, eleganza e profondità in bocca, e anche longevità; caratteristica del tutto inesistente per i vini di questo territorio. A nostro avviso dei vini davvero interessanti e unici.

Infine, il progetto familiare di Chiara e Daniele e dei loro due bambini non è solo produttivo, ma anche culturale: attraverso degustazioni, visite e relazioni personali con gli ospiti, la cantina diffonde la bellezza dei vini del Bardolino in modo autentico, entusiasmante e coinvolgente regalando emozioni a chi visita la cantina e degusta i loro vini.

 

  

 

 

Nel cuore della Valpolicella Classica, là dove la viticoltura non è mai stata semplice produzione agricola, ma atto culturale tramandato nei secoli, Corte Bravi rappresenta una delle espressioni più coerenti e consapevoli di un ritorno alla centralità del territorio, della memoria e del gesto agricolo come forma di conoscenza, inserendosi nel paesaggio di Gargagnago come un organismo vivo che dialoga costantemente con la storia, la geografia e l’identità profonda di queste colline. Siamo in una valle naturale che si apre tra le propaggini dei Monti Lessini e l’influenza mitigante del Lago di Garda, un corridoio climatico unico in cui le correnti fresche serali scendono dalla montagna incontrando l’aria più temperata del bacino gardesano, creando escursioni termiche significative che incidono direttamente sulla qualità delle uve, rallentandone la maturazione e favorendo la complessità aromatica, mentre i suoli calcarei, le marne bianche e le stratificazioni sedimentarie antiche raccontano una storia geologica millenaria che si traduce, nel bicchiere, in tensione, verticalità e una spiccata impronta minerale.

È un paesaggio agricolo segnato da terrazzamenti, muretti a secco, corti rurali e pergole, un mosaico che affonda le sue radici nell’epoca romana e che attraversa il Medioevo, quando queste terre erano già celebrate come luogo di vini preziosi, come attestano documenti e cronache. Il paesaggio agrario di questo lembo di provincia veronese, circondato da possenti tenute storiche, tra cui quelle dei conti Serego Alighieri, discendenti del Sommo Poeta, ancora oggi conserva un equilibrio fragile, mantenuto solo grazie al lavoro quotidiano dell’uomo. In questo contesto, nel 1990, il padre di Andrea e Ivano Brunelli, settimo di sette fratelli, compie una scelta controcorrente acquistando alcuni appezzamenti in una zona allora marginale rispetto ai circuiti commerciali, intravedendo però il potenziale di una valle che chiedeva solo di essere ascoltata e rispettata; inizia così un lento processo di recupero agricolo fatto di lavori manuali, di ricostruzione dei muri a secco, di cura delle pendenze e di piantumazioni condotte secondo il sapere contadino, un lavoro silenzioso che diventa per i figli una vera scuola di vita. Andrea e Ivano crescono tra le vigne, imparando a osservare il comportamento delle piante, a riconoscere i segnali della terra, a comprendere che ogni scelta, dalla potatura alla vendemmia, ha conseguenze che si riflettono nel tempo, maturando una visione agricola fondata sull’equilibrio e sulla responsabilità, lontana da ogni forzatura produttiva; quando nel 2011 nasce ufficialmente Corte Bravi, non si tratta quindi di un inizio, ma della formalizzazione di un percorso già tracciato, di un’eredità trasformata in progetto consapevole, con l’obiettivo di produrre vini che siano testimonianza sincera della Valpolicella Classica, senza scorciatoie tecnologiche e senza compromessi stilistici. I vigneti si estendono attorno ai 200 metri sul livello del mare e sono allevati prevalentemente a pergola veronese, una scelta identitaria che risponde a esigenze precise di protezione dei grappoli, ventilazione naturale e produzione di acini spargoli, particolarmente adatti sia alla vinificazione tradizionale sia all’appassimento, mentre la selezione varietale privilegia i vitigni storici del territorio – Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara e Oseleta – affiancati da Merlot e Cabernet Sauvignon, interpretati non come elementi internazionali, ma come parte integrante del racconto agricolo aziendale. Dal 2015 Corte Bravi è certificata biologica, ma la conduzione dei vigneti va oltre il protocollo, abbracciando una visione olistica che considera il vigneto come ecosistema complesso, attraverso inerbimenti spontanei, lavorazioni minime del suolo, trattamenti con decotti vegetali, attenzione alla biodiversità e alla vitalità microbiologica dei terreni, un percorso che trova ulteriore coerenza nell’adesione a VinNatur nel 2019 e nella scelta, dal 2020, di alimentare l’intera azienda con energia proveniente da fonti rinnovabili. In cantina, questa filosofia di sottrazione e rispetto si traduce in scelte precise, tra cui l’introduzione dei vasi vinari TAVA, che rappresentano non un esercizio di stile ma uno strumento tecnico e culturale capace di restituire centralità al vitigno e al suolo: realizzate artigianalmente con impasti di argille ad alta purezza e cotte ad alte temperature, i vasi vinari realizzati da Tava sono caratterizzate da una porosità calibrata che consente una micro-ossigenazione lenta e costante, favorendo l’evoluzione del vino senza apportare aromi esterni, e offrono un’inerzia termica che stabilizza le fermentazioni spontanee, rendendole più regolari e armoniche. Corte Bravi utilizza questi vasi vinari sia per la fermentazione, sia per l’affinamento di alcune etichette, in particolare quelle a base Corvina e Corvinone, vitigni che in questo ambiente riescono a esprimere una trama tannica più fine, una maggiore precisione aromatica e una lettura più nitida del terroir, evitando le note di tostatura o sovrastruttura che il legno potrebbe introdurre. Con l’arrivo lo scorso anno di un nuovo vaso vinario di Tava della linea Monolite, in cantina c’è un nuovo e diverso strumento per l’affinamento, che presenza una diversa porosità rispetto alle precedenti di argille TAVA, aumentando anche il volume a 25 ettolitri; così la conoscenza e lo sviluppo dei vini dei fratelli Brunelli, utilizzando questi vasi vinari, è sempre in attenta evoluzione.

Le vendemmie sono rigorosamente manuali, con selezioni severe e raccolte scalari; le uve vengono diraspate senza pigiatura per preservare l’integrità dell’acino e fermentano con lieviti indigeni, mentre le macerazioni sono calibrate vino per vino attraverso follature leggere e rimontaggi ridotti, con un uso estremamente contenuto di solforosa e imbottigliamenti senza filtrazione. Il Valpolicella Classico DOC nasce dall’equilibrio tra Corvinone, Corvina e Rondinella: fermenta tra acciaio e i vasi vinari TAVA e si distingue per freschezza, succosità e immediatezza territoriale; il Valpolicella Classico Superiore DOC, arricchito da una percentuale di Oseleta, beneficia di maturazioni più lunghe e di una struttura più profonda che ne amplia la capacità evolutiva; lo Scatto, Corvina in purezza, è il manifesto dell’approccio con l’utilizzo dei vasi vinari TAVA, con un profilo elegante, floreale, teso e di una evidente piacevole nota minerale; il Recioto della Valpolicella DOCG Tenero segue la tradizione dell’appassimento in cassette, interpretata con fermentazioni lente che si arrestano naturalmente, mantenendo equilibrio tra dolcezza e acidità; non banale il Timido, bianco ottenuto dai vitigni a bacca nera Rondinella e Molinara, che rompe gli schemi della denominazione offrendo freschezza, salinità e verticalità; ultimo nato lo spumante rosé Brut Nature Fuorisella da Corvinone, che  racconta la capacità dell’azienda di esplorare nuovi linguaggi mantenendo rigore e precisione; il Bagarre, da Merlot e Cabernet Sauvignon, esprime una struttura più decisa, ma sempre misurata; mentre il Bocia, ottenuto da uve Rondinella, rappresenta il vino della quotidianità, della tavola e della convivialità, quello che più di ogni altro restituisce il lato umano del progetto. In definitiva, Corte Bravi si configura come un’esperienza enologica che va oltre la bottiglia, un progetto culturale e agricolo in cui il vignaiolo torna a essere custode del paesaggio e interprete del tempo, e in cui strumenti come anche i vasi vinari ceramici diventano mezzi concreti per costruire un racconto profondo, stratificato e autentico della Valpolicella Classica, dimostrando come la modernità del vino possa nascere, ancora una volta, dall’ascolto paziente della terra.

     La "falsa" sorgente

Il Danubio è il secondo fiume, per lunghezza, dell’Europa dopo il Volga: 2.860 km dalla sua sorgente a Donaueschingen nella Foresta Nera (Germania) al grande delta nel Mar Nero sul confine tra Romania e Ucraina, dopo aver attraversato Germania, Austria, Ungheria, Croazia, Serbia e segnato il confine tra Bulgaria e Romania.

Interessante è sapere che è, da decine di secoli, un'importante via navigabile. Conosciuto nella storia come una delle frontiere dell'Impero romano, il fiume oltre a scorrere entro i confini dei paesi citati ha un bacino idrografico che comprende parte di altri nove paesi: Italia (0,15%), Polonia (0,09%), Svizzera (0,32%), Repubblica Ceca (2,6%), Slovenia (2,2%), Bosnia ed Erzegovina (4,8%), Montenegro, Macedonia del Nord e Albania (0,04%). Questo significa che indirettamente è causa dei diversi idro-micro-climi vitivinicoli.

I vari affluenti del Danubio hanno una notevole variabilità nel loro regime: oceanico della Baviera occidentale, di montagna in Austria, di pianura in Ungheria fino alla foce.

    La "vera"sorgente

Le prime vigne le incontriamo subito dopo il confine con l’Austria.

Wachau una regione vinicola famosa per i suoi vigneti terrazzati e ripidi lungo il fiume, dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Produce principalmente Grüner Veltliner e Riesling, con vini noti per la loro eleganza e mineralità;

Wagram che si estende a nord, nella Bassa Austria, ed è nota per i suoi vini bianchi croccanti prodotti su terreni di löss, ideali per il Grüner Veltliner e il Roter Veltliner;

Kremstal, Kamptal, Traisental, tre regioni, situate lungo affluenti del Danubio, producono vini bianchi di alta qualità, soprattutto Grüner Veltliner e Riesling, e sono riconosciute per la loro denominazione DAC (Districtus Austriae Controllatus).

Carnuntum situata a est di Vienna, questa regione produce vini rossi, in particolare Blaufränkisch, Zweigelt ma anche Grüner Veltliner e offre un'esperienza vinicola con jazz brunch e degustazioni negli Heuriger (taverne tipiche).

            Vigneti a Wachau

Vienna, la capitale austriaca, la città sul “bel Danubio blu”, che ospita vigneti e Heuriger in diversi quartieri, offrendo un'esperienza enologica unica, come il Wiener Gemischter Satz DAC, un vino bianco prodotto con diverse varietà di uve coltivate insieme.

Il Danubio è così giunto alla frontiera con l’Ungheria. Qui la vite è stata coltivata sin da quando il paese faceva parte dell’impero romano con il nome di Pannonia. Il grande fiume l’attraversa da nord a sud dividendola di fatto in due parti. L’area vinicola interessata direttamente dal Danubio è quella posta a sud: Transdanubio Meridionale e parte della Pannonia meridionale.

Comprende diverse zone vinicole, tra cui Pécs, Szekszárd, Pustan,  la regione di Villany e Mecsek.

Villány è famosa per i suoi vini rossi robusti, spesso paragonati a quelli di Bordeaux, e per le varietà Cabernet Franc e Kékfrankos;

Szekszárd è nota per i suoi vini rossi di Kadarka, meno complessi e più rotondi;

Pécs è il distretto più caldo e arido con terreni vulcanici;

     Vigneti a Pecs

Pustan da sempre il serbatoio del vino da tavola.  Si dice, si racconta che qui, con i terreni sabbiosi la fillossera si arrese. Tanta produzione;

Mecsek ultima frontiera vinicola ungherese.

Pochi chilometri e il grande fiume entra in Croazia segnando il confine con la Serbia.

In sintesi il Danubio attraversa diverse regioni vinicole rinomate, ognuna con le sue caratteristiche uniche e specialità, offrendo un'esperienza enologica diversificata e di alta qualità. Continua…

 

La sensazione di piacere sensoriale che si prova immersi nelle differenti piscine dell’Hotel Continental Terme continua anche uscendo dall’acqua attraverso l’esperienza culinaria proposta dal “suo” ristorante “Sapori”.

E ‘un vero e proprio percorso gustativo centrato sulla cucina mediterranea in un connubio sapiente di tradizione e innovazione capace di catturare il gusto attraverso percezioni differenti.

La mediterraneità delle ricette proposte è caratterizzata dalla semplicità che non diventa banalità grazie alla cucina dello chef Francesco di Manso. La peculiarità nella preparazione dei piatti è espressa nell’uso armonico ed equilibrato degli ingredienti, interazione esaltata anche dalla scelta della qualità dei prodotti, naturali utilizzati secondo stagione e prevalentemente a km 0.

Tra le proposte di primi più gettonati nel periodo di Ferragosto troviamo la pasta alle tre patate, creativa interpretazione della ricetta classica.  Preparata con pasta mista in cui si amalgamano patate rosse, gialle e viola, fiori di zucca e gocce di ricotta di “fuscella” aromatizzata al basilico. Una ricotta fresca, di latte vaccino, lavorata senza aggiunta di conservanti in un cestello bucato, la “fuscella”, prodotto tipico del territorio napoletano da cui il nome.

Molto apprezzati da tutti, da me in primis, anche la linguina alle vongole veraci su crema di ceci con emulsione di olio al prezzemolo e il panciotto di melanzane e scamorza su “nduja” con fusione di burrata, pomodorini confì e lamelle di tartufo nero.

Tra i secondi al profumo di mare evidenzierei “il gambero rosso con emulsione al lime, stracciata di bufala e sfere allo zafferano”, “il tonno rosso con emulsione agli agrumi e sfere di pistacchio” e la calamarata di gamberi con tartufo nero e zester di limone.

Un posto speciale hanno le verdure e le erbe aromatiche dell’isola ed è per questo che ogni giorno sono servite in buffet come antipasto self. Tutti le assaggiano perché aprono stomaco e cuore, ti ricordano la fertilità della terra ischitana con i suoi saporiti ortaggi mediterranei, tra cui pomodorini, zucchine, finocchi e broccoli. Le melanzane sono esaltate dallo chef in una parmigiana coppata su crema al basilico e cialda croccante di parmigiano.

Chiudere pranzo o cena con un dolce significa abbandonarsi alle delizie napoletane, non a caso utilizzo questo vocabolo perché gusteremo delizia al limone, sfogliatella, pastiera, cassata e struffoli.

E dopo queste delizie vorrei sottolineare quanto sia importante la comunicazione on line nella ristorazione a cui occorre dare continuità, migliorandola e diversificando la visibilità in rete perché oggi è un percorso in fieri. Occorre in questo campo lavorare sempre più e diversamente visto che la visibilità su internet è chiave di conoscenza e successo e consente poi di mantenerlo trasmettendo i valori che danno vita all’offerta.

Nel ristorante “Sapori” è intensa e funzionale l’interazione che a pranzo e a cena si costruisce tra cucina, personale e clienti.

Quando entri nel ristorante ti senti subito a tuo agio non solo per l’ambiente curato e tipicamente mediterraneo ma perché sei ben accolto da camerieri e maître che sapientemente personalizzano la comunicazione in funzione di ciascuno tavolo individualizzando le spiegazioni in riferimento alle peculiarità del menu e prestando attenzione ai bisogni e ai desideri espressi o intuiti di ogni cliente. Non facile né scontato saperlo fare ed è per questo che i maître del ristorante, tra cui Antonio che ho conosciuto più direttamente, sono risorsa non da poco insieme al personale tutto, incluso quello della reception a cui va una nota speciale per Gegé.

Il Continental Terme ha in sintesi “sapori” da scoprire il che può aggiungere punti alla motivazione che lo ha privilegiato nella scelta, di vacanza o di lavoro non importa perché in entrambi i casi sa produrre BEN ESSERE.

 

 

 

 

 

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