L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (243)

Roberto Fantini
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

                                                                         “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.” 

                                     Dichiarazione Universale dei diritti umani, art.5 

                           “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

                                    Costituzione Italiana, art.27 

        Fra le tante e assai poco rincuoranti informazioni che emergono dall’esame dell’ultimo Rapporto di Antigone sulle condizioni carcerarie del nostro Paese, un dato si impone con particolare drammatica evidenza:

fra gennaio e dicembre  2025, 82 persone private della libertà si sono tolte la vita.

Inoltre, in questi primi mesi del 2026, sono stati già registrati altri 24 suicidi.

L’entità del fenomeno appare particolarmente evidente se messa a confronto con i dati relativi alla popolazione libera, i quali ci indicano una tendenza inferiore di ben 22 volte.

Come dichiara il presidente di Antigone Patrizio Gonella, numeri come questi non ci parlano semplicemente di storie di solitudine, disperazione ed incalcolabile dolore, ma costituiscono il sintomo innegabile di una vera e propria crisi strutturale in via di progressivo aggravamento del nostro sistema carcerario che,  cronicamente avvelenato da sovraffollamento e da emergenza permanente, risulta sempre più incapace di attenzione, di ascolto e di reale tutela dei diritti delle persone.

Basti pensare che gli istituti penitenziari con un tasso di affollamento  pari o superiore al 150% sono ormai 73, e 8 quelli in cui è stato superato addirittura il 200%, mentre soltanto 22 sono quelli che non hanno ancora raggiunto il “tutto esaurito”. Ciò implica che le condizioni di vita di ordine materiale sono caratterizzate da carenze croniche di ogni risorsa e di ogni servizio.

Le carceri italiane, poi, oltre ad essere sempre più affollate,  sono anche sempre più “chiuse”:

il 60% dei detenuti, infatti, si trova, in nome della sicurezza, a vivere in sezioni a celle chiuse, con perdita di esperienze di lavoro, di studio ed attività trattamentali, ovvero proprio di quelle opportunità che rappresentano indiscutibilmente il principale strumento per la costruzione di efficaci percorsi di reinserimento sociale capaci di ridurre il rischio di ritornare a delinquere. Con il tangibile risultato di un continuo aumento delle tensioni, del disagio e dei fenomeni di violenza.

         “La ratio sottesa all’applicazione generalizzata della custodia chiusa è da ritrovarsi nelle difficoltà di gestione di una popolazione detenuta in costante aumento che vive in istituti penitenziari sempre più affollati, della quale l’istituzione penitenziaria non sembra essere in grado di farsi carico.”

Tuttavia, le rilevazioni riguardanti gli eventi critici ci dimostrano palesemente come tali misure non siano affatto in grado di garantire maggiore ordine e disciplina.

     “A testimonianza del fatto che la custodia chiusa crea tensione nella popolazione detenuta, che spesso viene sfogata sul personale penitenziario, vi sono proprio le aggressioni al personale di polizia penitenziaria che sono aumentate del 12,4%, così come anche quelle tra persone detenute sono aumentate addirittura del 73% tra il 2021 – anno precedente all’emanazione della Circolare sulla riorganizzazione del circuito di Media sicurezza – ed il 2025.” 

Dal Rapporto apprendiamo, tra l’altro,

  • che i suicidi hanno un’incidenza maggiore all’interno della popolazione straniera (2 casi ogni 1.000 detenuti) rispetto a quella italiana (1 caso ogni 1.000 detenuti) e che
  • il fenomeno suicidario riguarda maggiormente la popolazione femminile (circa 2,2 casi ogni 1.000 donne detenute) rispetto a quella maschile (1,3 casi ogni 1.000 detenuti).

Anche se, poi, l’età media delle persone che si sono tolte la vita è di 41 anni, abbiamo non pochi casi di ragazzi giovanissimi:

  • un minore non accompagnato di 17 anni, proveniente dalla Tunisia, si è tolto la vita a metà agosto 2025, dopo soltanto poche ore di detenzione presso l’Istituto penale per minorenni di Treviso,
  • mentre un altro di 21 anni, anch’esso tunisino, si è ucciso dopo pochi giorni di detenzione, all’interno della Casa circondariale di Pavia.

Non meno strazianti risultano i casi di persone anziane,

  • come quello di un signore di 73 anni detenuto da tempo presso la sezione di Alta sicurezza di Padova, probabilmente schiacciato dall’angosciante prospettiva del trasferimento obbligato presso un nuovo carcere, in seguito all’imminente chiusura della sezione in cui aveva trascorso numerosi anni, cominciando a partecipare positivamente alle attività previste dall’Istituto.

E fra i tanti tristissimi casi presentati dal Rapporto, colpisce particolarmente quello

  • di un signore cinquantacinquenne di origini calabresi, da molti anni in Lombardia, colpevole di una rapina di una cinquantina di euro, il quale, non soltanto aveva restituito la somma, ma aveva anche risarcito il danno arrecato alla parte offesa in seguito alla rapina. In carcere da due mesi, avrebbe finito di scontare la pena nel 2027. Già in passato, tra l’altro, soffriva di uno stato depressivo e aveva commesso atti autolesivi. 

          Oltre al fenomeno dei crescenti suicidi, altri due dati oggettivi ci danno una immagine efficace della infelice ed insana condizione della nostra realtà penitenziaria: 

  • le 6.539 condanne ricevute dall’Italia per aver trattato in maniera inumana e degradante le persone detenute;
  • la recidività concernente il quasi 60% dei detenuti. 

            Appare quindi di chiara natura fallimentare il bilancio globale operato dall’accuratissimo e documentatissimo Rapporto: 

contrariamente ai tanti proclami e alle tante promesse di questi ultimi anni, le carceri italiane si dimostrano, nel loro complesso, incapaci di creare vera sicurezza e il necessario reinserimento, rivelandosi fonte perversa di fragilità, profondi disagi, mancanza di umanità e mancanza di prospettive riabilitative, risultando, in tal modo,

                  sempre più lontane dall’assolvere adeguatamente e coerentemente il compito previsto dalla nostra Costituzione. 

 

*Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, è nata nel 1991, nel solco della omonima rivista fondata nel 1985, che aveva come oggetto la critica alla cultura dell'emergenza in ambito penale e che era promossa, tra gli altri, da Massimo Cacciari, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Luigi Manconi e Mauro Palma.

Fondatore e primo presidente di Antigone è stato Mauro Palma, che successivamente ha ricoperto incarichi internazionali e istituzionali nel campo della prevenzione della tortura. L’attuale presidente è Patrizio Gonnella.

L’associazione ha sedi in tutte le regioni italiane.

Antigone promuove una cultura della legalità penale ispirata ai principi del garantismo e del pieno rispetto dei diritti umani, obiettivo che persegue attraverso una pluralità di strumenti.

 A partire dal 1998, opera l'Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione. Circa ottanta volontari dell’associazione, appositamente formati, sono autorizzati dal Ministero della Giustizia alcuni su base regionale e altri su base nazionale - a visitare tutti gli istituti di pena per adulti. Le visite, in un numero selezionato di carceri, possono avvenire con il supporto documentale di una videocamera.

Ogni anno Antigone pubblica un rapporto sulla realtà carceraria, che costituisce la più approfondita e completa base informativa sul tema della detenzione in Italia e costituisce un punto di riferimento per chiunque – giornalisti, studiosi, familiari, attivisti, esperti - abbia interesse in ambito penitenziario.

Un campo specifico di monitoraggio è quello dedicato alla detenzione femminile, che nel 2023 ha dato vita al primo rapporto sulle donne detenute in Italia.

 

Tutto chiuso. XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

Temi del Rapporto

Focus suicidi e autolesionismi

 

 

 

 

 

Settantotto anni fa, il mondo si scambiò una promessa solenne: ogni individuo nasce libero e uguale. È una frase bellissima, quasi poetica, che abbiamo imparato a memoria sui banchi di scuola. Eppure, oggi, quella promessa somiglia sempre più a una scommessa incompiuta. Basta scorrere le notifiche sul telefono per accorgerti che la geografia del diritto è ancora una terra spezzata: esistono luoghi in cui alzare la voce è un atto di eroismo e altri in cui il silenzio è l’unica moneta di scambio per restare vivi.
Non voglio celebrare una ricorrenza con te, ma guardare dritto nelle crepe di un sistema che deve decidere, una volta per tutte, se essere universale nei fatti o restare un semplice esercizio di stile sulla carta. Il paradosso è che non ci mancano le leggi. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è un capolavoro di diplomazia, uno dei testi più tradotti della storia. Il problema è che tra quelle pagine eleganti e l’asfalto delle nostre strade si è aperto un abisso.


Mentre noi discutiamo di libertà di espressione sui social, in decine di Paesi il semplice possesso di un’app di messaggistica può spalancare le porte di una cella. Mentre celebriamo il diritto all'istruzione, milioni di bambine vedono i propri sogni svanire dietro porte scolastiche sbarrate da muri di ideologia o povertà. Ma attenzione: non è solo una cronaca di "mondi lontani". La crisi dei diritti bussa anche alle porte delle nostre democrazie, dove la discriminazione e la precarietà rendono la dignità un lusso accessibile solo a chi può permetterselo. Il vero dramma del 2026 non è la mancanza di strumenti per difendere la libertà, ma l’abitudine. Ci stiamo abituando al rumore di fondo delle violazioni, trasformandole in statistiche.
In un mondo che corre a velocità folle verso il domani, rischiamo di perdere di vista ciò che ci rende umani. Oggi, oltre il 72% della popolazione mondiale vive sotto regimi che calpestano le libertà civili. Questo dato brutale ci insegna una verità scomoda: i diritti non sono una conquista ottenuta una volta per tutte, ma un muscolo che va allenato ogni giorno. Non sono concetti astratti custoditi nei palazzi di vetro.
In fondo, riconoscere l’umanità degli altri è l’unico modo che abbiamo per preservare la nostra. La storia ce lo ha ricordato più volte: quando un diritto viene negato a qualcuno, è solo questione di tempo prima che quel confine si sposti, un centimetro alla volta, fino alla nostra porta. Difendere un diritto oggi, anche se non ti tocca direttamente, significa proteggere la nostra libertà di domani. Si dovesse concentrare il tema dei diritti umani in un unico concetto, direi che è il riconoscimento che ogni essere umano possiede o che dovrebbe possedere; un valore intrinseco che nessuno, nemmeno lo Stato più potente, ha il permesso di calpestare, ignorare o portare via. In una parola: è la nostra dignità e libertà che vanno rese intoccabili. Siamo passeggeri della stessa barca, spinti dal desiderio di condividere un cammino dove la dignità non sia un privilegio, ma un respiro comune. Le distanze e le differenze, in fondo, esistono solo nello sguardo di chi sceglie di vedere confini dove invece batte lo stesso cuore.

 Il team legale della delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha appena depositato un esposto urgente alla Procura della Repubblica di Roma per chiedere il sequestro dell’imbarcazione che sta trasportando in Israele i due attivisti della Global Sumud Flotilla Abukeshek Abdelrahim Saif e Thiago Avila.

L’esposto radica la competenza dell’autorità giudiziaria italiana sulla base del fatto che l’attivista palestinese, sig. Abukeshek Abdelrahim Saif nato a Nablus (Palestina) il 13/06/1981, cittadino di nazionalità palestinese, in possesso della cittadinanza spagnola e svedese, è stato prelevato e sequestrato da una barca battente bandiera italiana. Al momento altre azioni sono in preparazione da parte di un team internazionale di avvocati per fermare il sequestro degli attivisti e ottenerne l’immediato rilascio.

Come riportato nell’esposto si chiede che:

la Procura della Repubblica adita voglia disporre gli accertamenti necessari al fine di verificare la sussistenza dei fatti descritti e la loro eventuale rilevanza penale, procedendo all’individuazione dei soggetti responsabili e promuovendo, se del caso,  l’azione penale nei loro confronti.

sia disposto il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. del natante israeliano su cui viaggia Abukeshek Abdelrahim Saif, membro del direttivo (Steering Committee) della Global Sumud Flotilla, che si trova ancora in acque internazionali al fine di interrompere il sequestro in atto e di prevenire il rischio che subisca trattamenti inumani e degradanti;  nonché si chiede che venga adottata ogni altra misura ritenuta idonea a scongiurare il protrarsi delle gravi violazioni in corso.

L’esposto è visionabile al link: https://drive.proton.me/urls/40HKTSXBZR#K5RyZkLvOpJX

 

 

 

 

 

 Il team legale della delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha appena depositato un esposto urgente alla Procura della Repubblica di Roma per chiedere il sequestro dell’imbarcazione che sta trasportando in Israele i due attivisti della Global Sumud Flotilla Abukeshek Abdelrahim Saif e Thiago Avila.

L’esposto radica la competenza dell’autorità giudiziaria italiana sulla base del fatto che l’attivista palestinese, sig. Abukeshek Abdelrahim Saif nato a Nablus (Palestina) il 13/06/1981, cittadino di nazionalità palestinese, in possesso della cittadinanza spagnola e svedese, è stato prelevato e sequestrato da una barca battente bandiera italiana. Al momento altre azioni sono in preparazione da parte di un team internazionale di avvocati per fermare il sequestro degli attivisti e ottenerne l’immediato rilascio.

Come riportato nell’esposto si chiede che:

la Procura della Repubblica adita voglia disporre gli accertamenti necessari al fine di verificare la sussistenza dei fatti descritti e la loro eventuale rilevanza penale, procedendo all’individuazione dei soggetti responsabili e promuovendo, se del caso,  l’azione penale nei loro confronti.

sia disposto il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. del natante israeliano su cui viaggia Abukeshek Abdelrahim Saif, membro del direttivo (Steering Committee) della Global Sumud Flotilla, che si trova ancora in acque internazionali al fine di interrompere il sequestro in atto e di prevenire il rischio che subisca trattamenti inumani e degradanti;  nonché si chiede che venga adottata ogni altra misura ritenuta idonea a scongiurare il protrarsi delle gravi violazioni in corso.

L’esposto è visionabile al link: https://drive.proton.me/urls/40HKTSXBZR#K5RyZkLvOpJX

 

 

 

 

 

 

           Il 30 marzo, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato l’emendamento alla legge in materia di pena capitale, conosciuto come “pena di morte per i terroristi”. La legge è stata approvata in ultima lettura con 62 voti a favore e 47 contrari, con il dissenso di uno dei partiti ultra-ortodossi della coalizione di governo, ma non del partito di opposizione di Avigdor Lieberman.

Così facendo, in un periodo in cui a livello mondiale si va, seppur faticosamente,  affermando una positiva tendenza verso l’abolizione della pena capitale, vengono gravemente attaccate le garanzie necessarie per proteggere il diritto ad un processo equo, consolidando ulteriormente il sistema israeliano di apartheid nei confronti delle persone palestinesi.

             “Da anni assistiamo a un ripetersi agghiacciante di esecuzioni extragiudiziali e altre uccisioni illegali di palestinesi, i cui autori godono di un’impunità pressoché totale. La nuova legge, che autorizza le esecuzioni di stato, rappresenta il culmine di tali politiche”,

ha dichiarato Guevara-Rosas, alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International.

La nuova legge viene a creare due sistemi per l’impiego della pena capitale, uno nella Cisgiordania occupata, uno per Israele.

I tribunali militari nella Cisgiordania occupata saranno autorizzati a imporre la pena di morte nei confronti dei palestinesi condannati per omicidi intenzionali in atti definiti di terrorismo, ai sensi delle discriminatorie leggi anti-terrorismo israeliane, e il ministro della Difesa sarà autorizzato a stabilire se gli imputati dovranno essere processati da tribunali civili o militari.

Ai condannati non sarà concesso neppure il diritto di richiedere clemenza.

La Guevara-Rosas ha inoltre incisivamente  sottolineato che, in questo modo, Israele, 

          “Autorizzando i tribunali militari, che hanno un tasso di condanne degli imputati palestinesi del 99 per cento e che sono noti per non rispettare la garanzie sui processi equi, a imporre di fatto obbligatoriamente la pena di morte e ordinando che la condanna sia eseguita entro soli 90 giorni dalla decisione finale,” 

si sta, di fatto, concedendo “carta bianca” per poter mettere a morte individui palestinesi, privati delle più elementari garanzie processuali. 

Invece, nel secondo sistema giuridico, relativo a Israele e a Gerusalemme Est illegalmente annessa, la possibilità che i tribunali civili emettano condanne a morte sarà ampliata fino a riguardare qualsiasi persona condannata per omicidio intenzionale “con l’obiettivo di negare l’esistenza dello stato di Israele”.

E non occorre certo cimentarsi in ardite elucubrazioni dietrologiche per comprendere che l’utilizzo di tale requisito ideologico implichi palesemente che la legge sia stata redatta unicamente per colpire i palestinesi.

Nonostante qualche emendamento rispetto alle precedenti versioni, ogni condanna a morte imposta attraverso questa legge costituirà una violazione del diritto alla vita e, quando imposta contro le persone palestinesi del Territorio occupato, potrà essere un crimine di guerra. La comunità internazionale deve esercitare ogni pressione sulle autorità israeliane perché annullino immediatamente questa legge, aboliscano completamente la pena di morte e smantellino tutte le leggi e le prassi che contribuiscono a mantenere in piedi il sistema di apartheid contro le persone palestinesi”,

 ha concluso Guevara-Rosas. 

     Un invito a non approvare questa norma era stato espresso in una nota congiunta diffusa il 29 marzo dai ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito, in cui veniva espressa  “profonda preoccupazione” per un disegno di legge dal “carattere di fatto discriminatorio” che verrebbe ad ampliare “significativamente le possibilità di imporre la pena di morte in Israele”.

In tale nota, si evidenziava anche il fatto che l’adozione di questa legge avrebbe rischiato “di minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici”  in quanto  il rifiuto della pena di morte  (“forma di punizione disumana e degradante, priva di qualsiasi effetto deterrente”)  dovrebbe costituire un indiscutibile valore comune.

A febbraio, tra l’altro, anche esperti dell’ONU avevano invitato Israele a ritirare il disegno di legge, a causa, in particolare, del suo carattere discriminatorio nei confronti dei palestinesi nei territori palestinesi occupati. 

Apprezzabilmente acuto e circostanziato quanto dichiarato dal prof. Enrico Campelli*, intervistato il 7 aprile da Beatrice Calò** 

            “Questa legge - ha detto - opera su due binari distinti: da una parte i tribunali civili israeliani, che giudicano i cittadini israeliani; dall’altra i tribunali militari in Cisgiordania, che giudicano esclusivamente i palestinesi. Si innesta quindi su una dualità già esistente e introduce nuovi standard in entrambi i sistemi. Nel sistema civile israeliano, quindi nei tribunali ordinari, introduce la pena di morte per l’uccisione intenzionale di una persona con lo scopo di negare l’esistenza dello Stato d’Israele. È una formulazione chiaramente vaga e soggettiva, ma non è una vaghezza casuale: è una scelta precisa, che serve ad allargare il più possibile l’ambito di applicazione della norma.

Il punto più rilevante però riguarda i tribunali militari. Qui la pena di morte diventa la regola, non l’eccezione. Chiunque commetta un omicidio qualificato come atto di terrorismo — e nei tribunali militari quasi tutto viene qualificato come terrorismo — può essere condannato a morte. Può essere applicata anche senza richiesta dell’accusa: basta una maggioranza semplice dei giudici, mentre prima era richiesta l’unanimità. Inoltre, l’esecuzione deve avvenire entro 90 giorni e la pena non può essere commutata, quindi non ci sono margini reali di revisione. Vengono abbassati anche i requisiti dei giudici militari: prima dovevano avere almeno il grado di tenente colonnello, quindi un certo livello di esperienza; ora questo vincolo viene meno. Sono previste delle eccezioni in cui la pena può essere convertita in ergastolo, ma per “ragioni speciali” che non vengono definite. Anche qui la vaghezza non è un errore, è una scelta.” 

                Insomma, siamo di fronte ad una norma che, benché formulata in modo ambiguo, ha l’evidente caratteristica di risultare oggettivamente discriminatoria. 

         “Il risultato – spiega Campelli - è molto concreto: il colono che uccide un palestinese non corre il rischio della pena di morte, mentre il palestinese che uccide un israeliano sì. Ed è questo che si intende quando si parla di doppio binario giuridico.” 

Da segnalare l’appello di un folto numero di organizzazioni umanitarie  e per i diritti umani ***  volto ad esortare l’Unione europea ad esercitare prontamente le necessarie pressioni nei confronti del governo israeliano. 

Queste le battute conclusive del documento: 

         “Come ricordato dall’Alta rappresentante per gli affari esteri Kallas nella sua dichiarazione del 31 marzo, l’Accordo di associazione Unione europea – Israele stabilisce che il rispetto dei principi democratici è un elemento essenziale delle relazioni tra i due soggetti. Da un riesame effettuato dall’Unione europea nel giugno 2025 ai sensi dell’articolo 2 dell’accordo, è emerso che Israele ha violato i suoi obblighi in materia di diritti umani contro i palestinesi e ha altresì violato le leggi di guerra nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

A nove mesi di distanza da quel riesame, è ampiamente giunto il tempo di agire. L’Unione europea deve rispettare i suoi principi e i suoi obblighi giuridici sospendendo finalmente, almeno come misura minima iniziale, la parte commerciale dell’Accordo di associazione con Israele e adottando ulteriori misure, come proposto dalla presidente von der Leyen nel settembre 2025”.****

 

 NOTE

 

*Docente di diritto costituzionale comparato ed esperto del sistema giuridico israeliano. 

**Cosa ci dice la pena di morte in Israele: l’intervista al prof. Enrico Campelli (Sciences Po) - Policy Maker

***Queste sono le ong firmatarie dell’appello:

  1. ACT Alliance EU
  2. Act Church of Sweden
  3. ActionAid International
  4. Amnesty International
  5. American Friends Service Committee (AFSC)
  6. Bystanders No More
  7. Caritas Europa
  8. Caritas MONA (Middle East and North Africa)
  9. Child Rights International Network (CRIN)
  10. Children Not Numbers
  11. Christian Aid
  12. CIDSE – International Family of Catholic Social Justice Organisations
  13. CNCD-11.11.11
  14. Cooperazione Internazionale Sud-Sud (CISS)
  15. DanChurchAid
  16. 80:20 Educating and Acting for a Better World
  17. EuroMed Rights
  18. Finn Church Aid
  19. Global Centre for the Responsibility to Protect (GCR2P)
  20. Human Rights Watch
  21. Insecurity Insight
  22. International Federation for Human Rights (FIDH)
  23. Lebanese Center for Human Rights (CLDH)
  24. Norwegian Church Aid
  25. Oxfam
  26. Pax Christi International
  27. Public Commitee Against Torture in Israel
  28. Trócaire
  29. United Against Inhumanity
  30. Women’s Centre for Legal Aid and Counselling (WCLAC)

 

****Israele, pena di morte: necessarie misure urgenti dell’Ue - Amnesty International Italia

 

 

 

 

 

  

In questi giorni, a Roma, ad un passo da Villa Pamphili, è possibile immergersi in una Mostra artistica che sta facendo il giro d’Italia, fatta di colori impastati con le lacrime e imbevuti del dolore e delle speranze mai sopìte di un intero popolo.

 Si tratta della Mostra internazionale intitolata (giocando con le parole “cuore” e “arte” in inglese) “HeArt of Gaza”, costruita dal palestinese Mohammed Timraz e dall’ irlandese Féile Butler, con decine di disegni di bambini di Gaza. 

Una Mostra nata per sensibilizzare e per informare il maggior numero possibile di persone sulla vita dei bambini a Gaza, permettendo di entrare in diretto contatto con l’oggettivazione delle loro emozioni e dei loro sentimenti, in modo da poter essere proiettati all’interno della realtà percepita dai loro piccoli corpi e dalle loro grandi anime.

Obiettivo dei creatori della Mostra - ha spiegato Timraz – “è passare dai bambini per i bambini o comunque arrivare all’umanità, sfidando la realtà attraverso gli occhi dei più piccoli.”

Una iniziativa certamente preziosa ed encomiabile, capace di aiutarci a comprendere la portata abnorme di quanto accaduto e di quanto sta continuando ad accadere, non soltanto ai bambini ed al popolo palestinese, ma all’intera umanità, visceralmente aggredita e colpita nei suoi valori più sacri.

Agli organizzatori romani della Mostra abbiamo rivolto alcune domande.

 

  • Come e quando è nato il progetto di questa Mostra?

 

Shahed ha sette anni. A quell’età, dovrebbe giocare con i suoi compagni e amici. Invece, nel luglio del 2024, le mani di Shahed hanno disegnato un uomo senza testa. Non c’era esitazione nel suo tratto. C’era la normalità agghiacciante di chi ha visto l’orrore diventa panorama. 

Mohammed Timraz, suo zio, ha guardato quel foglio e ha sentito un gelo che il sole di Gaza non poteva scaldare. Insieme a un’amica, Féile Butler, ha capito l’insopportabile: se un bambino smette di disegnare la vita, significa che la vita, dentro di lui, ha smesso di fare rumore.

In quel momento, Mohammed ha capito che non bastava sopravvivere, e lo ha capito anche la sua amica Féile Butler, illustratrice irlandese con cui era in stretto contatto social.

Bisognava salvare l’anima, e per questo bisognava che il mondo “sapesse”, che il mondo “conoscesse”.

Ecco dove e come è nata l’idea di raccogliere disegni di bambini e bambine per una mostra che percorresse i vari continenti, i vari popoli.

La nostra Associazione, il Granello di Senape, tramite una amica, è riuscita a mettersi in contatto con Mohammed e con Féile e ad avere un file dove c’erano i 47 disegni scelti per la mostra, così che, dopo aver plastificato i disegni e averli corredati con le foto dei “disegnatori” e alcune spiegazioni, ora la mostra è a disposizione dei volontari che vogliono e riescono ad organizzarla, possibilmente con la collaborazione di altre associazioni o altri organismi.

 

  • La situazione di Gaza produce in tutti noi un senso di smarrimento e di angosciante sfiducia nel futuro del nostro mondo. Questa Mostra che messaggio potrebbe farci arrivare?

 

Questa mostra, esponendo all’attenzione dei visitatori e delle visitatrici immagini disegnate e coloratissime fatte da bambini e giovani di Gaza sotto assedio, ci parla del loro mondo prima e dopo l’inizio della nuova catastrofe, e delle loro emozioni e riflessioni su ciò che vivono. Ne emerge il senso della loro presenza viva e tenace, che ricorda e desidera tornare a vivere la quotidianità e gli affetti familiari, anche quelli perduti. Tutto questo avvicina chi visita la mostra a chi è lì nell’inferno, fa sentire che le loro vite potrebbero essere le stesse nostre, se non fosse per la violenza estrema che subiscono, attiva empatia e l’empatia può attivare a sua volta maggiore attenzione e partecipazione che diventano politica.

 

  • A chi si rivolge in particolar modo: al mondo dei giovani, delle scuole o a persone adulte già socialmente impegnate?

 

La mostra “HeArt of Gaza” si rivolge, naturalmente, a tutti e a ciascuno.

Si rivolge al mondo dei bambini e delle bambine perché possano certamente entrare in empatia con i coetanei e le coetanee che hanno realizzato i disegni, vivere le loro emozioni e le loro speranze, e anche “capire e sentire” che con i colori e il disegno, e quindi l’arte, possono anche loro esprimere i loro sentimenti, in qualunque situazione.

Al mondo dei giovani perché questi disegni sono capaci di suscitare non solo forti emozioni, ma aiutano a riflettere sul valore della vita, sul valore della pace, sul valore della giustizia, visto che giovani come loro sono costretti a vivere in situazioni infernali, e spingerli così a diventare cittadini attivi per un mondo più giusto.

Al mondo degli adulti perché li può aiutare a prendere coscienza del loro ruolo nella società, un ruolo che, di fronte a quanto i disegni mostrano e denunciano, non potrà più essere passivo, di soli osservatori, o di chi si limita a compiangere, ma che deve, per forza, assumere un ruolo attivo di denuncia e di azione perché si ponga rimedio a questa situazione e a tutte le altre che, nel mondo, seminano morte e ingiustizia.

 

 

 

 

L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria. Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare. Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale: non aveva nulla né di demoniaco né di mostruoso. Ricordare è un dovere. Non possiamo dimenticare, e soprattutto il mondo non può dimenticare, perché la loro esperienza non è stata priva di senso e i Lager non sono stati un incidente, un imprevisto della storia. Auschwitz è un’industria di morte, massacro e orrore. Non vi sono altri modi per definirla ed è anche l’esempio che dobbiamo tenere tutti a mente quando si parla di Shoah. Ciò che ora ci sembra così folle, in un attimo potrebbe tornare attuale.

 «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere». Il parallelo con la presenza dei migranti in Italia oggi, che vengono spesso tacciati come delinquenti o accusati di “portarci via il lavoro”, è molto rapido da fare. Certo, è un’estremizzazione e difficilmente si potrebbe mai arrivare a una condizione come quella dei campi di concentramento, ma l’importanza della Giornata della Memoria è proprio funzionale a questo: a non dimenticare e a non far ricapitare mai più situazioni come quelle vissute dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Riflettere e pensare al passato, nella Giornata della Memoria, è il minimo: in realtà dovremmo farlo tutti i giorni.

 Per non dimenticare, certo; per mantenere viva la memoria di quanto successo, perché coloro ke sono morti non torneranno più, ma coloro che verranno dopo di noi non dovranno mai mettere in secondo piano l’orrore di cui si è reso protagonista l’uomo.

In conclusione, il 27 gennaio non deve essere una semplice ricorrenza sul calendario, ma un monito costante. Ricordare la Shoah significa farsi carico di una responsabilità attiva, vigilando affinché l'indifferenza non trovi più spazio nella nostra società e garantendo che le libertà conquistate a caro prezzo non vengano mai più messe in discussione."

 

 

 

 

 

In Iran il regime ha spento Internet per nascondere la violenza della repressione delle proteste popolari, una strategia sempre più utilizzata in tutto il mondo.

Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio 2026, l’Iran si è quasi completamente disconnesso da Internet. Le comunicazioni con l’esterno sono diventate di fatto impossibili e la rete è stata disattivata su scala nazionale. A oltre 180 ore dall’inizio del blackout, come mostrano i dati dei principali osservatori indipendenti, come Net Blocks, l’interruzione prosegue senza segnali concreti di ripristino. Si tratta del blackout digitale più lungo mai osservato in Iran.

Per la prima volta, anche il National Information Network (NIN) – l’intranet statale progettata per garantire un minimo di operatività in caso di isolamento dall’Internet globale – ha subito un’interruzione senza precedenti.

L’obiettivo appare chiaro: coprire la violenta repressione della rivolta popolare iniziata il 28 dicembre, impedire il coordinamento tra i manifestanti e bloccare la circolazione di informazioni verso l’esterno.

Già dall’inizio di gennaio, con l’intensificarsi delle proteste in tutto il Paese, lo Stato aveva progressivamente rafforzato la censura digitale. Le prime interruzioni erano localizzate e temporanee, spesso programmate per coincidere con le ore serali, quando le manifestazioni raggiungevano il picco. Tra l’8 e il 9 gennaio, questa strategia è stata sostituita da una disconnessione generalizzata e prolungata, isolando completamente gli Iraniani.

La gravità inedita del blackout di internet sembra essere proporzionale alla violenza della repressione. L’ONG Iran Human Rights (IHR) afferma che almeno 3.428 manifestanti sono stati uccisi dall’inizio del movimento di protesta contro il potere. L’organizzazione riconosce che il bilancio potrebbe essere molto più alto e riferisce di continuare a ricevere segnalazioni di migliaia di morti in diverse città e province iraniane, nonostante le difficoltà di comunicazione.

Da parte sua, la Human Rights Activists News Agency (HRANA) dichiara che oltre 2.500 persone sono morte. Tra le vittime confermate figurano 2.403 manifestanti, inclusi 12 minorenni, e 9 civili che non partecipavano alle proteste. HRANA segnala inoltre 147 membri delle forze di sicurezza e sostenitori del governo uccisi, 18.434 arresti in 187 città, 97 confessioni forzate diffuse e 1.134 feriti gravi.

Una repressione digitale sistematica

Non è la prima volta che le autorità iraniane ricorrono al blocco di Internet per reprimere il dissenso. Il primo blackout nazionale risale al 2009, durante il cosiddetto Movimento Verde, seguito alla contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. In quell’occasione, il governo chiuse Internet e censurò piattaforme come Twitter e Facebook.

Da allora, la repressione digitale è diventata sistematica. Dopo il 2009 è stata approvata la legge sulla criminalità informatica, è stato istituito il Consiglio supremo del cyberspazio (SCC) ed è stata sviluppata la Rete nazionale di informazione (NIN).

Avviato nel 2012, il NIN è stato progettato per preparare l’Iran a una possibile disconnessione globale, giustificata in parte dal regime di sanzioni statunitensi. Questo contesto ha favorito la costruzione di un Internet chiuso e fortemente controllato, accompagnato dalla creazione di applicazioni locali destinate a sostituire quelle internazionali, come Soroush al posto di Telegram e WhatsApp o Balad al posto di Waze.

Il NIN si è rafforzato a causa dell’isolamento economico dell’Iran: molte aziende locali sono state costrette a ospitare i propri servizi all’interno della rete nazionale, anche perché grandi società straniere, come Google, non fornivano servizi di hosting per i domini iraniani.

Il NIN riduce l’impatto economico delle interruzioni, rendendo politicamente ed economicamente più facile per lo Stato ricorrere ai blackout come strumento repressivo. Un precedente emblematico è il novembre 2019, durante le proteste che hanno seguito l’aumento del prezzo della benzina: le autorità hanno bloccato l’accesso ai servizi internet stranieri, mantenendo attivi quelli bancari e governativi ospitati sul NIN.

Il controllo dell’infrastruttura

La capacità dello Stato di spegnere Internet su scala nazionale si basa su un controllo fortemente centralizzato dell’infrastruttura. I collegamenti internazionali sono gestiti dalla Telecommunication Infrastructure Company (TIC), un ente interamente controllato dallo Stato e posto sotto l’autorità del Ministero delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione.

Sebbene dopo il 2019 alcuni collegamenti siano stati formalmente decentralizzati, i cavi terrestri e sottomarini restano sotto il controllo diretto della TIC o di altre autorità statali. Come confermato dall’associazione Filterwatch, la TIC mantiene un ruolo dominante nella gestione e nel controllo dell’infrastruttura Internet iraniana.

Anche i fornitori di servizi internet sono sottoposti a stretto controllo: negli ultimi anni, i principali operatori sono stati obbligati a installare sistemi di intercettazione legale per ottenere o mantenere le licenze di esercizio.

Per rendere sempre più difficile aggirare la censura, il governo ha intensificato il blocco delle VPN, criminalizzandone la vendita e l’uso. Secondo diversi rapporti, l’Iran utilizza anche strumenti come il sistema SIAM, in grado di degradare le connessioni mobili, forzando i dispositivi su reti 2G o riducendo la velocità a livelli quasi inutilizzabili.

L’aumento dei blackout digitali nel 2022

Nel 2022, la morte di Mahsa (Jina) Amini mentre era in custodia della polizia morale ha scatenato proteste di massa in tutto l’Iran. Anche in quell’occasione, il governo ha fatto ricorso massiccio a blackout digitali. Con l’aumentare delle mobilitazioni, le autorità hanno intensificato le chiusure, combinando blocchi totali della rete, interruzioni ripetute delle connessioni mobili e restrizioni prolungate su Instagram e WhatsApp.

Per ridurre l’impatto economico, le reti mobili restavano spesso attive durante l’orario di lavoro, ma venivano bloccate la sera, in una sorta di coprifuoco digitale volto a impedire il coordinamento e la documentazione delle proteste.

Nel 2023, secondo Access Now e la coalizione #KeepItOn, i blocchi di Internet in Iran sono aumentati da 19 a 34. Il picco si è registrato durante le repressioni contro le minoranze etniche, in particolare in Kurdistan e Baluchistan.

Starlink: l’ultima finestra sull’esterno

Nonostante il blackout, alcune informazioni sulla repressione sono riuscite a filtrare grazie alle connessioni satellitari Starlink. Questa tecnologia si è diffusa clandestinamente in Iran a partire dal 2022, proprio in risposta ai ripetuti blackout e al deterioramento della qualità

dell’Internet nazionale. Le prime unità sono state introdotte durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, dopo che Elon Musk aveva ottenuto un’esenzione dalle sanzioni statunitensi.

Negli ultimi giorni, tuttavia, anche Starlink è stato duramente colpito. In diverse aree del Paese il traffico è diminuito fino all’80%, probabilmente a causa di interferenze elettroniche deliberate, prodotte da dispositivi mobili in dotazione alle autorità. Secondo analisi tecniche, i modelli di interferenza ricordano quelli utilizzati dalla Russia in Ucraina, dove sistemi come il dispositivo Kalinka, soprannominato “l’assassino di Starlink”, vengono impiegati per disturbare comunicazioni satellitari e droni.

Il governo iraniano ha vietato il possesso dei terminal Starlink: chi viene trovato in possesso di un’antenna rischia l’accusa di spionaggio, un reato punibile anche con la pena di morte. A questo si aggiunge il costo elevato sul mercato nero, che limita fortemente la diffusione della tecnologia. Si stima che in Iran circolino tra 50.000 e 100.000 terminal, su una popolazione di circa 92 milioni di persone. Negli ultimi giorni, secondo diverse fonti, sarebbero già avvenuti arresti a Teheran per il possesso di dispositivi Starlink.

Un’arma globale contro i diritti umani

L’Iran non è un caso isolato. Le interruzioni di Internet sono sempre più utilizzate nel mondo come strumento di repressione. 

 I blackout di internet sono sempre più utilizzati come risposta a delle proteste e in coincidenza con delle violazioni dei diritti umani. Nel 2024, la giunta militare in Birmania (Myanmar) è stata responsabili di 74 interruzioni, di cui almeno 17 corrispondevano ad attacchi aerei contro civili. In altri contesti di conflitto, come Ucraina e Palestina, le restrizioni alla rete sono state imposte da potenze straniere come parte delle operazioni militari. Anche nelle democrazie occidentali emergono segnali preoccupanti: nel 2024, la Francia ha bloccato l’accesso a TikTok in Nuova Caledonia durante le proteste della popolazione kanak, una misura definita da Access Now come una forma di shutdown parziale di Internet. I blackout sono anche uno strumento utilizzato dai governi in periodo di elezioni, come per esempio nel caso del Venezuela nel 2024.

Spegnere Internet significa isolare le popolazioni, impedire la documentazione delle violenze e ridurre lo spazio civico. In Iran, come altrove, il blackout digitale è ormai una vera e propria arma contro i diritti umani.

 

Nell’oceano sconfinato delle allarmanti notizie relative alla situazione palestinese, è di questi ultimi giorni la dichiarazione da parte delle autorità israeliane di non intendere rinnovare i permessi di ben 37 grandi Agenzie umanitarie attualmente presenti a Gaza.

Le ONG in questione, fra cui Medici senza frontiere, Oxfam, CARE, Consiglio norvegese per i rifugiati e Caritas Gerusalemme, potrebbero, quindi, trovarsi costrette a cessare ogni attività e ad abbandonare il territorio entro il 1° Marzo.

Ciò in base al mancato rispetto delle nuove regole di registrazione che richiedono alle organizzazione di fornire informazioni particolareggiate su personale, finanziamenti e struttura operativa, al fine – si sostiene - di prevenire presunti abusi o possibili pericolose infiltrazioni terroristiche.

La decisione israeliana è stata immediatamente contestata da numerose organizzazione internazionali e dalla stessa ONU: le eventuali conseguenze - è stato sottolineato - si ripercuoterebbero in maniera catastrofica sulla drammatica crisi umanitaria in atto, dove l’accesso ai servizi essenziali (cure mediche, cibo, acqua, ecc.) è ancora decisamente inadeguato.

In particolare, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha chiesto ad Israele di annullare il divieto imposto alle agenzie umanitarie, sottolineando che

le organizzazioni non governative internazionali sono indispensabili per il lavoro umanitario salvavita e che la sospensione rischia di compromettere i fragili progressi compiuti durante il cessate il fuoco”.

Durissimo il commento di Erika Guevara Rosas, Direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty International, che ha definito la decisione israeliana “una deliberata escalation del genocidio contro le persone palestinesi”, aggiungendo che

Impedire aiuti salvavita, mentre la popolazione civile è colpita dalla fame, dalle malattie e dalle bombe, nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, è una clamorosa violazione del diritto internazionale e un assalto all’umanità, una punizione collettiva su scala catastrofica”. 

E’ inoltre necessario tener presente che la Knesset ha appena approvato una legge mirante a colpire l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente), privandola dei privilegi e delle immunità garantiti dal diritto internazionale, affidando alle autorità israeliane il potere di interrompere le forniture di acqua, elettricità, carburante e le comunicazioni alle strutture dell’agenzia ONU, nonché sequestrare le sue proprietà a Gerusalemme Est, compresi i principali uffici e i centri di istruzione e formazione.

Operazione questa giudicata, sempre dalla Guevara Rosas, una

sistematica campagna contro i meccanismi internazionali e i servizi umanitari essenziali

Il mondo – ha aggiunto – non può rimanere in silenzio.

 Chiediamo ai governi, alle istituzioni e ai leader di agire immediatamente, per pretendere la fine di queste atrocità”, facenti chiaramente parte di una

 “consapevole strategia di punizione collettiva”.

Fra i tanti aspetti dolorosi delle operazioni belliche a Gaza, è bene infine ricordare l’altissimo numero di operatori umanitari uccisi (appartenenti in grande maggioranza alla locale popolazione palestinese): il più alto mai registrato in una singola crisi, secondo quanto dichiarato dai responsabili del Comitato permanente inter-agenzie delle nazioni Unite.

Secondo i dati raccolti dall’Aid Worker Security Database, centinaia di operatori sono morti dall’inizio del conflitto, facendo di Gaza la località più rischiosa al mondo per chi cerca di portare aiuto. 

Insomma, sarà forse questo  il motivo principale che sta inducendo le Ong a non inoltrare la lista dei propri impiegati palestinesi?

 

Nel 2025 prende forma un’iniziativa internazionale che ambisce a cambiare il modo in cui le società affrontano il tema della violenza sulle donne, andando oltre le commemorazioni simboliche e le risposte episodiche. “100 giorni di idee e progetti per l’eliminazione della violenza sulle donne” nasce come spazio di confronto permanente per nuove azioni comuni, con l’obiettivo di trasformare l’indignazione in pianificazione concreta, la sensibilizzazione in politiche e pratiche durature. L’iniziativa è promossa dal Dott. Andrea Tasciotti, Ambasciatore onorario di Santo Domingo, esperto di diplomazia sociale, Ambasciatore ONG e fondatore della World Bilateral Agency. L’idea alla base del progetto è semplice e al tempo stesso ambiziosa, così da superare la singola celebrazione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per costruire un percorso lungo cento giorni in cui istituzioni, organizzazioni della società civile, mondo accademico, imprese e cittadini possano dialogare in modo continuativo e progettare interventi concreti.

Un arco temporale sufficientemente ampio per consentire analisi, confronto e coprogettazione, ma anche abbastanza definito da mantenere alta l’attenzione pubblica e politica. La violenza di genere, infatti, non è un’emergenza occasionale ma un fenomeno strutturale, radicato in disuguaglianze culturali, economiche e sociali. Secondo numerosi studi internazionali, colpisce donne di ogni età, provenienza e condizione, manifestandosi in forme diverse: fisica, psicologica, economica, digitale. Di fronte a una realtà così complessa, l’iniziativa dei 100 giorni si propone come un laboratorio internazionale di idee, capace di mettere in rete buone pratiche, esperienze territoriali e competenze multidisciplinari. Il progetto si lega simbolicamente e storicamente alla Repubblica Dominicana, paese d’origine delle sorelle Mirabal. Il loro sacrificio, avvenuto nel 1960 durante la dittatura di Rafael Trujillo, è diventato un simbolo universale di resistenza alla violenza e all’oppressione. Proprio in memoria delle sorelle Mirabal, le Nazioni Unite hanno istituito il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Richiamare questa storia significa ricordare che la lotta contro la violenza di genere nasce anche dal coraggio di singole donne, ma deve oggi tradursi in responsabilità collettiva e azione sistemica. In questo contesto, il ruolo del Dott. Andrea Tasciotti assume una valenza particolare.

Attraverso l’Ambasciata Onoraria a Santo Domingo, Tasciotti opera da anni per rafforzare le relazioni istituzionali tra i paesi dell’Unione Europea e dell’America Latina. La sua esperienza nella diplomazia sociale rappresenta uno degli elementi distintivi dell’iniziativa. La diplomazia sociale, infatti, non si limita alle relazioni tra governi, ma coinvolge attori non statali, comunità locali, organizzazioni internazionali e reti civiche, utilizzando il dialogo come strumento per affrontare temi di rilevanza etica e civile. “100 giorni di idee e progetti” si inserisce pienamente in questa visione. Non si tratta di un evento isolato, ma di un processo partecipativo che mira a costruire alleanze trasversali. Durante i cento giorni, sono previsti incontri, tavole rotonde, workshop tematici e momenti di ascolto, sia in presenza sia online, per favorire una partecipazione ampia e inclusiva.

 I temi affrontati spaziano dalla prevenzione educativa alla protezione delle vittime, dall’empowerment economico delle donne alla formazione degli operatori, fino al ruolo dei media e delle nuove tecnologie nel contrasto o, al contrario, nella diffusione della violenza. Uno degli obiettivi centrali dell’iniziativa è tradurre le riflessioni in proposte operative. Al termine dei cento giorni, le idee e i progetti elaborati saranno raccolti in un documento programmatico, pensato come strumento di lavoro per istituzioni nazionali e internazionali, enti locali e organizzazioni della società civile. L’intento è quello di offrire linee guida concrete, adattabili ai diversi contesti culturali e normativi, ma unite da una visione comune come la violenza sulle donne non è inevitabile e può essere prevenuta attraverso politiche integrate e sostenute nel tempo. Il legame tra Europa e America Latina rappresenta un ulteriore valore aggiunto. Le due regioni condividono sfide simili, ma anche esperienze e approcci differenti che possono arricchirsi reciprocamente. La Repubblica Dominicana, con la sua storia e il suo ruolo simbolico, diventa così un ponte ideale per un dialogo intercontinentale, capace di superare confini geografici e culturali. In questo senso, l’iniziativa promossa da Tasciotti si configura come un esempio concreto di cooperazione internazionale orientata ai diritti umani. Un altro aspetto rilevante è la volontà di coinvolgere le nuove generazioni. La prevenzione della violenza di genere passa anche dall’educazione e dalla costruzione di nuovi modelli relazionali.

Per questo, i 100 giorni prevedono spazi dedicati a studenti, giovani professionisti e attivisti, chiamati non solo a partecipare, ma a proporre soluzioni innovative. L’attenzione alle voci emergenti è parte integrante di una strategia che guarda al futuro, consapevole che il cambiamento culturale richiede tempo e continuità. Superare la logica della ricorrenza significa anche evitare che il tema della violenza sulle donne venga confinato a un solo giorno all’anno. Il 25 novembre resta un momento fondamentale di memoria e mobilitazione, ma iniziative come questa dimostrano che è possibile e necessario mantenere vivo l’impegno ogni giorno. I cento giorni diventano così un simbolo di perseveranza, un invito a non abbassare la guardia e a considerare la lotta alla violenza di genere come una priorità permanente delle agende politiche e sociali. In un contesto globale segnato da crisi multiple, l’iniziativa “100 giorni di idee e progetti per l’eliminazione della violenza sulle donne” propone una risposta basata sul dialogo, sulla cooperazione e sulla responsabilità condivisa. La visione del Dott. Andrea Tasciotti, fondata sulla diplomazia sociale e sul rafforzamento delle relazioni internazionali, offre un esempio di come l’impegno individuale possa tradursi in azione collettiva. Un percorso che, partendo dalla memoria delle sorelle Mirabal, guarda a un futuro in cui la dignità e la sicurezza delle donne non siano più oggetto di rivendicazione, ma un dato acquisito della convivenza civile.

Page 1 of 18
© 2022 FlipNews All Rights Reserved