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Fashion, Art and Cinema (77)

                                       

Antonella Pagano

 

Non una semplice mostra, né una tradizionale sfilata: la Rebel Art Exhibition dedicata a Serena Pizzo si è imposta come un’esperienza immersiva e stratificata, capace di fondere linguaggi e rompere i confini tra arte visiva e fashion design. Nella cornice della WE GIL, trasformata per l’occasione in un teatro fluido di immagini e corpi in movimento, l’artista ha presentato la nuova collezione Animorfie, registrando un’affluenza ben oltre le aspettative.

L’iniziativa, patrocinata da Regione Lazio e Lazio Crea – che hanno riconosciuto il valore culturale del progetto concedendo uno degli spazi più rappresentativi della scena contemporanea romana – si è distinta per la sua capacità di proporre un modello espositivo innovativo, dove la fruizione diventa partecipazione attiva.

Un racconto visivo tra arte e moda

La serata si è articolata come un vero e proprio percorso narrativo. Gli ambienti della WE GIL sono stati ripensati come un set dinamico in cui modelle, performer e opere pittoriche hanno dialogato in tempo reale, annullando la distanza tra spettatore e creazione artistica.

In passerella – o meglio, nello spazio performativo – hanno preso forma gli abiti-quadro di Serena Pizzo: capi dipinti a mano su tessuti tecnici e sete naturali, attraversati da figure animorfiche, ibridi visionari tra umano, animale e simbolico. Le proiezioni pittoriche, diffuse sulle pareti e sui corpi, hanno amplificato l’impatto onirico della collezione, trasformando l’intero ambiente in una dimensione sospesa.

A completare l’esperienza, il contributo sonoro del cantautore Visco 140, che ha costruito un paesaggio musicale coerente con l’estetica surreal-pop dell’artista, e l’intervento coreografico della ballerina Eleonora Pedini, capace di tradurre in movimento la tensione metamorfica delle opere.

Serena Pizzo, secondaa a sin. con il presidente
dell' università Auge

La conduzione è stata affidata alla critica d’arte Sabina Fattibene, che ha accompagnato il pubblico con una lettura puntuale e accessibile, restituendo profondità teorica a un progetto già fortemente evocativo.

“La Patetica”, arte e parola

Nel corso della serata ha trovato spazio anche la presentazione del nuovo libro di Serena Pizzo, La Patetica, ulteriore tassello di una ricerca che attraversa linguaggi e formati. A illustrarne il valore è stato il Magnifico Rettore Giuseppe Catapano dell’AUGE Università, tra gli enti patrocinatori dell’evento insieme a Regione Lazio e Lazio Crea.

Un intervento che ha sottolineato la dimensione culturale dell’opera, evidenziando come la produzione dell’artista si collochi in un territorio di confine tra estetica, narrazione e riflessione contemporanea.

Animorfie: identità in trasformazione

Cuore della serata, la collezione Animorfie si presenta come una riflessione visiva sulla metamorfosi, intesa come condizione identitaria del presente. Le creature immaginate da Serena Pizzo – ironiche, stratificate, talvolta perturbanti – prendono vita nei capi, trasformando l’abito in organismo narrativo.

Silhouette fluide e volumi scultorei dialogano con pattern pittorici che rielaborano il surrealismo in chiave pop, mentre ogni tessuto diventa superficie di racconto. Il risultato è un’estetica riconoscibile e dichiaratamente “ribelle”, che mette in discussione i codici tradizionali della rappresentazione del corpo.

Presenze e collaborazioni

A impreziosire l’evento, la partecipazione di figure di rilievo del panorama creativo italiano. Tra queste, la designer veneziana Liliana Vianello, con le sue creazioni in vetro di Murano, e l’artista sorrentino Massimo Sepe, presente con opere materiche di forte impatto.

Fondamentale anche il contributo di Glamour Fashion Queen, responsabile della selezione di modelle e modelli, che hanno dato corpo e dinamismo alla visione dell’artista.

Un successo oltre le aspettative

La risposta del pubblico – composto da curatori, galleristi, rappresentanti di maison, collezionisti e stampa specializzata – ha confermato l’interesse crescente verso format ibridi, capaci di unire arte e moda in chiave contemporanea.

La Rebel Art Exhibition si chiude così con un bilancio più che positivo, imponendosi come esempio riuscito di contaminazione tra linguaggi e come piattaforma per una nuova modalità di racconto artistico.

A sintetizzare il senso della sua ricerca è la stessa Serena Pizzo:


«Con Animorfie ho voluto dare corpo a un immaginario libero, istintivo, che non teme la trasformazione. L’abito diventa pittura, la pittura diventa creatura, e il pubblico entra in un mondo dove tutto può mutare».

 

 

 

La Milano Fashion Official, uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama moda italiano, ha proclamato Serena Pizzo come Miglior Fashion Designer Italiano 2026, riconoscendo la sua visione artistica unica e il suo contributo innovativo al dialogo tra arte contemporanea e moda d’autore.

La designer e artista multidisciplinare di origine veneziana, già nota per il suo linguaggio Pop Surrealista e per le sue capsule couture dipinte a mano, conquista così uno dei premi più ambiti della capitale italiana della moda. La giuria ha premiato la sua capacità di trasformare l’abito in un’opera narrativa, unendo estetica, tecnica e ricerca concettuale. La collezione presentata da Serena Pizzo ha affascinato pubblico e critica grazie a: silhouette scultoree e raffinate, superfici pittoriche realizzate a mano, un immaginario Pop Surrealista riconoscibile e iconico, una visione che fonde moda, performance e arte contemporanea. Il risultato è un linguaggio stilistico che supera la tradizionale distinzione tra atelier e studio d’artista, affermando una nuova forma di couture narrativa. La Pizzo oramai è una figura di riferimento nella moda contemporanea italiana e la vittoria alla Milano Fashion Official 2026 la consolida come una delle voci più originali del panorama creativo nazionale. 

Il premio arriva in un momento di forte espansione della sua attività, che comprende: progetti di fashion art, mostre e performance, direzione creativa, attività televisiva e culturale attraverso OltremodoTV.

La sua capacità di unire mondi diversi — moda, arte, comunicazione — la rende una protagonista trasversale e contemporanea, perfettamente in sintonia con lo spirito innovativo di Milano.

Nel ricevere l’ambito premio Serena Pizzo ha dichiarato: "Questo premio rappresenta un riconoscimento profondo del mio percorso artistico e umano. La moda, per me, è un linguaggio che racconta identità, emozioni e visioni. Milano è la città dove l’arte incontra il futuro, e ricevere qui questo titolo è un onore immenso."

Dopo la vittoria, l'artista ha annunciato nuove collaborazioni; una capsule art-fashion internazionale e una serie di eventi istituzionali dedicati al dialogo tra arte, moda e cultura. Il prossimo evento dal titolo “Rebel Art Exibition” si terrà a Roma l'11 aprile 2026 presso il palazzo WeGil con il patrocinio della Regione Lazio.

 

 

 

 

 

 

Il tatuaggio non è solo decorazione, ma un disegno eterno su un corpo che descrive come una tela momenti e sentimenti del “pittore”. La differenza nell’arte è che il tatuaggio è parte della persona e lo porta con sé per sempre, il pittore disegna su un quadro ciò che sente ma è visto e venduto da persona a persona.

Diversi anni fa era solo di appannaggio di chi finiva in carcere o viaggiava nel mare e spesso era sinonimo di “male affare”.

Ai tempi d’oggi il tatuaggio è finalmente considerato un’arte che mostra i sentimenti e il talento creativo di ogni professionista

Nella storia, il tatuaggio “black and grey” italiano, è fortemente ispirato dalla cultura del tatuaggio storico americano, che nasce nelle carceri californiane soprattutto a Los Angeles, tra le gang, con macchinette artigianali e inchiostro diluito per le sfumature.

I tatuatori che esercitano il “black and grey” sono tantissimi, ma solo meno della metà vantano una personalità che li distingue dalla massa. Per avere una visione personale oltre alla dedizione bisogna capire come interpretare i giochi tra luce e ombra per creare contrasti e dare forma a quello che si vuole rappresentare; avere una forte ispirazione è importante per chi vuole crescere e sta cercando una sua identità, ma è anche importante fare attenzione a non copiare personalità di altri tatuatori, altrimenti si rischia di diventare una “brutta copia” di essi.

 Il percorso di un tatuatore non è solo saper disegnare, ma anche conoscere la pelle, quindi sapere fin dove arrivare con la profondità dell’ago senza stressare la cute e seguire, con il posizionamento dello stencil (tecnica decorativa), l’anatomia del corpo umano per rendere più lineare il risultato perché ogni tatuaggio deve essere adattato alla parte interessata.

Per meglio spiegare questo mestiere abbiamo visitato un negozio romano situato all’interno del quartiere della Magliana, gestito dalla famiglia Zianna che tramanda da più generazioni l’arte del tatuaggio ed abbiamo approfittato per fare una piccola intervista ad Alessio Zianna, che riportiamo integralmente:

D= Ciao Alessio come è nata la tua passione di tatuatore?

R= Seguivo fin da piccolo le creazioni che mio padre (Marco) scolpiva sui clienti dentro il nostro negozio e crescendo, ho iniziato ad appassionarmi fino a farlo diventare oggi, insieme a mio fratello Daniele un lavoro.

D= Gestire un negozio di tatuaggi oggi è molto diverso rispetto 20/30 anni fa?

R= Sicuramente oggi c’è molta concorrenza rispetto ad allora, ma in famiglia abbiamo regole ferree tra le quali, non basta essere bravi, per noi la sfida principale è rimanere informati ed aggiornati, pianificare una agenda, gestire gli appuntamenti, fornire un servizio adeguato, pulito, igienico ed artistico.

D= Come vedi il futuro di questo lavoro?

R= La vera sfida sarà mantenere la mano artigianale in un mondo che va verso l’automazione, ma la visione umana e l’empatia tra artista e cliente resteranno, per noi, insostituibili.

Fine= Grazie Alessio.

                                                                   

N.d.R.= In un mondo che corre velocemente e dove è tutto digitale e precario, il tatuaggio resta uno degli ultimi gesti definitivi, che trasforma il corpo in un diario vivente.

Forse la vera forza di questo lavoro non è l’inchiostro in sé, ma il legame che si crea tra l’esperienza vissuta dal cliente e l’arte di chi con rispetto, incide quel ricordo sulla pelle.

 

 Arte e finanza, quando il valore si misura nel tempo

Alle pareti di Azimut, le superfici di Capanna respirano, si stratificano e sedimentano il tempo

 

Certe serate hanno un peso specifico diverso. Lo senti subito, dalla luce che non concede nulla al superfluo e dai discorsi che smettono di essere eco di convenevoli per farsi pensiero. Davanti alle meta-sculture di Roberto Capanna il rito del vernissage si incrina e la distanza tra chi guarda e l'opera si assottiglia fino quasi a sparire. La superficie sembra trattenere energia, un inganno sensoriale in cui impronte infinite si moltiplicano fino a rivelare, solo avvicinandosi, la profondità della materia. L'arte torna a essere presenza irriducibile, corpo necessario.

Mercoledì 25 febbraio ero lì, alle 18.30, nella sala di Azimut Capital Management in via degli Scialoja 3, in una di quelle occasioni in cui l'arte e chi la cerca si riconoscono. La luce studiata sulle composizioni si incrociava con il riflesso dei cocktail, qualcuno fotografava un'increspatura da vicino, altri si scambiavano impressioni sottovoce, quasi per non disturbare la materia. Le opere di Roberto Capanna emergevano da quell'aria con una forza magnetica che imponeva di avvicinarsi per cogliere un dettaglio e di arretrare per ricomporre l'insieme, come si fa con qualcosa che non si riesce a esaurire e non si vuole smettere di cercare.

Non è disorientamento. È il meccanismo stesso che Capanna ha costruito: un inganno visivo e sensoriale consapevole in cui le pieghe, le increspature e i bagliori cangianti che affiorano da vicino si dissolvono a distanza, e il colore si comporta come una confidenza sussurrata, udibile solo a chi sceglie di sostare.

Capanna viene dalla musica e questo non è un dettaglio biografico da archiviare in fretta. Produttore e fondatore di Cigarette Music, ha trascorso vent'anni a costruire brani per sottrazione, cercando quell'equilibrio irripetibile tra controllo e istinto.

Quando ha portato quella stessa ossessione nella materia, pittura e scultura sono diventate un unico gesto: le chiama meta-sculture, opere in cui legno, calce, gesso, resine, silicone e bitume diventano linguaggio. Una ricerca ossessiva del volume, della sua profondità e del suo peso. I testi nel catalogo lo confermano: "la notte sfugge, le dita sui tasti, note e sogni persistono ma il tempo ci lascia", "sono uscito dall'illusione della perfezione e finalmente mi sono sentito libero". Parole che nascono dalla stessa sorgente delle opere.

Le serie che compongono Monochrome costruiscono un percorso in cui ciascuna opera irradia una vibrazione emotiva propria, difficile da nominare ma immediatamente sentita, capace di attrarre lo sguardo e incuriosire il tatto: tagli che le resine sigillano lasciando visibile la ferita, impronte digitali ingigantite fino a diventare paesaggio, colate di materia sospese tra ordine e caos, rughe del tempo accolte come tracce. Sono creazioni che si offrono lentamente, con la stessa misura con cui sono state realizzate.

Le pareti di Azimut Capital Management sono lo spazio in cui trovano una risonanza particolare: chi lavora un'opera finché non smette di mentire e chi costruisce fiducia finché non smette di vacillare condividono la stessa misura del tempo, e la consonanza non ha bisogno di essere dichiarata.

In un momento storico in cui molte immagini nascono per essere replicate e distribuite senza attrito, le opere di Capanna esistono soltanto nella relazione fisica con chi le osserva, irriproducibili perché generate da un gesto situato in un tempo circoscritto. È il modo in cui lavora, sottraendo fino a lasciare solo ciò che è essenziale, proprio come accade in una composizione quando ogni nota trova il posto che le appartiene.

Quando lascio la sala, intorno alle nove, non porto con me il ricordo di un evento ma la consistenza fisica di quanto la serata ha depositato. Il valore di certe esperienze emerge dalla durata, dalla capacità di tornare a cercarle, da quello che si incide negli occhi e non se ne va, come una nota che continua a vibrare anche quando le dita hanno ormai lasciato i tasti.

 

Roberto Capanna — Monochrome, Private Vision Azimut Capital Management, via degli Scialoja 3, Roma — 25 febbraio 2026 A cura di Ad'Art | This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. | This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

 

Vien voglia di chiedersi se c’è ancora da dire e scrivere di William Shakespeare. Ebbene, dopo aver visto Hamnet, senza esitazione alcuna, dichiaro: SI. Gli inglesi lo ritengono il loro più rappresentativo poeta talchè lo dicono il “Bardo dell’Avon” (bardo: poeta che esalta le aspirazioni o le tradizioni del proprio popolo o della stirpe, sia dal punto di vista politico che religioso) o il "Cigno dell'Avon". Ci ha lasciato ben 38 testi teatrali, 154 sonetti, 3 poemi e tutta una serie di opere in versi. Le opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese, molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nel lessico inglese quotidiano. Di Lui oggi ci sta parlando Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, (Pechino31 marzo 1982), registasceneggiatriceproduttrice cinematografica e montatrice cinese naturalizzata statunitense e anche migliore regista, anzi la seconda donna a trionfare in questa categoria. Occhio femminile orientale, ma con sguardo direi planetario, sa presentarci uno Shakespeare fresco d’aria boschiva, tenero eppure crepitante come le foglie che tappezzano la scena del suo innamoramento, allorchè Agnes lo colpirà esattamente e contemporaneamente dentro il cuore e dentro la parte più preziosa dei suoi pensieri.

Galoppare una vita sullo schermo gigante del cinema è ben altro che leggere una biografia, occorre una speciale abilità, vieppiù se la storia è mutuata da un romanzo. Le vibrazioni della sala, sod out, hanno perforato il soffitto della stessa, tanto era potente la loro frequenza energetica, tali erano le emozioni e la somma delle emozioni, tale era il silenzio, talmente denso e compatto da poterlo quasi toccare, saturava l’aria fino a farmi tossire poiché l’ossigeno è stato soppiantato letteralmente dall’atmosfera che la donna-fata-maga Zhao ha composto con magistralità rasente il soprannaturale. Jessie Buckely è perfetta nel personaggio agreste e selvatico di Agnes, perfetto il volto sprigionante il fascino antico proprio delle donne herbarie, figure centrali nelle comunità antiche; sorta di farmaciste e medichesse maestre nella conoscenza e nell’uso terapeutico di piante ed erbe.

Agnes cura tutti e se stessa, è finanche la “mammana” di se stessa e del suo primo parto. Magistrale la scena di lei che -accovacciata nella radura dell’amato bosco -casa assoluta- urlerà l’arrivo della nuova vita aggrappata alle solide radici dei millenari fraterni alberi. Quell’ urlo di dolore fisico che saprà essere canto maternale. Dentro quel canto e dentro la foresta, abbracciata dalla nuda-materna terra, aspetterà il suo amore, William, l’amore della sua vita, di tutta la sua vita. Lo aspetterà stringendo fra le braccia e mangiando con lo sguardo il loro primo frutto. Con ancora la sostanza del suo grembo, unta di quella sostanza, così, porgerà la bimba a William, Lui con infinita tenerezza la prenderà e si colmerà d’estasi, l’estasi che ha bucato lo schermo ed è arrivata dritta al cuore degli spettatori. Ho pianto! Il mondo ha bisogno di questo film. Abbiamo bisogno di storie d’amore, soprattutto di amori eterni tessuti di fatica, determinazione, volontà e tenerezza. Tenerezza finanche dentro un addio, l’addio più feroce che ci sia, la morte di un figlio, che, in questo caso, è anche l’unico figlio maschio: Hamnet. E ancora, Agnes che cura tutti e se stessa è colei che cura amorevolmente il suo William…sempre, anche quando lo strazio della penna che non sa scrivere il ciclopico tormento che s’aggruma e fatica a fluidificarsi nell’inchiostro uscirà con l’urlo del disagio dolorosissimo, quel disagio che è anelito, opportunità despota e insopprimibile che lo chiama a Londra. Anche allora Agnes continuerà e continuerà a curare tutto e tutti e, mentre Lui galoppa la vita dentro il mondo della drammaturgia e del teatro, Lui che sempre ritorna a lei…lei, segnata talvolta più acutamente dalla sua assenza, manifesterà il bisogno della presenza e la durezza della sua assenza. Sarà lungo il cammino dentro il tempo e perfino dentro lo strazio della peste, aspro il cammino dentro l’incomprensibile perdita di Hamnet, dopo questi estenuanti cammini Agnes deciderà di raggiungerlo.

E sarà allora che vedrà la piccola, piccolissima scarna stanza in cui William vive e genera le sue opere, a fronte della casa grande, la più grande della cittadina, che lui ha acquistato per la famiglia; allora e lì, in parte, comprenderà poichè tutta la comprensione arriverà allorchè, spettatrice dell’opera Hamlet, a teatro, tra la folla perduta nell’estasi totalizzante della tragedia, con tanti occhi in lacrime attorno a lei, lì nell’assistere alla teatrale letteraria resurrezione di Hamnet incarnato nello splendido Amlet rivelatore e pacificatore, lì e allora vivrà il miracolo della riconnessione piena con William…e sarà profonda e irrimediabilmente indissolubile…dopo di che: tutto il resto sarà silenzio.  Se l’intuizione e la creatività di Maggie O’Farrell sono state intriganti e accattivanti, se nel romanzo è riuscita a dosare bene: amore e abbandono, perdita e riconciliazione e incunearvi finanche la pulce imbarcatasi ad Alessandria d’ Egitto e arrivata a diffondere la peste a Venezia e in tutta Europa, la magìa di una regista dagli occhi e dalle mani magiche, quelli di Chloé Zhao, hanno fatto il capolavoro che dal 5 febbraio è nelle sale cinematografiche.

L’intero cast più che sembrare, è rivestito dell’alone sacrale, a tratti misterico e mistico del film. I parti di Agnes sono metafore di parti di Madre Natura. Altrettanto simbolico e potente è il parto teatrale di William che sa restituire -pur nella finzione scenica- la profondità della vita, della morte e dell’amore che ci dimostra come possa essere assoluto e perenne; anzi, con l’azione scenica il parto di Wialliam fa di più: si fa salvifico e risana le ferite dell’amore, della morte-perdita e le fratture della connessione. Hamnet-Hamlet si fa medicina efficace tale quali le medicine che Agnes-erbaria sa preparare.  Golden Globe come miglior film drammatico di una regista, la Zhao, già Premio Oscar. Maggie O’Farrell è una Agnes che resterà nella storia del cinema, magnifico anche Paul Mescal nel ruolo di William Shakespeare, sorprendente il giovane Jacobi Jupe nel ruolo del piccolo Hamnet Shakespeare, Joe Alwyn nel ruolo di Bartholomew, ed Emily Watson in Mary Shakespeare, David Wilmot nei panni di John Shakespeare  padre del poeta,  Jack Shalloo in Marcellus, Olivia Lynes in Judith Shakespeare, Justine Mitchell in Joan Hathaway, Bodhi Rae Breathnech in Susanna Shakespeare, Freya Hannan-Mills in Elisa Shakespeare, Noah Jupe nel ruolo di attore di teatro e Shaun Mason l’altro attore di teatro. Mi piace ricordare, e lo stigmatizzo, che Alessia Amendola ha dato la voce ad Agnes e Manuel Meli a William.

 

 

Milena Petrarca è una nota pittrice  ma nello stesso tempo, poetessa, letterata, disegnatrice di murales e restauratrice. Nata a Pozzuoli (Napoli), ormai da anni vive e lavora Latina ed ha tre figli. Fin da piccola ha convissuto nel suo ambito familiare, circondata dall’arte più vera: quella dei quadri, della musica e del canto. Sua madre la poetessa e Prof.ssa Maria Panetty Petrarca era una grande scrittrice di Opere teatrali, drammaturgo e autrice di canzoni napoletane. Il padre era  invece un ingegnere capo del Comune di Pozzuoli e dell’Olivetti.  Milena Petrarca studiò all’istituto d’Arte Filippo Palizzi a Piazza del Plebiscito di Napoli, dove conseguì il titolo di maestra d’Arte. Milena negli anni sviluppò la sua arte e la sua cultura  con il contributo di insegnanti straordinari come il grande scultore Lelio Gelli e agli imput che riceveva da casa, da suo zio Tommaso Panetty, pittore (che oltre che grande scienziato, era anche un  inventore) e sua sorella Elena Petrarca. Con gli anni  Milena affinò la sua tecnica, a Pozzuoli  espose i suoi primi quadri  e all’età di quindici anni, partecipò ad un concorso con i grandi pittori della zona, dove vinse il primo premio.

Attualmente Milena è Presidente provinciale dell’Associazione Internazionale Magna Grecia che promuove la cultura del Mezzogiorno con un Premio internazionale che ogni anno è assegnato a personalità del mondo della cultura e dell’arte. L’associazione di Latina ha  continui scambi con le rassegne artistiche internazionali, pertanto Milena Petrarca anni fa si recò ad esporre con più di cento quadri nella sede di New York  (in occasione del  cinquecentenario di Cristoforo Colombo). Nella” Grande Mela” dove in quell’evento internazionale, c’erano tutti i più grandi pittori degli Stati Uniti  e di tutto il mondo, Milena Petrarca riuscì  ad  ottenere il prestigioso riconoscimento dal governo di New York:” Artistic  Achivement Award Gallery”.  Grazie a questo premio, venne inserita dal grande critico Mario Fratti tra i più importanti artisti del gruppo “Realismo Magico”. Le sue opere si trovano in numerosi musei italiani ed americani e nelle collezioni più prestigiose, americane, francesi, inglesi e cinesi.

Milena Petrarca negli anni ha partecipato ad innumerevoli manifestazioni e vinto tanti premi che resta difficile elencarli tutti: uno dei più importanti è quello conseguito nell’Artistic Tower Gallery.

La bravissima artista italiana ed internazionale l‘abbiamo recentemente incontrata per conoscerla più da vicino: buongiorno Milena, potresti tracciare una sintesi della tua vita?

Sono nata a Pozzuoli, nei pressi della solfatara a Via Pergolesi ed è proprio per questo che ho un carattere  particolare, direi vulcanico, la mia è un’esplosione di vita. Adoro la pittura e fin da piccola  già a  a sette anni con gli acquerelli dipingevo il tempio di Serapide e il Tempio di Apollo con l’aiuto di mio zio. Lui aveva cresciuto mia madre insieme a zia Bettina che è stata la fidanzata del grande tenore Enrico Caruso. Gli esempi sono importanti ed io posso dire di averne avuti diversi in famiglia. Oltre ad essere la modella di mia sorella, anche lei pittrice, da piccola ero brava anche come  ballerina e manifestavo in ogni circostanza  le mie passioni culturali.

Come si può considerare il tuo stile artistico?

  Milena Petrarca

Il mio è un realismo magico, che va al di là della fotografia ed è una tecnica complessa, compendiata, che non si effettua solo con l’olio, ma utilizzo il pennello e le colle e le terre. Occorre avere una buona mano, perché poi non si può correggere. Tanti sono i quadri che ho dipinto negli anni, ho iniziato con le nature morte ed ho preso lo spunto dalla tecnica del settecento. I miei ispiratori sono stati  prima di tutto, l’ingegnoso Leonardo Da Vinci e poi la grande pittrice del settecento, Rosalba Carriera. Anche quando scrivo poesie mi ispiro alle mie esposizioni, la prosa alla quale tengo particolarmente si chiama Nausicaa, una figura mitologica, che vinse anche il primo premio della critica, per la poesia dipinta.

Quali sono i tuoi dipinti ai quali sei più affezionata?

Tutti i miei quadri li ritengo figli miei, quindi non saprei dire quelli ai quali sono più affezionata, ma l’ultimo lo considero sempre il più bello. Tra i tanti ci tengo a ricordare quelli che rappresentano alcune località della zona Pontina, oltre alle raffigurazioni di celebrità quali Nureyev, la Callas, Marylin Monroe, Margot Fontaine e Sofia Loren. Io riesco ad interpretare la figura della donna in un modo diverso e lascio nel dipinto un soffio dell’anima.

Si nota che hai un affetto particolare per la mitica attrice Sofia Loren.

 La figura della grande attrice Sofia Loren entra sovente nei mei quadri, in quanto la conobbi da giovane perché frequentava casa nostra, dal momento che era  allieva di mia mamma che l’educò nei suoi primi passi al teatro. Di seguito la fece partecipare al primo concorso, “la bella Flegrea” a Pozzuoli, dove vinse il primo premio. Mi ha sempre colpito di Sofia la sua perseveranza e la sua genuinità.

Milena qual è il tuo prossimo e grande progetto che hai nel cassetto al quale tieni particolarmente?

Ne ho diversi. Vorrei realizzare un docufilm su mia zia Bettina dove si narra il suo grande amore giovanile per il grande tenore Enrico Caruso. A tale proposito questa figura la dovrebbe interpretare Sabrina Fardello, la mia amica soprano, che le assomiglia particolarmente. Inoltre intendo creare al più presto la fondazione “Griffo Petrarca”, in una casa museo internazionale sopra il mio appartamento a Latina, all’interno di un terrazzo di 400 mq e questa capienza è necessaria per riuscire ad inserire tutte le mie opere. Inoltre intendo creare un museo analogo nella mia casa di Pozzuoli. L’ultima mia comunicazione è quella che  entro un mese sarà ultimato il libro su Frida Khalo, con i miei dipinti e le poesie ispirate a lei.

Grazie infinite Prof. ssa Milena Petrarca.

 

 



Prima di immergerci nell'intervista, vale la pena accendere i riflettori sulla sfida che Giacomo Grifoni ha intrapreso con il suo nuovo lavoro. Il libro è infatti nel pieno della campagna su Bookabook: un percorso di 'scelta condivisa' in cui il manoscritto cerca i suoi futuri lettori per trasformarsi, insieme a loro, in un volume cartaceo. Un progetto ambizioso a cui auguriamo il miglior successo, certi del valore che l'autore ha già ampiamente dimostrato in campo letterario. Del resto, intervistare Giacomo Grifoni significa innanzitutto accettare una sfida: quella di guardare alle relazioni non come a una semplice cornice, ma come alla sostanza stessa di chi siamo Psicologo e psicoterapeuta di orientamento sistemico-relazionale, Grifoni ha dedicato la sua carriera a decifrare la complessità dei legami umani, portando la terapia fuori dagli schemi classici per renderla uno strumento di trasformazione sociale. Socio fondatore e formatore del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Firenze, Giacomo è da anni in prima linea in un ambito tanto delicato quanto necessario: il lavoro con gli autori di violenza e con la violenza in generale. Una scelta professionale che richiede un equilibrio raro tra fermezza etica e capacità di ascolto, e che lo ha reso una delle voci più lucide e profonde nel dibattito contemporaneo sulla maschilità e sulla gestione del conflitto. Il suo approccio non si ferma alla superficie del sintomo. Che si tratti di dinamiche familiari, crisi di coppia o percorsi individuali, Grifoni lavora sulla "grammatica degli affetti", aiutando le persone a rileggere la propria storia per scriverne capitoli nuovi e più consapevoli. In questa intervista, ci addentriamo con lui nei territori del disagio moderno e delle nuove pagine che si appresta a consegnare ai lettori con il romanzo Luna dell’altro.

D-Se dovessi dare ai tuoi lettori un’anteprima del tema portante, di cosa tratta questo tuo ultimo sforzo editoriale e quale domanda speri che rimanga impressa in chi lo leggerà?
 Giacomo Grifoni


R- Luna dell’altro descrive l’importanza di un centro, di una comunità, di un luogo capace di accogliere l’altro e di ricomporre le fratture interiori ed esteriori dei personaggi di cui narra le vicissitudini. Come giustamente hai anticipato tu, non c’è cura possibile dell’individuo, della coppia e della famiglia senza la presenza di questo ambiente riparatore e donatore di senso. Leggendo il romanzo si può intuire quanto ogni personaggio vada alla ricerca di questo centro, metaforicamente localizzato in un borgo della campagna mugellana e più precisamente in quello che viene chiamato Pratino, per ritrovare se stesso o forse per trovarsi veramente per la prima volta nella vita. Volutamente, ho pensato di rappresentare questo centro lontano dalla città. L’assunto di fondo è che nelle nostre città, nella nostra vita quotidiana, questo ambiente non ci sia più, o si sia progressivamente impoverito e svuotato di valori. Nel romanzo, il processo di crescita dei protagonisti è reso così possibile dalla potenza della nuova comunità di appartenenza, che accompagna invisibilmente e visibilmente ciascuno nel proprio percorso, e grazie alla forza evocativa del mito dei pellegrini che da secoli sono passati in quel borgo per “stare” al Pratino. Permettimi di approfondire meglio questo aspetto. Comunità e mito rappresentano, a mio avviso, le due grandi assenze nel mondo di oggi; molte persone soffrono non solo per la mancanza di centri di aggregazione e di solidarietà ma anche per la mancanza di un mito di riferimento che supporti il viaggio che ciascuno compie in una realtà non solo piena di insidie e di ostacoli ma che corre sempre più il rischio di restare anonima per chi la vive. Mi piacerebbe che, leggendo il romanzo, il lettore potesse riflettere su questi aspetti e si ponesse domande del tipo: quanto mi riguarda in questo momento la ricerca di un luogo in grado di  accogliermi nella mia interezza e in cui possa mettermi a nudo? Quale è la mia comunità informale di appartenenza? Quale è il mio mito di riferimento? Dove è il mio Pratino?

D- Giacomo, ogni libro nasce da un’urgenza. Qual è stato il momento esatto, o la storia specifica, in cui hai capito che ciò che avevi in mente doveva diventare un testo scritto?

R- Il mio percorso letterario si è snodato attraverso tre romanzi che, pur indipendenti, chiudono oggi un cerchio tematico profondo. Ne “La casa dalle nuvole dentro”, il romanzo di esordio: ho analizzato il difficile percorso di trasformazione di un uomo intrappolato nella spirale della violenza affettiva. Ne “I Signori del Silenzio” (2018) invece lo sguardo si è spostato sulle radici del disagio. Attraverso Martino, un giovane tormentato, ho esplorato come un ambiente familiare tossico possa compromettere la crescita, soffocando per anni un malessere che urla per essere ascoltato. In Luna dell’altro ho voluto invece invertire la rotta, focalizzandomi sul potere salvifico della comunità. È il racconto di una realtà che accoglie, orienta e "ripara", offrendo una missione esistenziale a chi, fino a quel momento, si era limitato a vagare senza una meta. A differenza dei primi due lavori, la stesura di "Luna dell’altro" ha richiesto sei anni di ricerca. Un tempo lungo, dettato probabilmente dalla complessità e dalla delicatezza delle tematiche trattate, necessarie per dare una degna conclusione a questo viaggio editoriale.

D- Cosa aggiunge questo libro a ciò che hai già detto o scritto in passato? C’è un cambio di rotta o è l’evoluzione naturale del tuo percorso?

R- Con il romanzo Luna dell’altro, il tentativo, già avviato con I Signori del Silenzio, è stato quello di dare spazio alle voci di più personaggi, di delineare le caratteristiche di uno scenario corale in cui il vero protagonista non è Cristiano, non è Luna, non è l’avvocato Currati o Anita, ma è appunto la comunità, il sistema che i personaggi compongono, l’intreccio delle relazioni che nascono. La fatica è stata quella di calibrare all’interno del plot principale – la storia di amore tra Luna e Cristiano – il contributo alla narrazione di ciascuno, cercando di mettere in evidenza i punti di connessione che portano i personaggi primari e secondari a ruotare intorno a pochi metri quadrati di territorio; un territorio per certi aspetti magico, salvifico, ma qui mi fermo, sennò svelerei troppo…

D- Come psicoterapeuta sistemico, tendi a guardare l'individuo all'interno del suo contesto. In che modo il tuo libro aiuta il lettore a guardare in modo diverso alle persone che ha intorno?

R- La risposta a questa tua bella domanda trova il suo preludio nella risposta precedente. Credo che Luna dell’altro ponga domande profonde rispetto a tematiche centrali della nostra attualità: in che modo possiamo uscire dall’isolamento? Quanto l’isolamento delle persone sta alla base dell’analfabetismo affettivo che porta alle derive della violenza, dell’egoismo e della mancanza di sintonia affettiva? In un’epoca in cui sono crollati i vecchi miti che hanno funzionato per decenni come guida, quale è il mio mito di riferimento per cui sento valga la pena di vivere oltre la soglia del “sopravvivere” e di impegnarmi in modo attivo nella società? Chi sono i miei compagni di viaggio? In un’epoca fluida, priva di certezze granitiche, credo che ognuno di noi, a prescindere dalle proprie storie individuali, stia cercando risposte a queste domande; anche i giovani, come ad esempio Alfredo, il figlio ventenne di Luna, guarda caso pure lui attratto dal Pratino…

D- Avendo co-fondato il Cam e occupandoti da anni di problematiche connesse alla violenza, hai una prospettiva privilegiata sulla gestione della rabbia e del potere. Questi temi come entrano nelle pagine del nuovo libro?

R- Questi temi sono presenti, ma in controluce. Se ne “La casa dalle nuvole dentro” il focus narrativo era il racconto di un autore di violenza e il suo percorso di cambiamento, se ne “I Signori del Silenzio” il focus narrativo erano gli effetti patologici della violenza subita e assistita, qui la prospettiva si ribalta. Il centro è lo spazio di cura, il luogo di incontro, la comunità che lavora in rete per prevenire e contrastare la solitudine e il disagio delle persone. In uno dei protagonisti, come vedremo, questo disagio si esprime attraverso comportamenti di natura violenta; anche lui, come gli altri, avrà la sua opportunità di cambiare e scegliere che nuovo tipo di uomo essere… chissà se coglierà questa opportunità che gli viene offerta, non senza la necessità di rendere conto di quello che ha fatto nel corso della storia.

D- C'è qualcosa che, come psicoterapeuta, non ti viene mai chiesto nelle interviste ufficiali, ma che consideri fondamentale per capire come stiamo davvero? Qual è quella verità "scomoda" sulla cura e sul benessere che vorresti mettere nero su bianco in totale libertà?

R- Ti ringrazio molto per questa ultima domanda, che è proprio quella che non mi viene posta e che mi dà la possibilità di aprirmi. Penso che come psicologi tendiamo troppo spesso a dare spazio ai tecnicismi, correndo il rischio di trascurare la dimensione della cultura nella comprensione dell’altro. Il lavoro con la violenza mi ha aiutato ad apprezzare quanto la cultura sia determinante nell’influenzare i nostri modi di pensare, agire e anche sentire. Penso che l’uso della tecnica non dovrebbe farci allontanare dal vero fattore terapeutico che la connessione emotiva con l’altro, l’opportunità di costruire una relazione correttiva che rimetta al centro la persona e le sue qualità. Un buon psicoterapeuta, a mio avviso, non è solo un bravo tecnico, ma anche una persona che potrebbe arricchire il proprio bagaglio terapeutico attraverso l’arte, la visione di buoni film, la lettura di buoni romanzi. Questo per dire che nel campo dell’umano non esistono scienze esatte, esistono variabili squisitamente soggettive che rendono ognuno di noi un’opera d’arte e un’opera d’arte il tentativo di guarire attraverso la relazione di auto.

L’impressione, parlando con Giacomo Grifoni, è che il suo nuovo libro non sia solo un saggio, ma una bussola. Lo ringraziamo per averci concesso questo sguardo dietro le quinte della sua professione e della sua scrittura.
 
Sulla via Nomentana sorge questa bella villa in cui abitarono prima i proprietari principi Torlonia, poi Mussolini e tra il 1944 e il 1947 gli Alleati, che qui insediarono il loro Comando.
La villa rimase poi chiusa per molti anni per essere infine acquisita nel 1978 dal Comune di Roma che la aprì al pubblico.
In quel periodo la Casina delle Civette, era in disuso e ridotta ad un rudere. Circondata da una recinzione, questa veniva profanata da piccoli gruppi di adolescenti che vedevano in quella struttura fatiscente una casa abitata da streghe e fantasmi.
In seguito la struttura subì un attento ed accurato restauro e venne abbellita con delle vetrate create da Duilio Cambellotti. L'edificio si affianca agli altri presenti nel sito: il Casino Nobile, il Casino dei Principi e la Serra Moresca. Tutti poli museali siti all'interno della villa, che oltre a raccogliere vestigia storiche e ruderi, è completamente immersa nel verde composto dalle più diverse specie di piante.
La casina che ospitò il principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938 (anno della sua morte), ha nel tempo subito una lunga serie di trasformazioni. Così quella che era l’ Ottocentesca Capanna svizzera, che costituiva originariamente un luogo di evasione rispetto all'ufficialità della residenza principale, si trasformò in una singolare, accogliente ed elegante dimora.
La Casina nascosta da una collina artificiale collocata sul bordo sinistro del parco rispetto al Casino Nobile, posto all’entrata principale sulla via Nomentana, venne ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia. Originariamente appariva come un manufatto rustico, con paramenti esterni a bugne di tufo, dipinto a tempera con l’intento di imitare delle rocce e dei tavolati di legno.
Due sono gli edifici che compongono il complesso: il villino principale e la dipendenza. Questi sono collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo che si differenziano dal romantico rifugio di ispirazione alpestre ideato dallo Jappelli, se non fosse per le strutture murarie principali disposte ad "L", per l'impronta volutamente rustica e l'uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista come la copertura a falde inclinate.
Già dal 1908, la cosiddetta Capanna svizzera, cominciò a subire una progressiva e sempre più radicale trasformazione voluta dal nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr, che ne trasformò l’aspetto in una sorta di piccolo fiabesco Villaggio medioevale. I lavori furono diretti dall'architetto Enrico Gennari e l’edificio si tramutò nella raffinata residenza oggi visibile. Grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate la rendono suggestiva ed accattivante.
Dal 1916, l'edificio cominciò ad essere chiamato Villino delle Civette, questo per la presenza di una vetrata raffigurante due di questi rapaci stilizzati posti tra dei tralci d’edera. Si tratta di un’ opera eseguita da Duilio Cambellotti nel 1914. In tutta la struttura persiste costantemente il tema della civetta; questa viene raffigurata nella gran parte delle decorazioni e nel mobilio voluto dal principe Giovanni, un uomo dal carattere scontroso ed amante dei simboli esoterici.
Nel 1917, l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse al complesso le strutture poste sulla parte meridionale della Casina, arricchendola con una fantasiosa decorazione in stile Liberty a cui si aggiunge una grande varietà di materiali e particolari decorativi, tra cui la suggestiva tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, composto da lavagna in lastre sottili diversamente sagomate, che si contrappongono elegantemente alla variegata cromia delle tegole in cotto smaltato.
Lo spazio interno si sviluppa su due livelli, tutti curati nelle opere di finitura con decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali e sculture in marmo.
I punti forti della dimora sono sicuramente le decorazioni delle vetrate, tutte installate tra il 1908 e il 1930, prodotte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.
Il degrado dell'edificio iniziò nel 1944, durante l’ occupazione delle truppe anglo-americane, che durò oltre tre anni.
Quando il Comune di Roma acquisì il complesso, la Villa, gli edifici e il parco erano in condizioni disastrose. Il tutto venne aggravato da un incendio nel 1991. Furti e vandalismi completarono l’opera di devastazione.
Solo dopo un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito tra il 1992 e il 1997, che sfruttò quanto conservato sulla base delle numerose fonti documentarie, si è potuto la restituire uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso, qualcosa di unico che non ha eguali nel panorama nazionale.
 

 

Cinema e devianza giovanile: vent’anni di osservazioni sul confine tra città e società

Il 20 marzo alle 18:30 la Libreria Tomo di San Lorenzo ospita la presentazione della Trilogia della Devianza di Gianfranco Tomei, un progetto cinematografico che attraversa vent’anni di lavoro e mette a fuoco ciò che spesso evitiamo di vedere: le tensioni sotterranee, il disagio urbano, le regole non scritte della città.

Quella che emerge non è una Roma da cartolina, quanto piuttosto un organismo complesso attraversato da codici invisibili e codici che raramente trovano spazio nel racconto pubblico contemporaneo.

Lontano da facili conferme o rassicurazioni, l'esperienza proposta intende svelare una realtà che pulsa sotto la crosta della vita quotidiana, rivolgendosi a chi desidera confrontarsi direttamente con le zone d'ombra della dimensione metropolitana.

Questa esplorazione dei rapporti umani nasce dal lungo percorso di Gianfranco Tomei, docente di Psicologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, la cui competenza accademica sui comportamenti collettivi e sullo stress sociale diventa qui una chiave di lettura visiva.

Accanto al lavoro accademico, Tomei trasforma la ricerca in cinema, uno strumento di osservazione concreto, e nella scrittura trova un’altra forma di indagine. In questi mesi sta completando un volume sulla devianza, che intreccia riflessione, immagini e analisi urbana, restituendo un ritratto della città e delle nuove generazioni più diretto e complesso di quanto ci si aspetti.

La trilogia si apre con Notte in città (2000), che racconta una Roma notturna lontana da ogni cliché. Bande, appartenenze tribali, violenza come linguaggio condiviso e gruppo come prima forma di identità attraversano una città dove la notte diventa spazio di sopravvivenza e riconoscimento.

Questo percorso trova continuità in Sole Nero (2022), dove lo sguardo si restringe sui non luoghi della notte contemporanea, tra locali saturi di fumo, spazi chiusi e un disincanto diffuso. La generazione osservata appare sospesa, stretta tra vuoti educativi e assenze sociali, in un paesaggio urbano che parla più dei suoi silenzi che delle sue promesse.

Infine, l’anteprima assoluta di The Esoteric Crime (2026) porta lo sguardo ancora più in profondità, spostando la devianza dai margini verso contesti più rispettabili della città. Il crimine cambia forma, si fa rituale, assume un’estetica elegante e si mimetizza dietro le buone maniere. Così, ciò che sembrava prevedibile diventa inatteso, e l’illusione di un male sempre riconoscibile si sgretola davanti agli occhi dello spettatore.

Dopo aver attraversato le strade e i salotti di Roma, emerge con chiarezza che la città si comprende solo nei luoghi in cui la vita si mostra senza filtri. San Lorenzo non è una scelta casuale: quartiere di confine tra università e strade vive, diventa il contesto ideale per la presentazione della Trilogia della Devianza, un’occasione per immergersi in un cinema che rifiuta semplificazioni e mette a nudo ciò che spesso resta invisibile.

La serata del 20 marzo con la Trilogia della Devianza promette di trasformare la libreria in uno spazio dove la città respira tra le mura, il disagio urbano prende forma e le regole invisibili emergono in controluce.

Chi partecipa non si limita a osservare: viene immerso nel cuore del racconto, coinvolto nelle tensioni e nelle contraddizioni che attraversano la città.

Quando le luci si riaccendono, nulla resta come prima.

Solo il 20 marzo sarà possibile vivere questa esperienza intensa, diretta, senza filtri. La realtà, quando la osservi davvero, difficilmente resta neutra. E il cinema di Tomei lo sa.

 

 

Per i fiorentini il nome è piuttosto comune, per i visitatori forestieri forse risulta un po' strano. Orsanmichele è la contrazione del nome “Orto di San Michele”. Qui era collocato il Mercato del grano, allestito all'interno della loggia e costruito tra il 1284 e 1290 su disegno di Arnolfo di Cambio. Quest'area era già nota nel IX secolo e dedicata al santo. L'oratorio era affiancato da un giardino o orto da cui prende il nome.

Ero stato in questa chiesa nove anni fa, una delle poche con accesso senza pagamento (per un romano abituato a centinaia di chiese capitoline con ingresso gratuito, Firenze risulta ostica alle proprie tasche. Nel capoluogo fiorentino quasi ogni chiesa prevede un ingresso a pagamento).

All'epoca trovai la chiesa molto affascinante anche se eccessivamente buia. Oggi è stata trasformata in un museo e soprattutto è stata degnamente illuminata, così da far risaltare tutti gli spettacolari affreschi del suo interno.

 Nel 1304 l'edificio fu danneggiato da un incendio, fu dunque ricostruito un nuovo palazzo fondato dal Comune il 29 luglio del 1337. Il Mercato era posto al piano terra, mentre nei piani superiori era sistemato Il Granaio. La loggia era aperta e divisa in due navate con tre volte a crociera, ciascuna con pilastri in blocchi di pietra squadrati, da attribuire probabilmente ad Andrea Pisano, Francesco Talenti, Neri di Fioravante e Benci di Cione.

Nel 1339 il Comune concesse alle Arti fiorentine il privilegio di decorare l'esterno con le immagini dei propri santi patroni. Nel 1347 una raffigurazione deteriorata di Santa Maria, venne sostituita con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi,  quella che oggi si trova all'interno del tabernacolo marmoreo dell' Orcagna. Particolarmente venerata dai fedeli, è sempre stata illuminata con lumi ad olio e candele.

Il Mercato del grano venne infine spostato in un'altra sede, fu così che nel 1360, Simone di Francesco Talenti realizzò delle eleganti trifore in stile tardo gotico e la tamponatura delle dieci arcate sul perimetro che trasformano la Loggia in Oratorio.

Il tabernacolo marmoreo di Andrea di Cione detto l’ Orcagna, conserva al suo interno la Madonna col Bambino ed otto angeli dipinti da Bernardo Daddi, allievo di Giotto nel 1347.

La Madonna è seduta sul trono vestita con un mantello di color blu lapislazzulo, il Bambino in braccio le carezza il volto stringendo in mano un cardellino.

Secondo un'usanza orientale, il dipinto veniva coperto da un velo e mostrato ai fedeli solo il sabato, la domenica e in occasione del canto dei laudi, componimenti religiosi musicali e poetici di epoca medievale cantati in lingua volgare.

Il tabernacolo fu commissionato nel 1352. Ha pianta quadrangolare e arcate a tutto sesto con una cupola a padiglioni ottagonale intarsiata con pietre dure e tessere di mosaico in pasta vitrea. I colori che la compongono sono: rosso, verde, blu cobalto e giallo, mentre le sottostanti foglie sono invece di colore oro e argento.

Le immagini che si trovano nella chiesa ripercorrono la storia di Maria, tra cui la vita della Vergine rappresentata all'interno di riquadri ottagonali posti alla base e nel grande alto rilievo scolpito sul retro dove compare la scena della Dormitio Virginis e dell'Assunzione.

Oltre alla tavola dipinta, il tabernacolo conserva anche i beni preziosi offerti alla Confraternita. Così l’artista per proteggerli, si ingegnò creando una serie di sali scendi metallici. Sul retro dell’opera c’è una piccola porta per poter accedere allo spazio interno. Da qui si può salire tramite una ripida scala molto piccola al ballatoio posto proprio sotto la cupola. Qui con delle carrucole e delle funi venivano movimentate tre cancellate metalliche poste sotto al basamento che potevano chiudere completamente le tre arcate.

Nella navata posta sul lato sud vi è un ciclo di affreschi che decorano le volte delle due navate realizzate dal 1389 fino al 1410 ad opera di Mariotto di Nardo, Spinello Aretino e Nicolò di Pietro Gerini. Le immagini raffigurate erano state ideate da Franco Sacchetti, il novelliere poeta fiorentino d’adozione. Le dodici figure femminili del lato nord impersonano le tre epoche più importanti della storia biblica.

La prima campata rappresenta l'epoca della Prima Legge, con Adamo, Giacobbe, Abramo, Isacco e Noè; segue l'epoca della Legge di David, Giosuè, Mosè e Giuda maccabeo e poi l'Epoca delle Grazie. Sopra il tabernacolo della Vergine vengono rappresentate le figure di San Giovanni Evangelista, San Giovanni Battista e il Cristo benedicente con San Gioacchino.

Le vetrate che raffigurano le storie e i miracoli della Vergine, sono del 1386/1432, realizzare da Nicolò di Pietro Gerini, Lorenzo Monaco e Lorenzo Ghiberti.

La navata nord con volte quadripartite, ospita invece dodici figure femminili disposte in contrapposizione a quelle maschili della già  citata navata sud. Nella prima campata troviamo Eva vestita di pelli, Rebecca moglie di Isacco, Sara moglie di Abramo e Rachele, sposa di Giacobbe. Nella seconda campata Giuditta, Ruth, Miriam ed Ester, mentre nell'ultima Sant'Anna con ai lati Santa Maria Maddalena, Santa Caterina d'Alessandria e la Vergine. Dietro all’altare in onore degli Ordini Mendicanti, sono raffigurati San Domenico sulla sinistra con un ramoscello di gigli, il bastone e il libro della Regola; mentre a destra c’è San Francesco e un francescano orante.

La chiesa ancora oggi conserva elementi architettonici che ricordano la sua funzione di Loggia del grano oltre che luogo di devozione. Se si guarda con attenzione le volte affrescate, si vedono anche numerosi anelli di ferro battuto che pendono da ogni vela; questi servivano come supporto per l'illuminazione.

Nella volta in prossimità dell'ingresso vi è una botola, qui venivano fatti passare i sacchi di grano da immagazzinare nei piani alti. La scala ricavata entro lo spazio del pilastro nord-ovest, ha una raffigurazione sull'architrave dello staio, il contenitore usato come unità di misura per la distribuzione del grano. Questo era l'unico collegamento con i piani superiori che permetteva la discesa e la salita delle persone. Lo scarico del grano avveniva a getto, attraverso delle bocche di apertura da due canali ricavati entro i pilastri centrali nella parete nord e ancora visibili.

Gli affreschi sui pilastri raffigurano i santi patroni delle Arti fiorentine, eseguiti nel tardo Trecento da Ambrogio di Valdese, Smeraldo di Giovanni e Niccolò Di Pietro Gerini. Vennero in seguito realizzati su commissioni delle Arti fiorentine, quattro tavole dipinte ad olio che riproducono le immagini di San Martino. Un'opera eseguita nel 1515 di Antonio Sogliani per l'Arte dei vinattieri. Santo Stefano è del 1570 eseguito da Francesco Morandini detto il Poppi per l'Arte della lana.

San Bartolomeo del 1485 è ad opera di Lorenzo di Crediti commissionato per l'Arte degli oliandoli e pizzicagnoli; San Giuliano di fine XV secolo rappresentante dell'Arte degli albergatori è invece attribuito a Jacopo del Sellaio o a Franco Botticini.

Al primo piano è stato allestito un ambiente monumentale coperto da volte a crociera in laterizio su pilastri di pietra, forte e chiara connotazione Trecentesca. Era la sede del Granaio Comunale, qui nel 1569 i Medici vi trasferirono l’Archivio notarile cittadino. Per agevolare l'ingresso, Cosimo I incaricò Bernardo Buontalenti di realizzare un cavalcavia di collegamento raggiungibile tramite una scala, che oggi è però scomparso. Questo era addossato al fianco meridionale del Palazzo dell'Arte della lana in via Calimala. L'archivio fu attivo fino al 1880, poi nel 1889 venne utilizzato per la pubblica declamazione delle opere di Dante Alighieri, la “Lectura Dantis”, a cura della Società Dantesca italiana, che oggi ha qui la sua sede. Vennero allora condotti importanti interventi conservativi e di consolidamento, a seguito di questi l'interno ospitò importanti mostre.

Al secondo piano anche questo usato prima come granaio, poi archivio, nel 1960 vennero attuati altri restauri che asportarono la controsoffittatura Ottocentesca e restituirono l’originale solaio in legno mantenendo le due travi portanti lunghe ben 21 metri. Con le restanti travi, quelle rimosse, vennero ricavate dodici panche disposte oggi nella grande sala.

Sempre al secondo piano è esposto l'affresco che raffigura Il Martirio di San Bartolomeo 1350-1355 che proviene dalla Cappella Covoni della Badia Fiorentina, opera di Nardo di Cione, artista fiorentino seguace di Giotto e fratello dell' Orcagna. Sempre nel salone vi sono quaranta statue di profeti e santi in pietra arenaria che decoravano la sommità delle colonne di sostegno delle trifole esterne. Le sculture vennero rimosse perché particolarmente rovinate dal tempo e gli agenti atmosferici. Dopo essere rimaste per lungo tempo presso l' Opificio delle pietre dure, vennero restaurate e ricollocate su queste mensole. A queste si aggiungono altre cinque statue che in antichità ornavano i tabernacoli dell'Arte dei medici degli speziali e del cambio.

Dalle finestre si gode un ampio panorama della città e delle tabelle riportano le sagome e le indicazioni dei palazzi, delle chiese e dei monumenti che è possibile vedere.

 

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