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Antonella Pagano
Sul lato destro del sagrato, poco prima dell’entrata di questa stupenda chiesa, c’è una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Rosario. Questa risale al '600 e fu voluta da Guido Vaini (le fonti riportano il cognome con diverse varianti tra cui: Vayna o Vaina). Questi era un patrizio di Imola trasferitosi poi a Roma.
Visse tra il Seicento e primo Settecento (1648–1720 circa) e si fregiò di titoli come: principe di Cantalupo, duca di Selci e marchese di Vacone. Realizzò questa cappella per sé e per sua moglie Lucrezia Magalotti. Ecco perché ne parlo, la donna era una patrizia appartenente alla famiglia fiorentina dei Magalotti, una casata aristocratica legata alla corte medicea del Seicento.
I Magalotti poi, ebbero un ruolo molto importante nella vita politica e culturale del Granducato di Toscana.
La cappella, oltre alla Madonna, veniva così dedicata anche a tutta la famiglia, composta per altro da ben dodici figli. In seguito avrebbe portato alto il nome della famiglia attraverso tutti i futuri discendenti.
Nota a Firenze fin dal XIII secolo, la famiglia ebbe come capostipite Magalotto di Bonaccorso, proprietario di alcune torri e di case concentrate soprattutto tra Borgo dei Greci, via del Parlagio e via dell'Acqua. Una di queste torri venne poi inglobata nel complesso di San Firenze dei Filippini, come ricorda anche un'iscrizione posta in via dei Greci ancora visibile.
I Magalotti combatterono a Montaperti con la fazione guelfa, poi si divisero in due rami: quello di Gherardino, che si estinse nel Quattrocento e quello di Borghese, che sopravvisse fino agli inizi del Settecento.
Filippo Magalotti, come ci tramanda lo storico Giovanni Villani del XIII secolo, fece parte degli insorti che cacciarono dalla città il duca d'Atene. Questi era stato chiamato precedentemente dagli stessi cittadini per sedare alcune rivolte interne tra guelfi e ghibellini che destabilizzavano Firenze. Essendo un personaggio straniero con una buona reputazione, avrebbe dovuto essere imparziale nelle contese e riportare la pace tra i fiorentini.
Il duca nobile francese Gualtieri VI di Brienne però, si fece egoisticamente nominare signore a vita governando tra il 1342 e il 1343 la città come un despota, perdendo così presto l’appoggio del popolo. Filippo, fu uno tra i più convinti sostenitori della sua cacciata. Minacciato di eliminazione fisica, il duca rassegnò le sue dimissioni e fuggì dalla città il 26 luglio 1343, il giorno dedicato a sant’Anna. La cacciata del Duca d’Atene è descritta nella “Nova Cronica” di Giovanni Villani e raffigurata negli affreschi da Andrea Orcagna. Alcuni di questi episodi riguardano il linciaggio o l’esecuzione di alcuni suoi collaboratori che non fecero in tempo a fuggire. Per ringraziare sant’Anna le venne dedicata la chiesa di Orsanmichele e l’attuale chiesa di San Carlo dei Lombardi.
Lo stemma originario dei Magalotti presenta delle strisce orizzontali doli colore oro alternate ad altre nere, alle quali venne aggiunta sulla parte superiore la scritta "Libertas" in caratteri d'oro su campo rosso. Questa aggiunta risale ai tempi della guerra contro papa Gregorio XI (1329/1378), che cercava di espandersi nei territori fiorentini. Giovanni di Francesco Magalotti fu un importante uomo politico e strenuo difensore della libertà, nonché membro degli Otto di Guerra o (Otto Santi), nonché forte oppositore dell’espansionismo pontificio.
La famiglia ebbe sempre numerosi ed importanti incarichi pubblici, sia durante il periodo della Repubblica, che durante il Principato.
In seguito, un altro importante esponente portò alto il nome della famiglia. Questi fu Ottavio, cavaliere di Santo Stefano nel 1589, Ordine che insieme ai Cavalieri di Malta contrastò efficacemente in mare il fenomeno della pirateria turca.
Nel 1623 vanno ricordati anche i fratelli Carlo, Lorenzo e Costanza Magalotti, che ottennero importanti incarichi da Urbano VIII Barberini.
Carlo fece carriera militare nella guardia del pontefice, Lorenzo divenne cardinale, mentre Costanza sposò Carlo, un fratello del papa con cui ebbe un figlio chiamato Antonio
e che divenne a sua volta cardinale.
Il personaggio più noto della casata fu sicuramente Lorenzo Magalotti, un illustre letterato membro dell'Accademia del Cimento, dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dell'Arcadia. In oltre fu uno stimato relatore di saggi scientifici e anche poeta.
Ritornando alla “nostra” Lucrezia, “conosciuta” a Roma in questa chiesa dei Gianicolo, di lei ci rimane ben poco, se non un dipinto che la ritrae e che fa parte della serie detta delle “Bellezze di Artimino”, ma che stranamente non compare pubblicato nel Catalogo Generale degli Uffizi. Catalogo che raccoglie e documenta i ritratti di gentildonne pervenuti in doppia versione, ovvero “al petto” e “al gomito”. Uno dei due ritratti si suppone venisse destinato alle donne ritratte o alle loro famiglie.
La serie, voluta molto probabilmente da Cristina di Lorena per ornare i saloni della Villa di Artimino, fu iniziata alla fine del secolo XVI e terminata nel 1638.
Il nucleo principale è costituito da quarantaquattro ritratti databili intorno al 1606. Una prima serie era costituita da ventitré ritratti pagati nel 1601. Una seconda, è formata da altri ventuno pezzi, che risalgono al 1603/1606.
Tra gli esecutori dei dipinti compare Achille di Baldassarri Granre, pittore della bottega di Jacopo Ligozzi, attivo come ritrattista dei Medici e Matteo Confortini, pittore molto
noto, attivo negli anni 1585/1633, e Francesco Mati detto lo “Zoppo”, allievo di Alessandro Allori.
Il ritratto di Lucrezia Magalotti è così descritto nell’Inventario della Villa del Poggio Imperiale del 1860: “Quadro a mezza figura che ritrae Lucrezia Magalotti de’ Vaini, con ornamento scorniciato tinto giallo e oro”.
Purtroppo, almeno al momento, non si trovano altre notizie su questa nobildonna di cui casualmente ho scoperto l’esistenza visitando questa bellissima chiesa romana che ospita tra l’altro i resti di Torquato Tasso, un chiostro affrescato dal Cavalier d’Arpino con le storie di Sant’Onofrio, uno stupendo abside affrescato dal Pinturicchio ed opere di Antoniazzo Romano, di Annibale Carracci, un dipinto attribuito a Leonardo, poi opere del Domenichino, del Peruzzi e del Baglione… una piccola perla.
Roma, 11 giugno 2026 – La Rebel Art Exhibition ha consacrato ancora una volta Donna Serena Pizzo come una delle figure più luminose e trasversali del panorama culturale italiano: non solo fashion designer di fama, ma icona contemporanea, capace di unire arte, pensiero, impegno sociale e una visione etica che attraversa ogni sua creazione.
La Galleria Plus Arte Pulse, gremita e vibrante, ha accolto un pubblico qualificato e profondamente partecipe, in un evento patrocinato dall’Associazione Free Lance International Press e da AUGE Università.
Un’apertura solenne
La serata è stata inaugurata dal Presidente della Free Lance International Press, Virgilio Violo, insieme a Francesca Lazzeri,
presidente dell’Associazione Solidarietà Sociale. Un avvio autorevole, che ha sottolineato la natura culturale e civile dell’iniziativa.
Una dedica che diventa testimonianza
Donna Serena Pizzo ha dedicato l’evento al piccolo Gabriele Ubaldo Petrucci, prematuramente scomparso, sostenendo con forza la battaglia del padre, dott. Antonello Petrucci, per la messa in sicurezza degli impianti natatori e termali.
Un momento di intensa commozione, che ha trasformato l’arte in un atto di responsabilità collettiva.
Le Animorfie: quando la moda diventa emozione pura
Le sfilate della collezione Animorfie hanno rappresentato il vertice poetico della serata.
Accompagnate dalle note immortali di Charles Aznavour, le modelle hanno dato vita a una performance che ha superato la dimensione estetica, trasformando il colore, il segno e il movimento in un racconto emotivo che ha attraversato la sala come un’onda.
Molto apprezzate le modelle di Miss Parade, guidate da Corrado Stramaglia, interpreti eleganti e potenti della visione artistica di Pizzo.
Danza, pittura e moda in un unico respiro
La performance della danzatrice Eleonora Pedini ha aggiunto un ulteriore livello di intensità, fondendo gesto e musica in un dialogo perfetto con le opere esposte. 
La galleria, avvolta dai colori e dalle forme delle tele di Donna Serena, è diventata un ambiente immersivo, quasi teatrale.
Presenze istituzionali e culturali di rilievo
La serata ha visto la partecipazione di figure autorevoli:
- Cav. Maria Antonia Spartà, già Vice Questore, presenza molto apprezzata;
- il critico d’arte Alessandro La Sala;
- l’avv. Paolo Melchionna, presidente della Fondazione Paolo D’Orazio;
- il critico internazionale Principe Alfio Borghese, voce autorevole dell’arte europea.
AUGE Università: un sostegno accademico prestigioso
Molto applaudita la presenza del Magnifico Rettore di AUGE Università, Avv. Prof. Giuseppe Catapano, che ha sottolineato il valore culturale e sociale dell’opera di Pizzo.
L’intervento del Prof. Massimo Guarascio
A chiudere la serata, l’intervento del Prof. Massimo Guarascio, luminare dell’ingegneria forense e docente dell’Università La Sapienza – Facoltà di Ingegneria di San Pietro in Vincoli.
Un contributo di altissimo profilo, che ha intrecciato scienza, sicurezza e responsabilità civile.
La sensibilità di Emanuela Angelo
Graditissima anche la presenza di Emanuela Angelo, conduttrice del programma Codice Pet, da sempre impegnata nella tutela degli animali domestici.
Un valore aggiunto che ha ampliato il respiro etico della serata.
Donna Serena Pizzo: un’icona che unisce estetica e coscienza
La Rebel Art Exhibition non è stata solo un evento artistico: è stata la conferma che Donna Serena Pizzo rappresenta oggi una voce culturale imprescindibile, capace di trasformare la moda in linguaggio, l’arte in testimonianza, la creatività in impegno.
Una figura che non si limita a creare bellezza, ma la orienta verso un senso, un’etica, una responsabilità.
Un’artista che non veste soltanto i corpi, ma accende le coscienze.
FIRENZE – C’è un luogo, a pochi chilometri dal caos cittadino, dove la storia si intreccia con la leggenda e la natura custodisce segreti secolari. È il Parco di Pratolino (noto a molti come Villa Demidoff), un palcoscenico di meraviglie che da secoli incanta i visitatori di tutto il mondo. Un'oasi di verde e monumenti dove il tempo pare essersi fermato e dove il vissuto del tempo andato respira ancora fra le fronde di questo paradiso di natura incontaminata.Tutto ebbe inizio nel 1568, quando il Granduca di Toscana, Francesco I de' Medici, acquistò la tenuta.
Innamorato di questi boschi, decise di trasformarli in una villa da favola legata alla storia d'amore con la nobildonna veneziana Bianca Cappello (inizialmente sua amante e poi seconda moglie). I lavori furono affidati al geniale architetto Bernardo Buontalenti. Il parco divenne un capolavoro del Manierismo, famoso in tutta Europa per i suoi incredibili "giochi d'acqua" e le grotte artificiali.
Di quel periodo d'oro oggi ammiriamo il re indiscusso del parco: il Colosso dell'Appennino (1580). Questa monumentale statua del Giambologna, alta ben 14 metri, si erge fiera sopra il laghetto ed è una fusione perfetta tra arte e natura: l'enorme gigante sembra prendere vita direttamente dalla roccia.
Sotto le sembianze del gigante si nasconde una vera e propria struttura abitabile, divisa in stanze e grotte artificiali decorate. In origine, la testa ospitava un camino che faceva uscire il fumo dalle narici, mentre dalle fauci del mostro marino schiacciato sotto la sua mano sgorgava l'acqua per il laghetto.Poco lontano si trova la fiera statua di Giove, testimone di quel gusto classico che amava popolare i giardini di divinità antiche.
All’interno del parco vi è poi la splendida Cappella del Buontalenti. Si tratta di una struttura a pianta ottagonale che fu commissionata a Buontalenti da Francesco I ed è rimasta uno dei pochi edifici monumentali superstiti e in ottime condizioni dell'ecclettico architetto.
La favola dei Medici, però, a un certo punto si interruppe bruscamente. Con la misteriosa e simultanea morte di Francesco e Bianca
| Il Gigante del Giambologna |
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(avvenuta a Poggio a Caiano nel 1587), la villa fu gradualmente abbandonata. Nell'Ottocento, il Granduca Ferdinando III di Lorena decise addirittura di demolire il palazzo buontalentiano ormai fatiscente, trasformando il giardino in un più moderno parco all'inglese.
La svolta arrivò nel 1872, quando la proprietà fu acquistata dalla ricchissima famiglia di industriali russi Demidoff. Furono loro a ridare vita al complesso: ristrutturarono gli edifici superstiti (trasformando le antiche scuderie buontalentiane nella villa che vediamo oggi) e restaurarono i monumenti. Il legame della famiglia con questo luogo è profondo e intimo, come testimonia il Mausoleo dei Demidoff, un angolo di pace e memoria immerso nel verde che ricorda a tutti il ruolo fondamentale che questa dinastia ha avuto nel salvare il parco dall'oblio.
Oggi il Parco di Pratolino è un bene protetto dall'UNESCO. Chi lo visita per passeggiare lungo i suoi laghi e ammirare i suoi giganti di pietra non fa solo una scampagnata nella natura, ma compie un vero e proprio viaggio nel tempo, sulle tracce di granduchi, principesse e artisti visionari.
Il docufilm "Kimshung – La montagna del destino", ha debuttato con un'anteprima pubblica organizzata da CVA insieme a La Sportiva lo scorso 27 maggio alle ore 20.30 presso il Centro Congressi del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent.
Sotto le ampie volte della Sala Gran Paradiso, il confine tra la platea e la vetta sembra essersi dissolto. Una folla composita di alpinisti di lungo corso e appassionati del mondo "delle altezze" si è data appuntamento per un rito collettivo di contemplazione. Non è stata solo la proiezione di un filmato, ma un viaggio condiviso che ha trasformato lo spazio fisico della sala in un bivacco di sogni e riflessioni. Il silenzio assorto dei presenti, interrotto solo dal respiro della montagna che scaturiva dalle immagini, ha testimoniato come il racconto della salita sia ancora oggi una delle narrazioni più potenti dell'agire umano. A seguito della visione, il dibattito che ne è scaturito ha confermato che la montagna, prima ancora di essere una sfida fisica, resta un’immensa cattedrale letteraria a cielo aperto. Il film documenta l'impresa epica avvenuta nell'ottobre del 2025, quando un team d'élite guidato dall'alpinista valdostano François Cazzanelli, insieme a Giuseppe "Bepi" Vidoni e ai compagni austriaci Lukas Waldner e Benjamin Zörer, ha raggiunto la vetta del Kimshung (6.781 m) in Nepal.
Il Kimshung era una cima rimasta inviolata fino a quel momento. Per Cazzanelli, questa spedizione ha rappresentato il culmine di un viaggio durato dieci anni, segnato da tentativi precedenti e da una profonda connessione emotiva con il massiccio del Langtang. La pellicola mostra l'apertura di una nuova via sulla parete nord-est, battezzata non a caso "Destiny". Con i suoi 1300 metri di dislivello e difficoltà tecniche estreme, il racconto cinematografico trasforma la scalata in una narrazione universale sul superamento dei propri limiti. Attraverso l'occhio della regia di Damiano Levati, l'evento trascende il gesto atletico per esplorare i legami di amicizia e il rispetto per la montagna, in un territorio ancora segnato dalle ferite del passato. Questa proiezione ci invita a riflettere su come il "destino" non sia qualcosa di scritto, ma una cima da conquistare passo dopo passo, con pazienza e profondo rispetto per la natura..
Il docufilm nella prima parte vede protagonista l'alpinista valdostano François Cazzanelli. Il filmato offre un resoconto crudo ed emozionante delle sue spedizioni, alternando l'azione in alta quota al profondo lato umano e intimo della sua vita. I momenti salienti e intimi includono: L'incidente: Durante un tentativo di vetta in Nepal, Cazzanelli viene colpito da una scarica di sassi che gli provoca una ferita molto profonda al braccio. Le immagini mostrano i concitati momenti del recupero, il sangue sulle rocce in attesa dell'arrivo dell'elicottero di soccorso e i bambini nepalesi che cercano di confortarlo. Il docufilm racconta i 10 giorni di ospedalizzazione e si apre a scene di vita privata, mostrando la tenerezza del figlio e della compagna. Viene immortalata l'ansia che precede ogni sua partenza, ma anche il forte incoraggiamento della compagna a portare a termine i propri obiettivi, affrontando l'ultimo tentativo per "chiudere i conti". Il legame con la cultura nepalese è intenso, il filmato mostra gli alpinisti e i nepalesi intenti a costruire un tradizionale tempio di pietre, uniti in una suggestiva preghiera benaugurante prima dell'ultimo assalto alla vetta. “È un vero e proprio monte bastardo” - afferma l'alpinista valdostano François Cazzanelli sia in apertura del suo docufilm sia in chiusura della proiezione, nel momento del commiato per spiegare una salita che non concede tregua. Il percorso è un susseguirsi di rampe con pendenze a doppia cifra e un dislivello massacrante. Un'ascesa dura e infida, dove il fondo sconnesso e infido mette a dura prova la tenuta e le gambe.
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I protagonisti dell'evento del 27 maggio 2026 nella Sala Gran Paradiso del Centro Congressi |
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Il lungometraggio si è presentato per la prima volta al pubblico in un'anteprima immersiva, dove le voci narranti di Enrico Camanni e Marco Camandona emergono come vere e proprie bussole morali. Attraverso i loro precetti e le riflessioni degli altri grandi maestri dell'alpinismo, il film trasforma la scalata in una profonda esplorazione interiore. Tra gli illustri ospiti presenti nel parterre, spiccavano figure di primissimo piano del mondo della montagna valdostana. Tra questi hanno preso parte all'evento il Presidente dell'Unione Valdostana Guide di Alta Montagna (UVGAM), Ezio Marlier, e il Presidente dell'Associazione Valdostana Maestri di Sci (AVMS) e del Collegio Nazionale (COLNAZ), Beppe Cuc. Aziende Sostenitrici delle spedizioni alpinistiche: CVA SpA, azienda leader nel settore dell'energia idroelettrica. La Sportiva, eccellenza nella produzione di calzature e abbigliamento per l'alpinismo e l'outdoor con quartier generale a Ziano di Fiemme (TN).
Il legame tra il celebre alpinista valdostano e il Paese himalayano è nato nel 2015. Durante il primo tentativo di scalata, la spedizione fu interrotta dal devastante terremoto che colpì il Nepal. In quell'occasione, Cazzanelli e i suoi compagni scelsero di restare per prestare i primi soccorsi alla popolazione locale. Da quell'esperienza è nata una promessa che non si è mai interrotta: sostenere il popolo nepalese non solo attraverso progetti turistici, ma offrendo un futuro ai più piccoli. Attraverso proiezioni, iniziative e la condivisione di questa grande impresa cinematografica, il team promuove e finanzia direttamente la Sanonani House. Questa casa famiglia garantisce vitto, cure mediche, istruzione e un ambiente sicuro ai bambini. Il documentario Kimshung – La montagna del destino diventa così un ponte ideale tra le Alpi e l'Himalaya, dimostrando come lo spirito d'avventura possa tradursi in un sostegno tangibile per chi ha più bisogno.
Prima ancora che le luci si spegnessero e il docufilm "Kimshung – La montagna del destino", avesse inizio, ho avuto il privilegio di ascoltare una riflessione preziosa. La montagna è sempre più ostaggio di persone impreparate e ostaggio di un clima che cambia rapidamente, rendendola un'incognita costante. La montagna non perdona l'arroganza e spesso nemmeno l'imprudenza, è il severo monito lanciato da Iiriti Antonio medico del Soccorso Alpino Valdostano, che ho casualmente incontrato e che si è seduto accanto a me in sala. Il medico ha puntato il dito contro la dilagante superficialità con cui molti affrontano le vette, aggravata dalle imprevedibili anomalie termiche. Un quadro allarmante che si scontra spesso con le regole del territorio: in Valle d'Aosta, sebbene il soccorso sanitario resti gratuito per chi subisce un infortunio, per le persone illese (soccorse a seguito di chiamate immotivate o per condotte imprudenti) è prevista una compartecipazione alle spese che prevede un costo al minuto per l'elisoccorso e un massimale a carico fino a 3.500 euro. Un pensiero che risuona come un potente filo conduttore per tutto il lungometraggio. Nelle terre alte, il confine tra la passione per l'avventura e la tragedia è affidato al buon senso, un concetto che l'opera riesce a trasmettere senza retorica. Attraverso immagini mozzafiato e testimonianze dirette, il docufilm ci ricorda che l'esperienza immersiva nella natura richiede sempre rispetto e consapevolezza dei propri limiti. Il docufilm "Kimshung – La montagna del destino", è un'opera imperdibile non solo per gli amanti dell'alpinismo, ma per chiunque voglia comprendere il vero volto, talvolta spietato ma sempre affascinante, delle nostre montagne.
Nel cortile che precede l’ingresso alla chiesa, posto sulla destra compreso nel convento delle suore agostiniane, è possibile visitare questo piccolo gioiello. In realtà tutta la struttura dei SS. Quattro è un piccolo tesoro: la chiesa, il chiostro, lo stesso doppio cortile, la sala gotica e poi questo oratorio… tutto l’ ambiente è straordinario, un angolo di medioevo nascosto e ben preservato in questo angolo di Roma. 
Di seguito Elena, la madre di Costantino, ritrova la vera Croce che poi porterà a Roma.
l’imperatore Federico II.
L’ autore del falso documento non conosceva dunque come fosse il diadema e lo aveva immaginato simile alle corone d'oro dei re medievali.| In The End, Where All began, EdEN, Wangechi. Mutu |
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La 61° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dal titolo In Minor Keys di Koyo Kouoh, aperta al pubblico il 9 maggio, nelle sedi dell’Arsenale e dei Giardini, e in vari luoghi di Venezia, si chiuderà domenica 22 novembre 2026, giornata della cerimonia di premiazione e inaugurazione.
Non saranno attribuiti in questa edizione i Leoni d’Oro alla carriera, che Koyo Kouoh non ha fatto in tempo a definire per la prematura scomparsa nel maggio 2025.
Con il pieno sostegno della famiglia, la Biennale di Venezia ha deciso di realizzare la Mostra secondo il progetto da lei ideato, per preservare, valorizzare
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e diffondere le sue idee e il lavoro svolto con dedizione.
Koyo Kouoh, nominata Direttrice artistica del Settore Arti Visive nel novembre 2024, aveva infatti già sviluppato il progetto curatoriale, definendo testo teorico, artisti e opere, catalogo, identità grafica e architettura degli spazi, dialogando costantemente con gli artisti da invitare.
Il titolo scelto per la 61. Esposizione è In Minor Keys, come indicato nel testo curatoriale da lei trasmesso
al Presidente della Biennale l’8 aprile 2025. La Mostra è stata realizzata con il contributo del Team selezionato da Koyo stessa: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca).
Le linee del lavoro fatto insieme a Koyo per la 61. ma Esposizione Internazionale d’Arte sono state definite a Dakar poco prima della scomparsa della Curatrice. I pilastri su cui fondarla affrontano temi come l’incantamento, la fecondità e la condivisione, nonché pratiche generative indirizzate alla collettività.
“L’ultimo giorno, certa di aver raggiunto l’obiettivo più difficile, Koyo ha assegnato a ciascuno di noi una missione. La Mostra ormai aveva assunto forme concrete, non era più solo un’idea o un’intenzione. Riuscivamo a sentire la musica che con tanta grazia Koyo aveva composto insieme a noi sotto l’ombra protettiva di un generoso albero di mango.”
LA MOSTRA di Koyo Kouoh
Gli artisti. Sono 110 i partecipanti – tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni – provenienti da contesti geografici differenti, selezionati da Koyo privilegiando soprattutto risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane. Osservando realtà attive a Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville, la Curatrice ha immaginato come l’ingegnosità e la tensione sperimentale di ciascuno possa incontrarsi con quelle di altri artisti e movimenti, anche senza relazioni dirette. In Minor Keys si propone così di restituire e ampliare questa geografia relazionale, intessuta nel corso di una vita e fondata sull’incontro.
Per Koyo, il nucleo concettuale della Mostra si articola attorno a motivi non definiti in astratto, ma scelti a partire da opere capaci di coinvolgere insieme anima e intelletto.
Nel corso del lavoro curatoriale, molte suggestioni hanno trovato eco nei riferimenti letterari condivisi da Koyo come fonti d’ispirazione, tra cui Beloved di Toni Morrison e Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez, accomunati dall’attraversamento di monti e soglie temporali e da un realismo magico che intensifica il registro emotivo.
| La città delle giraffe |
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La Mostra è affiancata dalle Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini (29), all’Arsenale (25) e nel centro storico di Venezia (46). Sono 7 i Paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Repubblica di Guinea, Repubblica di Guinea Equatoriale, Repubblica di Nauru, Qatar, Repubblica di Sierra Leone, Repubblica Federale di Somalia, Repubblica Socialista del Vietnam.
Partecipa per la prima volta con un proprio padiglione El Salvador.
Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, è a cura di Cecilia Canziani, con il progetto Con te con tutto dell'artista Chiara Camoni.
Il Padiglione della Santa Sede, promosso dal Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, Cardinale José Tolentino de Mendonça, si trova nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice e nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi. La mostra ha come titolo L’orecchio è l’occhio dell’anima ed è a cura di Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers.
Il Comune di Venezia partecipa con un proprio Padiglione, il Padiglione Venezia, ai Giardini di Sant’Elena.
I 31 Eventi Collaterali approvati dal Curatore e promossi da enti e istituzioni pubbliche e private senza fini di lucro, sono organizzati in numerose sedi della citta` di Venezia e propongono un'ampia offerta di contributi e partecipazioni che arricchiscono il pluralismo di voci che caratterizza la Mostra.
Il catalogo ufficiale, dal titolo In Minor Keys, e` composto di due volumi. Il Volume I è dedicato alla Mostra Internazionale di Koyo Kouoh. Il Volume II e` dedicato alle Partecipazioni Nazionali e gli Eventi Collaterali. La Guida della Mostra e` studiata per accompagnare il visitatore lungo il percorso espositivo.
Koyo Kouoh desiderava che il catalogo di In Minor Keys non fosse solo un contributo all’archivio, ma una testimonianza del suo modo di creare: collaborativo, interdisciplinare, intuitivo.
Il progetto grafico del catalogo così come l’identità visiva di In Minor Keys, è stato creato su indicazione di Koyo da Clarissa Herbst, in collaborazione con Alex Sonderegger. L’immagine grafica si ispira al komorebi, il termine giapponese usato per indicare l’effetto della luce che filtra tra il fogliame, e aspira a riprodurre il sollievo che si prova all’ombra di un albero.
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Il catalogo e la guida breve sono editi da La Biennale di Venezia.
Si segnala, infine. che a seguito delle dimissioni in blocco dell’intera Giuria internazionale della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, con l’apertura al pubblico della mostra, si sono avviate le votazioni per i Leoni dei Visitatori da assegnare a un artista partecipante alla Mostra Internazionale In Minor Keys di Koyo Kouoh, e per una Partecipazione Nazionale della 61. Esposizione, sulla base delle preferenze espresse dal pubblico.
Possono votare i titolari di biglietto che hanno visitato entrambe le sedi (Giardini e Arsenale). La visita delle due sedi sarà comprovata dal tracciamento effettuato dal sistema di biglietteria. All’esito della verifica dell’utilizzo del biglietto per entrambe le sedi, la Biennale invierà via email, da 24 ore dopo l’accesso alla seconda sede, il link per l’espressione del voto. Il sistema di voto garantisce l’anonimato. Il titolare del biglietto potrà esprimere un solo voto per ciascuno dei due premi, in un’unica sessione. Il voto è aperto per tutta la durata della manifestazione e i risultati saranno proclamati a conclusione della 61. Esposizione.
VENEZIA Giardini e Arsenale
9 maggio – 22 novembre 2026
Tel. 041 5218711
Fax 041 2728329
E-mail This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
| Giuditta decapita Oloferne |
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| Giuditta e la sua Ancella |
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Se c’è un luogo a Firenze capace di lasciarti letteralmente a bocca aperta, non per la fredda grandiosità dell'architettura ma per l’energia che si respira tra le pareti, quello è senza dubbio la Galleria Palatina.
Dimenticate la disposizione ordinata, cronologica e un po' didascalica degli Uffizi; entrare nella Palatina, nel cuore pulsante di Palazzo Pitti, significa fare un salto temporale e finire dritti nel pieno del Seicento.
Qui i quadri non sono trattati come semplici reperti museali, ma come simboli vivi di un potere che amava circondarsi di una bellezza ridondante e sfarzosa.
La prima cosa che ti colpisce è l'allestimento unico della quadreria: le opere non seguono un filo logico basato sulla storia dell'arte, ma sono disposte secondo criteri puramente estetici. I dipinti coprono interamente le pareti, incastrati uno sopra l'altro come in un puzzle d’oro e olio, scelti dai Granduchi per affinità di colori, dimensioni o semplicemente per compiacere l’occhio. È un vero sovraccarico sensoriale dove le massicce cornici dorate sembrano quasi fondersi con gli affreschi dei soffitti, creando un insieme visivo che non ha eguali al mondo.
Tutto quello che vediamo oggi lo dobbiamo alla dinastia dei Medici, che nel 1549 acquistò il palazzo rendendolo la reggia ufficiale del Granducato, e ai loro successori, i Lorena.
Camminando tra le sale, ti rendi conto che questa non è mai stata pensata come una galleria pubblica, ma come una casa. Una casa dove i corridoi sono larghi come piazze e le stanze prendono il nome dai pianeti. Le celebri Sale dei Pianeti, affrescate da Pietro da Cortona, rappresentano il cuore del percorso: qui l’ascesa al potere del giovane principe mediceo viene celebrata attraverso il mito e l’astrologia, in un mix di propaganda politica e perfezione artistica.
Oltre allo sfarzo generale, ci sono momenti in cui devi fermarti e ignorare tutto il resto per concentrarti sui singoli capolavori. Penso alla incredibile concentrazione di opere di Raffaello, come la Madonna della Seggiola, che sprigiona una dolcezza capace di fermare il tempo, o ai ritratti di Tiziano, i cui sguardi sembrano seguirti ovunque.
E ancora, la forza drammatica della Giuditta di Artemisia Gentileschi o il realismo inquieto di Caravaggio. C'è poi un dettaglio quasi intimo che rompe la continuità rinascimentale e barocca: il Bagno di Napoleone. È un tocco di storia più recente, un piccolo tempio neoclassico fatto installare dal Bonaparte durante il suo soggiorno a palazzo, che ci ricorda come questo luogo sia stato attraversato dai più grandi protagonisti della storia europea. In definitiva, la Palatina non si visita, si attraversa come un'esperienza immersiva.
È il posto giusto per capire cos’era davvero Firenze quando il potere era diventato puro splendore, permettendoti di sentirti, anche solo per un’ora, parte di quella corte leggendaria.
Dimenticate la disposizione ordinata, cronologica e un po' didascalica degli Uffizi; entrare nella Palatina, nel cuore pulsante di Palazzo Pitti, significa fare un salto temporale e finire dritti nel pieno del Seicento. Qui i quadri non sono trattati come semplici reperti museali, ma come simboli vivi di un potere che amava circondarsi di una bellezza ridondante e sfarzosa.
Non una semplice mostra, né una tradizionale sfilata: la Rebel Art Exhibition dedicata a Serena Pizzo si è imposta come un’esperienza immersiva e stratificata, capace di fondere linguaggi e rompere i confini tra arte visiva e fashion design. Nella cornice della WE GIL, trasformata per l’occasione in un teatro fluido di immagini e corpi in movimento, l’artista ha presentato la nuova collezione Animorfie,
registrando un’affluenza ben oltre le aspettative.
L’iniziativa, patrocinata da Regione Lazio e Lazio Crea – che hanno riconosciuto il valore culturale del progetto concedendo uno degli spazi più rappresentativi della scena contemporanea romana – si è distinta per la sua capacità di proporre un modello espositivo innovativo, dove la fruizione diventa partecipazione attiva.
Un racconto visivo tra arte e moda
La serata si è articolata come un vero e proprio percorso narrativo. Gli ambienti della WE GIL sono stati ripensati come un set dinamico in cui modelle, performer e opere pittoriche hanno dialogato in tempo reale, annullando la distanza tra spettatore e creazione artistica.
In passerella – o meglio, nello spazio performativo – hanno preso forma gli abiti-quadro di Serena Pizzo: capi dipinti a mano su tessuti tecnici e sete naturali, attraversati da figure animorfiche, ibridi visionari tra umano, animale e simbolico. Le proiezioni pittoriche, diffuse sulle pareti e sui corpi, hanno amplificato l’impatto onirico della collezione, trasformando l’intero ambiente in una dimensione sospesa.
A completare l’esperienza, il contributo sonoro del cantautore Visco 140, che ha costruito un paesaggio musicale coerente con l’estetica surreal-pop dell’artista, e l’intervento coreografico della ballerina Eleonora Pedini, capace di tradurre in movimento la tensione metamorfica delle opere.
| Serena Pizzo, secondaa a sin. con il presidente dell' università Auge |
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La conduzione è stata affidata alla critica d’arte Sabina Fattibene, che ha accompagnato il pubblico con una lettura puntuale e accessibile, restituendo profondità teorica a un progetto già fortemente evocativo.
“La Patetica”, arte e parola
Nel corso della serata ha trovato spazio anche la presentazione del nuovo libro di Serena Pizzo, La Patetica, ulteriore tassello di una ricerca che attraversa linguaggi e formati. A illustrarne il valore è stato il Magnifico Rettore Giuseppe Catapano dell’AUGE Università, tra gli enti patrocinatori dell’evento insieme a Regione Lazio e Lazio Crea.
Un intervento che ha sottolineato la dimensione culturale dell’opera, evidenziando come la produzione dell’artista si collochi in un territorio di confine tra estetica, narrazione e riflessione contemporanea.
Animorfie: identità in trasformazione
Cuore della serata, la collezione Animorfie si presenta come una riflessione visiva sulla metamorfosi, intesa come condizione identitaria del presente. Le creature immaginate da Serena Pizzo – ironiche, stratificate, talvolta perturbanti – prendono vita nei capi, trasformando l’abito in organismo narrativo.
Silhouette fluide e volumi scultorei dialogano con pattern pittorici che rielaborano il surrealismo in chiave pop, mentre ogni tessuto diventa superficie di racconto. Il risultato è un’estetica riconoscibile e dichiaratamente “ribelle”, che mette in discussione i codici tradizionali della rappresentazione del corpo.
Presenze e collaborazioni
A impreziosire l’evento, la partecipazione di figure di rilievo del panorama creativo italiano. Tra queste, la designer veneziana Liliana Vianello, con le sue creazioni in vetro di Murano, e l’artista sorrentino Massimo Sepe, presente con opere materiche di forte impatto.
Fondamentale anche il contributo di Glamour Fashion Queen, responsabile della selezione di modelle e modelli, che hanno dato corpo e dinamismo alla visione dell’artista.
Un successo oltre le aspettative
La risposta del pubblico – composto da curatori, galleristi, rappresentanti di maison, collezionisti e stampa specializzata – ha confermato l’interesse crescente verso format ibridi, capaci di unire arte e moda in chiave contemporanea.
La Rebel Art Exhibition si chiude così con un bilancio più che positivo, imponendosi come esempio riuscito di contaminazione tra linguaggi e come piattaforma per una nuova modalità di racconto artistico.
A sintetizzare il senso della sua ricerca è la stessa Serena Pizzo:
«Con Animorfie ho voluto dare corpo a un immaginario libero, istintivo, che non teme la trasformazione. L’abito diventa pittura, la pittura diventa creatura, e il pubblico entra in un mondo dove tutto può mutare».
La Milano Fashion Official, uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama moda italiano, ha proclamato Serena Pizzo come Miglior Fashion Designer Italiano 2026, riconoscendo la sua visione artistica unica e il suo contributo innovativo al dialogo tra arte contemporanea e moda d’autore.
La designer e artista multidisciplinare di origine veneziana, già nota per il suo linguaggio Pop Surrealista e per le sue capsule couture dipinte a mano, conquista così uno dei premi più ambiti della capitale italiana della moda. La giuria ha premiato la sua capacità di trasformare l’abito in un’opera narrativa, unendo estetica, tecnica e ricerca concettuale. La collezione presentata da Serena Pizzo ha affascinato pubblico e critica grazie a: silhouette scultoree e raffinate, superfici pittoriche realizzate a mano, un immaginario Pop Surrealista riconoscibile e iconico, una visione che fonde moda, performance e arte contemporanea. Il risultato è un linguaggio stilistico che supera la tradizionale distinzione tra atelier e studio d’artista, affermando una nuova forma di couture narrativa. La Pizzo oramai è una figura di riferimento nella moda contemporanea italiana e la vittoria alla Milano Fashion Official 2026 la consolida come una delle voci più originali del panorama creativo nazionale.
Il premio arriva in un momento di forte espansione della sua attività, che comprende: progetti di fashion art, mostre e performance, direzione creativa, attività televisiva e culturale attraverso OltremodoTV.
La sua capacità di unire mondi diversi — moda, arte, comunicazione — la rende una protagonista trasversale e contemporanea, perfettamente in sintonia con lo spirito innovativo di Milano.
Nel ricevere l’ambito premio Serena Pizzo ha dichiarato: "Questo premio rappresenta un riconoscimento profondo del mio percorso artistico e umano. La moda, per me, è un linguaggio che racconta identità, emozioni e visioni. Milano è la città dove l’arte incontra il futuro, e ricevere qui questo titolo è un onore immenso."
Dopo la vittoria, l'artista ha annunciato nuove collaborazioni; una capsule art-fashion internazionale e una serie di eventi istituzionali dedicati al dialogo tra arte, moda e cultura. Il prossimo evento dal titolo “Rebel Art Exibition” si terrà a Roma l'11 aprile 2026 presso il palazzo WeGil con il patrocinio della Regione Lazio.

Il tatuaggio non è solo decorazione, ma un disegno eterno su un corpo che descrive come una tela momenti e sentimenti del “pittore”. La differenza nell’arte è che il tatuaggio è parte della persona e lo porta con sé per sempre, il pittore disegna su un quadro ciò che sente ma è visto e venduto da persona a persona.
Diversi anni fa era solo di appannaggio di chi finiva in carcere o viaggiava nel mare e spesso era sinonimo di “male affare”.
Ai tempi d’oggi il tatuaggio è finalmente considerato un’arte che mostra i sentimenti e il talento creativo di ogni professionista
Nella storia, il tatuaggio “black and grey” italiano, è fortemente ispirato dalla cultura del tatuaggio storico americano, che nasce nelle carceri californiane soprattutto a Los Angeles, tra le gang, con macchinette artigianali e inchiostro diluito per le sfumature.
I tatuatori che esercitano il “black and grey” sono tantissimi, ma solo meno della metà vantano una personalità che li distingue dalla massa. Per avere una visione personale oltre alla dedizione bisogna capire come interpretare i giochi tra luce e ombra per creare contrasti e dare forma a quello che si vuole rappresentare; avere una forte ispirazione è importante per chi vuole crescere e sta cercando una sua identità, ma è anche importante fare attenzione a non copiare personalità di altri tatuatori, altrimenti si rischia di diventare una “brutta copia” di essi.
Il percorso di un tatuatore non è solo saper disegnare, ma anche conoscere la pelle, quindi sapere fin dove arrivare con la profondità dell’ago senza stressare la cute e seguire, con il posizionamento dello stencil (tecnica decorativa), l’anatomia del corpo umano per rendere più lineare il risultato perché ogni tatuaggio deve essere adattato alla parte interessata.
Per meglio spiegare questo mestiere abbiamo visitato un negozio romano situato all’interno del quartiere della Magliana, gestito dalla famiglia Zianna che tramanda da più generazioni l’arte del tatuaggio ed abbiamo approfittato per fare una piccola intervista ad Alessio Zianna, che riportiamo integralmente:
D= Ciao Alessio come è nata la tua passione di tatuatore?
R= Seguivo fin da piccolo le creazioni che mio padre (Marco) scolpiva sui clienti dentro il nostro negozio e crescendo, ho iniziato ad appassionarmi fino a farlo diventare oggi, insieme a mio fratello Daniele un lavoro.
D= Gestire un negozio di tatuaggi oggi è molto diverso rispetto 20/30 anni fa?
R= Sicuramente oggi c’è molta concorrenza rispetto ad allora, ma in famiglia abbiamo regole ferree tra le quali, non basta essere bravi, per noi la sfida principale è rimanere informati ed aggiornati, pianificare una agenda, gestire gli appuntamenti, fornire un servizio adeguato, pulito, igienico ed artistico.
D= Come vedi il futuro di questo lavoro?
R= La vera sfida sarà mantenere la mano artigianale in un mondo che va verso l’automazione, ma la visione umana e l’empatia tra artista e cliente resteranno, per noi, insostituibili.
Fine= Grazie Alessio.
N.d.R.= In un mondo che corre velocemente e dove è tutto digitale e precario, il tatuaggio resta uno degli ultimi gesti definitivi, che trasforma il corpo in un diario vivente.
Forse la vera forza di questo lavoro non è l’inchiostro in sé, ma il legame che si crea tra l’esperienza vissuta dal cliente e l’arte di chi con rispetto, incide quel ricordo sulla pelle.
Arte e finanza, quando il valore si misura nel tempo
Alle pareti di Azimut, le superfici di Capanna respirano, si stratificano e sedimentano il tempo
Certe serate hanno un peso specifico diverso. Lo senti subito, dalla luce che non concede nulla al superfluo e dai discorsi che smettono di essere eco di convenevoli per farsi pensiero. Davanti alle meta-sculture di Roberto Capanna il rito del vernissage si incrina e la distanza tra chi guarda e l'opera si assottiglia fino quasi a sparire. La superficie sembra trattenere energia, un inganno sensoriale in cui impronte infinite si moltiplicano fino a rivelare, solo avvicinandosi, la profondità della materia. L'arte torna a essere presenza irriducibile, corpo necessario.
Mercoledì 25 febbraio ero lì, alle 18.30, nella sala di Azimut Capital Management in via degli Scialoja 3, in una di quelle occasioni in cui l'arte e chi la cerca si riconoscono. La luce studiata sulle composizioni si incrociava con il riflesso dei cocktail, qualcuno fotografava un'increspatura da vicino, altri si scambiavano impressioni sottovoce, quasi per non disturbare la materia. Le opere di Roberto Capanna emergevano da quell'aria con una forza magnetica che imponeva di avvicinarsi per cogliere un dettaglio e di arretrare per ricomporre l'insieme, come si fa con qualcosa che non si riesce a esaurire e non si vuole smettere di cercare.
Non è disorientamento. È il meccanismo stesso che Capanna ha costruito: un inganno visivo e sensoriale consapevole in cui le pieghe, le increspature e i bagliori cangianti che affiorano da vicino si dissolvono a distanza, e il colore si comporta come una confidenza sussurrata, udibile solo a chi sceglie di sostare.
Capanna viene dalla musica e questo non è un dettaglio biografico da archiviare in fretta. Produttore e fondatore di Cigarette Music, ha trascorso vent'anni a costruire brani per sottrazione, cercando quell'equilibrio irripetibile tra controllo e istinto.
Quando ha portato quella stessa ossessione nella materia, pittura e scultura sono diventate un unico gesto: le chiama meta-sculture, opere in cui legno, calce, gesso, resine, silicone e bitume diventano linguaggio. Una ricerca ossessiva del volume, della sua profondità e del suo peso. I testi nel catalogo lo confermano: "la notte sfugge, le dita sui tasti, note e sogni persistono ma il tempo ci lascia", "sono uscito dall'illusione della perfezione e finalmente mi sono sentito libero". Parole che nascono dalla stessa sorgente delle opere.
Le serie che compongono Monochrome costruiscono un percorso in cui ciascuna opera irradia una vibrazione emotiva propria, difficile da nominare ma immediatamente sentita, capace di attrarre lo sguardo e incuriosire il tatto: tagli che le resine sigillano lasciando visibile la ferita, impronte digitali ingigantite fino a diventare paesaggio, colate di materia sospese tra ordine e caos, rughe del tempo accolte come tracce. Sono creazioni che si offrono lentamente, con la stessa misura con cui sono state realizzate.
Le pareti di Azimut Capital Management sono lo spazio in cui trovano una risonanza particolare: chi lavora un'opera finché non smette di mentire e chi costruisce fiducia finché non smette di vacillare condividono la stessa misura del tempo, e la consonanza non ha bisogno di essere dichiarata.
In un momento storico in cui molte immagini nascono per essere replicate e distribuite senza attrito, le opere di Capanna esistono soltanto nella relazione fisica con chi le osserva, irriproducibili perché generate da un gesto situato in un tempo circoscritto. È il modo in cui lavora, sottraendo fino a lasciare solo ciò che è essenziale, proprio come accade in una composizione quando ogni nota trova il posto che le appartiene.
Quando lascio la sala, intorno alle nove, non porto con me il ricordo di un evento ma la consistenza fisica di quanto la serata ha depositato. Il valore di certe esperienze emerge dalla durata, dalla capacità di tornare a cercarle, da quello che si incide negli occhi e non se ne va, come una nota che continua a vibrare anche quando le dita hanno ormai lasciato i tasti.
Roberto Capanna — Monochrome, Private Vision Azimut Capital Management, via degli Scialoja 3, Roma — 25 febbraio 2026 A cura di Ad'Art | This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. | This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Vien voglia di chiedersi se c’è ancora da dire e scrivere di William Shakespeare. Ebbene, dopo aver visto Hamnet, senza esitazione alcuna, dichiaro: SI. Gli inglesi lo ritengono il loro più rappresentativo poeta talchè lo dicono il “Bardo dell’Avon” (bardo: poeta che esalta le aspirazioni o le tradizioni del proprio popolo o della stirpe, sia dal punto di vista politico che religioso) o il "Cigno dell'Avon". Ci ha lasciato ben 38 testi teatrali, 154 sonetti, 3 poemi e tutta una serie di opere in versi. Le opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese, molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nel lessico inglese quotidiano. Di Lui oggi ci sta parlando Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, (Pechino, 31 marzo 1982), regista, sceneggiatrice, produttrice cinematografica e montatrice cinese naturalizzata statunitense e anche migliore regista, anzi la seconda donna a trionfare in questa categoria. Occhio femminile orientale, ma con sguardo direi planetario, sa presentarci uno Shakespeare fresco d’aria boschiva, tenero eppure crepitante come le foglie che tappezzano la scena del suo innamoramento, allorchè Agnes lo colpirà esattamente e contemporaneamente dentro il cuore e dentro la parte più preziosa dei suoi pensieri.
Galoppare una vita sullo schermo gigante del cinema è ben altro che leggere una biografia, occorre una speciale abilità, vieppiù se la storia è mutuata da un romanzo. Le vibrazioni della sala, sod out, hanno perforato il soffitto della stessa, tanto era potente la loro frequenza energetica, tali erano le emozioni e la somma delle emozioni, tale era il silenzio, talmente denso e compatto da poterlo quasi toccare, saturava l’aria fino a farmi tossire poiché l’ossigeno è stato soppiantato letteralmente dall’atmosfera che la donna-fata-maga Zhao ha composto con magistralità rasente il soprannaturale. Jessie Buckely è perfetta nel personaggio agreste e selvatico di Agnes, perfetto il volto sprigionante il fascino antico proprio delle donne herbarie, figure centrali nelle comunità antiche; sorta di farmaciste e medichesse maestre nella conoscenza e nell’uso terapeutico di piante ed erbe.
Agnes cura tutti e se stessa, è finanche la “mammana” di se stessa e del suo primo parto. Magistrale la scena di lei che -accovacciata nella radura dell’amato bosco -casa assoluta- urlerà l’arrivo della nuova vita aggrappata alle solide radici dei millenari fraterni alberi. Quell’ urlo di dolore fisico che saprà essere canto maternale. Dentro quel canto e dentro la foresta, abbracciata dalla nuda-materna terra, aspetterà il suo amore, William, l’amore della sua vita, di tutta la sua vita. Lo aspetterà stringendo fra le braccia e mangiando con lo sguardo il loro primo frutto. Con ancora la sostanza del suo grembo, unta di quella sostanza, così, porgerà la bimba a William, Lui con infinita tenerezza la prenderà e si colmerà d’estasi, l’estasi che ha bucato lo schermo ed è arrivata dritta al cuore degli spettatori. Ho pianto! Il mondo ha bisogno di questo film. Abbiamo bisogno di storie d’amore, soprattutto di amori eterni tessuti di fatica, determinazione, volontà e tenerezza. Tenerezza finanche dentro un addio, l’addio più feroce che ci sia, la morte di un figlio, che, in questo caso, è anche l’unico figlio maschio: Hamnet. E ancora, Agnes che cura tutti e se stessa è colei che cura amorevolmente il suo William…sempre, anche quando lo strazio della penna che non sa scrivere il ciclopico tormento che s’aggruma e fatica a fluidificarsi nell’inchiostro uscirà con l’urlo del disagio dolorosissimo, quel disagio che è anelito, opportunità despota e insopprimibile che lo chiama a Londra. Anche allora Agnes continuerà e continuerà a curare tutto e tutti e, mentre Lui galoppa la vita dentro il mondo della drammaturgia e del teatro, Lui che sempre ritorna a lei…lei, segnata talvolta più acutamente dalla sua assenza, manifesterà il bisogno della presenza e la durezza della sua assenza. Sarà lungo il cammino dentro il tempo e perfino dentro lo strazio della peste,
aspro il cammino dentro l’incomprensibile perdita di Hamnet, dopo questi estenuanti cammini Agnes deciderà di raggiungerlo.
E sarà allora che vedrà la piccola, piccolissima scarna stanza in cui William vive e genera le sue opere, a fronte della casa grande, la più grande della cittadina, che lui ha acquistato per la famiglia; allora e lì, in parte, comprenderà poichè tutta la comprensione arriverà allorchè, spettatrice dell’opera Hamlet, a teatro, tra la folla perduta nell’estasi totalizzante della tragedia, con tanti occhi in lacrime attorno a lei, lì nell’assistere alla teatrale letteraria resurrezione di Hamnet incarnato nello splendido Amlet rivelatore e pacificatore, lì e allora vivrà il miracolo della riconnessione piena con William…e sarà profonda e irrimediabilmente indissolubile…dopo di che: tutto il resto sarà silenzio. Se l’intuizione e la creatività di Maggie O’Farrell sono state intriganti e accattivanti, se nel romanzo è riuscita a dosare bene: amore e abbandono, perdita e riconciliazione e incunearvi finanche la pulce imbarcatasi ad Alessandria d’ Egitto e arrivata a diffondere la peste a Venezia e in tutta Europa, la magìa di una regista dagli occhi e dalle mani magiche, quelli di Chloé Zhao, hanno fatto il capolavoro che dal 5 febbraio è nelle sale cinematografiche.
L’intero cast più che sembrare, è rivestito dell’alone sacrale, a tratti misterico e mistico del film. I parti di Agnes sono metafore di parti di Madre Natura. Altrettanto simbolico e potente è il parto teatrale di William che sa restituire -pur nella finzione scenica- la profondità della vita, della morte e dell’amore che ci dimostra come possa essere assoluto e perenne; anzi, con l’azione scenica il parto di Wialliam fa di più: si fa salvifico e risana le ferite dell’amore, della morte-perdita e le fratture della connessione. Hamnet-Hamlet si fa medicina efficace tale quali le medicine che Agnes-erbaria sa preparare. Golden Globe come
miglior film drammatico di una regista, la Zhao, già Premio Oscar. Maggie O’Farrell è una Agnes che resterà nella storia del cinema, magnifico anche Paul Mescal nel ruolo di William Shakespeare, sorprendente il giovane Jacobi Jupe nel ruolo del piccolo Hamnet Shakespeare, Joe Alwyn nel ruolo di Bartholomew, ed Emily Watson in Mary Shakespeare, David Wilmot nei panni di John Shakespeare padre del poeta, Jack Shalloo in Marcellus, Olivia Lynes in Judith Shakespeare, Justine Mitchell in Joan Hathaway, Bodhi Rae Breathnech in Susanna Shakespeare, Freya Hannan-Mills in Elisa Shakespeare, Noah Jupe nel ruolo di attore di teatro e Shaun Mason l’altro attore di teatro. Mi piace ricordare, e lo stigmatizzo, che Alessia Amendola ha dato la voce ad Agnes e Manuel Meli a William.
Milena Petrarca è una nota pittrice ma nello stesso tempo, poetessa, letterata, disegnatrice di murales e restauratrice. Nata a Pozzuoli (Napoli), ormai da anni vive e lavora Latina ed ha tre figli. Fin da piccola ha convissuto nel suo ambito familiare, circondata dall’arte più vera: quella dei quadri, della musica e del canto. Sua madre la poetessa e Prof.ssa Maria Panetty Petrarca era una grande scrittrice di Opere teatrali, drammaturgo e autrice di canzoni napoletane. Il padre era invece un ingegnere capo del Comune di Pozzuoli e dell’Olivetti. Milena Petrarca studiò all’istituto d’Arte Filippo Palizzi a Piazza del Plebiscito di Napoli, dove conseguì il titolo di maestra d’Arte. Milena negli anni sviluppò la sua arte e la sua cultura con il contributo di insegnanti straordinari come il grande scultore Lelio Gelli e agli imput che riceveva da casa, da suo zio Tommaso Panetty, pittore (che oltre che grande scienziato, era anche un inventore) e sua sorella Elena Petrarca. Con gli anni Milena affinò la sua tecnica, a Pozzuoli espose i suoi primi quadri e all’età di quindici anni, partecipò ad un concorso con i grandi pittori della zona, dove vinse il primo premio.
Attualmente Milena è Presidente provinciale dell’Associazione Internazionale Magna Grecia che promuove la cultura del Mezzogiorno con un Premio internazionale che ogni anno è assegnato a personalità del mondo della cultura e dell’arte. L’associazione di Latina ha continui scambi con le rassegne artistiche internazionali, pertanto Milena Petrarca anni fa si recò ad esporre con più di cento quadri nella sede di New York (in occasione del cinquecentenario di Cristoforo Colombo). Nella” Grande Mela” dove in quell’evento internazionale, c’erano tutti i più grandi pittori degli Stati Uniti e di tutto il mondo, Milena Petrarca riuscì ad ottenere il prestigioso riconoscimento dal governo di New York:” Artistic Achivement Award Gallery”. Grazie a questo premio, venne inserita dal grande critico Mario Fratti tra i più importanti artisti del gruppo “Realismo Magico”. Le sue opere si trovano in numerosi musei italiani ed americani e nelle collezioni più prestigiose, americane, francesi, inglesi e cinesi.
Milena Petrarca negli anni ha partecipato ad innumerevoli manifestazioni e vinto tanti premi che resta difficile elencarli tutti: uno dei più importanti è quello conseguito nell’Artistic Tower Gallery.
La bravissima artista italiana ed internazionale l‘abbiamo recentemente incontrata per conoscerla più da vicino: buongiorno Milena, potresti tracciare una sintesi della tua vita?
Sono nata a Pozzuoli, nei pressi della solfatara a Via Pergolesi ed è proprio per questo che ho un carattere particolare, direi vulcanico, la mia è un’esplosione di vita. Adoro la pittura e fin da piccola già a a sette anni con gli acquerelli dipingevo il tempio di Serapide e il Tempio di Apollo con l’aiuto di mio zio. Lui aveva cresciuto mia madre insieme a zia Bettina che è stata la fidanzata del grande tenore Enrico Caruso. Gli esempi sono importanti ed io posso dire di averne avuti diversi in famiglia. Oltre ad essere la modella di mia sorella, anche lei pittrice, da piccola ero brava anche come ballerina e manifestavo in ogni circostanza le mie passioni culturali.
Come si può considerare il tuo stile artistico?
| Milena Petrarca |
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Il mio è un realismo magico, che va al di là della fotografia ed è una tecnica complessa, compendiata, che non si effettua solo con l’olio, ma utilizzo il pennello e le colle e le terre. Occorre avere una buona mano, perché poi non si può correggere. Tanti sono i quadri che ho dipinto negli anni, ho iniziato con le nature morte ed ho preso lo spunto dalla tecnica del settecento. I miei ispiratori sono stati prima di tutto, l’ingegnoso Leonardo Da Vinci e poi la grande pittrice del settecento, Rosalba Carriera. Anche quando scrivo poesie mi ispiro alle mie esposizioni, la prosa alla quale tengo particolarmente si chiama Nausicaa, una figura mitologica, che vinse anche il primo premio della critica, per la poesia dipinta.
Quali sono i tuoi dipinti ai quali sei più affezionata?
Tutti i miei quadri li ritengo figli miei, quindi non saprei dire quelli ai quali sono più affezionata, ma l’ultimo lo considero sempre il più bello. Tra i tanti ci tengo a ricordare quelli che rappresentano alcune località della zona Pontina, oltre alle raffigurazioni di celebrità quali Nureyev, la Callas, Marylin Monroe, Margot Fontaine e Sofia Loren. Io riesco ad interpretare la figura della donna in un modo diverso e lascio nel dipinto un soffio dell’anima.
Si nota che hai un affetto particolare per la mitica attrice Sofia Loren.
La figura della grande attrice Sofia Loren entra sovente nei mei quadri, in quanto la conobbi da giovane perché frequentava casa nostra, dal momento che era allieva di mia mamma che l’educò nei suoi primi passi al teatro. Di seguito la fece partecipare al primo concorso, “la bella Flegrea” a Pozzuoli, dove vinse il primo premio. Mi ha sempre colpito di Sofia la sua perseveranza e la sua genuinità.
Milena qual è il tuo prossimo e grande progetto che hai nel cassetto al quale tieni particolarmente?
Ne ho diversi. Vorrei realizzare un docufilm su mia zia Bettina dove si narra il suo grande amore giovanile per il grande tenore Enrico Caruso. A tale proposito questa figura la dovrebbe interpretare Sabrina Fardello, la mia amica soprano, che le assomiglia particolarmente. Inoltre intendo creare al più presto la fondazione “Griffo Petrarca”, in una casa museo internazionale sopra il mio appartamento a Latina, all’interno di un terrazzo di 400 mq e questa capienza è necessaria per riuscire ad inserire tutte le mie opere. Inoltre intendo creare un museo analogo nella mia casa di Pozzuoli. L’ultima mia comunicazione è quella che entro un mese sarà ultimato il libro su Frida Khalo, con i miei dipinti e le poesie ispirate a lei.
Grazie infinite Prof. ssa Milena Petrarca.