L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Economics (250)

Roberto

Roberto Casalena
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Almacube, l’innovation hub dell’Università di Bologna e di Confindustria Emilia Area Centro si rafforza portando con sé le competenze e la rete di G-Factor, incubatore-acceleratore specializzato in life science e tecnologie emergenti. Un’operazione nata in Emilia-Romagna con l’ambizione di trainare la competitività del Paese.

Fondazione Golinelli entra nella compagine societaria di Almacube, l’innovation hub dell’Università di Bologna e di Confindustria Emilia Area Centro, portando con sé le competenze e la rete di G-Factor, il proprio incubatore-acceleratore specializzato in life science e tecnologie emergenti. Con questa operazione inedita nel panorama degli hub di innovazione in Emilia-Romagna — Almacube amplia la propria capacità di accompagnare startup e spin-off lungo l’intero percorso imprenditoriale: dalla ricerca e pre-incubazione fino all’accelerazione con le imprese e all’ingresso nel mercato. Fondazione Golinelli accompagna il proprio ingresso in Almacube con un investimento complessivo di 1 milione di euro.

L’OPERAZIONE: TRE ISTITUZIONI, UNA GOVERNANCE

L’ingresso di Fondazione Golinelli nella compagine di Almacube non è la semplice messa in comune di due programmi: è una scelta di governance che riconosce a ciascuna delle tre istituzioni un ruolo distinto e complementare. L’Alma Mater porta la ricerca scientifica di frontiera e il più ampio bacino di ricercatori e spin-off accademici della regione. Confindustria Emilia Area Centro porta il sistema produttivo di una delle regioni manifatturiere più competitive d’Europa. Fondazione Golinelli porta la propria storia — trent’anni di cultura scientifica, formazione giovanile e imprenditorialità d’impatto — e la rete costruita con G-Factor: partner industriali, istituzionali e finanziari capaci di accompagnare le startup nella validazione industriale e nell’incontro con i mercati.

Almacube nasce nel 2000 su iniziativa dell'Università di Bologna, tra i primi tre atenei italiani per attrazione di investimenti venture capital, e si evolve, per la prima volta, nel 2013 grazie alla partnership con Confindustria Emilia Area Centro, l’Associazione che riunisce oltre 3.400 imprese dei territori di Bologna, Ferrara e Modena. In 25 anni ha costruito un modello riconosciuto: incubazione deep-tech equity-free da un lato, open innovation con le imprese del territorio dall’altro. Fondazione Golinelli, nata nel 1988 dalla visione filantropica di Marino Golinelli, ha costruito in trent’anni un polo culturale, scientifico e imprenditoriale unico in Italia: l’Opificio Golinelli di Bologna, 14.000 mq che ospitano laboratori didattici, centri di ricerca, spazi espositivi e — dal 2019 — G-Factor, il proprio incubatore-acceleratore specializzato in life science, digital health, agritech e intelligenza artificiale.

IL CONTESTO: UN ECOSISTEMA CHE MATURA

L’operazione si inserisce in una tendenza strutturale documentata dal Report 2025 del Social Innovation Monitor (SIM): il numero di incubatori attivi in Italia è sceso a 203 strutture (-15,1% rispetto alle 239 del 2024). Fusioni tra organizzazioni, pivot verso nuovi modelli e chiusure di attività non più sostenibili spiegano la contrazione. Ma le strutture rimaste generano oltre 600 milioni di euro di fatturato complessivo attraverso più di 5.000 startup incubate o accelerate: la contrazione è maturazione, non crisi. Sintomo anche di un settore - quello delle startup e degli operatori che le servono - che evolve e cresce a ritmo sostenuto, seppure l’Italia, in termini assoluti, non sia ancora al passo con le altre grandi economie su questo fronte.

Solo il 23% degli incubatori italiani ha una specializzazione settoriale: la nuova Almacube, con la sua doppia competenza nel deep-tech accademico e nel life science industriale, si posiziona nella minoranza tra le realtà che il mercato sta premiando con la crescita.

Bologna si allinea così a una traiettoria già percorsa a livello nazionale e punta a costruire, su basi istituzionali più solide, un hub capace di competere nel panorama europeo degli incubatori universitari e di attrarre programmi, capitali e talenti internazionali.

Almacube: INNOVAZIONE APERTA TRA UNIVERSITÀ E IMPRESE

Almacube opera da sempre in due direzioni simultanee. La prima è quella dell’incubazione: accompagnare ricercatori e studenti, spin-off, startup e imprenditori nelle fasi più fragili della nascita d’impresa, con programmi equity-free, mentoring specializzato e accesso a una comunità di oltre mille mentor, manager e consulenti. Da oltre due decenni questa attività ha prodotto oltre 320 startup supportate, 55 delle quali attive oggi in community, metà delle quali spin-off accademici.

Grazie anche all’impatto di Almacube, l’Università di Bologna è oggi tra i primi tre atenei italiani per attrazione di investimenti venture capital: secondo il report State of Italian VC 2024 di P101, le startup fondate da ex-alunni dell’Alma Mater hanno raccolto oltre 1,1 miliardi di euro negli ultimi cinque anni.

La seconda direzione è quella dell'open innovation: aiutare imprese consolidate — dalle PMI alle grandi corporate — a innovare attraverso sfide progettuali aperte, ingaggiando studenti, giovani professionisti, ricercatori e startup come agenti di cambiamento. Un modello che trasforma la domanda di innovazione delle aziende in opportunità concrete di crescita per i talenti del territorio.

Nel 2025, Almacube ha chiuso l'esercizio con circa 1,8 milioni di euro di fatturato complessivo, in crescita di circa il 30% rispetto all'anno precedente. L'unità Open Innovation ne rappresenta la quota principale — circa il 65% del totale — con oltre 20 aziende partner consolidate e più di 50 progetti attivi: una densità progettuale che segnala collaborazioni strutturate e continuative, non interventi episodici. È la prova più concreta che il modello è sostenibile: l'innovazione si finanzia con l'innovazione.

GREAT-ER: DALLA PRE-INCUBAZIONE ALL’ACCELERAZIONE SU SCALA REGIONALE

Questa operazione contribuisce a rafforzare il posizionamento di Almacube come punto di riferimento per lo sviluppo imprenditoriale deep-tech a livello regionale, estendendo il proprio raggio d’azione dalla pre-incubazione fino alle fasi più avanzate di crescita.

Nel 2025 il programma Great-ER — finanziato dalla Regione Emilia-Romagna e guidato da Almacube — ha coinvolto le quattro Università della regione per supportare startup e spin-off deep-tech. Ai 12 progetti selezionati è stato offerto un percorso strutturato di accompagnamento, con servizi del valore di 20.000 euro ciascuno.

È proprio su questa base che si innesta il contributo della Fondazione Golinelli. Grazie alle competenze di accelerazione e al modello sviluppato da G-Factor, le startup potranno oggi proseguire il proprio percorso oltre la fase iniziale, accedendo a strumenti e opportunità per affrontare le fasi di crescita e ingresso sul mercato.

In questo senso, l’iniziativa consente di costruire una filiera sempre più integrata: le startup che nascono a Bologna, Ferrara, Parma, Reggio Emilia o Modena trovano in Almacube e Fondazione Golinelli un percorso continuo, dalla generazione dell’idea fino allo sviluppo industriale.

FONDAZIONE GOLINELLI E G-FACTOR: TRENT’ANNI DI ECOSISTEMA AL SERVIZIO DELL’IMPRESA

Fondazione Golinelli entra in Almacube portando una storia che va ben oltre un programma di accelerazione. In trent’anni ha costruito una concezione dell’innovazione come sintesi tra scienze, arti, tecnologie e imprenditorialità, incarnata nell’Opificio Golinelli: un polo di riferimento per la formazione scientifica e l'imprenditorialità. Questo capitale — relazionale, scientifico, culturale — entra ora nella governance di Almacube.

Fondazione Golinelli, nel 2021 ha promosso con CRIF il programma di accelerazione per giovani imprese innovative I-Tech Innovation, realizzato dal suo incubatore e acceleratore G-Factor nato nel 2018. L’edizione 2025-2026 in collaborazione con BI-REX Competence Center, Emil Banca, AgroFood BIC e Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, con il supporto istituzionale di Città Metropolitana, Comune di Bologna, Comune di Imola e ART-ER ha selezionato 11 imprese tra oltre 160 candidature pervenute in sei verticali: EdTech in Life Science, AI & Data in Finance & Green Economy, AgriTech & FoodTech, Industry 4.0, Social Impact e TravelTech & Smart Mobility.

Le imprese selezionate lavorano negli spazi fisici dei partner — Opificio Golinelli, BOOM-CRIF, MUG Emil Banca, BI-REX — e accedono alla linea pilota di BI-REX per attività di proof of concept e validazione industriale. Il percorso si chiude con un Investor Day davanti a venture capital, fondi e angel investor. È questo modello di accelerazione — dove la rete dei partner non finanzia solo, ma apre mercati — che ora confluisce nel nuovo hub comune.

LE DICHIARAZIONI

«Con l'ingresso di Fondazione Golinelli diamo continuità a un percorso strategico che punta a fare di Almacube un riferimento per l'innovazione, in Emilia-Romagna e nel panorama nazionale. Mettiamo a sistema competenze di alto valore e un modello capace di accompagnare l’innovazione in tutte le sue fasi. La governance che costruiamo oggi è pensata per crescere ancora: con le università e i centri di ricerca del territorio, con le imprese e con i nuovi attori che vorranno farne parte» Laura Toschi, Presidente Almacube; Professoressa Associata di Imprenditorialità e Innovazione, Università di Bologna.

«Entrare in Almacube rappresenta per Fondazione Golinelli l’evoluzione coerente di un percorso avviato quasi quindici anni fa, che ci ha portato a costruire un ecosistema in cui innovazione, formazione, tecnologia e impresa dialogano insieme. È una scelta che tiene insieme storia e visione: già nel 2012 si ipotizzava questo passo, ma i tempi non erano maturi. Oggi crediamo che l’innovazione d’impatto nasca solo in ecosistemi maturi, con massa critica e capaci di superare la frammentazione» Andrea Zanotti, Presidente Fondazione Golinelli.

«Con G-Factor, negli ultimi sei anni, abbiamo valutato oltre 1.300 progetti, investito in 24 startup e accelerato 60 realtà, collaborando con più di 150 partner nazionali e internazionali. Questa operazione unisce team e network, rafforzando – in una logica pubblico-privata – le relazioni tra università, investitori, imprese, amministrazioni e centri per l’innovazione. Intercetta e anticipa la direzione del settore: sta nascendo un ecosistema maturo e integrato, pronto a diventare uno dei principali punti di riferimento a livello nazionale e non solo» Antonio Danieli, Direttore Generale Fondazione Golinelli e Amministratore unico di G-Factor.

«Negli ultimi anni l’Università di Bologna ha consolidato un ecosistema imprenditoriale sempre più strutturato, in cui ricerca, formazione e trasferimento tecnologico dialogano in modo sistematico. L'Alma Mater offre terreno fertile e occasioni preziose per trasformare l'attività di studio e di ricerca in valore imprenditoriale: abbiamo oggi 62 società accreditate, tra spin-off e startup studentesche, di cui 35 sono state accreditate negli ultimi cinque anni. Se la nascita di nuove iniziative è ormai un processo consolidato, la sfida si sposta quindi sempre più sulla crescita. Per questo, l'ingresso di Fondazione Golinelli, con l’acceleratore G-Factor, nella compagine societaria di Almacube è un nuovo importante passo avanti nel fondamentale percorso di collegamento tra il mondo accademico e quello imprenditoriale», Giovanni Molari, Magnifico Rettore, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

«L’ingresso di Fondazione Golinelli in Almacube rappresenta un passaggio strategico di grande valore per il rafforzamento dell’ecosistema dell’innovazione del nostro territorio. Mettiamo a sistema competenze complementari - ricerca, impresa e cultura scientifica - costruendo una piattaforma ancora più solida per accompagnare la nascita e la crescita di startup ad alto contenuto tecnologico. Come Confindustria Emilia crediamo fortemente in modelli di collaborazione strutturata come questo, capaci di generare massa critica, attrarre talenti e creare connessioni concrete tra mondo produttivo e ricerca. È così che si alimenta la competitività: trasformando l’innovazione in un processo condiviso e continuo, al servizio dello sviluppo delle imprese e del territorio», Tiziana Ferrari, direttore generale di Confindustria Emilia Area Centro.

«L’ingresso in Almacube della Fondazione Golinelli va nella direzione tracciata da questa Regione: rafforzare il nostro ecosistema dell’innovazione facendo economie di scala, consolidando competenze e rendendo il nostro territorio sempre più attrattivo sui talenti, sulle imprese, sugli investitori. La specializzazione che la Fondazione Golinelli porta in dote va ad arricchire ulteriormente gli ambiti applicativi in campo scientifico e tecnologico, ampliando così il ventaglio di opportunità per accompagnare lo sviluppo di spinoff e startup. Una collaborazione fra pubblico e privato d’eccellenza, dunque, che si pone al servizio dell’innovazione e modello nazionale capace di avere forza e struttura per fare alleanze e competere anche a livello europeo e intercontinentale», Vincenzo Colla, Vicepresidente Regione Emilia-Romagna; Assessore allo Sviluppo economico, Green economy, Università e Ricerca. 

Almacube

è un hub di innovazione e incubatore certificato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, fondato nel 2000 dall'Università di Bologna e da Confindustria Emilia Area Centro. Opera attraverso due unità strategiche — Open Innovation e Startup & Spinoff — a supporto di startup, spin-off accademici e imprese nel loro percorso di crescita e innovazione, facendo da punto di connessione tra il mondo della ricerca e quello dell'industria. www.almacube.com

Fondazione Golinelli

nata nel 1988, oggi è una holding filantropica attiva in tutta Italia. Gestisce e controlla società di scopo come G-Lab S.r.l. (formazione e alta formazione) e G-Factor S.r.l., in evoluzione in FG Partecipazioni, holding per investimenti in imprese innovative. Gestisce il Centro Arti e Scienze Golinelli e la collezione Marino Golinelli. Sviluppa piattaforme tecnologiche come Golinelli LiVE (IA, AR/VR), coordina e dirige la Scuola delle idee Marino Golinelli, paritaria secondaria di primo grado) e partecipa come lead investor a UTOPIA SIS S.p.A., e come socio ad Almacube S.r.l. e al consorzio BiRex. Opera nei settori di educazione, formazione e cultura e nell’innovazione. Dall’Opificio Golinelli sono passate negli ultimi dieci anni oltre un milione di persone tra studenti, ricercatori, imprenditori e visitatori. www.fondazionegolinelli.it

Confindustria Emilia Area Centro

Confindustria Emilia Area Centro è l’associazione che riunisce oltre 3.400 imprese, distribuite nelle province di Bologna, Ferrara e Modena, che esprimono un fatturato di oltre 97 miliardi di euro e occupando oltre 278 mila lavoratori. www.confindustriaemilia.it

 

 

 

 

 

 

 

Il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria, pubblicato per la prima volta nel 2014, si inserisce nel quadro della continua crescita delle iniziative autonomo-imprenditoriali dei migranti in Italia per contribuire a comprenderne l’apporto e le potenzialità. Realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (CNA), monitora annualmente l’eterogeneo universo dell’imprenditorialità immigrata, mettendone a fuoco le caratteristiche di fondo e le dinamiche evolutive.

Il volume, secondo un’impostazione consolidata, focalizza il caso italiano a partire dai dati raccolti nel Registro delle Imprese, leggendoli nel dettaglio e inquadrandoli in una prospettiva di lungo periodo. L’analisi, pur centrata sul piano nazionale, parte dal panorama europeo e inquadra l’andamento del fenomeno in tutte le regioni italiane, evidenziando la capacità dell’imprenditorialità immigrata di rivitalizzare i contesti socioeconomici locali, stimolando tanto la crescita economica quanto la coesione sociale.

L’Italia nel contesto europeo

Nel panorama comunitario, l’Italia si distingue per il peso storicamente elevato del lavoro autonomo. Nonostante l’evidente contrazione registrata negli ultimi vent’anni (2005-2024) – analoga ma più marcata rispetto al trend generale dell’Ue-27 –, i dati della Labour Force Survey di Eurostat continuano a segnalare un numero di lavoratori indipendenti superiore a qualsiasi altro Paese dell’Unione. Nel 2024 questi rappresentano il 20,1% dell’occupazione complessiva a fronte del 13,6% della media europea.

Si evidenzia, così, un tessuto socioeconomico in cui la microimprenditorialità svolge un ruolo tutt’altro che residuale o transitorio, rappresentando – al contrario – uno degli assi della struttura produttiva e un fattore storicamente integrato nella cultura occupazionale del Paese.

All’interno di questo scenario si inserisce, con crescente evidenza, la componente immigrata, che, in parallelo al calo dei lavoratori autonomi nativi aumenta in tutta l’Unione. Tuttavia, l’incidenza di lavoratori indipendenti, tra gli immigrati, resta tuttora più bassa che tra gli autoctoni. Mediamente, nell’intera Ue il lavoro autonomo copre il 13,9% degli occupati nativi a fronte del 10,5% di quelli di origine straniera.

L’Italia segue le stesse dinamiche, registrando a sua volta, sul lungo periodo, un vistoso aumento dei lavoratori indipendenti con background migratorio, secondo una traiettoria opposta a quella osservata tra gli autoctoni. Allo stesso tempo, visto il consolidato radicamento della microimprenditorialità, l’Italia si distingue come uno degli Stati membri in cui la diffusione del lavoro autonomo resta più marcata tra la popolazione autoctona rispetto a quella di origine straniera. Il lavoro indipendente pesa, infatti, per il 12,9% sugli occupati immigrati vs il 20,9% calcolato tra i nativi. La spiccata spinta all’iniziativa indipendente dei lavoratori immigrati, in altri termini, si inserisce in un contesto già fortemente caratterizzato da tradizioni imprenditoriali diffuse e consolidate, che oltre a rappresentare un rilevante fattore di stimolo, suggeriscono ulteriori prospettive di crescita.

A ciò si associa una considerevole capacità di generare occupazione, a sua volta suscettibile di ampie possibilità di miglioramento. In Italia il 27,0% degli autonomi immigrati impiega personale dipendente, un dato vicino alla media europea (28,6%), ma distante da quello registrato tra i nativi (33,9%), secondo uno scarto più elevato che a livello comunitario (31,7%).

L’imprenditorialità degli immigrati in Italia. Tra dinamismo e sfide strutturali

L’accentuata imprenditorialità delle persone di origine straniera rappresenta un tratto ormai consolidato del sistema socioeconomico italiano, all’interno del quale gioca un ruolo sempre più rilevante e dal portato strategico.

Gli studi e le rilevazioni statistiche confermano come l’iniziativa economica dei migranti contribuisca sia alla tenuta, sia al rinnovamento del sistema di impresa nazionale, favorendone l’innovazione e l’internazionalizzazione: passaggi fondamentali per il rilancio della competitività dell’intero Sistema Paese. Allo stesso tempo, l’attività imprenditoriale può rappresentare uno strumento di inclusione e avanzamento socioeconomico per i lavoratori e le lavoratrici di origine straniera, offrendo loro percorsi di (auto)impiego alternativi alle tradizionali forme di lavoro subordinato, strutturalmente segnate dalla canalizzazione in ruoli subalterni e dalle scarse occasioni di mobilità.

I dati del Registro delle Imprese continuano ad evidenziare il dinamismo anticiclico dell’imprenditorialità immigrata. Le attività indipendenti condotte da persone nate all’estero hanno mostrato capacità di crescita anche in contesti economici sfavorevoli, come a seguito della crisi del 2008, la pandemia o le recenti tensioni energetiche. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese autoctone diminuivano del 7,9%, quelle immigrate sono aumentate del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767 unità. Di riflesso, alla fine del 2024 rappresentano un nono (11,3%) di tutte le attività indipendenti del Paese (vs il 7,4% del 2011).

Particolarmente sostenuto è il contributo all’avvio di nuove attività: più di un quarto di tutte le nuove imprese aperte nel 2024 sono guidate da persone nate all’estero (25,6%).

Nonostante il notevole turn over, inoltre, più di un terzo (37,0%) ha alle spalle oltre dieci anni di attività: un dato che attesta esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato locale.

Il tradizionale protagonismo della microimprenditorialità, caratteristico del tessuto produttivo italiano, si specchia e si accentua nello spaccato imprenditoriale degli immigrati. Le ditte individuali, di facile accesso anche a partire da capitali e competenze gestionali limitati, rappresentano il 72,4% delle imprese condotte da persone nate all’estero e si evidenziano come il segmento del sistema di impresa in cui il ricambio generazionale garantito dai migranti è stato più rilevante. Soprattutto nell’ultimo quadriennio, tuttavia, si è evidenziata la ridotta attrattività di questa opzione anche per gli imprenditori immigrati, con una più incisiva transizione verso forme societarie più strutturate. Le società di capitale, già segnate dai ritmi di aumento più sostenuti nel lungo termine (+223,2% tra il 2011 e il 2024), nella fase post-pandemica si sono affermate come il principale motore dell’espansione imprenditoriale dei migranti. Di riflesso, alla fine del 2024 coprono più di un quinto dell’intero tessuto di impresa immigrato (21,1%), a fronte del 9,6% del 2011.

Cresce, inoltre, seppure lentamente, anche la partecipazione dei migranti alle start-up innovative. Alla fine del 2024 sono 1.962 quelle nella cui compagine societaria è presente almeno una persona di origine straniera (il 16,2% del totale).

Un analogo percorso di transizione si riscontra anche nella distribuzione settoriale. Tradizionalmente concentrate nel commercio e nell’edilizia (54,4%), le imprese immigrate stanno progressivamente diversificando i relativi ambiti di attività.

Sul lungo termine, spicca l’accentuato dinamismo nell’ambito dei servizi, a partire dalle attività di alloggio e ristorazione (+93,6% dal 2011), le attività di noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (+108,3%) e i cosiddetti “altri servizi”, che si distinguono per i ritmi di aumento più sostenuti (+152,0%). Stringendo l’attenzione sulla fase post-pandemica, oltre all’evidente ripresa dell’edilizia – che, sostenuta dagli incentivi governativi, è tornata a trainare la crescita complessiva (+14,9% tra il 2020 e il 2024) e a rappresentare il comparto in cui l’incidenza delle imprese immigrate raggiunge il suo picco (20,1%) –, si evidenzia l’accentuata vitalità di un composito insieme di servizi specialistici, finora poco battuti dall’imprenditorialità immigrata (servizi immobiliari: +32,6%; finanziari e assicurativi: +25,4%; attività professionali, scientifiche e tecniche: +18,8%). All’opposto, il commercio – già poco dinamico nella fase precedente – ha segnato un cambio di rotta, segnalandosi per una tendenziale contrazione (-6,6%). Tiene, invece, la manifattura (+2,2%).

Alla luce di tali andamenti, pur restando commercio (29,8%) ed edilizia i settori cardine (25,0%), l’imprenditoria immigrata opera oggi soprattutto nelle attività di alloggio e ristorazione (58.472, 8,8%), nella manifattura (49.263, 7,4%),

 

nei servizi alle imprese (36.862, 5,5%) e negli “altri servizi” (32.998, 4,9%). Seguono l’agricoltura (21.173, 3,2%) e il comparto trasporti-magazzinaggio (16.294, 2,4%), mentre le attività professionali,

31.12.2024 31.12.2024
77,9%
Centro-Nord
11,7%
nati in Marocco
42,1%
Città
metropolitane
11,1%
nati in Romania
9,8%
Milano
10,4%
nati in Cina
9,8%
Roma
8,7%
nati in Albania

scientifiche, tecniche, immobiliari, finanziarie e assicurative rappresentano nell’insieme il 4,0% del totale (26.929).

Contribuisce a questo graduale percorso di diversificazione la crescente partecipazione delle donne. Pur minoritarie, le imprese gestite da donne immigrate aumentano secondo ritmi accentuati (+56,2% dal 2011 e +8,3% dal 2020) e rafforzano il proprio peso sia nel quadro dell’imprenditoria immigrata (24,7%, 164.509 imprese), sia in quello dell’imprenditoria femminile (12,6%). Attive soprattutto nel terziario, crescono innanzitutto nei cd. “altri servizi” (+27,2% dal 2020) e nelle attività specialistiche e professionali. Si distinguono, inoltre, per un più marcato ricorso alle forme societarie, con le società di capitale che raggiungono il 24,1% del totale.

Al contrario, l’imprenditorialità giovanile (under 35) – in analogia al quadro complessivo – risulta in calo anche tra gli immigrati (-12,0% dal 2020), e se nel 2020 copriva il 19,7% del totale di riferimento, nel 2024 la stessa incidenza scende al 13,8%. Resta stabile e di assoluto rilievo, invece, l’impatto sull’insieme delle attività giovanili (19,0%), un dato che risulterebbe ancor più incisivo se si considerassero anche i giovani con background migratorio nati direttamente sul territorio italiano.

Anche il panorama delle nazionalità più rappresentate tra i titolari di ditte individuali va lentamente rimodulandosi. Accanto al consolidato protagonismo dei piccoli imprenditori nati in Marocco (11,7% del totale), Romania (11,1%), Cina (10,4%) e Albania (8,7%), si è affermato il ruolo crescente di “nuovi” gruppi, a loro volta caratterizzati da una peculiare spinta verso l’attività indipendente. È il caso, soprattutto, di pakistani e bangladesi: tra il 2011 e il 2024, sullo sfondo della crescita generalizzata dei piccoli imprenditori di origine straniera (+31,5%), i primi sono più che triplicati (+206,3%) e i secondi più che raddoppiati (+117,2%), superando per numero sia gli originari dei Paesi meta dell’emigrazione italiana storica, sia gli immigrati da Senegal, Tunisia ed Egitto.

In parallelo alle linee di evoluzione già richiamate, i dati evidenziano anche la lenta ma graduale attenuazione della tendenza di ciascun gruppo a concentrarsi in determinati ambiti di attività (specializzazioni etniche). Pur restando evidente la canalizzazione nel commercio di marocchini (62,5%), bangladesi (62,6%) e pakistani (46,8%), la concentrazione nell’edilizia di albanesi (66,0%) e romeni (55,4%) e la predilezione dei cinesi per il commercio (34,0%), la manifattura (31,6%) e il comparto ristorativo-alberghiero (15,1%), nel tempo – e in modo accentuato negli ultimi anni – si distingue un graduale indebolimento di tali primati, specchio sia dell’andamento del mercato, sia dell’emergere di nuovi comportamenti e nuovi soggetti imprenditoriali, tra cui spiccano le donne.

Sul piano territoriale, i dati attestano il carattere diffuso dell’imprenditorialità immigrata, ormai radicata in tutto il Paese. Si evidenzia, tuttavia, una distribuzione disomogenea, che si concentra nelle aree economicamente più dinamiche e urbanizzate. Le regioni del Centro-Nord (77,9%) e le Città Metropolitane (42,1%) rappresentano i principali poli di attività. Lombardia (19,8%) e Lazio (11,8%), e al loro interno le Città Metropolitane di Milano (9,8%) e Roma (9,8%), si confermano i primi territori di inserimento. Il Rapporto presta specifica attenzione ai contesti regionali e provinciali, cui dedica apposite schede descrittive, corredate da tavole e infografiche.

Inoltre, grazie alle analisi condotte su un database di Intesa Sanpaolo, a partire da un campione di oltre 136mila imprese native manifatturiere, con un fatturato di almeno 100mila euro, il Rapporto indaga il grado di integrazione dell’imprenditoria immigrata nelle catene di fornitura locali. Emerge così come, tra il 2019 e il 2022, il 18% di queste aziende abbia acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate (per un valore di oltre 3 miliardi di euro): una percentuale che evidenzia uno scambio ancora relativamente contenuto, ma dalla valenza strutturale. Prevale l’acquisto di manufatti (55%) e, quanto ai servizi, è interessante notare che i fornitori immigrati offrano meno servizi “di base” e più servizi avanzati rispetto agli autoctoni, segno di elevate competenze professionali. Il 12% dei fornitori immigrati, inoltre, è identificabile come “strategico”, ovvero intrattiene rapporti stabili con l’impresa ordinante da almeno 5 anni: un ulteriore segno della rilevanza della componente immigrata per l’industria manifatturiera italiana.

Tra continuità e cambiamento: un sistema in transizione

Le analisi raccolte nel Rapporto restituiscono l’immagine di un fenomeno in transizione, in continua tensione tra dinamismo, opportunità di sviluppo e fragilità strutturali.

Nonostante la persistente canalizzazione degli imprenditori e le imprenditrici di origine straniera nelle mansioni meno attrattive e meno remunerative – che rischia di riprodurre forme di marginalizzazione analoghe a quelle osservabili nell’occupazione alle dipendenze –, si distinguono traiettorie evolutive tese al rafforzamento e alla diversificazione dei soggetti e dei percorsi imprenditoriali finora prevalenti.

 

Nel complesso, si tratta di linee di sviluppo che ribadiscono il portato strategico dell’imprenditorialità immigrata per l’inclusione socioeconomica, la rigenerazione del tessuto produttivo e lo sviluppo locale e ne evidenziano – allo stesso tempo – il potenziale ancora inespresso.

Per rafforzare e valorizzare tali evoluzioni positive resta determinante l’azione di interventi pubblici mirati, tarati sulle caratteristiche peculiari (e diversificate) dei soggetti coinvolti e sugli specifici fattori di svantaggio che ne condizionano i percorsi di impresa (scarso capitale iniziale, accesso limitato al credito, debolezza delle reti professionali, ostacoli linguistici e burocratici).

Rovesciando la prospettiva, si tratta di puntare su interventi integrati e differenziati, capaci di sostenere sia le iniziative più innovative sia le forme “minori” di imprenditorialità, così da arginare le logiche dell’autoimpiego di necessità e valorizzare il dinamismo occupazionale dei migranti come una componente qualificante per la competitività economica e la coesione sociale. Sintetizzando, si tratta di:

-promuovere e rendere accessibili percorsi di formazione e accompagnamento che vadano oltre la fase di avvio dell’impresa e siano accompagnati dalla semplificazione burocratica;

-ampliare gli strumenti di finanziamento e garanzia e agevolare l’accesso al credito;

-sostenere ed estendere le relazioni tra le diverse componenti del tessuto di impresa per rafforzare le reti imprenditoriali “miste” e il relativo potenziale di crescita con sviluppo.

-promuovere un approccio sinergico, condiviso tra i diversi livelli istituzionali, funzionale ad attivare una rete di serviziorganica, strutturata e diffusa sul territorio.

 

 

La versione integrale del Rapporto e le altre pubblicazioni di IDOS possono essere acquistate, anche in formato elettronico
e per singoli capitoli, su www.dossierimmigrazione.it/negozio

 

 

 

 Le imprese immigrate al femminile sono cresciute del 56% in meno di 15 anni e sono ormai una su quattro, all’interno di un fenomeno in continua espansione. Anticipazione del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 realizzato da Idos e Cna.
Il 24 marzo la presentazione a Roma

 

In meno di quindici anni le imprese di donne immigrate sono aumentate di oltre il 56%: un dato ben superiore a quello complessivo dell’imprenditorialità di origine straniera in Italia, che è oggi al femminile in un caso su quattro e dimostra un’attitudine sempre più marcata a sperimentare aree “merceologiche” inattese.

È una delle tendenze che emergono dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos e dalla Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa), la cui presentazione è prevista per il prossimo 24 marzo a Roma presso la sala conferenze di Esperienza Europa - David Sassoli. 

Dal 2014 il Rapporto fotografa con cadenza annuale il ruolo dell’imprenditoria immigrata nel sistema socioeconomico italiano e ne evidenzia una vitalità sconosciuta al resto del tessuto d’impresa, segnato al contrario da una fase di persistente contrazione: dal 2011 al 2024 le imprese immigrate sono cresciute del 46,9%, contro il -7,9% registrato nello stesso periodo tra le attività guidate da persone nate in Italia. Un fenomeno all’interno del quale, un anno dopo l’altro, si è rafforzata appunto la partecipazione delle donne, segno del lento, ma progressivo ridimensionamento del protagonismo maschile e della diversificazione dei profili e dei percorsi imprenditoriali prevalenti. Con un aumento del 56,2% tra il 2011 e il 2024 e dell’8,3% nell’ultimo quinquennio, le imprese immigrate femminili si distinguono per un dinamismo accentuato e raggiungono le 164.509 unità, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati.

Negli stessi anni, il numero delle imprese condotte da donne nate in Italia ha subìto un evidente calo, seppure ridimensionato rispetto alla componente maschile nell’ultimo periodo (-3,5% dal 2020). Di riflesso, alla fine del 2024, le imprese guidate da donne di origine straniera rappresentano un ottavo di tutte le attività indipendenti femminili del Paese (12,6%): un’incidenza quasi doppia rispetto al 2011 (7,3%) e superiore a quella calcolata sull’intero panorama di impresa nazionale (tra cui le imprese immigrate pesano per l’11,3%). 

È un aumento che si lega innanzitutto alla crescente presenza di imprenditrici immigrate nelle attività dei servizi, in generalizzata espansione nell’economia italiana. I principali comparti di inserimento restano il commercio (48.810 imprese immigrate femminili) e le attività di alloggio e ristorazione (21.517). Tuttavia, negli ultimi cinque anni a distinguersi per i ritmi di aumento più elevati sono state le così dette “altre attività di servizi” (18.812 e +27,2%) - che includono quelli alla persona e oggi rappresentano il terzo ambito di attività più battuto - e un composito gruppo di attività specialistiche finora poco frequentate dall’imprenditoria immigrata (attività immobiliari: +33,3%; attività finanziarie e assicurative: +24,7%; attività professionali, scientifiche e tecniche: +24,2%), che nell’insieme raccolgono quasi 10.000 imprese immigrate femminili, evidenziando la crescente la capacità delle donne di origine straniera di cogliere nuove opportunità di inserimento professionale e di autopromozione socio-economica.

Si tratta di un’evidenza di tutto rilievo, considerato che le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato occupazionale, largamente convogliate nel lavoro domestico e di cura e con scarse occasioni di mobilità professionale, anche a fronte di competenze (formali o informali) elevate e di lunghi percorsi di stabilizzazione. 

A partire dalle statistiche ufficiali e grazie ad approfondimenti specifici, lo studio evidenzia non solo le tendenze e le caratteristiche del fenomeno, ma anche le dinamiche settoriali e territoriali, l’integrazione nelle filiere produttive, le nazionalità più rappresentate.

Alla presentazione del Rapporto si confronteranno rappresentanti istituzionali, ricercatori e imprenditori e, oltre a una sintesi nazionale, verranno rilasciati anche comunicati su tutte le regioni italiane. Ulteriori dettagli su programma e modalità di partecipazione saranno presto disponibili.

 

 

C’è un momento, nella vita di una persona, in cui il peso dei conti da pagare diventa insostenibile. Non è solo una questione di numeri, di saldo negativo o di scadenze che si accumulano. È la sensazione di sprofondare lentamente, senza che nessuno tenda una mano. È in quel momento che lo Stato dovrebbe farsi sentire, non quando il danno è ormai compiuto. Il problema non è tanto la durata della crisi personale o familiare, breve o lunga che sia, ma il punto di rottura. Quel momento critico in cui un cittadino non riesce più a pagare l’affitto, le bollette, le rate del mutuo o a onorare i propri debiti. Quando accade, la spirale dell’indebitamento si avvita su se stessa e diventa quasi impossibile risalire. In una società che si definisce giusta e solidale, lo Stato non può restare spettatore. Non può limitarsi a intervenire con aiuti tardivi o misure tampone, quando le famiglie hanno già perso tutto la casa, la serenità e la fiducia. La povertà, una volta entrata, lascia ferite profonde che non si rimarginano facilmente. Perciò, l’intervento pubblico dovrebbe avvenire prima che la situazione degeneri, quando ancora è possibile salvare le persone dal baratro.

Ciò significa creare meccanismi di prevenzione, strumenti flessibili ed accessibili a chi, pur lavorando e facendo sacrifici, non riesce a far fronte agli impegni economici. Un sostegno temporaneo, ma decisivo, per evitare che la difficoltà diventi cronica. Peraltro, aiutare chi è in difficoltà non vuol dire premiare l’inadempienza, ma significa, piuttosto, difendere la dignità delle persone e la tenuta sociale del Paese. Perciò, quando un cittadino affonda nei debiti, non perde solo denaro, ma perde la fiducia nelle istituzioni, nel futuro e nella possibilità di rialzarsi. E, ribadisco, senza la fiducia, nessuna economia può funzionare davvero. Oggi, l’Italia affronta una realtà fatta di famiglie sempre più fragili e di giovani che, nonostante il lavoro, faticano a sostenersi. Gli stipendi restano bassi, il costo della vita aumenta e i margini per risparmiare sono quasi inesistenti. Un guasto all’auto, una bolletta più alta del previsto ed una spesa medica imprevista basta poco causare uno scivolamento in un vortice da cui è difficile uscire. Lo Stato, però, spesso arriva tardi e le misure di sostegno vengono approvate con mesi di ritardo, peraltro, i bandi sono complicati, le procedure lente e scoraggianti. Peraltro, la gente si arrangia e chiede prestiti, si indebita, rinuncia a curarsi, a riscaldare la casa e perfino a mangiare in modo dignitoso. Occorre una politica economica che prevenga, non che rincorra. Un sistema capace di intercettare per tempo i segnali di difficoltà e perciò il lavoratore che perde il posto, la famiglia che non riesce a pagare l’affitto, e l’artigiano che non riceve i pagamenti dai clienti.

Ogni storia ha il suo momento di svolta, e in quel momento serve presenza, e non burocrazia. Si potrebbe partire dal rafforzare i servizi territoriali di ascolto e sostegno economico, ma oggi, spesso, ridotti all’osso. Inoltre, potenziare il reddito di emergenza per chi attraversa un periodo di crisi, anche breve. E, aggiungerei, poi, promuovere la rinegoziazione dei debiti, consentendo a chi è in buona fede di trovare accordi sostenibili con banche, locatori e fornitori. Un’altra strada è quella dell’educazione finanziaria, non come materia per specialisti, ma come strumento quotidiano di cittadinanza. Sapere gestire le proprie spese, capire le clausole dei contratti, e conoscere i propri diritti e doveri si possono includere nella prevenzione. Il debito, in fondo, non è un fallimento morale. È una condizione umana che può riguardare chiunque, peraltro, in un momento di fragilità. Per questo, una società moderna deve saper distinguere tra chi evade e chi non ce la fa. E deve avere il coraggio di dire che aiutare il secondo non significa essere deboli, ma giusti. Intervenire prima, invece di punire dopo dovrebbe essere la nuova missione dello Stato Sociale, perché dietro ogni insolvenza c’è una storia umana di fatica, e dietro ogni fallimento c’è spesso solo l’assenza di un aiuto nel momento giusto. E allora sì, lo Stato deve intervenire, ma non con la forza dei pignoramenti o dei sequestri. Deve farlo con la forza della solidarietà, quella che tiene insieme una comunità e la rende più umana.

 

 

Dove nessuno chiede, nessuno giudica: così la Germania combatte lo spreco alimentare. E ora l’Italia prepara la sua risposta solidale.

 

A Berlino, tra i graffiti di Kreuzberg e i viali ordinati di Charlottenburg, si muove una rivoluzione gentile. Non ha leader né bandiere, ma frigoriferi: bianchi, silenziosi, pieni di vita. Li chiamano Fair-Teiler, che in tedesco significa “dividere correttamente”. Dentro, non ci sono soldi né moduli da firmare. Solo cibo. E fiducia. Tutto è cominciato da un gesto semplice: un gruppo di giovani volontari, indignati dal vedere tonnellate di cibo ancora buono finire nei cassonetti, decise di installare un frigorifero in un cortile berlinese. “Chi ha troppo, lasci; chi ha bisogno, prenda.” In pochi giorni quel frigorifero si riempiva e si svuotava più volte. Poi ne nacquero altri, in ogni quartiere. Oggi Berlino, Amburgo, Colonia e Monaco ne contano centinaia. Alcuni si trovano nei cortili delle chiese, altri accanto ai mercati rionali o nei centri sociali. Tutti puliti, controllati e gestiti da volontari che si alternano per verificare la qualità e la freschezza degli alimenti. Il principio è disarmante nella sua semplicità: nessuno chiede, nessuno giudica.

Chiunque può lasciare un piatto di minestra, del pane, frutta o verdura invenduta. Chiunque può prenderli. L’atto di donare e quello di ricevere diventano uguali, parte dello stesso cerchio. Sulla porta di molti frigoriferi campeggia una scritta: “Tutti mettono, tutti prendono e tutti contano”. Secondo le associazioni che gestiscono il progetto, ogni mese vengono salvate dallo spreco oltre 100 tonnellate di cibo. Un risultato enorme, se si considera che ogni cittadino tedesco butta in media 75 chili di alimenti l’anno. Ma, al di là dei numeri, il valore più grande è sociale: questi frigoriferi pubblici hanno ricucito tessuti comunitari logorati, riportando dignità, spontaneità e fiducia tra le persone. Camminando per Berlino è facile vederli: vicino alle fermate della metro, davanti ai condomini, persino all’angolo di Alexanderplatz. Ogni frigorifero ha la sua storia. Una signora anziana che lascia le torte che non riesce a finire, un cuoco che deposita i piatti invenduti del giorno, studenti che si scambiano pasti fatti in casa. Non c’è assistenzialismo, ma solidarietà orizzontale, quella che non ti fa sentire povero, ma parte di una comunità.

E in Italia? Fino a poco tempo fa, tutto questo sembrava un’utopia da nord Europa. Eppure, qualcosa si sta muovendo anche da noi. Dopo anni di sprechi silenziosi, oltre 5 milioni di tonnellate di cibo gettate ogni anno, secondo Coldiretti, alcune città italiane hanno deciso di ispirarsi al modello tedesco e lanciare un progetto simile: “Frigo Sociale Italia”. Nasce “Frigo Sociale Italia”: la rete dei frigoriferi solidali nel Belpaese. Il progetto pilota parte da Bologna, Milano e Napoli, ma l’obiettivo è arrivare a tutte le regioni. Il principio è lo stesso: frigoriferi pubblici, controllati dai volontari, in spazi facilmente accessibili, biblioteche, parrocchie, centri civici ed università.

Ogni punto sarà adottato da una rete di associazioni locali, commercianti e residenti, che si occuperanno della manutenzione e del controllo igienico. A Bologna il primo frigorifero solidale è stato installato in via San Donato: una struttura semplice, con un cartello in legno che recita “Condividi, non sprecare”. Nel giro di un mese, più di 300 chili di alimenti sono passati di mano senza che nulla si perdesse. A Milano, quartieri come Lambrate e Dergano stanno già seguendo l’esempio, con la collaborazione delle università e dei ristoranti della zona.

A Napoli, invece, il primo “frigo di quartiere” sarà collocato vicino a una scuola pubblica, per favorire la partecipazione delle famiglie e insegnare ai ragazzi il valore della sostenibilità concreta. Dietro il progetto ci sono idee semplici ma rivoluzionarie: la lotta allo spreco non si fa solo con le leggi, ma con la fiducia; l’aiuto reciproco non passa per la carità, ma per la condivisione. Ogni barattolo di marmellata donato, ogni porzione salvata, è una piccola vittoria contro un sistema che considera il cibo una merce, non un bene comune. Forse anche l’Italia, paese di grandi tavole e di grandi contraddizioni, può imparare qualcosa dalla lezione tedesca. Perché la vera modernità non sta nelle tecnologie o nei fondi europei, ma nella capacità di riconnettere le persone intorno ai bisogni più semplici. E nulla è più semplice, e più umano, del condividere un pasto. Alla fine, come recita la scritta su uno dei frigoriferi di Amburgo: “Il cibo non ha padroni, ha solo destinazioni”. Sta a noi decidere se vogliamo che finiscano nei rifiuti o nei piatti di chi, magari, quella sera, non aveva nulla da mettere in tavola.

La sinergia tra creatività e artigianato, prende forma nella collaborazione tra PM Management Group Production Film Production SRLs , realtà attiva nella produzione cinematografica e nella promozione di progetti culturali, e la CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, da sempre impegnata nella valorizzazione del territorio.
L’obiettivo è chiaro: unire le forze per costruire una filiera culturale integrata, dove il cinema e l’audiovisivo, diventino motore di crescita economica, occupazionale e identitaria per le imprese del territorio.
Questa collaborazione nasce dalla volontà condivisa di valorizzare le competenze artigiane all’interno delle produzioni cinematografiche, coinvolgendo aziende locali.


"Ogni film è un’opera collettiva (dichiara Piero Melissano), senza le competenze artigiane, le storie non prendono forma. Per questo crediamo nel legame tra produzione culturale e CNA. Il cinema (continua Melissano), rappresenta infatti, non solo un veicolo di narrazione e promozione del territorio, ma anche un’opportunità concreta per l’artigianato e la microimpresa, capaci di offrire servizi altamente qualificati, personalizzati e radicati nel contesto locale. Con la CNA vogliamo costruire un modello che unisca bellezza, competenza e sviluppo sostenibile, un progetto di rete per il futuro" (conclude Melissano).
In un momento in cui il comparto culturale può rappresentare un traino per la ripresa economica, l'alleanza tra la PM Management Group Production Film Production SRLs e la CNA, dimostra come sia possibile coniugare impresa, arte e comunità. Una visione condivisa che guarda al futuro con concretezza, progettualità e passione.

Da oltre settant’anni il dollaro americano è la valuta di riferimento nei mercati internazionali. Simbolo di potenza economica e di stabilità, è stato per decenni il perno attorno al quale si è articolata la finanza globale. Tuttavia, negli ultimi anni, l’architettura finanziaria internazionale sta mostrando segnali di cambiamento. In un mondo multipolare, dove nuove potenze regionali stanno acquisendo un ruolo crescente, l’affermazione che segue è semplice quanto fondamentale cioè che l’egemonia del dollaro è destinata a durare oppure stiamo entrando in un’epoca di pluralità monetaria. Nonostante la crescente attenzione verso la cosiddetta “dedollarizzazione”, soprattutto nei paesi emergenti e nei membri del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, recentemente allargato), il dollaro continua a dominare. È tuttora utilizzato in oltre l’85% delle transazioni finanziarie internazionali e rappresenta circa il 60% delle riserve valutarie mondiali. La sua centralità è evidente in settori strategici come l’energia, dove il “petrodollaro” rimane lo standard per la vendita di petrolio e gas. Tra i principali sfidanti c’è sicuramente la Cina, che spinge da anni per un ruolo più centrale dello yuan (renminbi) negli scambi globali. Tuttavia, il percorso è complesso. Lo yuan non è pienamente convertibile, e il sistema bancario cinese, sottoposto a controlli statali e scarsa trasparenza, genera diffidenza tra gli investitori internazionali. Inoltre, la valuta cinese non è sostenuta da una rete di garanzie e fiducia paragonabile a quella del dollaro. La Cina possiede circa 600 miliardi di dollari in titoli del Tesoro USA, una cifra significativa, ma inferiore al 2% del debito complessivo americano, che oggi supera i 30.000 miliardi. E, fatto meno noto, anche molte banche americane detengono asset in valuta cinese, riducendo il vantaggio competitivo di Pechino.

Nel frattempo, i BRICS stanno lavorando a strumenti alternativi come BRICS Pay, un sistema di pagamento che consente transazioni in valute locali, e discutono da tempo la possibilità di una moneta comune per facilitare gli scambi interni, ma, a tutt’oggi, la coesione del blocco è ancora fragile. Le divergenze politiche ed economiche tra membri storici e nuovi (come Arabia Saudita, Egitto o Iran) rendono difficile un’integrazione monetaria coerente e credibile. La strategia dei BRICS si concentra principalmente sulla dedollarizzazione degli scambi bilaterali, cioè sull’utilizzo di valute locali per le importazioni ed esportazioni. È un processo che mira a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici, soprattutto per paesi come Russia o Iran, colpiti da sanzioni occidentali. Tuttavia, si tratta di un fenomeno più difensivo che offensivo, incapace, almeno per ora, di produrre un’alternativa sistemica. Nel contesto attuale, un aspetto spesso trascurato ma fondamentale è la fiducia nei sistemi istituzionali. Il dollaro gode ancora della forza delle sue istituzioni: Federal Reserve, sistema giuridico, trasparenza dei mercati, capacità di assorbire shock economici. Anche in un clima politico polarizzato, gli Stati Uniti mantengono un’enorme capacità attrattiva. Le recenti dinamiche elettorali e l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, nonostante le tensioni globali, non sembrano intaccare la solidità della valuta americana. Certo, l’Occidente si trova oggi a confrontarsi con una crescente sfiducia interna ed esterna, alimentata da una percezione di declino, diseguaglianze economiche e crisi politiche. Ma se l’egemonia americana vacilla in termini di soft power, il dollaro resta — al netto delle fluttuazioni — ancora una roccaforte finanziaria. Gli Stati Uniti possono contare su mercati liquidi, un sistema di controllo regolamentare consolidato e, soprattutto, un’economia ancora in grado di generare crescita, innovazione e occupazione. Il rischio più concreto, al momento, non è tanto la fine del dominio del dollaro, quanto la nascita di un sistema più multipolare, con una varietà di valute forti che coesistono: yuan, euro, rupia, rublo, magari affiancate da una moneta digitale di nuova generazione sostenuta da risorse reali come oro, terre rare o gas. Un’evoluzione che riflette i nuovi equilibri geopolitici.

In questo scenario, le criptovalute rappresentano un altro capitolo aperto. Nonostante le oscillazioni di valore e i rischi di frode, alcuni governi iniziano a considerare seriamente le valute digitali centralizzate (CBDC) come strumenti per gestire flussi commerciali esterni in modo più indipendente. Ma affinché possano davvero erodere lo spazio del dollaro, serve qualcosa che oggi manca: un sistema di fiducia globale alternativo. In conclusione, parlare oggi di un mondo senza dollaro è prematuro, tuttavia il tempo dell’unipolarismo finanziario è chiaramente alle spalle. Siamo entrati in un’epoca di transizione silenziosa, dove la centralità americana è ancora viva, ma progressivamente più contendibile. Il futuro sarà scritto non solo nei board delle banche centrali, ma anche nei nuovi forum globali, nei piani industriali congiunti e nelle scelte quotidiane degli operatori economici. E, forse, in un nuovo modo di concepire il denaro stesso.

L’Unione Europea, dopo l’attacco russo, ha promesso di spezzare ogni legame energetico con Mosca. Ma i dati e i fatti raccontano una storia diversa, più sfumata e meno eroica. A due anni e mezzo dall’inizio della guerra, in Ucraina, una delle principali zone di battaglia, quello energetico, resta incerto, contraddittorio, ed in certi casi, persino paradossale. Tra questi, spicca quello che potremmo definire il circuito del gas russo “riciclato”: Ungheria e Slovacchia, pur criticate da Bruxelles per i loro legami con Gazprom, rivendono gas all’Ucraina, che lo riceve come se non fosse più russo e, invece, nella sostanza lo è. Peraltro, l’Ucraina interruppe gli acquisti diretti di gas da Mosca nel 2015, ma ha continuato ad approvvigionarsi tramite il cosiddetto reverse flow cioè è una pratica che consiste nel far rientrare gas in Ucraina da paesi europei confinanti. E formalmente, si tratta di gas europeo. Ma in realtà, è lo stesso gas russo, acquistato da intermediari europei. Perciò nel caso di Ungheria e Slovacchia, il flusso è chiaro: questi paesi ricevono regolarmente forniture russe attraverso contratti a lungo termine (molti dei quali firmati ben prima dell’invasione del 2022), ed una parte di questo gas viene poi venduta o scambiata all’Ucraina.

Bruxelles condannò più volte Budapest e Bratislava per la loro dipendenza dal gas russo. Peraltro, la Commissione puntò il dito contro la mancanza di coerenza con le sanzioni e l’obiettivo di ridurre a zero l’importazione di energia russa. Eppure, nel contempo, accetta che quel gas serva a mantenere accese le centrali termiche ucraine, e anzi, spesso ne finanzia l’acquisto tramite fondi di assistenza. Il risultato è una contraddizione sistemica: l’UE rifiuta l’energia russa in nome dei principi, ma tollera ed in parte copre l’acquisto indiretto di quella stessa energia da parte del paese che sta cercando di salvare. Quello che si delinea è un classico caso di realismo politico travestito da idealismo normativo. Sul piano simbolico, l’UE ha scelto una linea dura contro la Russia, con l’obiettivo di “disintossicarsi” dal gas di Mosca. Ma sul piano pratico, la dipendenza strutturale dell’Europa orientale e la vulnerabilità energetica dell’Ucraina costringono i decisori politici a chiudere un occhio o entrambi. In alternativa o lasci Kiev al freddo, o la costringi a riaprire direttamente i rubinetti di Gazprom, perdendo completamente la faccia. Questo paradosso energetico non è un’anomalia: è un sintomo strutturale della fase attuale della guerra. La transizione energetica è reale, ma lenta e in tempo di guerra le priorità cambiano. Le infrastrutture esistenti non si modificano in pochi mesi; i contratti di fornitura non si cancellano senza conseguenze legali e geopolitiche; e l’Ucraina, pur eroica nella resistenza militare, resta dipendente dalle forniture europee e peraltro, in parte, dal gas russo. In definitiva, ciò che accade oggi tra Ungheria, Slovacchia, Ucraina e Russia è più di una stranezza burocratica: è la prova che la guerra energetica è fatta anche di compromessi, zone grigie e verità scomode. In una parola: realismo. Se l’Europa vuole davvero emanciparsi dal ricatto energetico russo, dovrà affrontare non solo le dipendenze tecnologiche, ma anche le sue stesse contraddizioni politiche.

 

Va detto che dazio o tassa è la parola chiave di questo periodo. L’ha pronunciata Trump in campagna elettorale e la sta proclamando come esecutiva  ad un mese dal suo insediamento.

 

Giovedì 13 febbraio, ha dato infatti ordine esecutivo di applicare “dazi reciproci” verso paesi che applicano tariffe doganali su prodotti americani. Motivi di equità assicura il presidente americano. 

Il dazio- nello specifico- è una forma protettiva che un paese adotta per difendere i propri prodotti dalla concorrenza dei prodotti esteri. Non aiuta il consumatore ma riduce la libertà del consumatore, che non è certo “felice” del dazio su un prodotto che era abituato a comprare. 

Ma secondo Trump e i suoi ministri, i dazi hanno notevoli vantaggi per loro: daranno impulso alla produzione americana e finanzieranno sgravi fiscali a basso costo per i cittadini, mentre gli stranieri pagheranno il conto. 

Gli americani compreranno meno all’estero e questo dovrebbe aumentare il loro potere di acquisto che dovrebbe contribuire ad annullare l’aumento dei prezzi.

Questo è l’obiettivo di Trump. Ridurre il deficit commerciale Usa, proteggere le aziende a stelle e strisce, motivo per cui arriveranno a breve anche i dazi sulle auto.

Nel mirino dell’amministrazione americana, c’è la Cina, il Messico e l’Europa. E nel quadro europeo, l’Italia rischia conseguenze pesanti. Gli Usa sono il primo mercato di export extra europeo italiano, ci assicura Maurizio Tarquini di Confindustria. 

Nel 2024 le vendite italiane negli Usa sono state pari a 65 milioni di Euro, con un surplus vicino ai 39 miliardi. (fonte dati Confindustria). 

Tra i settori italiani più esposti, bevande (39%), autoveicoli (30,7%), farmaceutica (30,7%). La scure di Trump potrebbe imporre dazi al 25% sulle auto e sugli altri comparti. 

Secondo Confindustria, seguono i settori della pelle, calzature e made in Italy, il settore moda in genere. Non per ultimo, il settore agroalimentare. 

Piccole e medie imprese attive nei settori di “legno, metalli, gioielleria e occhialeria” nelle regioni di Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Piemonte e Lazio sono le regioni più esposte ai dazi. 

Quando verranno applicati i dazi americani? Per paesi vicini agli Usa come Canada e Messico, i dazi scatteranno dal 2 aprile. Sull’Europa non si indica una data ma  si promette che sarà annunciata a breve. 

La preoccupazione -qui da noi- è innegabile per la politica protezionistica americana e le sue conseguenze sulle imprese italiane. 

Serve un salto di qualità dell’Unione Europea nel sostenere imprese e paesi e magari uno sguardo lungo verso nuovi mercati, come l’area dell’America latina. 

Una risposta potrebbe essere quella di rispondere ai dazi americani, con una linea comune tra i Paesi membri, con contro-dazi se saranno necessari. 

Il mondo va verso una visione di “ divisioni in blocchi” geopolitici, in cui Usa e Cina sono i due leader di riferimento e l’Europa, a dire loro, ormai un vecchio continente da escludere dalle trattative importanti. 

Starà a noi, non permetterlo.

Il prezzo per  kWh è il più alto della media europea. Elettricità Futura chiede contratti di medio-lungo periodo per eolico e fotovoltaico.

Fino a quando Italia e Germania potranno reggere prezzi di energia più alti rispetto agli altri paesi Ue ? L’ascesa del costo dei combustibili è costante ma i due Paesi oggi sono i più penalizzati. Le loro economie ne risentono e, come documenta Eurostat, il costo per kWh per i consumatori domestici oscilla tra 0.274 e 0.293 : è al di sopra della media europea. In sostanza il sovrapprezzo è conseguenza della produzione di energia elettrica con il gas. Siamo dinanzi all’ennesima prova che il passaggio alle rinnovabili ha bisogno di una revisione ragionata, se non di una riscrittura di sistema. Ma per tutta l’Ue.

Nuovi contratti per le rinnovabili

Attualmente, i più penalizzati sono i piccoli-medi consumatori, sia domestici che piccole e medie imprese , che non beneficiano delle tante agevolazioni attive e già adottate in passato a favore dei grandi gruppi industriali, ha spiegato Elettricità Futura in una nota. Le grandi industrie ricevono da anni una serie di sussidi che le consentono di fronteggiare l’ altalena dei prezzi. È evidente, d’altra parte, che sulle oscillazioni dei prezzi c’è la speculazione della grande finanza che va in direzione opposta all’abbandono delle fossili. Non ci vuole molto a capire che quello che sta accadendo sul  mercato elettrico, distorce le reali dinamiche di domanda e offerta. “Il fenomeno interessa l'intera Europa, ma in primis i Paesi come l'Italia e la Germania che ancora dipendono in misura rilevante dal gas naturale per la produzione di energia” aggiunge Elettricità Futura. Una soluzione per gestire la fase critica possono essere contratti di medio-lungo termine, tramite il Gestore dei Servizi Energetici, sulla capacità di produzione rinnovabile (eolica e fotovoltaica) su cui l’Italia sta investendo. I produttori delle rinnovabili premono per vedere crescere il giro d’affari. Se i nuovi contratti si faranno i prezzi finali per i consumatori si stabilizzeranno per circa 20 miliardi di kWh di energia elettrica solo per il 2025. Il prezzo finale dell’elettricità potrebbe, infine, scendere ancora se le Regioni sbloccano le autorizzazioni per i nuovi impianti rinnovabili.

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