L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Economics (249)

Roberto

Roberto Casalena
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Il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria, pubblicato per la prima volta nel 2014, si inserisce nel quadro della continua crescita delle iniziative autonomo-imprenditoriali dei migranti in Italia per contribuire a comprenderne l’apporto e le potenzialità. Realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (CNA), monitora annualmente l’eterogeneo universo dell’imprenditorialità immigrata, mettendone a fuoco le caratteristiche di fondo e le dinamiche evolutive.

Il volume, secondo un’impostazione consolidata, focalizza il caso italiano a partire dai dati raccolti nel Registro delle Imprese, leggendoli nel dettaglio e inquadrandoli in una prospettiva di lungo periodo. L’analisi, pur centrata sul piano nazionale, parte dal panorama europeo e inquadra l’andamento del fenomeno in tutte le regioni italiane, evidenziando la capacità dell’imprenditorialità immigrata di rivitalizzare i contesti socioeconomici locali, stimolando tanto la crescita economica quanto la coesione sociale.

L’Italia nel contesto europeo

Nel panorama comunitario, l’Italia si distingue per il peso storicamente elevato del lavoro autonomo. Nonostante l’evidente contrazione registrata negli ultimi vent’anni (2005-2024) – analoga ma più marcata rispetto al trend generale dell’Ue-27 –, i dati della Labour Force Survey di Eurostat continuano a segnalare un numero di lavoratori indipendenti superiore a qualsiasi altro Paese dell’Unione. Nel 2024 questi rappresentano il 20,1% dell’occupazione complessiva a fronte del 13,6% della media europea.

Si evidenzia, così, un tessuto socioeconomico in cui la microimprenditorialità svolge un ruolo tutt’altro che residuale o transitorio, rappresentando – al contrario – uno degli assi della struttura produttiva e un fattore storicamente integrato nella cultura occupazionale del Paese.

All’interno di questo scenario si inserisce, con crescente evidenza, la componente immigrata, che, in parallelo al calo dei lavoratori autonomi nativi aumenta in tutta l’Unione. Tuttavia, l’incidenza di lavoratori indipendenti, tra gli immigrati, resta tuttora più bassa che tra gli autoctoni. Mediamente, nell’intera Ue il lavoro autonomo copre il 13,9% degli occupati nativi a fronte del 10,5% di quelli di origine straniera.

L’Italia segue le stesse dinamiche, registrando a sua volta, sul lungo periodo, un vistoso aumento dei lavoratori indipendenti con background migratorio, secondo una traiettoria opposta a quella osservata tra gli autoctoni. Allo stesso tempo, visto il consolidato radicamento della microimprenditorialità, l’Italia si distingue come uno degli Stati membri in cui la diffusione del lavoro autonomo resta più marcata tra la popolazione autoctona rispetto a quella di origine straniera. Il lavoro indipendente pesa, infatti, per il 12,9% sugli occupati immigrati vs il 20,9% calcolato tra i nativi. La spiccata spinta all’iniziativa indipendente dei lavoratori immigrati, in altri termini, si inserisce in un contesto già fortemente caratterizzato da tradizioni imprenditoriali diffuse e consolidate, che oltre a rappresentare un rilevante fattore di stimolo, suggeriscono ulteriori prospettive di crescita.

A ciò si associa una considerevole capacità di generare occupazione, a sua volta suscettibile di ampie possibilità di miglioramento. In Italia il 27,0% degli autonomi immigrati impiega personale dipendente, un dato vicino alla media europea (28,6%), ma distante da quello registrato tra i nativi (33,9%), secondo uno scarto più elevato che a livello comunitario (31,7%).

L’imprenditorialità degli immigrati in Italia. Tra dinamismo e sfide strutturali

L’accentuata imprenditorialità delle persone di origine straniera rappresenta un tratto ormai consolidato del sistema socioeconomico italiano, all’interno del quale gioca un ruolo sempre più rilevante e dal portato strategico.

Gli studi e le rilevazioni statistiche confermano come l’iniziativa economica dei migranti contribuisca sia alla tenuta, sia al rinnovamento del sistema di impresa nazionale, favorendone l’innovazione e l’internazionalizzazione: passaggi fondamentali per il rilancio della competitività dell’intero Sistema Paese. Allo stesso tempo, l’attività imprenditoriale può rappresentare uno strumento di inclusione e avanzamento socioeconomico per i lavoratori e le lavoratrici di origine straniera, offrendo loro percorsi di (auto)impiego alternativi alle tradizionali forme di lavoro subordinato, strutturalmente segnate dalla canalizzazione in ruoli subalterni e dalle scarse occasioni di mobilità.

I dati del Registro delle Imprese continuano ad evidenziare il dinamismo anticiclico dell’imprenditorialità immigrata. Le attività indipendenti condotte da persone nate all’estero hanno mostrato capacità di crescita anche in contesti economici sfavorevoli, come a seguito della crisi del 2008, la pandemia o le recenti tensioni energetiche. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese autoctone diminuivano del 7,9%, quelle immigrate sono aumentate del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767 unità. Di riflesso, alla fine del 2024 rappresentano un nono (11,3%) di tutte le attività indipendenti del Paese (vs il 7,4% del 2011).

Particolarmente sostenuto è il contributo all’avvio di nuove attività: più di un quarto di tutte le nuove imprese aperte nel 2024 sono guidate da persone nate all’estero (25,6%).

Nonostante il notevole turn over, inoltre, più di un terzo (37,0%) ha alle spalle oltre dieci anni di attività: un dato che attesta esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato locale.

Il tradizionale protagonismo della microimprenditorialità, caratteristico del tessuto produttivo italiano, si specchia e si accentua nello spaccato imprenditoriale degli immigrati. Le ditte individuali, di facile accesso anche a partire da capitali e competenze gestionali limitati, rappresentano il 72,4% delle imprese condotte da persone nate all’estero e si evidenziano come il segmento del sistema di impresa in cui il ricambio generazionale garantito dai migranti è stato più rilevante. Soprattutto nell’ultimo quadriennio, tuttavia, si è evidenziata la ridotta attrattività di questa opzione anche per gli imprenditori immigrati, con una più incisiva transizione verso forme societarie più strutturate. Le società di capitale, già segnate dai ritmi di aumento più sostenuti nel lungo termine (+223,2% tra il 2011 e il 2024), nella fase post-pandemica si sono affermate come il principale motore dell’espansione imprenditoriale dei migranti. Di riflesso, alla fine del 2024 coprono più di un quinto dell’intero tessuto di impresa immigrato (21,1%), a fronte del 9,6% del 2011.

Cresce, inoltre, seppure lentamente, anche la partecipazione dei migranti alle start-up innovative. Alla fine del 2024 sono 1.962 quelle nella cui compagine societaria è presente almeno una persona di origine straniera (il 16,2% del totale).

Un analogo percorso di transizione si riscontra anche nella distribuzione settoriale. Tradizionalmente concentrate nel commercio e nell’edilizia (54,4%), le imprese immigrate stanno progressivamente diversificando i relativi ambiti di attività.

Sul lungo termine, spicca l’accentuato dinamismo nell’ambito dei servizi, a partire dalle attività di alloggio e ristorazione (+93,6% dal 2011), le attività di noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (+108,3%) e i cosiddetti “altri servizi”, che si distinguono per i ritmi di aumento più sostenuti (+152,0%). Stringendo l’attenzione sulla fase post-pandemica, oltre all’evidente ripresa dell’edilizia – che, sostenuta dagli incentivi governativi, è tornata a trainare la crescita complessiva (+14,9% tra il 2020 e il 2024) e a rappresentare il comparto in cui l’incidenza delle imprese immigrate raggiunge il suo picco (20,1%) –, si evidenzia l’accentuata vitalità di un composito insieme di servizi specialistici, finora poco battuti dall’imprenditorialità immigrata (servizi immobiliari: +32,6%; finanziari e assicurativi: +25,4%; attività professionali, scientifiche e tecniche: +18,8%). All’opposto, il commercio – già poco dinamico nella fase precedente – ha segnato un cambio di rotta, segnalandosi per una tendenziale contrazione (-6,6%). Tiene, invece, la manifattura (+2,2%).

Alla luce di tali andamenti, pur restando commercio (29,8%) ed edilizia i settori cardine (25,0%), l’imprenditoria immigrata opera oggi soprattutto nelle attività di alloggio e ristorazione (58.472, 8,8%), nella manifattura (49.263, 7,4%),

 

nei servizi alle imprese (36.862, 5,5%) e negli “altri servizi” (32.998, 4,9%). Seguono l’agricoltura (21.173, 3,2%) e il comparto trasporti-magazzinaggio (16.294, 2,4%), mentre le attività professionali,

31.12.2024 31.12.2024
77,9%
Centro-Nord
11,7%
nati in Marocco
42,1%
Città
metropolitane
11,1%
nati in Romania
9,8%
Milano
10,4%
nati in Cina
9,8%
Roma
8,7%
nati in Albania

scientifiche, tecniche, immobiliari, finanziarie e assicurative rappresentano nell’insieme il 4,0% del totale (26.929).

Contribuisce a questo graduale percorso di diversificazione la crescente partecipazione delle donne. Pur minoritarie, le imprese gestite da donne immigrate aumentano secondo ritmi accentuati (+56,2% dal 2011 e +8,3% dal 2020) e rafforzano il proprio peso sia nel quadro dell’imprenditoria immigrata (24,7%, 164.509 imprese), sia in quello dell’imprenditoria femminile (12,6%). Attive soprattutto nel terziario, crescono innanzitutto nei cd. “altri servizi” (+27,2% dal 2020) e nelle attività specialistiche e professionali. Si distinguono, inoltre, per un più marcato ricorso alle forme societarie, con le società di capitale che raggiungono il 24,1% del totale.

Al contrario, l’imprenditorialità giovanile (under 35) – in analogia al quadro complessivo – risulta in calo anche tra gli immigrati (-12,0% dal 2020), e se nel 2020 copriva il 19,7% del totale di riferimento, nel 2024 la stessa incidenza scende al 13,8%. Resta stabile e di assoluto rilievo, invece, l’impatto sull’insieme delle attività giovanili (19,0%), un dato che risulterebbe ancor più incisivo se si considerassero anche i giovani con background migratorio nati direttamente sul territorio italiano.

Anche il panorama delle nazionalità più rappresentate tra i titolari di ditte individuali va lentamente rimodulandosi. Accanto al consolidato protagonismo dei piccoli imprenditori nati in Marocco (11,7% del totale), Romania (11,1%), Cina (10,4%) e Albania (8,7%), si è affermato il ruolo crescente di “nuovi” gruppi, a loro volta caratterizzati da una peculiare spinta verso l’attività indipendente. È il caso, soprattutto, di pakistani e bangladesi: tra il 2011 e il 2024, sullo sfondo della crescita generalizzata dei piccoli imprenditori di origine straniera (+31,5%), i primi sono più che triplicati (+206,3%) e i secondi più che raddoppiati (+117,2%), superando per numero sia gli originari dei Paesi meta dell’emigrazione italiana storica, sia gli immigrati da Senegal, Tunisia ed Egitto.

In parallelo alle linee di evoluzione già richiamate, i dati evidenziano anche la lenta ma graduale attenuazione della tendenza di ciascun gruppo a concentrarsi in determinati ambiti di attività (specializzazioni etniche). Pur restando evidente la canalizzazione nel commercio di marocchini (62,5%), bangladesi (62,6%) e pakistani (46,8%), la concentrazione nell’edilizia di albanesi (66,0%) e romeni (55,4%) e la predilezione dei cinesi per il commercio (34,0%), la manifattura (31,6%) e il comparto ristorativo-alberghiero (15,1%), nel tempo – e in modo accentuato negli ultimi anni – si distingue un graduale indebolimento di tali primati, specchio sia dell’andamento del mercato, sia dell’emergere di nuovi comportamenti e nuovi soggetti imprenditoriali, tra cui spiccano le donne.

Sul piano territoriale, i dati attestano il carattere diffuso dell’imprenditorialità immigrata, ormai radicata in tutto il Paese. Si evidenzia, tuttavia, una distribuzione disomogenea, che si concentra nelle aree economicamente più dinamiche e urbanizzate. Le regioni del Centro-Nord (77,9%) e le Città Metropolitane (42,1%) rappresentano i principali poli di attività. Lombardia (19,8%) e Lazio (11,8%), e al loro interno le Città Metropolitane di Milano (9,8%) e Roma (9,8%), si confermano i primi territori di inserimento. Il Rapporto presta specifica attenzione ai contesti regionali e provinciali, cui dedica apposite schede descrittive, corredate da tavole e infografiche.

Inoltre, grazie alle analisi condotte su un database di Intesa Sanpaolo, a partire da un campione di oltre 136mila imprese native manifatturiere, con un fatturato di almeno 100mila euro, il Rapporto indaga il grado di integrazione dell’imprenditoria immigrata nelle catene di fornitura locali. Emerge così come, tra il 2019 e il 2022, il 18% di queste aziende abbia acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate (per un valore di oltre 3 miliardi di euro): una percentuale che evidenzia uno scambio ancora relativamente contenuto, ma dalla valenza strutturale. Prevale l’acquisto di manufatti (55%) e, quanto ai servizi, è interessante notare che i fornitori immigrati offrano meno servizi “di base” e più servizi avanzati rispetto agli autoctoni, segno di elevate competenze professionali. Il 12% dei fornitori immigrati, inoltre, è identificabile come “strategico”, ovvero intrattiene rapporti stabili con l’impresa ordinante da almeno 5 anni: un ulteriore segno della rilevanza della componente immigrata per l’industria manifatturiera italiana.

Tra continuità e cambiamento: un sistema in transizione

Le analisi raccolte nel Rapporto restituiscono l’immagine di un fenomeno in transizione, in continua tensione tra dinamismo, opportunità di sviluppo e fragilità strutturali.

Nonostante la persistente canalizzazione degli imprenditori e le imprenditrici di origine straniera nelle mansioni meno attrattive e meno remunerative – che rischia di riprodurre forme di marginalizzazione analoghe a quelle osservabili nell’occupazione alle dipendenze –, si distinguono traiettorie evolutive tese al rafforzamento e alla diversificazione dei soggetti e dei percorsi imprenditoriali finora prevalenti.

 

Nel complesso, si tratta di linee di sviluppo che ribadiscono il portato strategico dell’imprenditorialità immigrata per l’inclusione socioeconomica, la rigenerazione del tessuto produttivo e lo sviluppo locale e ne evidenziano – allo stesso tempo – il potenziale ancora inespresso.

Per rafforzare e valorizzare tali evoluzioni positive resta determinante l’azione di interventi pubblici mirati, tarati sulle caratteristiche peculiari (e diversificate) dei soggetti coinvolti e sugli specifici fattori di svantaggio che ne condizionano i percorsi di impresa (scarso capitale iniziale, accesso limitato al credito, debolezza delle reti professionali, ostacoli linguistici e burocratici).

Rovesciando la prospettiva, si tratta di puntare su interventi integrati e differenziati, capaci di sostenere sia le iniziative più innovative sia le forme “minori” di imprenditorialità, così da arginare le logiche dell’autoimpiego di necessità e valorizzare il dinamismo occupazionale dei migranti come una componente qualificante per la competitività economica e la coesione sociale. Sintetizzando, si tratta di:

-promuovere e rendere accessibili percorsi di formazione e accompagnamento che vadano oltre la fase di avvio dell’impresa e siano accompagnati dalla semplificazione burocratica;

-ampliare gli strumenti di finanziamento e garanzia e agevolare l’accesso al credito;

-sostenere ed estendere le relazioni tra le diverse componenti del tessuto di impresa per rafforzare le reti imprenditoriali “miste” e il relativo potenziale di crescita con sviluppo.

-promuovere un approccio sinergico, condiviso tra i diversi livelli istituzionali, funzionale ad attivare una rete di serviziorganica, strutturata e diffusa sul territorio.

 

 

La versione integrale del Rapporto e le altre pubblicazioni di IDOS possono essere acquistate, anche in formato elettronico
e per singoli capitoli, su www.dossierimmigrazione.it/negozio

 

 

 

 Le imprese immigrate al femminile sono cresciute del 56% in meno di 15 anni e sono ormai una su quattro, all’interno di un fenomeno in continua espansione. Anticipazione del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 realizzato da Idos e Cna.
Il 24 marzo la presentazione a Roma

 

In meno di quindici anni le imprese di donne immigrate sono aumentate di oltre il 56%: un dato ben superiore a quello complessivo dell’imprenditorialità di origine straniera in Italia, che è oggi al femminile in un caso su quattro e dimostra un’attitudine sempre più marcata a sperimentare aree “merceologiche” inattese.

È una delle tendenze che emergono dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos e dalla Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa), la cui presentazione è prevista per il prossimo 24 marzo a Roma presso la sala conferenze di Esperienza Europa - David Sassoli. 

Dal 2014 il Rapporto fotografa con cadenza annuale il ruolo dell’imprenditoria immigrata nel sistema socioeconomico italiano e ne evidenzia una vitalità sconosciuta al resto del tessuto d’impresa, segnato al contrario da una fase di persistente contrazione: dal 2011 al 2024 le imprese immigrate sono cresciute del 46,9%, contro il -7,9% registrato nello stesso periodo tra le attività guidate da persone nate in Italia. Un fenomeno all’interno del quale, un anno dopo l’altro, si è rafforzata appunto la partecipazione delle donne, segno del lento, ma progressivo ridimensionamento del protagonismo maschile e della diversificazione dei profili e dei percorsi imprenditoriali prevalenti. Con un aumento del 56,2% tra il 2011 e il 2024 e dell’8,3% nell’ultimo quinquennio, le imprese immigrate femminili si distinguono per un dinamismo accentuato e raggiungono le 164.509 unità, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati.

Negli stessi anni, il numero delle imprese condotte da donne nate in Italia ha subìto un evidente calo, seppure ridimensionato rispetto alla componente maschile nell’ultimo periodo (-3,5% dal 2020). Di riflesso, alla fine del 2024, le imprese guidate da donne di origine straniera rappresentano un ottavo di tutte le attività indipendenti femminili del Paese (12,6%): un’incidenza quasi doppia rispetto al 2011 (7,3%) e superiore a quella calcolata sull’intero panorama di impresa nazionale (tra cui le imprese immigrate pesano per l’11,3%). 

È un aumento che si lega innanzitutto alla crescente presenza di imprenditrici immigrate nelle attività dei servizi, in generalizzata espansione nell’economia italiana. I principali comparti di inserimento restano il commercio (48.810 imprese immigrate femminili) e le attività di alloggio e ristorazione (21.517). Tuttavia, negli ultimi cinque anni a distinguersi per i ritmi di aumento più elevati sono state le così dette “altre attività di servizi” (18.812 e +27,2%) - che includono quelli alla persona e oggi rappresentano il terzo ambito di attività più battuto - e un composito gruppo di attività specialistiche finora poco frequentate dall’imprenditoria immigrata (attività immobiliari: +33,3%; attività finanziarie e assicurative: +24,7%; attività professionali, scientifiche e tecniche: +24,2%), che nell’insieme raccolgono quasi 10.000 imprese immigrate femminili, evidenziando la crescente la capacità delle donne di origine straniera di cogliere nuove opportunità di inserimento professionale e di autopromozione socio-economica.

Si tratta di un’evidenza di tutto rilievo, considerato che le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato occupazionale, largamente convogliate nel lavoro domestico e di cura e con scarse occasioni di mobilità professionale, anche a fronte di competenze (formali o informali) elevate e di lunghi percorsi di stabilizzazione. 

A partire dalle statistiche ufficiali e grazie ad approfondimenti specifici, lo studio evidenzia non solo le tendenze e le caratteristiche del fenomeno, ma anche le dinamiche settoriali e territoriali, l’integrazione nelle filiere produttive, le nazionalità più rappresentate.

Alla presentazione del Rapporto si confronteranno rappresentanti istituzionali, ricercatori e imprenditori e, oltre a una sintesi nazionale, verranno rilasciati anche comunicati su tutte le regioni italiane. Ulteriori dettagli su programma e modalità di partecipazione saranno presto disponibili.

 

 

C’è un momento, nella vita di una persona, in cui il peso dei conti da pagare diventa insostenibile. Non è solo una questione di numeri, di saldo negativo o di scadenze che si accumulano. È la sensazione di sprofondare lentamente, senza che nessuno tenda una mano. È in quel momento che lo Stato dovrebbe farsi sentire, non quando il danno è ormai compiuto. Il problema non è tanto la durata della crisi personale o familiare, breve o lunga che sia, ma il punto di rottura. Quel momento critico in cui un cittadino non riesce più a pagare l’affitto, le bollette, le rate del mutuo o a onorare i propri debiti. Quando accade, la spirale dell’indebitamento si avvita su se stessa e diventa quasi impossibile risalire. In una società che si definisce giusta e solidale, lo Stato non può restare spettatore. Non può limitarsi a intervenire con aiuti tardivi o misure tampone, quando le famiglie hanno già perso tutto la casa, la serenità e la fiducia. La povertà, una volta entrata, lascia ferite profonde che non si rimarginano facilmente. Perciò, l’intervento pubblico dovrebbe avvenire prima che la situazione degeneri, quando ancora è possibile salvare le persone dal baratro.

Ciò significa creare meccanismi di prevenzione, strumenti flessibili ed accessibili a chi, pur lavorando e facendo sacrifici, non riesce a far fronte agli impegni economici. Un sostegno temporaneo, ma decisivo, per evitare che la difficoltà diventi cronica. Peraltro, aiutare chi è in difficoltà non vuol dire premiare l’inadempienza, ma significa, piuttosto, difendere la dignità delle persone e la tenuta sociale del Paese. Perciò, quando un cittadino affonda nei debiti, non perde solo denaro, ma perde la fiducia nelle istituzioni, nel futuro e nella possibilità di rialzarsi. E, ribadisco, senza la fiducia, nessuna economia può funzionare davvero. Oggi, l’Italia affronta una realtà fatta di famiglie sempre più fragili e di giovani che, nonostante il lavoro, faticano a sostenersi. Gli stipendi restano bassi, il costo della vita aumenta e i margini per risparmiare sono quasi inesistenti. Un guasto all’auto, una bolletta più alta del previsto ed una spesa medica imprevista basta poco causare uno scivolamento in un vortice da cui è difficile uscire. Lo Stato, però, spesso arriva tardi e le misure di sostegno vengono approvate con mesi di ritardo, peraltro, i bandi sono complicati, le procedure lente e scoraggianti. Peraltro, la gente si arrangia e chiede prestiti, si indebita, rinuncia a curarsi, a riscaldare la casa e perfino a mangiare in modo dignitoso. Occorre una politica economica che prevenga, non che rincorra. Un sistema capace di intercettare per tempo i segnali di difficoltà e perciò il lavoratore che perde il posto, la famiglia che non riesce a pagare l’affitto, e l’artigiano che non riceve i pagamenti dai clienti.

Ogni storia ha il suo momento di svolta, e in quel momento serve presenza, e non burocrazia. Si potrebbe partire dal rafforzare i servizi territoriali di ascolto e sostegno economico, ma oggi, spesso, ridotti all’osso. Inoltre, potenziare il reddito di emergenza per chi attraversa un periodo di crisi, anche breve. E, aggiungerei, poi, promuovere la rinegoziazione dei debiti, consentendo a chi è in buona fede di trovare accordi sostenibili con banche, locatori e fornitori. Un’altra strada è quella dell’educazione finanziaria, non come materia per specialisti, ma come strumento quotidiano di cittadinanza. Sapere gestire le proprie spese, capire le clausole dei contratti, e conoscere i propri diritti e doveri si possono includere nella prevenzione. Il debito, in fondo, non è un fallimento morale. È una condizione umana che può riguardare chiunque, peraltro, in un momento di fragilità. Per questo, una società moderna deve saper distinguere tra chi evade e chi non ce la fa. E deve avere il coraggio di dire che aiutare il secondo non significa essere deboli, ma giusti. Intervenire prima, invece di punire dopo dovrebbe essere la nuova missione dello Stato Sociale, perché dietro ogni insolvenza c’è una storia umana di fatica, e dietro ogni fallimento c’è spesso solo l’assenza di un aiuto nel momento giusto. E allora sì, lo Stato deve intervenire, ma non con la forza dei pignoramenti o dei sequestri. Deve farlo con la forza della solidarietà, quella che tiene insieme una comunità e la rende più umana.

 

 

Dove nessuno chiede, nessuno giudica: così la Germania combatte lo spreco alimentare. E ora l’Italia prepara la sua risposta solidale.

 

A Berlino, tra i graffiti di Kreuzberg e i viali ordinati di Charlottenburg, si muove una rivoluzione gentile. Non ha leader né bandiere, ma frigoriferi: bianchi, silenziosi, pieni di vita. Li chiamano Fair-Teiler, che in tedesco significa “dividere correttamente”. Dentro, non ci sono soldi né moduli da firmare. Solo cibo. E fiducia. Tutto è cominciato da un gesto semplice: un gruppo di giovani volontari, indignati dal vedere tonnellate di cibo ancora buono finire nei cassonetti, decise di installare un frigorifero in un cortile berlinese. “Chi ha troppo, lasci; chi ha bisogno, prenda.” In pochi giorni quel frigorifero si riempiva e si svuotava più volte. Poi ne nacquero altri, in ogni quartiere. Oggi Berlino, Amburgo, Colonia e Monaco ne contano centinaia. Alcuni si trovano nei cortili delle chiese, altri accanto ai mercati rionali o nei centri sociali. Tutti puliti, controllati e gestiti da volontari che si alternano per verificare la qualità e la freschezza degli alimenti. Il principio è disarmante nella sua semplicità: nessuno chiede, nessuno giudica.

Chiunque può lasciare un piatto di minestra, del pane, frutta o verdura invenduta. Chiunque può prenderli. L’atto di donare e quello di ricevere diventano uguali, parte dello stesso cerchio. Sulla porta di molti frigoriferi campeggia una scritta: “Tutti mettono, tutti prendono e tutti contano”. Secondo le associazioni che gestiscono il progetto, ogni mese vengono salvate dallo spreco oltre 100 tonnellate di cibo. Un risultato enorme, se si considera che ogni cittadino tedesco butta in media 75 chili di alimenti l’anno. Ma, al di là dei numeri, il valore più grande è sociale: questi frigoriferi pubblici hanno ricucito tessuti comunitari logorati, riportando dignità, spontaneità e fiducia tra le persone. Camminando per Berlino è facile vederli: vicino alle fermate della metro, davanti ai condomini, persino all’angolo di Alexanderplatz. Ogni frigorifero ha la sua storia. Una signora anziana che lascia le torte che non riesce a finire, un cuoco che deposita i piatti invenduti del giorno, studenti che si scambiano pasti fatti in casa. Non c’è assistenzialismo, ma solidarietà orizzontale, quella che non ti fa sentire povero, ma parte di una comunità.

E in Italia? Fino a poco tempo fa, tutto questo sembrava un’utopia da nord Europa. Eppure, qualcosa si sta muovendo anche da noi. Dopo anni di sprechi silenziosi, oltre 5 milioni di tonnellate di cibo gettate ogni anno, secondo Coldiretti, alcune città italiane hanno deciso di ispirarsi al modello tedesco e lanciare un progetto simile: “Frigo Sociale Italia”. Nasce “Frigo Sociale Italia”: la rete dei frigoriferi solidali nel Belpaese. Il progetto pilota parte da Bologna, Milano e Napoli, ma l’obiettivo è arrivare a tutte le regioni. Il principio è lo stesso: frigoriferi pubblici, controllati dai volontari, in spazi facilmente accessibili, biblioteche, parrocchie, centri civici ed università.

Ogni punto sarà adottato da una rete di associazioni locali, commercianti e residenti, che si occuperanno della manutenzione e del controllo igienico. A Bologna il primo frigorifero solidale è stato installato in via San Donato: una struttura semplice, con un cartello in legno che recita “Condividi, non sprecare”. Nel giro di un mese, più di 300 chili di alimenti sono passati di mano senza che nulla si perdesse. A Milano, quartieri come Lambrate e Dergano stanno già seguendo l’esempio, con la collaborazione delle università e dei ristoranti della zona.

A Napoli, invece, il primo “frigo di quartiere” sarà collocato vicino a una scuola pubblica, per favorire la partecipazione delle famiglie e insegnare ai ragazzi il valore della sostenibilità concreta. Dietro il progetto ci sono idee semplici ma rivoluzionarie: la lotta allo spreco non si fa solo con le leggi, ma con la fiducia; l’aiuto reciproco non passa per la carità, ma per la condivisione. Ogni barattolo di marmellata donato, ogni porzione salvata, è una piccola vittoria contro un sistema che considera il cibo una merce, non un bene comune. Forse anche l’Italia, paese di grandi tavole e di grandi contraddizioni, può imparare qualcosa dalla lezione tedesca. Perché la vera modernità non sta nelle tecnologie o nei fondi europei, ma nella capacità di riconnettere le persone intorno ai bisogni più semplici. E nulla è più semplice, e più umano, del condividere un pasto. Alla fine, come recita la scritta su uno dei frigoriferi di Amburgo: “Il cibo non ha padroni, ha solo destinazioni”. Sta a noi decidere se vogliamo che finiscano nei rifiuti o nei piatti di chi, magari, quella sera, non aveva nulla da mettere in tavola.

La sinergia tra creatività e artigianato, prende forma nella collaborazione tra PM Management Group Production Film Production SRLs , realtà attiva nella produzione cinematografica e nella promozione di progetti culturali, e la CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, da sempre impegnata nella valorizzazione del territorio.
L’obiettivo è chiaro: unire le forze per costruire una filiera culturale integrata, dove il cinema e l’audiovisivo, diventino motore di crescita economica, occupazionale e identitaria per le imprese del territorio.
Questa collaborazione nasce dalla volontà condivisa di valorizzare le competenze artigiane all’interno delle produzioni cinematografiche, coinvolgendo aziende locali.


"Ogni film è un’opera collettiva (dichiara Piero Melissano), senza le competenze artigiane, le storie non prendono forma. Per questo crediamo nel legame tra produzione culturale e CNA. Il cinema (continua Melissano), rappresenta infatti, non solo un veicolo di narrazione e promozione del territorio, ma anche un’opportunità concreta per l’artigianato e la microimpresa, capaci di offrire servizi altamente qualificati, personalizzati e radicati nel contesto locale. Con la CNA vogliamo costruire un modello che unisca bellezza, competenza e sviluppo sostenibile, un progetto di rete per il futuro" (conclude Melissano).
In un momento in cui il comparto culturale può rappresentare un traino per la ripresa economica, l'alleanza tra la PM Management Group Production Film Production SRLs e la CNA, dimostra come sia possibile coniugare impresa, arte e comunità. Una visione condivisa che guarda al futuro con concretezza, progettualità e passione.

Da oltre settant’anni il dollaro americano è la valuta di riferimento nei mercati internazionali. Simbolo di potenza economica e di stabilità, è stato per decenni il perno attorno al quale si è articolata la finanza globale. Tuttavia, negli ultimi anni, l’architettura finanziaria internazionale sta mostrando segnali di cambiamento. In un mondo multipolare, dove nuove potenze regionali stanno acquisendo un ruolo crescente, l’affermazione che segue è semplice quanto fondamentale cioè che l’egemonia del dollaro è destinata a durare oppure stiamo entrando in un’epoca di pluralità monetaria. Nonostante la crescente attenzione verso la cosiddetta “dedollarizzazione”, soprattutto nei paesi emergenti e nei membri del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, recentemente allargato), il dollaro continua a dominare. È tuttora utilizzato in oltre l’85% delle transazioni finanziarie internazionali e rappresenta circa il 60% delle riserve valutarie mondiali. La sua centralità è evidente in settori strategici come l’energia, dove il “petrodollaro” rimane lo standard per la vendita di petrolio e gas. Tra i principali sfidanti c’è sicuramente la Cina, che spinge da anni per un ruolo più centrale dello yuan (renminbi) negli scambi globali. Tuttavia, il percorso è complesso. Lo yuan non è pienamente convertibile, e il sistema bancario cinese, sottoposto a controlli statali e scarsa trasparenza, genera diffidenza tra gli investitori internazionali. Inoltre, la valuta cinese non è sostenuta da una rete di garanzie e fiducia paragonabile a quella del dollaro. La Cina possiede circa 600 miliardi di dollari in titoli del Tesoro USA, una cifra significativa, ma inferiore al 2% del debito complessivo americano, che oggi supera i 30.000 miliardi. E, fatto meno noto, anche molte banche americane detengono asset in valuta cinese, riducendo il vantaggio competitivo di Pechino.

Nel frattempo, i BRICS stanno lavorando a strumenti alternativi come BRICS Pay, un sistema di pagamento che consente transazioni in valute locali, e discutono da tempo la possibilità di una moneta comune per facilitare gli scambi interni, ma, a tutt’oggi, la coesione del blocco è ancora fragile. Le divergenze politiche ed economiche tra membri storici e nuovi (come Arabia Saudita, Egitto o Iran) rendono difficile un’integrazione monetaria coerente e credibile. La strategia dei BRICS si concentra principalmente sulla dedollarizzazione degli scambi bilaterali, cioè sull’utilizzo di valute locali per le importazioni ed esportazioni. È un processo che mira a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici, soprattutto per paesi come Russia o Iran, colpiti da sanzioni occidentali. Tuttavia, si tratta di un fenomeno più difensivo che offensivo, incapace, almeno per ora, di produrre un’alternativa sistemica. Nel contesto attuale, un aspetto spesso trascurato ma fondamentale è la fiducia nei sistemi istituzionali. Il dollaro gode ancora della forza delle sue istituzioni: Federal Reserve, sistema giuridico, trasparenza dei mercati, capacità di assorbire shock economici. Anche in un clima politico polarizzato, gli Stati Uniti mantengono un’enorme capacità attrattiva. Le recenti dinamiche elettorali e l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, nonostante le tensioni globali, non sembrano intaccare la solidità della valuta americana. Certo, l’Occidente si trova oggi a confrontarsi con una crescente sfiducia interna ed esterna, alimentata da una percezione di declino, diseguaglianze economiche e crisi politiche. Ma se l’egemonia americana vacilla in termini di soft power, il dollaro resta — al netto delle fluttuazioni — ancora una roccaforte finanziaria. Gli Stati Uniti possono contare su mercati liquidi, un sistema di controllo regolamentare consolidato e, soprattutto, un’economia ancora in grado di generare crescita, innovazione e occupazione. Il rischio più concreto, al momento, non è tanto la fine del dominio del dollaro, quanto la nascita di un sistema più multipolare, con una varietà di valute forti che coesistono: yuan, euro, rupia, rublo, magari affiancate da una moneta digitale di nuova generazione sostenuta da risorse reali come oro, terre rare o gas. Un’evoluzione che riflette i nuovi equilibri geopolitici.

In questo scenario, le criptovalute rappresentano un altro capitolo aperto. Nonostante le oscillazioni di valore e i rischi di frode, alcuni governi iniziano a considerare seriamente le valute digitali centralizzate (CBDC) come strumenti per gestire flussi commerciali esterni in modo più indipendente. Ma affinché possano davvero erodere lo spazio del dollaro, serve qualcosa che oggi manca: un sistema di fiducia globale alternativo. In conclusione, parlare oggi di un mondo senza dollaro è prematuro, tuttavia il tempo dell’unipolarismo finanziario è chiaramente alle spalle. Siamo entrati in un’epoca di transizione silenziosa, dove la centralità americana è ancora viva, ma progressivamente più contendibile. Il futuro sarà scritto non solo nei board delle banche centrali, ma anche nei nuovi forum globali, nei piani industriali congiunti e nelle scelte quotidiane degli operatori economici. E, forse, in un nuovo modo di concepire il denaro stesso.

L’Unione Europea, dopo l’attacco russo, ha promesso di spezzare ogni legame energetico con Mosca. Ma i dati e i fatti raccontano una storia diversa, più sfumata e meno eroica. A due anni e mezzo dall’inizio della guerra, in Ucraina, una delle principali zone di battaglia, quello energetico, resta incerto, contraddittorio, ed in certi casi, persino paradossale. Tra questi, spicca quello che potremmo definire il circuito del gas russo “riciclato”: Ungheria e Slovacchia, pur criticate da Bruxelles per i loro legami con Gazprom, rivendono gas all’Ucraina, che lo riceve come se non fosse più russo e, invece, nella sostanza lo è. Peraltro, l’Ucraina interruppe gli acquisti diretti di gas da Mosca nel 2015, ma ha continuato ad approvvigionarsi tramite il cosiddetto reverse flow cioè è una pratica che consiste nel far rientrare gas in Ucraina da paesi europei confinanti. E formalmente, si tratta di gas europeo. Ma in realtà, è lo stesso gas russo, acquistato da intermediari europei. Perciò nel caso di Ungheria e Slovacchia, il flusso è chiaro: questi paesi ricevono regolarmente forniture russe attraverso contratti a lungo termine (molti dei quali firmati ben prima dell’invasione del 2022), ed una parte di questo gas viene poi venduta o scambiata all’Ucraina.

Bruxelles condannò più volte Budapest e Bratislava per la loro dipendenza dal gas russo. Peraltro, la Commissione puntò il dito contro la mancanza di coerenza con le sanzioni e l’obiettivo di ridurre a zero l’importazione di energia russa. Eppure, nel contempo, accetta che quel gas serva a mantenere accese le centrali termiche ucraine, e anzi, spesso ne finanzia l’acquisto tramite fondi di assistenza. Il risultato è una contraddizione sistemica: l’UE rifiuta l’energia russa in nome dei principi, ma tollera ed in parte copre l’acquisto indiretto di quella stessa energia da parte del paese che sta cercando di salvare. Quello che si delinea è un classico caso di realismo politico travestito da idealismo normativo. Sul piano simbolico, l’UE ha scelto una linea dura contro la Russia, con l’obiettivo di “disintossicarsi” dal gas di Mosca. Ma sul piano pratico, la dipendenza strutturale dell’Europa orientale e la vulnerabilità energetica dell’Ucraina costringono i decisori politici a chiudere un occhio o entrambi. In alternativa o lasci Kiev al freddo, o la costringi a riaprire direttamente i rubinetti di Gazprom, perdendo completamente la faccia. Questo paradosso energetico non è un’anomalia: è un sintomo strutturale della fase attuale della guerra. La transizione energetica è reale, ma lenta e in tempo di guerra le priorità cambiano. Le infrastrutture esistenti non si modificano in pochi mesi; i contratti di fornitura non si cancellano senza conseguenze legali e geopolitiche; e l’Ucraina, pur eroica nella resistenza militare, resta dipendente dalle forniture europee e peraltro, in parte, dal gas russo. In definitiva, ciò che accade oggi tra Ungheria, Slovacchia, Ucraina e Russia è più di una stranezza burocratica: è la prova che la guerra energetica è fatta anche di compromessi, zone grigie e verità scomode. In una parola: realismo. Se l’Europa vuole davvero emanciparsi dal ricatto energetico russo, dovrà affrontare non solo le dipendenze tecnologiche, ma anche le sue stesse contraddizioni politiche.

 

Va detto che dazio o tassa è la parola chiave di questo periodo. L’ha pronunciata Trump in campagna elettorale e la sta proclamando come esecutiva  ad un mese dal suo insediamento.

 

Giovedì 13 febbraio, ha dato infatti ordine esecutivo di applicare “dazi reciproci” verso paesi che applicano tariffe doganali su prodotti americani. Motivi di equità assicura il presidente americano. 

Il dazio- nello specifico- è una forma protettiva che un paese adotta per difendere i propri prodotti dalla concorrenza dei prodotti esteri. Non aiuta il consumatore ma riduce la libertà del consumatore, che non è certo “felice” del dazio su un prodotto che era abituato a comprare. 

Ma secondo Trump e i suoi ministri, i dazi hanno notevoli vantaggi per loro: daranno impulso alla produzione americana e finanzieranno sgravi fiscali a basso costo per i cittadini, mentre gli stranieri pagheranno il conto. 

Gli americani compreranno meno all’estero e questo dovrebbe aumentare il loro potere di acquisto che dovrebbe contribuire ad annullare l’aumento dei prezzi.

Questo è l’obiettivo di Trump. Ridurre il deficit commerciale Usa, proteggere le aziende a stelle e strisce, motivo per cui arriveranno a breve anche i dazi sulle auto.

Nel mirino dell’amministrazione americana, c’è la Cina, il Messico e l’Europa. E nel quadro europeo, l’Italia rischia conseguenze pesanti. Gli Usa sono il primo mercato di export extra europeo italiano, ci assicura Maurizio Tarquini di Confindustria. 

Nel 2024 le vendite italiane negli Usa sono state pari a 65 milioni di Euro, con un surplus vicino ai 39 miliardi. (fonte dati Confindustria). 

Tra i settori italiani più esposti, bevande (39%), autoveicoli (30,7%), farmaceutica (30,7%). La scure di Trump potrebbe imporre dazi al 25% sulle auto e sugli altri comparti. 

Secondo Confindustria, seguono i settori della pelle, calzature e made in Italy, il settore moda in genere. Non per ultimo, il settore agroalimentare. 

Piccole e medie imprese attive nei settori di “legno, metalli, gioielleria e occhialeria” nelle regioni di Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Piemonte e Lazio sono le regioni più esposte ai dazi. 

Quando verranno applicati i dazi americani? Per paesi vicini agli Usa come Canada e Messico, i dazi scatteranno dal 2 aprile. Sull’Europa non si indica una data ma  si promette che sarà annunciata a breve. 

La preoccupazione -qui da noi- è innegabile per la politica protezionistica americana e le sue conseguenze sulle imprese italiane. 

Serve un salto di qualità dell’Unione Europea nel sostenere imprese e paesi e magari uno sguardo lungo verso nuovi mercati, come l’area dell’America latina. 

Una risposta potrebbe essere quella di rispondere ai dazi americani, con una linea comune tra i Paesi membri, con contro-dazi se saranno necessari. 

Il mondo va verso una visione di “ divisioni in blocchi” geopolitici, in cui Usa e Cina sono i due leader di riferimento e l’Europa, a dire loro, ormai un vecchio continente da escludere dalle trattative importanti. 

Starà a noi, non permetterlo.

Il prezzo per  kWh è il più alto della media europea. Elettricità Futura chiede contratti di medio-lungo periodo per eolico e fotovoltaico.

Fino a quando Italia e Germania potranno reggere prezzi di energia più alti rispetto agli altri paesi Ue ? L’ascesa del costo dei combustibili è costante ma i due Paesi oggi sono i più penalizzati. Le loro economie ne risentono e, come documenta Eurostat, il costo per kWh per i consumatori domestici oscilla tra 0.274 e 0.293 : è al di sopra della media europea. In sostanza il sovrapprezzo è conseguenza della produzione di energia elettrica con il gas. Siamo dinanzi all’ennesima prova che il passaggio alle rinnovabili ha bisogno di una revisione ragionata, se non di una riscrittura di sistema. Ma per tutta l’Ue.

Nuovi contratti per le rinnovabili

Attualmente, i più penalizzati sono i piccoli-medi consumatori, sia domestici che piccole e medie imprese , che non beneficiano delle tante agevolazioni attive e già adottate in passato a favore dei grandi gruppi industriali, ha spiegato Elettricità Futura in una nota. Le grandi industrie ricevono da anni una serie di sussidi che le consentono di fronteggiare l’ altalena dei prezzi. È evidente, d’altra parte, che sulle oscillazioni dei prezzi c’è la speculazione della grande finanza che va in direzione opposta all’abbandono delle fossili. Non ci vuole molto a capire che quello che sta accadendo sul  mercato elettrico, distorce le reali dinamiche di domanda e offerta. “Il fenomeno interessa l'intera Europa, ma in primis i Paesi come l'Italia e la Germania che ancora dipendono in misura rilevante dal gas naturale per la produzione di energia” aggiunge Elettricità Futura. Una soluzione per gestire la fase critica possono essere contratti di medio-lungo termine, tramite il Gestore dei Servizi Energetici, sulla capacità di produzione rinnovabile (eolica e fotovoltaica) su cui l’Italia sta investendo. I produttori delle rinnovabili premono per vedere crescere il giro d’affari. Se i nuovi contratti si faranno i prezzi finali per i consumatori si stabilizzeranno per circa 20 miliardi di kWh di energia elettrica solo per il 2025. Il prezzo finale dell’elettricità potrebbe, infine, scendere ancora se le Regioni sbloccano le autorizzazioni per i nuovi impianti rinnovabili.

Ho da poco riletto il mio articolo su "Accordi di cambio e speculazione: spunti per un nuovo approccio" (Rivista bancaria-Minerva Bancaria n°5 settembre-ottobre 1993) e ho realizzato che l'approccio ivi individuato è perfettamente applicabile al percorso lungo e faticoso che dovrebbe, il condizionale è d'obbligo, portare alla nascita di una valuta unica dei paesi BRICS (i cinque originari più i sei che hanno successivamente aderito) e alla preventiva nascita di una banca centrale adeguatamente fornita di riserve auree e valutarie.

Per chi non ricordasse gli sconvolgenti eventi del giugno-luglio 1992, ricordo che, in conseguenza dell'attacco del finanziere George Soros e della flotta di operatori che a lui si erano accodati, la lira italiana e la lira sterlina furono, dopo una strenua difesa delle rispettive banche centrali, costrette a svalutare e ad abbandonare temporaneamente il Sistema Monetario Europeo, salvo rientrarvi successivamente ad un allargamento del margine di fluttuazione che venne fissato al 15 per cento.

Fu proprio quella svalutazione, unita ai movimenti al ribasso conseguenti alla accentuata instabilità politica del 1995 a mettere in discussione la possibilità dell'ingresso della nostra valuta nel gruppo di partenza dei paesi che avrebbero dato vita sin dall'inizio all'euro e che, comunque, influirono fortemente sul valore della lira al momento della fissazione delle parità fisse e irrevocabili tra le singole dodici valute partecipanti e l'euro.

Nei miei quattro articoli sui danni provocati dall'ingresso "prematuro" nell'euro pubblicati sul Nuovo Giornale Nazionale non intendo tornare se non per dire che si trattò dell'ultima e significativa svalutazione della nostra moneta e che la gestione politica della transizione (Governo Berlusconi) determinò per tutti coloro che subivano e non determinavano i prezzi un significativo e mai recuperato impoverimento.

Mentre tutto quanto sovra menzionato è Storia, un importante gruppo di Paesi, Russia, Sudafrica, Cina, India e Brasile più altri cinque nuovi aderenti ed altri in lista di attesa si accingono, almeno nelle intenzioni dichiarate, a percorrere l'impervia via che porta alla realizzazione di una banca centrale unica e all'emissione di una valuta, con l'assistenza dello stesso esperto statunitense che si occupò della realizzazione dell'euro.

Ora sono a tutti evidenti le maggiori diversità tra i Paesi partecipanti rispetto a quelle esistenti tra le nazioni che dettero vita all'euro, nazioni che avevano alle spalle decenni di convivenza nelle istituzioni economiche e politiche nate negli Anni Cinquanta e valute che da lungo tempo coesistevano più o meno pacificamente nei sistemi monetari via via succedutisi, anche se ritengo che le differenze sul piano dei rispettivi sistemi politici pesino di gran lunga di più di quelle relative ai dati economici.

Nel frattempo, questi Paesi non sono stati con le mani in mano e attraverso la banca cinese AIIB hanno sviluppato un sempre più intenso volume di interscambi regolati in prevalenza sotto la forma del baratto di merci ma non escludendo scambi espressi in valuta.

Lasciando questo gruppo di Paesi alle prese con il lungo percorso che potrebbe concludersi nella nascita di una vera e propria banca centrale e di una valuta comune, assistiamo sul mercato dei cambi dominato, almeno per ora, dal dollaro, dall'euro, dallo yen e dalla sterlina inglese ad un difficilmente sostenibile clima di tensione dovuto al fatto che ci si trova in una situazione di avanzi e  disavanzi strutturali che non viene appieno riflesso nelle quotazioni delle valute dei rispettivi paesi e questo richiama, in particolare, alla mente uno dei più noti accordi di cambio, quello denominato del Plaza (dal nome dell'albergo di Manhattan dove si svolsero gli incontri) e che portò il Giappone ad accettare una rivalutazione dello yen sino a quota 100 nei confronti del dollaro statunitense.

Lo scivolone estivo dello yen sino ed oltre quota 160 va evidentemente in tutt'altra direzione e, anche sotto il profilo dei rispettivi tassi ufficiali di interesse, è facile notare che in presenza di un taglio dei tassi statunitensi di mezzo punto percentuale e all'annuncio de facto di ulteriori tagli per almeno un punto complessivo si è assistito al rafforzamento dello yen nei confronti del dollaro e dell'euro, un movimento certamente sgradito altre principali aree valutarie e che non va certo in direzione di una maggiore stabilità e prevedibilità del mercato dei cambi. È dovuto alla inazione della banca centrale giapponese che non adegua i tassi ad una inflazione che tocca ormai il tre per cento.

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