
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
I miei ricordi d'infanzia sono profondamente legati a Ivrea, una città che ho sempre vissuto intensamente insieme ai miei genitori. I punti salienti del mio legame con il territorio includono: il Carnevale, un'occasione speciale e festosa che ha segnato le mie visite fin da piccola. L'Aquila Antica gestito da Doriano e Vandina, il celebre e storico ristorante, situato nel cuore della città, che è stato a lungo un punto di riferimento per la cucina e la tradizione locale. Le domeniche nei dintorni con escursioni e gite trascorse all'aria aperta in compagnia di amici eporediesi, profondi conoscitori e appassionati della storia del loro territorio. Le numerose conversazioni con gli amici del luogo mi hanno permesso di scoprire e approfondire le vicende storiche legate alla figura di Arduino, il celebre Marchese d'Ivrea e Re d'Italia. Affrontare la recensione dei due recenti libri di Davide Polcari riveste per me un significato particolare, rappresentando un ideale ponte tra il mio vissuto emotivo di bambina, radicato in quei luoghi e in quelle storie e il mio attuale lavoro di critica letteraria.
Il primo romanzo storico Arduino e la Marca di Eporeia di Davide Polcari unisce amori e armi e intreccia le vicende del giovane Arduino con quelle del chierico Ansprando e della contadina Anna. Ogni personaggio incarna una classe sociale e un destino ben preciso. Il contesto si articola attorno a tre nuclei narrativi fondamentali. Il Piemonte medievale della seconda metà del X secolo (area di Ivrea e Canavese), sotto l'egemonia del Sacro Romano Impero Germanico di Ottone il Grande. Le vicende seguono la giovinezza di Arduino prima di diventare Marchese e Re. Discende da una nobiltà in declino (lo zio Berengario II fu un re spodestato) ma dimostra grande determinazione e abilità con le armi. Ad affiancarlo vi sono Ansprando, un chierico dello scriptorium del vescovo Warmondo che riceve una profezia sul destino di Arduino, e Anna, una fanciulla di umili origini. Arduino, i Vescovi e la Corona è il secondo romanzo storico di Davide Polcari ambientato nella primavera del 996. Nel pieno della discesa in Italia del giovane imperatore Ottone III, l'opera segue le lotte di potere tra Chiesa e signori feudali attorno alla figura di Arduino, marchese d'Ivrea. Equilibra sapientemente la grande Storia e le microstorie personali. I figli di Arduino, Anscario ed Elsa, affrontano intensi conflitti interiori e missioni di riscatto spirituale e personale. La serata di presentazione è stata un'esperienza immersiva coinvolgente. Dopo la breve introduzione del libraio Davide Gamba (Mondadori Libri di Ivrea), la scelta di alternare la narrazione con la lettura di due brani, affidata a Simonetta Valenti, ha rappresentato un metodo eccellente per catturare l'attenzione, valorizzare la prosa e dare tridimensionalità ai protagonisti, trasportando immediatamente il pubblico in una suggestiva atmosfera medievale.
L'autore Polcari al termine dell’incontro letterario seguito da un "pubblico d'élite" ha annunciato il terzo capitolo della saga dedicata ad Arduino d'Ivrea: è infatti in preparazione un nuovo episodio della serie incentrata sul Re d'Italia incoronato a Pavia il 15 febbraio 1002. È inoltre in arrivo un nuovo romanzo storico di Davide Polcari dedicato alla complessa figura di Berengario II d'Ivrea (900–966). Nipote di Berengario I, marchese d'Ivrea e re d'Italia dal 950 al 961, il sovrano fu protagonista dell'anarchia feudale, caratterizzata da forti tensioni interne e dal duro scontro con l'imperatore Ottone I di Sassonia.
A conclusione dell’incontro svoltosi presso la libreria Mondadori di Ivrea, ho incalzato l'autore Davide Polcari sul ruolo che le figure femminili rivestono all'interno delle sue narrazioni storiche e su quali intende concentrarsi nelle prossime ricerche. La sua risposta ha aperto uno scenario affascinante, portando l'attenzione su due protagoniste assolute dell'epoca: l'imperatrice bizantina Zoe e la regina Adelaide. Lo scrittore ha spiegato come queste figure non fossero semplici comparse sottomesse, ma donne di potere dotate di un'autorità indiscussa. La sua scelta di concentrarsi su di loro nasce dall'esigenza di superare gli stereotipi sul Medioevo, offrendo uno sguardo ravvicinato su personaggi realmente in grado di tessere trame politiche e guidare le sorti di imperi e regni.
| da sx I librai, Simonetta Valenti, Davide Gamba e l'autore Davide Polcari - Ivrea Libreria Mondadori 12 giugno 2026 |
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La moderna comunicazione digitale deve farsi megafono del nostro passato. Nel corso dell’incontro letterario Davide Polcari ha evidenziato come la figura di Re Arduino sia quasi del tutto assente nei banchi di scuola. È paradossale notare come, a fronte di una grande capacità di divulgazione e di una continua modernità mediatica, la figura di un sovrano fondamentale venga praticamente ignorata dagli studenti. Re Arduino sfidò apertamente l'autorità imperiale e il potere della Chiesa (subendo la scomunica dal vescovo Warmondo), nel tentativo di unificare il Paese con circa 860 anni di anticipo rispetto all'Unità d'Italia. Riscoprire questa figura storica significa esplorare le radici del nostro territorio e le dinamiche del potere medievale. L'appello di Davide Polcari si rivolge direttamente ai docenti: reintrodurre lo studio di Re Arduino nelle aule offre agli studenti una prospettiva affascinante e locale, fondamentale per comprendere l'eredità storica che altrimenti andrebbe perduta.
Questi due romanzi meritano un posto tra le opere più importanti della letteratura sul Medioevo. Un lavoro, chiaro e articolato, con cui per la prima volta la storiografia italiana dà un contributo alla vasta bibliografia europea sull’argomento, con meditato equilibrio e originalità analitica. Individuare gli snodi decisivi della vicenda arduiniana può aiutarci a comprendere meglio una figura tanto complessa quanto affascinante.
Davide Polcari ha 47 anni, vive a Biella e lavora nel settore bancario. Condivide la propria passione per la storia medievale su Facebook, dove sin dal 2014 gestisce una pagina che ha raggiunto i 65.000 follower, mentre nel 2019 ha fondato un gruppo con più di 170.000 iscritti: il più grande gruppo italiano dedicato al Medioevo su Facebook. Appassionato dell'età feudale, nel 2024 ha pubblicato con Baima & Ronchetti il suo primo romanzo, Arduino e la Marca di Eporeia, premiato al concorso letterario "La Quercia del Myr" (2024).
ARDUINO e la Marca di Eporeia
Davide Polcari
Collana Biblioteca degli Scrittori Piemontesi
Baima & Ronchetti
Pagine 541
ARDUINO i Vescovi e la Corona
Davide Polcari
Baima & Ronchetti
Collana Biblioteca degli Scrittori Piemontesi
Pagine 416
Nello sterminato e variegatissimo mondo dei piccoli e medi editori presenti in Italia, davvero non si finisce mai di fare interessantissime scoperte. Vedi, in questo caso, le edizioni Emons, nate nel 2007 dalla felice collaborazione fra l’editore tedesco Hejo Emons ed un gruppo italo-tedesco, e
specializzate in audiolibri letti dagli stessi autori o da attori professionisti. La casa editrice, con sede a due passi dalla Piramide Cestia (Roma), ha pubblicato, in questi anni, soprattutto narrativa contemporanea e straniera, classici, saggi, nonché apprezzate opere destinate a bambini e ragazzi.
Ma la collana che mi ha maggiormente incuriosito è quella dedicata all’invito a scoprire i segreti di città e località italiane ed anche estere. Da appassionato cultore di studi relativi a Roma ed alle sue insondabili ricchezze artistiche, ho sperimentato una gioia tutta particolare nello sfogliare e leggiucchiare qua e là il volume intitolato 111 Segreti delle Chiese di Roma che devi proprio scoprire, curato dal bravo giornalista e fotografo freelance Fabrizio Ardito.
Il libro, strutturato con intelligenza e con competenza empiricamente fondata, arricchito da numerose e assai ben scelte illustrazioni, e, soprattutto, caratterizzato da uno stile brioso, mai pedante o monotono, può essere gustato con piacere, girovagando fra le centinaia di chiese di ogni epoca e immergendosi in un oceano bizzarro ed inebriante di storie, di tradizioni, di leggende e di impagabili ed incomparabili creazioni artistiche, sia da parte di esperti conoscitori delle bellezze romane sia da turisti ai primissimi timidi passi esplorativi.
Tantissime e davvero preziose le informazioni insolite e oltremodo stuzzicanti: dagli affreschi sotterranei di San Clemente alla noncupola di Sant’Ignazio, dalle vetrate della Chiesa Valdese alla “tomba di Bacco” nel Mausoleo di Santa Costanza, dalla “gabbia dei grilli” di Santa Maria di Loreto all’icona sacra della Chiesa Nuova.
Per ogni tesoro da scoprire, poi, vengono fornite tutte le informazioni necessarie su orari, mezzi di trasporto, accompagnate da pertinenti suggerimenti di ordine pratico.

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FABRIZIO ARDITO
111 segreti delle chiese di Roma che devi proprio scoprire
https://emonsaudiolibri.it/
Emons Libri & Audiolibri nasce a Roma nel dicembre 2007 dall’incontro tra l’esperienza dell’affermato editore tedesco Hejo Emons, Axel Huck, Viktoria von Schirach e un’appassionata squadra italo-tedesca.
La scommessa era quella di portare al grande pubblico l’audiolibro in Italia, un modo antico e insieme attuale di godere della bellezza delle opere letterarie. Emons punta inizialmente sulla narrativa contemporanea, privilegiando, quando possibile, la lettura degli autori stessi, e diventando presto casa editrice leader nel settore.
Il catalogo si è nel tempo arricchito di oltre 300 titoli tra classici, novità, saggistica e letteratura per ragazzi letti dai migliori attori sulla scena italiana, in versione integrale e senza alcun intervento musicale. Negli anni ha coprodotto dei titoli in coedizioni con altri editori come Edizioni E/O, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Editori Laterza, SUR, NN Editore, Sellerio, Neri Pozza, Uovonero.
Dal 2014 la Emons ha scelto di rinsaldare anche i legami con la tradizione editoriale creando due collane cartacee: “111”, guide insolite delle principali città europee e italiane e “Gialli tedeschi”, traducendo la migliore letteratura tedesca del genere Krimi.
Nel 2020 nascono due nuovi marchi della casa editrice: Emons Record, una realtà che produce podcast e audioserie. Un contenitore ampio dove confluiscono l’esperienza e gli approfondimenti che attingono da uno dei cataloghi più vari e preziosi del mondo culturale.
Emons Raga propone in forma cartacea romanzi divertenti e originali, storie d’amicizia e d’avventura, racconti che parlano di arte, di scienza o di temi attuali con sensibilità e freschezza, valorizzando le differenze e contrastando ogni forma di discriminazione. Una collana pensata per ragazze e ragazzi: i libri Emons Raga si possono leggere e ascoltare, grazie alla tecnologia del QR code. Le fasce d’età sono: 8+, 10+, 12+.
Il 19 febbraio 2016 ci lasciava Umberto Eco. A dieci anni di distanza, come studiosa appassionata di arte e semiotica, sento il bisogno di omaggiare la sua poliedrica genialità. Rileggere ed esplorare nuovamente le pagine della sua Storia della Bellezza è stato per me un viaggio illuminante. Per Eco, il bello non è mai stato un concetto assoluto o immutabile, bensì una cartina tornasole delle epoche e dei desideri umani. Un’indagine che spazia dalla filosofia greca fino ai mass-media contemporanei. Nel pieno dell'era digitale, algoritmi e intelligenze artificiali generano immagini, suoni e forme a partire da semplici prompt testuali. Ma cos'è davvero la bellezza oggi? Per trovare una risposta, ho scelto di tornare alle radici della nostra cultura rileggendo la Storia della Bellezza curata da Umberto Eco. Questo saggio ci insegna che il "bello" non è mai stato un canone fisso e oggettivo. Al contrario, è uno specchio mutevole delle nostre paure, dei desideri e della filosofia umana. Ripercorrere questo viaggio, dai greci fino al contemporaneo, è l'unico modo per non smarrirsi: ci offre gli strumenti critici per comprendere se la macchina sta semplicemente assecondando i nostri gusti o se, al contrario, stiamo abdicando al nostro diritto di interpretare il mondo.
Questo libro non è il solito saggio di storia noioso, ma un viaggio corale che esplora i desideri e i meccanismi della mente umana. L’autore ha un obiettivo chiaro: liberare il concetto di "Bellezza" dai confini della storia dell’arte per restituirgli tutto il suo fascino filosofico, scientifico e teologico. Il testo è una vera e propria raccolta di storie e idee che parte dalla matematica di Pitagora per arrivare al misticismo. Non ha paura di esplorare gli opposti: si passa dalla luce divina al male, dalla perfezione degli astri alla banalità quotidiana degli abiti. Il vero punto di forza dell'opera è dare spazio non solo ai grandi pensatori, ma anche alle voci dei più umili e dimenticati. In questo modo, la Bellezza non è più una regola fissa e immutabile, ma diventa un terreno di scontro culturale, un luogo dove idee diverse si confrontano continuamente. Il lettore è quindi invitato a partecipare a un'avventura intellettuale che, più che dare risposte definitive, si chiede come e perché la nostra idea di bellezza continui a cambiare attraversando le epoche.
L'opera traccia il passaggio cruciale dalla bellezza intesa come ordine divino e "amore sacro" (il periodo della donna angelicata e della pastorella) verso una progressiva frammentazione. Umberto Eco evidenzia come, tra il Quattrocento e il Seicento, si passi dalla bellezza come imitazione della natura (la "Bellezza magica") alla "Bellezza inquieta" del Manierismo. In questa fase, il canone classico si incrina: emerge la tensione verso l’assoluto, il wit e l'aguzza ingegnosità, segnando la nascita di una sensibilità estetica soggettiva e complessa. Nei capitoli X – XII emerge il punto centrale della critica di Eco che riguarda il contrasto settecentesco tra la "Ragione" neoclassica e l'irruzione del "Sublime". La Ragione si esprime attraverso il rigore, l'architettura dei giardini e l'armonia dei corpi. Il Sublime introduce il fascino del terribile, del notturno e delle rovine. Questa sezione è fondamentale per capire come il Romanticismo abbia poi sdoganato il "torbido" e il "grottesco", trasformando la malinconia in una categoria estetica a sé stante. Nei capitoli XIV – XVII l'integrazione più moderna di Eco riguarda il passaggio dall'oggetto artistico unico all'oggetto d'uso. La Bellezza delle macchine: Eco analizza come il ferro, il vetro e il design industriale (dall'Art Nouveau al Novecento) abbiano ridefinito il concetto di "bello", legandolo alla funzionalità e alla riproducibilità seriale. Mettendo in evidenza il paradosso contemporaneo l'opera si chiude riflettendo sulla "Bellezza dei media". Qui Eco pone una domanda critica fondamentale: viviamo in un'epoca di bellezza della provocazione (le avanguardie) o siamo ormai sottomessi a una bellezza del consumo, dove il gusto è dettato dalla mercificazione e dai flussi mediatici? La Storia della Bellezza non è solo un catalogo iconografico, ma un'indagine filosofica che dimostra come ogni epoca abbia inventato la propria idea di "bello" per dare senso al mondo. La forza del testo di Umberto Eco sta nel saper connettere la Venere di Botticelli alle macchine industriali, rivelando che la bellezza è, in ultima analisi, il riflesso dei valori e delle paure di una civiltà. Una carrellata di riflessioni, adorna la quarta di copertina dell'opera di Umberto Eco, e ci ricorda quanto il concetto di "bello" sia un poliedro dalle infinite facce. Dalla bellezza interiore di Plotino che trascende il volto, alla natura manifesta di Guglielmo di Conches, fino alla "delicatezza d'immaginazione" richiesta da David Hume, veniamo guidati in un viaggio estetico senza tempo. Incontreremo l'abbraccio fatale tra Morte e Bellezza descritto da Victor Hugo, la purezza dell'equazione tra Bellezza e Verità di John Keats, per giungere infine allo scarto creativo, a quel "bizzarro" che per Charles Baudelaire è l'essenza stessa del Bello.
Un saggio profondo, bello e onesto. Un saggio vibrante e appassionato, un ritratto totale, il racconto di un’anima e molto di più. Chi non l’ha letto dovrebbero leggerlo. E al più presto.
STORIA DELLA BELLEZZA
A cura di Umberto Eco
Bompiani Editore
Pagine 438
UMBERTO ECO - (1932 – 2016) . È stato ordinario di Semiotica e Presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici presso l’Università di Bologna. Tra le sue opere di saggistica si ricordano: Opera aperta (1962), La struttura assente (1968), Trattato di semiotica generale (1975), Lector in fabula (1979), Semiotica e filosofia del linguaggio (1984), I limiti dell’interpretazione (1990), La ricerca della lingua perfetta (1993), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994), Kant e l’ornitorinco (1997), Sulla letteratura (2002), Dire quasi la stessa cosa (2003).Inoltre, tra le sue raccolte, vanno menzionate: Diario Minimo (1963), Il secondo Diario Minimo (1990), che comprende una prima antologia di Bustine di Minerva, i Cinque scritti morali (1997), e La Bustina di Minerva (2000).Nel 1980 ha esordito nella narrativa con Il nome della rosa (Premio Strega 1981), seguito nel 1988 da Il pendolo di Foucault, nel 1994 da L’isola del giorno prima, nel 2000 da Baudolino e nel 2004 da La misteriosa fiamma della regina Loana. Numero Zero è il settimo e ultimo romanzo di Umberto Eco pubblicato prima della sua morte. Si ricordano i romanzi: Il cimitero di Praga (2010) - Un complesso romanzo storico ambientato nell'Ottocento. Numero zero (2015) - Un'opera satirica e di denuncia ambientata nelle redazioni dei giornali. Nell’ambito della saggistica e studi si ricordano :A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico (2006) - Una raccolta di saggi e riflessioni sull'attualità e la società. Costruire il nemico e altri scritti occasionali (2011) - Una serie di interventi su temi etici, politici e culturali. Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida (2016) - Uscito postumo, raccoglie gli ultimi articoli della sua celebre rubrica su L'Espresso. Nelle opere illustrate e di Bibliofilia: Storia della bruttezza (2007) - Il seguito ideale del suo lavoro sull'estetica, in cui esplora il concetto di brutto nella storia dell'arte e della filosofia. Vertigine della lista (2009) - Un saggio riccamente illustrato sul bisogno umano di catalogare e accumulare oggetti o informazioni .Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013) - Un'indagine affascinante sui miti geografici e le leggende. La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia (2006) e Sulle spalle dei giganti (2017, postumo).
Con l’inizio del mese di giugno, è finalmente giunto in libreria l’ultimo lavoro di Gabriella Gagliardi La volpe e il porcospino, già felicemente presentato al pubblico romano alla fine di marzo.**
Il racconto che dà il titolo al libro prende origine da una storia vera (quella di una volpe e di un porcospino affratellati nella e dalla sofferenza) che ha suscitato nell’Autrice una ricca serie di considerazioni filosofico-pedagogiche, ruotanti intorno ai temi dell’amicizia, dell’amore e della lotta tra il bene e il male.
Il libro è completato da una raccolta di liriche o, meglio, di “pensieri in versi”, in cui - come ha ben scritto Salvatore Merra - “la scrittura si fa più intima, talvolta aforistica, talvolta meditativa, ma sempre sorretta da una tensione etica costante: quella che invita a interrogarsi su ciò che conta davvero, su ciò che tiene insieme la vita individuale e quella collettiva”.
E’ con gioia sincera che ci è possibile proporre qui una breve conversazione con l’Autrice, mia amica e collega di lunga data.
| Arthur Schopenhauer |
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Hai centrato il problema. Tutto si collega. Il messaggio di Pico era triplice: 1. che cos’è l’uomo; 2. la pace; 3. l’unità della Natura. Ebbene in questo mio lavoro, che è insieme un microsaggio, un trattatello pedagogico, o, se si vuole, una forma di biosofia e geosofia, tutti questi tre temi ricompaiono insieme.
Infatti, la volpe e il porcospino, entrambi soli e malandati, si uniscono e, sia pur diversi fra loro, si curano a vicenda e si fanno compagnia.
Sono loro i Buoni Maestri:
non si fanno la guerra ma si amano, non danneggiano la natura ma vivono in unità con essa, infine insegnano che la vita può avere sempre un senso e una sua ‘dignità’.
E’ proprio quello che diceva Pico nella celebre Orazione De hominis dignitate!
Dunque, il racconto è chiaramente una metafora della condizione umana, e diventa, in forma semplice e leggera, accessibile a tutti, un pensiero sulla Vita e sulla Terra, in una visione umanistica globale proiettata verso il futuro.
Anche se i due animaletti, come graziosamente li chiami tu, restano i veri protagonisti di questa storia, il riferimento alla parabola dei porcospini di Schopenhauer nasce non certo per una semplice associazione di nomi - il porcospino appunto - ma scaturisce di riflesso quasi automaticamente, dal mio interesse per la psicoanalisi. La parabola infatti, sappiamo, fu poi ripresa da Freud in "Psicologia delle masse e analisi dell'io" del 1921, per spiegare, come riassumo nel libro, il paradosso e la complessità della vita sociale e delle relazioni umane: nel senso che, semplificando al massimo, gli individui, se sono troppo vicini si fanno male, se troppo lontani si sentono soli. Il che significa che, invece, bisogna trovare la giusta distanza fisica ed emotiva per conciliare autonomia e compagnia.
La presenza delle qualità di cui parli nel mondo animale è veramente tale e stupefacente, ed è un dato che ci deve far riflettere su quanto siamo carenti noi 'sapientes'.
Che poi l'umanità possa raccogliere da ciò un insegnamento, è un auspicio, e il mio libro vuole essere anche uno stimolo in questa direzione.
Sì, può essere. Ma, più in generale, io proporrei di porre sullo stesso piano tutti gli esseri viventi, compresi il mondo dei vegetali e noi stessi. Siamo in un unico universo, come dicevano già Leonardo e Galileo. Se danneggiamo uno solo di questi elementi, danneggiamo anche gli altri, e soprattutto noi stessi. Cosa molto difficile da capire!
È per questo che ci ammaliamo, noi per primi.
Non è la Terra ad essere fragile. Siamo noi i fragili.
Purtroppo, e per fortuna ..., direi.
| Gabriella Gagliardi |
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La personalità di ognuno è molto sfaccettata e un pò misteriosa. Sì, per quel che mi riguarda, la poesia ne raccoglie come in un caleidoscopio i vari aspetti. Ma essa è, nel mio caso, anche il pretesto e l'occasione per denunciare, o per liberare terapeuticamente contrarietà e crucci. Talora, alla maniera di Rodari, tenta di correggere i nostri limiti, perché è l'autocritica che ci fa crescere e diventare anche creativi. Ma non credo di essere presuntuosamente eccezionale: forse è così per tutti!
Infine, per chiudere in allegria, anche le poesie possono divertire. E così non mi son fatta mancare qualche divertente, ma sempre pacata esternazione politica in chiave scherzosa. Leggete e la troverete. E spero di condividere con voi anche un sorriso (o una piacevole risata).
* Gabriella Gagliardi nasce a Salerno e vive da molti anni a Roma. Laureatasi a Napoli in Filosofia morale con il prof. Aldo Masullo con il massimo dei voti, ha insegnato nei licei e all’Università di Salerno. Ha pubblicato per le edizioni Armando Il gatto con gli stivali. Ricerca su fiaba e inconscio (2011), Psicologia del malato oncologico. Non muore il desiderio (ultima ristampa 2021), Coronavirus. La paura il coraggio l’impegno (2020), Giovanni Pico della Mirandola. Un genio riscoperto che parla al presente. Il vero pensiero oltre la ‘vulgata’ (2025), selezionato al Festival delle Letterature di Salerno.
Nel dicembre 2023, è uscito il suo primo libro di poesie, Distrazioni (Les Flaneurs Edizioni).
Ha vinto il Premio letterario “Soprattutto Scrivere” di Incontra Donna, con un racconto breve dal titolo Il mito di Dioniso bambino, e il Premio Dolce e caffè “Donne in Cultura”.
Attualmente svolge corsi di Filosofia agli adulti per il Comune di Roma.
Con il suo ultimo libro, La volpe e il porcospino, parteciperà (il 14 di giugno, alle 10.30) alla quattordicesima edizione del Festival della Letteratura di Salerno (Il programma – Salerno Letteratura Festival).
Gabriella Gagliardi
La volpe e il porcospino.
Una favola vera per i nostri tempi e alcune poesie o meglio
«pensieri in versi»
Pag. 64, euro 10
Armando Editore, 2026
Il responsabile dell’organizzazione della “Grande invasione” Gianmario Pilo inaugura il Festival della lettura ad Aosta sottolineando come gli eventi, in una sorta di staffetta, si svolgeranno tra Aosta, Chieri e Ivrea, esprimendo grande soddisfazione per gli straordinari risultati raggiunti negli anni.
Aosta dal 29 maggio al 31 maggio smette di essere solo un insieme di strade e monumenti per trasformarsi in un organismo vivo. Con l'arrivo del festival La Grande Invasione (terza edizione), la città si apre a un’esperienza che punta a interferire nel quotidiano per iniettare nuove visioni urbane. Come sottolineato da Cecilia Lazzarotto, Assessora alla Cultura, l'obiettivo è valorizzare il "piccolo tesoro" custodito in ogni partecipante, promuovendo la lettura e la scrittura non come isolamento, ma come strumenti critici per comprendere il presente e costruire il domani. Un'invasione culturale che porta frutti positivi, trasformando la città. Il festival della lettura "La Grande Invasione" invade gioiosamente Aosta, celebrata dal Sindaco Raffaele Rocco come un'autentica rivoluzione positiva. L'evento attrae persino turisti sui set del celebre vicequestore Rocco Schiavone, facendo scoprire un volto nuovo e affascinante del capoluogo.
Il festival, nato dall’ideazione e programmazione di Marco Cassini e Gianmario Pilo, vede nei giovani i veri motori del cambiamento, trasformando la città in un cantiere aperto dove la parola scritta diventa infrastruttura sociale. Questo complesso sforzo organizzativo è reso possibile dal lavoro di un team dedicato, che vede in prima linea Federica Antonacci, Daniela Barone, Corrado Ferrarese, Daniela Pagliero, Romaine Pernettaz e Mariangela Pilo. Per tre giorni, piazze e caffè diventeranno zone di libero scambio.
Il Teatro PLUS (già Cittadella dei Giovani) di Aosta ha ospitato lo scorso 29 maggio, alle ore 21, l’evento inaugurale del festival della lettura La grande invasione, che ha visto protagonista indiscusso Antonio Manzini, in un intenso e brillante dialogo con Piero Valleise. Un folto pubblico, in prevalenza femminile, ha assistito a un duetto non ordinario, sapientemente bilanciato tra leggerezza e profondità. Al centro della serata vi è stata l'analisi di Sotto mentite spoglie e dell'ultima, attesissima raccolta I tramezzini di Rocco Schiavone (Sellerio). Il colloquio, a tratti esilarante ma sempre acuto, ha offerto molteplici chiavi di lettura per decifrare la contemporaneità. Dai racconti e dalle vicissitudini del celebre vicequestore, sono emersi forti spunti filosofici e sociologici che fotografano impietosamente le contraddizioni del contesto italiano: una nazione complessa, in cui la capacità di mentire è purtroppo assurta a prassi, non solo in ambito politico, e in cui l'inarrestabile logica consumistica sembra aver preso il sopravvento. Come acutamente sottolineato durante l'incontro, in Italia si assiste spesso a una truffa continua, una deriva in cui il vuoto linguistico e l'imperante 'parlare del nulla' finiscono per dominare la scena pubblica. Durante l'incontro, non è mancato un intenso confronto sul tormento interiore che anima il celebre vicequestore. Il moderatore Piero Valleise ha incalzato l'autore Antonio Manzini sottolineando la totale assenza di serenità nella figura di Rocco Schiavone, paragonando la sua narrativa a quella dei grandi classici della letteratura italiana come Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni e Ugo Foscolo. Sebbene in questi poeti si potesse scorgere un anelito di speranza o, quantomeno, l'auspicio di uno spiraglio di luce, la risposta dello scrittore ha chiuso a ogni facile ottimismo. L'autore ha infatti precisato che l'ispettore è un uomo fondamentalmente depresso, privo di slanci vitali e immerso in una profonda indifferenza, dalla quale si risveglia solamente quando viene preso in giro. Per spiegare questa complessa psicologia, è stato evocato il parallelo con giganti dell'arte come Michelangelo Buonarroti e Caravaggio, artisti che dipingevano nel dolore e che erano tutt'altro che figure felici. Una visione cupa e disillusa, riassunta perfettamente dal destino che Schiavone sente di meritare: un perenne stato di letargo per sfuggire al peso della vita. Tra Manzini e il moderatore Valleise emerge una riflessione profonda che ribalta un luogo comune. La lettura seriale è stata a lungo considerata "di serie B" rispetto al romanzo singolo, ma capolavori come Il Conte di Montecristo e i romanzi di Maigret, così come le saghe moderne di Montalbano e Schiavone, dimostrano l'esatto contrario.
Durante la presentazione del nuovo romanzo dedicato a Rocco Schiavone, l'autore Antonio Manzini, in dialogo con il moderatore Piero Valleise , ha regalato al pubblico un interessante fuori programma.
| da sx Antonio Manzini in conversazione con Piero Valleise |
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Parlando del titolo del suo nuovo libro I tramezzini di Rocco Schiavone , la conversazione si è spostata sull'iconica specialità torinese, rievocando l'affascinante storia del tramezzino. Come ricordato durante l'incontro, il tramezzino torinese nasce esattamente nel 1926 al Caffè Mulassano grazie all'intuizione di Angela Demichelis Nebiolo. Fu lei l'artefice della rivoluzione: privare della crosta il morbido pan carré. Quest'ultimo era stato originariamente creato nell'Ottocento con l'obiettivo di aggirare una curiosa usanza dei fornai (che consisteva nel capovolgere il pane per sfuggire alla tassa sul pane "del boia"). Non tutti sanno, inoltre, che anche il nome porta con sé una storia illustre. Il termine "tramezzino", ideato per sostituire l'anglosassone sandwich, fu coniato nientemeno che dal poeta Gabriele D'Annunzio. Egli scelse questa parola perché la forma del piccolo spuntino gli ricordava i "tramezzi", ovvero le pareti divisorie e gli elementi architettonici che caratterizzavano la sua casa. Riporto un ulteriore passaggio interessante della conversazione: nel suo approccio alla scrittura, l'autore Antonio Manzini rifiuta categoricamente ogni forma di saccenza. La sua visione esclude l'idea di porsi su un piano di superiorità rispetto al pubblico; al contrario, il mestiere della scrittura richiede totale onestà intellettuale. Scrivere significa rivolgersi agli altri, non compiacere se stessi, e riconoscere che dietro a qualsiasi forma di creazione, che si tratti di stendere un libro o di costruire un tavolino artigianale, risiede sempre un preciso senso etico e poetico. In questa prospettiva, ogni personaggio acquista una propria e insostituibile ragion d'essere, perché la comprensione è il primo vero atto umano. Ecco perché la narrazione non offre risposte preconfezionate: il ruolo dello scrittore è piuttosto quello di farsi interprete dei dubbi, ponendosi le stesse domande insieme ai propri lettori.
Ma la vera sorpresa della serata è arrivata al momento del firma copie. Per accaparrarsi una copia de I tramezzini di Rocco Schiavone di Antonio Manzini, si è formata una lunghissima coda di appassionati lettori. Un successo che premia non solo l'autore, ma anche la scelta editoriale: un volume dalle dimensioni tascabili, grande quanto uno smartphone, pensato per essere portato ovunque. D'altronde, nell'era del digitale, stringere tra le mani un formato cartaceo, sfogliarne le pagine e godersi il profumo della carta, offre un'esperienza tattile e intima impagabile. Perché leggere un libro fisico vale ancora tutta la differenza del mondo.
I tramezzini di Rocco Schiavone non è un semplice mosaico di racconti polizieschi, ma si configura come una vera e propria "archeologia del ricordo". Ciò che colpisce immediatamente durante la lettura è l'originale e curiosa impalcatura narrativa adottata dall'autore per scandire il tempo. I capitoli non sono infatti contrassegnati dai classici titoli, ma prendono il nome di città (Aosta, Roma, da qualche parte fra gli Apennini) accompagnate da date composte in modo bizzarro, utilizzando solo le prime tre cifre. Questa scelta, che non serve a definire o descrivere i luoghi evocati dai capitoli, funziona come un preciso espediente stilistico e strutturale voluto dall'autore per mappare la narrazione. Dal mio punto di vista di critico letterario, con una specializzazione anche in enogastronomia, questa insolita scansione temporale si fonde in modo affascinante con la componente sensoriale del testo. Nei capitoli, infatti, l'attenzione viene rapita dalla minuziosa descrizione di ben sei tramezzini (una vera e propria sequenza circolare che comprende tonno e carciofini; quello di spinaci e mozzarella che evoca alla memoria i corridoi universitari; l'insalata di pollo; rucola, bresaola e grana; uova sode e salame; salmone, avocado e maionese; mozzarella e pomodoro). Un’esperienza gustativa ed emotiva che, nella parte conclusiva, lascia poi spazio al celebre sandwich, protagonista assoluto della chiusura. L'opera si distingue inoltre per la sua capacità di decostruire il mito del vicequestore, rintracciando le radici del suo "anarchico sarcasmo" in un'infanzia segnata da figure contrastanti: dalla fallace retorica scolastica al patriottismo autentico di nonno Pietro. Il cuore pulsante della narrazione risiede nel cortocircuito sensoriale, un sapore di tramezzino che si fa madeleine proustiana, capace di evocare il fantasma di Marina e di mettere a nudo le «piccole crudeltà» di un uomo sospeso tra cinismo e profonda umanità.
| Il responsabile dell’organizzazione della “Grande invasione” Gianmario Pilo inaugura il Festival della lettura ad Aosta 29 maggio 2026 |
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Siamo di fronte a un "album delle origini" necessario, dove il genere giallo diventa il pretesto per un'indagine ben più complessa: quella sull'identità e sulle cicatrici che formano l’intuito di uno dei personaggi più amati della narrativa contemporanea. Manzini dedica i suoi racconti (definiti "tramezzini") a una profonda amicizia e, implicitamente, ad Andrea Camilleri. La citazione sottolinea il legame tra chi ama i classici della letteratura poliziesca italiana e chi crede nel valore del ricordo e dell'amicizia. Gli arancini sono il cibo simbolo del Commissario Montalbano (celebre personaggio di Camilleri), mentre i "tramezzini" di Rocco Schiavone rappresentano l'elemento di legame in questa nuova opera di Manzini . L'accostamento serve a creare un parallelo tra i due autori, accomunando chi "ha gli arancini" (Camilleri/Montalbano) a chi ha "i tramezzini" (Manzini/ Rocco Schiavone), uniti dalla passione per il racconto e da un profondo senso di amicizia.
In conclusione, se c'è un messaggio che attraversa il dépliant divulgativo, è riassunto perfettamente nella grafica di apertura: «La parola è il più straordinario degli effetti speciali» di Domenico Starnone. Un invito potente a riscoprire, attraverso la lettura, la magia insita nel nostro linguaggio.
Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore. Tra i suoi primi libri Sangue marcio e La giostra dei criceti (del 2007, ripubblicato da Sellerio nel 2017). Oltre alla serie con Rocco Schiavone questa casa editrice ha pubblicato: Sull’orlo del precipizio (2015), Ogni riferimento è puramente casuale (2019), i romanzi Gli ultimi giorni di quiete (2020) e La mala erba (2022), e nella collana «La memoria dei ragazzi» Max e Nigel (2025).
NOTA AGGIUNTIVA: La giornata di domenica 31 maggio ad Aosta si preannuncia ricca di appuntamenti imperdibili, snodandosi tra il Salone Ducale e il Teatro Plus. Un palinsesto che spazia dal giornalismo alla letteratura, fino alla musica, offrendo profondi spunti di riflessione sulla società contemporanea. Mattina: Podcast e nuovi talenti. L'apertura dei lavori al Salone Ducale (ore 11:00) è affidata a Simone Pieranni che, in dialogo con Corrado Ferrarese, racconterà la genesi di "Sky TG24 presenta Seietrenta", il podcast quotidiano di Chora Media che prova a narrare il mondo ogni giorno. A seguire, si darà spazio alle nuove voci della narrativa con l'incontro "Esordi", che vedrà protagoniste Ilaria Camilletti, Sonia Lisco e Michela Panichi. Pomeriggio: Tra conflitti e legami familiari. Il pomeriggio si sposta al Teatro Plus con una lezione magistrale di Nicola Lagioia (ore 16:00) dal titolo "La guerra come malattia della specie", un’analisi su come la letteratura possa aiutarci a decodificare i conflitti mondiali. La narrazione prosegue con due intensi dialoghi al femminile :Elena Varvello presenta "La vita sempre" (ore 17:00).Stefania Andreoli esplora le dinamiche di "Un'ottima famiglia" (ore 18:00).Sera: Bukowski, editoria e musica per la pace. La serata si apre con una performance suggestiva: Tiziano Scarpa leggerà Charles Bukowski in un tributo intitolato "Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere". Successivamente, l'editore Antonio Sellerio si confronterà con Marco Cassini sul tema "Una vita in blu". La giornata si concluderà alle 21:30 con l'evento "Musica per la pace": un concerto nato dal laboratorio di songwriting "Peace Generation", condotto da Fabrizio Zanotti. L’iniziativa, promossa dall'Associazione Culturale Fabrika in collaborazione con Emergency Canavese, porterà sul palco canzoni dedicate ai temi della convivenza civile e della solidarietà.
Francesco Piccolo appartiene al magnifico squadrone di talenti narrativi sorti in Italia nel corso degli anni ’90. Sincero, schietto, volutamente esplicito.
Parto da una testimonianza fondamentale letta a pagina 52 del nuovo libro di Francesco Piccolo COSA SONO LE NUVOLE che ci restituisce un Totò fiero e mai domo, capace di regalare, nonostante le frizioni produttive, una delle pagine più nobili e commoventi della storia dello spettacolo italiano. Lo scontro con la censura: l’autore Francesco Piccolo racconta il celebre incontro tra Totò e Mina in Rai, rischiato di saltare a causa della censura. Risale al 1965, durante una puntata del celebre varietà Studio Uno. Solo la mediazione di Castellani convinse Totò a tornare sul set, difendendo la sua integrità artistica. Pur di riappacificarsi con la produzione, Totò non rinunciò alla sua vena polemica, lanciando una pungente critica sociale sul Teatro delle Vittorie: (…) questo teatro durante la guerra fu inaugurato dalla compagnia Totò-Magnani…e adesso durante la pace è stato rovinato dalla tv! (…). Il momento clou fu l'esibizione con un Totò in stato di grazia che duettò con Mina sulle note di "Baciami", brano scritto dallo stesso Principe della Risata. Interessante l'analisi del doppio a pagina 38, qui l’autore Francesco Piccolo evidenzia il paradosso di un principe quasi "parassita" del proprio alter ego comico. Totò, il genio plebeo, lavora e produce ricchezza per sostenere le dispendiose ossessioni nobiliari del suo creatore. Nel corso di un’intervista la cucina diventa il teatro intimo dove la finzione invade la realtà. Gesti quotidiani e umili si trasformano in performance, a dimostrazione che la maschera di Totò non può mai essere del tutto messa a tacere. Brillante e ironica la metafora del "conflitto sindacale" tra le due anime. Emerge anche la dura realtà: senza Totò, l'aristocrazia del Principe sarebbe insostenibile. Dal libro (…) ma il mio più bel titolo resta Totò. Con l’altezza imperiale io non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego? (…). Struggenti e potenti le pagine 84 e 85: l'incontro tra Totò e Peppino De Filippo è descritto come un momento di ritrovata complicità. Peppino ascolta in silenzio, testimone di una confessione che spoglia l'amico del suo ruolo pubblico. Francesco Piccolo ci regala un frammento letterario intenso sulla dignità dell'essere, ricordandoci che dietro ogni maschera c'è un uomo che, prima di dormire, interroga solo il proprio cuore. Totò rifiuta le sovrastrutture intellettuali che i critici hanno cercato di cucirgli addosso (come il tragico quotidiano dell'alienazione). Rivendica una semplicità fatta di lineamenti (un mento allungato, un naso torto) e di una vita che non è né triste né allegra, ma semplicemente "un miscuglio", ovvero un grottesco. Emerge un ritratto di attore che ha vissuto il cinema quasi con automatismo (quasi non sapevo nemmeno che film stessi facendo), trasformando la recitazione in un "unico film" durato tutta la vita, volto a divertire gli altri. Il cuore di questo frammento di ricordi risiede nel rifiuto del riscatto tardivo. Totò non cerca di essere considerato "più importante" o "un'altra persona" alla fine dei suoi giorni; preferisce restare fedele alla propria natura, proteggendo persino fisicamente il proprio cuore (le "coronarie") dalle fatiche e dalle lusinghe del mondo. Dal libro (…)..Ma io sono contento di starci, nella vita, e me la difendo come posso, cercando di soffrire solo dalla gola in su e mai dalla gola in giù per non affaticare le coronarie. Io le difendo, le mie coronarie, e voglio guadagnarmene la gratitudine. Ogni sera, prima di andare a letto, le interrogo: siete contente, coronarie, di Totò? Vi tratta o non vi tratta con tutti i riguardi?» E a questo punto ridono insieme, di gusto, come ai vecchi tempi.(…). Nonostante la quasi cecità e il timore di essere dimenticato dopo il declino dei suoi film commerciali, Totò ritrovò la magia e il riscatto sul set. L'incontro con Pasolini per Uccellacci e uccellini rappresentò una consacrazione tardiva. Ancora una volta Francesco Piccolo ci lascia ammirare la sua maestria letteraria. Il suo nuovo libro esplora le mille sfaccettature, le debolezze e la grandezza di Totò il "principe della risata". Un libro nitido nella scrittura e intenso nei sentimenti. Bello e toccante, un libro che non si dimentica.
Francesco Piccolo (1964) è scrittore e sceneggiatore. Con Il desiderio di essere come tutti ha vinto il Premio Strega 2014. I suoi ultimi libri sono La bella confusione (2023) e Son qui: m'ammazzi (2025). Ha inoltre curato Paparazzi e, con Caterina d’Amico, il volume su Suso Cecchi d’Amico La fortuna di essere donna.
Tutti i suoi libri sono pubblicati o riproposti da Einaudi.
COSA SONO LE NUVOLE – Gli ultimi anni di Totò.
Francesco Piccolo
Edizioni Einaudi
Pagine 119
Ho avuto il piacere di seguire Valeria Parrella durante una recente puntata di La Biblioteca dei Sentimenti su Rai 3, condotta da Maria Latella. Ritrovarla poi dal vivo anche al Salone del Libro ha confermato il suo straordinario talento nel trasmettere storie e riflessioni . È stata un'occasione preziosa, che mi ha permesso di ascoltare dalla sua viva voce la genesi dell'opera e le complesse dinamiche creative che ne hanno guidato la stesura. Un valore aggiunto che mi ha spinto ad apprezzare questo romanzo ancora di più.
Il fascino storico di Giovanna d’Arco rimane inesauribile. Il numero esatto delle opere a lei dedicate è in continua crescita, spaziando da trattati accademici fino a biografie romanzate: come si può ancora scrivere di Giovanna d’Arco? Eppure, LA RAGAZZINA di Valeria Parrella dimostra che la Pulzella d'Orléans ha ancora una voce viva. Il romanzo di Parrella celebra Giovanna d'Arco come un'icona immortale, andando oltre il mito per svelarne l'essenza umana. Lontana dall'essere sminuita a «semplice ragazzina», la Pulzella d'Orléans si conferma una figura rivoluzionaria e attuale, capace di riflettere e denunciare le contraddizioni della società contemporanea. L’autrice Parrella sottolinea che l'uso di epiteti sminuenti (come "ragazzina") è un'arma del patriarcato per delegittimare l'autorevolezza di chi rompe gli schemi, sfruttando età e genere come scudo. Come nel 1431 si cercò di bruciare Giovanna d'Arco per cancellarne la visione, oggi chi usa questi termini dimostra la stessa cecità: non comprendere che le idee rivoluzionarie e il coraggio non hanno bisogno di un'età adulta per cambiare il mondo, ridurre qualcuno all'età o al genere è il tentativo goffo di un potere minacciato di zittire un cambiamento inevitabile e aggiunge che Giovanna d'Arco non appartiene solo al XV secolo. Il suo interrogarsi sulla propria identità, sul potere della verità e sulla fede incrollabile rappresenta un continuo "aggancio" alle lotte per l'autodeterminazione, al coraggio delle proprie idee e alla resistenza contro il conformismo moderno.
Il romanzo LA RAGAZZINA di Valeria Parrella usa la figura di Giovanna d’Arco non come semplice sfondo storico, ma come lente per comprendere il presente e le sue contraddizioni. L'autrice evidenzia un parallelismo forte tra Giovanna d’Arco e le donne premio Nobel per la Pace, le quali vengono prima celebrate e poi messe a tacere, imprigionate o perseguitate per il loro coraggio.
Ho scelto di anticipare il tragico epilogo di Giovanna , affidando la chiusura della mia riflessione alle sue ceneri disperse nella Senna, non come un mero spoiler, ma come una necessaria lente d'ingrandimento. Di fronte al crudo realismo del rogo e alla violenza degli inquisitori, il lettore è costretto a specchiarsi nell'anima indomita della protagonista. Rievocare gli elementi felici e innocenti della sua vita, come l'albero delle fate o il telaio, serve a marcare il netto contrasto con l'oscurità della guerra e dei matrimoni forzati. Questo frammento finale non è solo la fine definitiva imposta dai carnefici, ma il grido di resistenza di una figura che sceglie la libertà fino all'ultimo istante. Dal libro Pagine 136 e 137 (…) Raccolsero la cenere e la lasciarono cadere nella Senna, come sabbia o come pioggia, o come cenere e basta. “È finita,” si dissero quegli inquisitori che erano rimasti in paese (ché altri giuristi non avevano resistito e se n’erano scappati la domenica precedente). “È finita.” Ma, a queste parole, la Senna sorrise. La Senna abbracciò Giovanna e la accompagnò fino alla foce, lì la lasciò andare nella Manica e, dalla Manica, Giovanna arrivò nei mari e negli oceani, e da lì poi in ogni luogo del mondo. Infatti in ogni luogo del mondo una ragazzina si mette di traverso. Dice no alla guerra, al matrimonio, no alla madre, al guardiano, no al tiranno, no al velo, e al padre, no al silenzio, no alla violenza, no al maestro, no a dio, no al sopruso. Arrischia la sua vita per questo. Ogni giorno, proprio ora, in ogni posto di questa terra una ragazzina decide dove andare e ci va. Che si sappia o meno, che la si veda o meno, lei va.
L’autrice Valeria Parrella risponde anche sulla scelta dell’immagine di copertina di unire l'antico al contemporaneo , l'armatura e il piercing con il volto di Lucky Sturm, immortalata dal fotografo Maki Galimberti . Questa sovrapposizione visiva serve a trasmettere un messaggio preciso. Il piercing modernizza l'iconografia di Giovanna d'Arco, trasformandola in un'eroina senza tempo. Il contrasto tra il metallo dell'armatura (simbolo del dovere e della storia) e il piercing (espressione di individualità e ribellione) unisce l'epica medievale alle lotte giovanili contemporanee, celebrando lo spirito di ogni ragazza che decide di infrangere le regole. LA RAGAZZINA è un romanzo polifonico e veloce, di quelli che, senza darlo a vedere in modo vistoso, riescono a incarnare un certo “spirito del tempo” in una storia di appartenenza e identità, Attingendo ad una sterminata quantità di fonti e in particolare a Colette Beaune, una delle più stimate e autorevoli medievaliste francesi, l’autrice Valeria Parrella richiama alla ribalta i momenti di una lunga vicenda le cui conseguenze si colgono ancora oggi. Andando oltre i cliché, il volume delinea un nuovo ritratto di questa figura femminile, da sempre simbolo di determinazione e forza. Una lettura imprescindibile per comprendere uno degli eventi chiave dell’età contemporanea. LA RAGAZINA di Valeria Parrella è un libro lucido, freddo, scarno e tuttavia sotto ogni aspetto di una forza eccezionale.
Valeria Parrella è autrice di romanzi, racconti, drammaturgie e libretti d'opera. Fra questi, ricordiamo: mosca più balena (minimum fax, 2003; Premio Campiello Opera Prima), Per grazia ricevuta (minimum fax, 2005; finalista nella cinquina del Premio Strega e Premio Renato Fucini), Lo spazio bianco (Einaudi 2008, 2010 e 2018), da cui Francesca Comencini ha tratto l'omonimo film, e Almarina (Einaudi, 2019; finalista nella cinquina del Premio Strega). Per Feltrinelli ha pubblicato La Fortuna (2022; Premio letteraria internazionale Mondello - Opera Italiana) e Piccoli miracoli e altri tradimenti (2024). Da anni collabora con "Robinson - la Repubblica" e "il manifesto".
LA RAGAZZINA
Valeria Parrella
Feltrinelli Editore
p.140

Trovare per caso l'ultimo libro del proprio ex professore di italiano suscita un'emozione che sfida il tempo. Superata l'iniziale nostalgia scolastica, la lettura rivela un'opera lucida, colta e priva di pedanteria, che dimostra una notevole padronanza stilistica. Al di là del legame personale, è un libro di grande qualità e davvero illuminante. Consigliatissimo.
L'illustrazione, in stile xilografico della copertina e firmata peQuod, raffigura un pergolato di vite con un grappolo d'uva, simbolo di fertilità e della "gioia" citata nel titolo. L'immagine sintetizza i temi dell'opera letteraria contrapponendo la struttura rigida del pergolato (la "pena"/fatica) al frutto maturo (la "gioia"/nutrimento spirituale), rispecchiando al contempo la cura artigianale della casa editrice.
Firmino è un nome che unisce una solida base etimologica (la stabilità) a una connotazione narrativa di resistenza e diversità, rendendolo perfetto per il protagonista complesso e memorabile del nuovo libro dello scrittore Daniele Gorret.
Il titolo Sorprese di pena e sorprese di gioia è una promessa di sincerità emotiva, che invita il lettore a prepararsi a un viaggio attraverso le imprevedibili montagne russe della vita. Si tratta di una letteratura d'avanguardia e di ricerca, che predilige l'intensità espressiva alla fluidità narrativa, mirando a scuotere il lettore attraverso la ripetizione e la caricatura della realtà. Daniele Gorret nel suo nuovo libro Sorprese di pena e sorprese di gioia di Firmino Degàni, ha scelto di numerare i 47 brani nell'indice per invitare a un ascolto/lettura senza preconcetti, trasformando la raccolta in un percorso fluido e personale. Il numero 47 stesso, in quanto scelta precisa, simboleggia la chiusura di un ciclo significativo e al tempo stesso il raggiungimento di un equilibrio tra elementi opposti.
Il brano a pag 21 descrive l'identità di Firmino, un uomo che si sente estraneo alla retorica del potere e del successo tipica di una certa idea di "italianità" del suo tempo. L'anti-eroe: Firmino si definisce "carne antitaliana", non per odio verso il Paese, ma perché rifiuta di schierarsi con il più forte o il più astuto. Solidarietà verso i vinti: Sente una profonda fratellanza con chi perde, con chi è umile e con chi non cerca di farsi strada con l'arroganza o le conoscenze. Lo straniero in patria: Pur avendo radici profonde (padre, nonni), vive la sua esistenza come un "eterno straniero", in un silenzio quasi sacro. L'elogio della sconfitta: Il testo si chiude definendolo un "antifurbo" e un "povero discorde", rivendicando la dignità di essere, di fatto, uno sconfitto. In sintesi, è un ritratto poetico dell'integrità morale che sceglie il silenzio e la marginalità piuttosto che l'adeguamento a una società opportunista. Lo stile di Daniele Gorret si distingue per una prosa poetica e scultorea, caratterizzata da una forte invenzione linguistica che riflette la complessità interiore del protagonista Firmino Degàni. Gorret usa abilmente neologismi, composti e locuzioni sostantivate (es. "nonfatti", "i non-mi-lodo...") che creano un linguaggio originale e frammentato. L'uso frequente di anafore (la negazione "non") e la struttura a versetti creano un ritmo incalzante, simile a una preghiera laica. Egli si destreggia con una fusione tra termini concreti/carnali e concetti astratti/filosofici, rendendo la narrazione intensa e riflessiva. Firmino incarna l'inetto morale per nobiltà d'animo, rifiutando le logiche di dominio. Gorret nobilita questo isolamento, elevandolo a dignità umana attraverso una lingua che esplora il profondo silenzio del protagonista.
Lo stile di Gorret è vario e originale, capace di mescolare sogni e satira. Passa con disinvoltura da toni poetici all'ironia, usando un linguaggio semplice e colloquiale per raccontare un mondo surreale. La storia procede come un flusso di pensieri, mettendo insieme immagini fantastiche, mentre le parole scelte – spesso fantasiose e divertenti (come "gran rivelatore" o "furbastri furbacchioni") – servono a fare una sottile critica alla società.
Il brano nr 47 descrive il sogno utopico di Firmino Degàni , il quale immagina un "gran rivelatore" capace di svelare la vera natura delle persone, smascherando le doppiezze e la furbizia della società italiana. Firmino sogna un'Italia onesta, dove i cittadini sono classificati moralmente in base alla loro pericolosità. Tuttavia, il racconto si chiude con disillusione: in prossimità della pensione, Firmino riconosce che il suo ideale è solo una chimera, e che la realtà rimane dominata dai "furbastri" a discapito dei grandi ingegni.
Un libro che unisce alla critica sociale una feroce meditazione sul senso della vita. I lettori ritroveranno in Sorprese di pena e sorprese di gioia di Firmino Degàni tutto quello che li ha appassionati nei precedenti.
Daniele Gorret nasce ad Aosta nel 1951 ed esordisce come narratore nel 1984 con il romanzo lirico-epistolare Sopra campagne e acque (Guanda) cui fa seguito una quindicina di testi in prosa. Tra questi si ricordano All’Occidente inargentato (Il lavoro editoriale, 1987), La perfetta letizia (Sestante, 1992), Avventure di vita e avventure di morte di Silvano Ligeri (Manni, 1998) e Le contemplanze (peQuod, 2021). Negli ultimi anni ha pubblicato testi in versi tra cui Ballata dei tredici mesi (Garzanti, 2003), Cantata di Denaro (Mobydick, 2006), Compendio di Retorica (Campanotto, 2008), Che volto hanno (LietoColle, 2011), Carni (peQuod, 2021), Raccolta degli elogi (L’Arcolaio, 2022), Della nostalgia (peQuod, 2023), Dalla vita (Ronzani, 2023), Reliquie (Einaudi, 2023), Le dodici imprese di poeta in vita (MC edizioni, 2024), Conversari con gatta Puffi (peQuod, 2025) e Il leopardino (Ronzani, 2025). Suoi racconti sono presenti nelle antologie Narratori delle riserve curati da Gianni Celati (Feltrinelli, 1992) e Racconti italiani del Novecento (Meridiani Mondadori, 2001). Ha tradotto da Sade, Céline, Gide, Caillois, Ponge, Blanchot, Malraux.
Sorprese di pena e sorprese di gioia di Firmino Degàni
Daniele Gorret
Casa editrice Italic peQuod
Pagine 89
Chiedersi perché recensire oggi, nel 2026, un libro del 1990 è la prima vera sfida che questo testo ci pone. A distanza di decenni, IL LIBRO DEGLI ANGELI dimostra di non essere stata una moda passeggera, ma un punto di svolta fondamentale per capire perché, in una società sempre più secolare, continuiamo a cercare il sacro. In mezzo a migliaia di pubblicazioni simili, quest'opera spicca per il suo coraggio: non cerca di consolare il lettore con risposte facili. Al contrario, trasforma la figura dell'angelo in uno specchio psicologico vertiginoso. IL LIBRO DEGLI ANGELI di Sophy Burnham è un'opera intensa e profondamente evocativa, un vero mosaico di spiritualità, arte e letteratura. Il pregio maggiore del testo risiede nella straordinaria antologia di citazioni che la Burnham intreccia con maestria: da sant'Agostino a Rilke, da Dante a Shakespeare, fino a Tagore e Whitman. Particolarmente suggestiva la riflessione di Mary Baker Eddy (pag. 61) sulla possibilità di incontrare angeli nella quotidianità senza esserne consapevoli, così come la citazione di P.B. Shelley dalla "Filosofia dell'amore" (pag. 271). Attraverso i riferimenti a Swedenborg, Yogananda tanto per citarne alcuni il libro esplora la figura angelica non solo in senso dogmatico, ma come presenza mistica e poetica capace di toccare l'anima. Rileggere IL LIBRO DEGLI ANGELI di Sophy Burnham è un'esperienza che conferma la profondità dell'opera, capace di unire riflessioni mistiche anche ad un ricchissimo apparato iconografico. Il volume si distingue per la selezione curata di immagini che accompagnano il testo, trasformando la lettura in una vera esplorazione visiva della figura angelica nella storia dell'arte. Tra i dettagli più notevoli citati: la raffinatezza del particolare dell'Annunciazione di Leonardo da Vinci (p. 20). La suggestione romanica del capitello di Gislebertus ad Autun con il Sogno dei Magi (p. 41). La drammaticità della luce nell'incisione di Rembrandt (apparizione ai pastori). La preziosità bizantina del mosaico del Serafino a San Marco (p. 102). La potenza narrativa di Gustave Doré con Dante e Beatrice (p. 191). La maestria tecnica di Albrecht Dürer con la xilografia di Gioacchino e l'angelo (p. 245). Un’opera preziosa che fonde la profondità della parola all’incanto della visione; un volume intenso dove la mia anima di lettrice e quella di disegnatrice si incontrano in un innamoramento visivo.
Nella prefazione IL LIBRO DEGLI ANGELI L’AUTRICE l’autrice Sophy Burnham spiega di un’esperienza davvero intensa, che si conferma come un vero e proprio atto di gratitudine e gioia condivisa. L'autrice accompagna i lettori in un viaggio alla scoperta di queste figure spirituali, viste non solo come entità soprannaturali, ma come messaggeri che si manifestano attraverso sogni, voci, segni e visioni. Il cuore del libro, spiega l’autrice, invita a una riflessione profonda: prima ancora di domandarsi come o dove appaiano, dovremmo chiederci perché gli angeli si manifestano nella nostra vita. La Burnham nella sua prefazione non cerca di convincere razionalmente dell'esistenza degli angeli; lei la racconta. Partendo dalla sua esperienza personale di salvezza, trasforma il dibattito in una testimonianza di speranza: ci dice che siamo accompagnati. Questo rende la vita un dono di gloria e, di conseguenza, un'opportunità da vivere con la massima intensità e gioia, consapevoli che il divino tocca il nostro quotidiano.
Un libro prezioso, che nel testo di prefazione si chiude con un monito di profonda ospitalità, ideale per chi cerca conforto e risposte spirituali:
Non dimenticate l'ospitalità: perché, praticandola, alcuni senza saperlo, hanno ospitato degli angeli (Ebr 13:2).
Sophy Burham nasce a Baltimora nel 1936, è una nota autrice, giornalista e drammaturga statunitense .Celebre a livello internazionale per il bestseller Il libro degli Angeli ( 1990) , che ha venduto oltre un milione di copie, innescando l'interesse popolare per il tema. Autrice di saggi e romanzi (tradotti in oltre 20 lingue), tra cui Angel Letters, The Art Crowd (bestseller NYT) e The Dogwalker. Prosegue la sua produzione letteraria anche negli anni 2020, con pubblicazioni come The Wonder and Happiness of Being Old (2025).
IL LIBRO DEGLI ANGELI – Storie vere, presenti e passate degli incontri tra gli uomini e i messaggeri celesti.
Sophy Burnham
Casa Editrice Corbaccio
Pagine 319
Recensire una guida escursionistica toponomastica della Bassa Valle d'Aosta non è una deviazione dal percorso della critica letteraria, bensì un'immersione nel testo territorio. Queste pubblicazioni si inseriscono in un filone di nicchia, ma in forte crescita, che trasforma l'escursionismo in una pratica di turismo lento e culturale, capace di unire la valorizzazione ambientale alla riscoperta storica. La toponomastica alpina, con le sue radici antiche, non è più confinata alla saggistica accademica, ma vive oggi una rinascita didattica che integra la storia locale nelle mappe. In un contesto montano, queste guide agiscono come un ponte tra il passato agricolo/pastorale e il presente, recuperando, attraverso i progetti di ricerca sulla toponomastica storica, i nomi originali dei luoghi prima delle imposizioni alpinistiche moderne. La mia scelta di recensire quest'opera nasce dalla volontà di valorizzare l'evoluzione della figura della guida/autore: una narrazione che arricchisce l'esperienza escursionistica, rivolgendosi a un pubblico che cerca una comprensione profonda del paesaggio, trasformando ogni nome di valle, sentiero o cima in un capitolo di storia vissuta.
Nella prefazione a quest'opera, la Dott.ssa Consuelo Rubina Nava referente scientifico dello Spoke 3 - Industria del Turismo e della Cultura del progetto NODES (finanziato dal PNRR) — che coordina il lavoro tra università, istituzioni e comunità locali, firma una riflessione che fa da cornice metodologica all'intero volume. Il libro non è una semplice guida, ma il prodotto di una convergenza interdisciplinare (storia, geografia, linguistica, tecnologie digitali) sostenuta dallo Spoke 3, focalizzato nel valorizzare la Bassa Valle d'Aosta attraverso un approccio "slow" e sostenibile. Da questo humus accademico nasce la piattaforma Detours, che qui presenta 10 itinerari inediti su 17, disegnando rotte alternative ai circuiti turistici di massa. Di rilievo sono gli itinerari toponomastici, realizzati dall'autrice Aline Pons e ideati dal ricercatore e docente universitario il Prof. Gianmario Raimondi : un vero ponte tra ricerca e narrazione paesaggistica. La referente scientifico dello Spoke 3 la Dott.ssa Consuelo Rubina Nava , nel valorizzare questi percorsi, ci consegna una definizione chiave del lavoro editoriale e scientifico svolto: “I toponimi non sono solo parole, ma tracce vive del passato”, ricordandoci, con una efficace sintesi critica, che: ogni luogo, se lo si sa leggere, ha qualcosa da raccontare.
Il Presidente del Parco Naturale Mont Avic Davide Bolognini, delinea una strategia di valorizzazione territoriale vincente, basata sulla sinergia tra poli attrattivi (Parco e Forte di Bard) e le comunità locali. La guida toponomastica non è solo uno strumento tecnico, ma un progetto narrativo e identitario, frutto di un "patto territoriale" condiviso, che trasforma la bassa valle d’Aosta da zona di transito a meta culturale e paesaggistica di alto interesse. Comuni della Bassa Valle d'Aosta: Arnad, Bard (noto per il Forte di Bard) Challand-Saint-Anselme, Challand-Saint-Victor, Champdepraz (sede del Parco Naturale Mont Avic) , Hône, Champorcher, Donnas, Émarèse, Fontainemore, Issogne (sede del castello di Issogne) Lillianes, Montjovet ( considerato la porta della Bassa Valle), Perloz, Pont-Saint-Martin, Pontboset, Verrès (noto per il castello di Verrès).
Le due autrici della terza prefazione, Susanna Belley e Ivana Cunéaz esperte del settore etnografico, mettono in luce il grande lavoro di salvaguardia culturale iniziato nel 1986. Grazie alla digitalizzazione di oltre 77.000 toponimi, il patrimonio etnografico e linguistico del francoprovenzale e del walser in Valle d'Aosta è stato messo in sicurezza. Oggi, l'intero materiale dei 74 comuni valdostani è consultabile facilmente grazie alla banca dati creata. https://mappe.regione.vda.it/pub/geotoponymes. Tra gli anni '80 e '90, in risposta all'esodo rurale e alla perdita della memoria orale, in Italia sono stati avviati progetti regionali di toponomastica storica per salvaguardare il patrimonio linguistico e rurale. L'obiettivo era censire i microtoponimi e preservare il legame tra comunità e territorio prima della scomparsa delle vecchie generazioni di agricoltori.
Aline Pons, autrice di L’AVAL D’AOSTE Escursioni tra storia e natura Guida escursionistico-toponomastica per conoscere la bassa Valle d’Aosta è una ricercatrice, docente e Guida Ambientale Escursionistica che unisce rigore accademico e passione per la montagna. Specializzata nello studio dei dialetti delle Alpi Occidentali e autrice del volume "Parole di montagna" (Brepols), opera nel soccorso alpino in Val Germanasca. Grazie alla collaborazione con l'Università della Valle d'Aosta (progetto NODES), ha integrato la ricerca toponomastica con la valorizzazione turistica e culturale del territorio.
Il plauso all'autrice Aline Pons è doveroso per la passione e la precisione filologica con cui ha censito questi itinerari. Consiglio vivamente di riscoprire il piacere della mappa tra le mani e della pagina stampata. Utilizzare la sua guida cartacea non è un passo indietro, ma un modo per vivere l'escursione con maggiore consapevolezza, permettendo alla ricerca dell'autrice di guidare non solo i nostri passi, ma anche il nostro sguardo. Consiglio vivamente la lettura a chiunque sia interessato alla storia locale e alla toponomastica. D'altronde, come evidenziato dall'autrice, il titolo non è solo un'etichetta, ma la sintesi della tesi del libro: L’Aval d'Aoste è, per definizione etimologica, la valle posta in basso rispetto alle alte cime circostanti, e il mantenimento del toponimo originale è il primo atto per preservare questa specificità.
https://www.laredit.it/laval-daoste/
il link che consente di ottenere liberamente il PDF della guida (non in vendita)
L’AVAL D’AOSTE Escursioni tra storia e natura
Guida escursionistico-toponomastica per conoscere la bassa Valle d’Aosta
Aline Pons
LAR Editore
Pagine 156
La Giornata Mondiale della Terra non dovrebbe essere una ricorrenza confinata al calendario: andrebbe celebrata con la stessa enfasi, la stessa urgenza e la stessa drammatica coralità dell’Earth Song di Michael Jackson, ogni giorno di ogni anno. Il libro, CARO SAPIENS di Mario Tozzi, non si limita a raccontare il nostro pianeta, ma invoca un epistolario planetario che sia urgente e diffuso quanto lo scambio frenetico di tweet, SMS, post su Facebook e messaggi WhatsApp. È un grido d’amore e di allarme che trasforma la storia geologica in un dialogo contemporaneo
| da sx Ornella Badery Presidentessa Associazione Forte di Bard e l'autore Mario Tozzi - 18 aprile 2026 - Piazza d'Armi del Forte di Bard in Valle d'Aosta |
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irrinunciabile.
Lo scorso 18 aprile al Forte di Bard in Valle d’Aosta, si è assistito ad un coinvolgimento totale in Piazza d'Armi. Il conferenziere Mario Tozzi, primo ricercatore CNR e divulgatore scientifico, ha saputo gestire la vastità dello spazio con una voce potente e uno stile dinamico, trasmettendo concetti complessi in modo semplice. La sua abilità nel creare una connessione profonda con la folla ha reso la serata memorabile, tenendo alto l'interesse dall'inizio alla fine. Nel libro CARO SAPIENS . La storia della Terra e le scelte dell’umanità sono raccolte 10 lettere. Un epistolario dal Pianeta Terra con 10 moniti per un nuovo umanesimo. Dobbiamo cambiare la nostra storia da "conquistatori del mondo" a "parte del mondo", prima che la Terra chiuda la corrispondenza con l'ultimo, definitivo capitolo. In qualità di critico, leggo queste lettere non come semplici avvertimenti ecologici, ma come una tragedia in dieci atti che chiede una drammatica inversione di rotta. La Terra, narratore onnisciente, abbandona il tono passivo di risorsa sfruttabile e assume la voce del soggetto vivente. Il monologo di Mario Tozzi, al Forte di Bard, ha colpito per la sua capacità di sintesi teorica: non un semplice riassunto a scopo promozionale, ma una profonda stimolazione intellettuale per il pubblico. L'efficacia della performance ha nobilitato la presentazione del suo ultimo libro, elevandola da atto commerciale a elevato momento culturale. La mia recensione si concentra su due argomenti fondamentali e sulla parte conclusiva , della performance del conferenziere.
Il primo argomento riguarda la narrazione del 1816 che serve al ricercatore Mario Tozzi autore di CARO SAPIENS . La storia della Terra e le scelte dell’umanità per elevare la storia a mito, dove l'eruzione del Tambora diventa il deus ex machina che cambia il corso della letteratura, della storia e della psicologia occidentale. Il 1816, passato alla storia come l'"Anno senza Estate" a causa dell'eruzione del vulcano Tambora, dimostra come le forze naturali possano stravolgere le vicende umane. Il clima glaciale e le piogge incessanti che colpirono l'Europa ebbero conseguenze epocali. L'eruzione del Tambora del 1815 generò un 1816 climaticamente devastante, che ebbe ripercussioni epocali. In Europa, il maltempo non solo sancì la sconfitta di Napoleone a Waterloo, ma scatenò una crisi sociale con carestie e migrazioni. Paradossalmente, questo scenario "apocalittico" da un lato stimolò l'invenzione della bicicletta per sostituire i cavalli, dall'altro diede vita al Romanticismo oscuro, ispirando il Frankenstein di Mary Shelley e i paesaggi cupi di Turner. L'evento vulcanico del 1816, sottolinea il ricercatore Mario Tozzi, dimostrò la fragilità umana di fronte alla natura, segnando profondamente la cultura, il cambiamento dei confini politici e una nuova visione artistica.
Il secondo aspetto analizzato riguarda un cambio di paradigma necessario: per capire la complessità di capodogli, lupi e della Mimosa pudica bisogna abbandonare l'antropocentrismo e abbracciare una "narrazione dell'immanenza". Non siamo soli nel possedere intelligenza ed emozioni. Il caso studio più affascinante è la Mimosa pudica: la sua chiusura al tocco non è "timidezza", ma una strategia difensiva intelligente. La neurobiologia vegetale conferma che la pianta "impara" dagli stimoli, memorizzando per 40 giorni quali non sono pericolosi, dimostrando una resistenza biologica che va ben oltre la nostra visione classica del vivente. Non sono semplici animali, sono custodi di saperi millenari. Elefanti, polpi, capodogli e lupi non si limitano a sopravvivere: tramandano tradizioni, dialetti e strategie, creando vere e proprie culture non umane. La ricerca ci svela un mondo inaspettato: i capodogli comunicano con "coda" (dialetti specifici per clan), gli elefanti custodiscono una memoria sociale fatta di lutto ed empatia, e i lupi vivono in nuclei familiari complessi basati su alleanze e insegnamento, i polpi possiedono un'intelligenza unica, distribuita e autonoma, caratterizzata da spiccate capacità di problem solving e manipolazione. L'accusa del ricercatore Mario Tozzi è netta: abbattere un esemplare adulto non è solo un atto biologico, "è come bruciare una biblioteca". Uccidere un leader o un membro esperto spezza la trasmissione culturale, condannando le nuove generazioni all'orfanezza sociale. Questa straordinaria intelligenza ci insegna che la cultura è un'invenzione naturale precedente a quella umana. Rispettare queste creature significa riconoscere che il pianeta non è un palcoscenico per l'uomo, ma una rete di narrazioni parallele. Distruggere queste culture, conclude il ricercatore Tozzi, è un impoverimento del senso del mondo: una tragedia che va ben oltre la perdita biologica.
La conferenza si chiude con un potente parallelismo etico ed ecologico. Mario Tozzi autore e ricercatore CNR definisce l'Amazzonia una "biblioteca vivente" da preservare, proponendo la filosofia indigena del non-accumulo come risposta alla crisi del capitalismo. A suggello di questa tesi, Mario Tozzi evoca la leggenda persiana degli scacchi: come i chicchi di riso che raddoppiano, l'economia moderna è una progressione esponenziale insostenibile che consuma le risorse finite del pianeta. Il risultato è un monito chiaro: la cupidigia, come la crescita illimitata, logora la struttura stessa che la sostiene. L'Amazzonia diventa una metafora potente: la vera ricchezza non è ciò che si accumula, ma ciò che si condivide, e la storia, proprio come la scacchiera, punisce chi non comprende il limite del raddoppio. Il libro CARO SAPIENS . La storia della Terra e le scelte dell’umanità di Mario Tozzi ci insegna che, proprio come nella leggenda persiana, l'ossessione per il raddoppio delle risorse (accumulo) porta al collasso, mentre la vera saggezza (e ricchezza) sta nel comprendere i limiti del sistema e nella condivisione di ciò che la natura ci offre.
| l'autore Mario Tozzi in quarta di copertina del suo libro CARO SAPIENS - Scatto fotografico di Giovanni Sfarra membro della troupe Sapiens |
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Le fonti a cui il ricercatore Mario Tozzi si è ispirato sono innumerevoli, alcune derivano dalla traduzione di documentari realizzati da grandi case di produzione (BBC, Discovery Channel, National Geographic e altre). Molte ricostruzioni e riflessioni le ha incontrate in conferenze e presentazioni di libri e nel mondo del Web. Dal libro: (…) In definitiva, chi legge avrà l’impressione di seguire un racconto, ma senza alcuna intromissione della fantasia: tutto ciò che scrive la terra è robustamente documentato, anche se appare sotto forma di lettera colloquiale. Perché non è vero che la Terra non può scrivere, in realtà lo fa da miliardi di anni nelle sue rocce, nelle sue forme, nei fenomeni e nei viventi che ospita. Siamo noi che non la sappiamo leggere (…).
Un saggio brillante e di grande fascino che ci dimostra come la Terra non sia una disciplina astratta, ma si riveli indispensabile per comprendere il mondo in cui viviamo e il suo futuro. Questo libro ci fornisce la chiave per cambiare. Un approccio rivoluzionario che ci insegna a riprendere il controllo della nostra vita. Una scavo nell’anima in un’opera dal profondo respiro poetico. CARO SAPIENS . La storia della Terra e le scelte dell’umanità di Mario Tozzi è un racconto di impianto classico, scritto con devozione e cura, quasi un’opera d’altri tempi, che si legge d’un fiato.
Mario Tozzi è primo ricercatore presso il Consiglio nazionale delle ricerche. È membro del Consiglio scientifico del WWF e del Consiglio direttivo del Touring Club Italiano. Ha condotto numerosi programmi televisivi (su Rai3 «Gaia»; su La7 «Atlantide», «Allarme Italia» e «La Gaia Scienza»; su Rai1 «Fuori Luogo»). Attualmente conduce su Rai3 il programma di divulgazione scientifica «Sapiens – Un solo pianeta». Scrive su «La Stampa» e «QuiTouring». Ha collaborato con «National Geographic», «Vanity Fair», «Oasis». Tra i suoi libri ricordiamo Italia segreta (2008), Pianeta Terra ultimo atto (2012), Tecnobarocco (2015), Paure fuori luogo (2017), L’Italia intatta (2018), Com’è nata l’Italia (2019) e Uno scomodo equilibrio (2021) e Mediterraneo inaspettato (2022).
CARO SAPIENS . La storia della Terra e le scelte dell’umanità
Mario Tozzi
Editore Mondadori
Pagine 371
Il volume "2050. La guerra dei ghiacci", opera dei ricercatori Cecilia Sandroni e Giovanni Tonini, si pone come uno studio pionieristico e multidisciplinare su una delle questioni più urgenti del nostro secolo: la trasformazione dell'Artico. Presentato recentemente presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare a Roma, il testo trascende la semplice cronaca ambientale per configurarsi come un vero e proprio atlante geopolitico del futuro prossimo.
L'Artico come Nuovo Baricentro Mondiale
Un tempo considerato una frontiera desolata e inaccessibile, il Polo Nord è oggi il cuore pulsante di una competizione globale senza precedenti. Il progressivo e inesorabile disgelo della calotta artica e la riduzione del permafrost non sono solo catastrofi ecologiche, ma motori di un cambiamento sistemico. Lo scioglimento dei ghiacci sta infatti rendendo percorribili le "Rotte Polari" (come il Passaggio a Nord-Ovest), che promettono di rivoluzionare il commercio marittimo mondiale riducendo drasticamente i tempi di collegamento tra Asia ed Europa.
La Sfida Geopolitica e Militare
Giovanni Tonini, forte della sua esperienza come ufficiale della Marina Militare e analista, cura la sezione dedicata agli equilibri di potere. Il libro analizza la militarizzazione crescente della regione, dove Russia, Stati Uniti e Cina (che si autodefinisce "Stato sub-artico") si contendono il controllo di risorse minerarie e idrocarburi prima inaccessibili. Il testo richiama l'attenzione sulle recenti tensioni diplomatiche, come l'interesse dell'amministrazione Trump per la Groenlandia, evidenziando come l'Artico sia diventato la nuova "linea di faglia" dell'ordine planetario.
L'Approccio Cross-Culturale ed Etico
Cecilia Sandroni, ideatrice della piattaforma ItaliensPR, apporta al volume una visione legata alla cultural diplomacy. Oltre ai dati tecnici, l'opera dedica ampio spazio alla dimensione umana:
Uno dei meriti principali del saggio è quello di aver sottratto l'Artico alla percezione di "mondo lontano". Il testo analizza nel dettaglio la strategia nazionale italiana, sottolineando il ruolo d'eccellenza della nostra Marina Militare nei programmi di ricerca scientifica come High North. Gli autori avvertono che l'apertura delle rotte artiche non è un evento neutro per l'Italia: la deviazione dei flussi commerciali verso il Nord potrebbe sottrarre centralità al Canale di Suez e, di conseguenza, ai porti del Mediterraneo. Capire l'Artico diventa quindi una necessità strategica per la sopravvivenza economica del nostro Paese.
Struttura e Metodologia
Con 19 capitoli e un apparato bibliografico monumentale di oltre 1.500 note, il volume si presenta con un'architettura enciclopedica. Grazie all'utilizzo dell'editoria digitale (Amazon), il testo si propone come un "organismo vivo", capace di aggiornarsi in tempo reale seguendo l'evoluzione frenetica dei dati climatici e delle crisi internazionali, come le ripercussioni della guerra in Ucraina sulla cooperazione scientifica polare.
In Sintesi
"2050. La guerra dei ghiacci" non è solo un grido d'allarme ambientale, ma un invito alla consapevolezza strategica. Attraverso una sintesi efficace tra scienza, diritto, strategia militare e umanesimo, Sandroni e Tonini offrono una bussola indispensabile per orientarsi in un mondo dove i confini fisici e politici si stanno letteralmente sciogliendo.
Lo scorso 17 aprile, la sala congressi Monte Bianco del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent ha confermato la sua vocazione di salotto letterario, accogliendo un folto pubblico, con una sensibile prevalenza di lettrici, rapito dalla presentazione del thriller d'esordio di Daniele Soffiati IL GIUDICE DEI DANNATI nell’ambito della seconda edizione di NOIR&DINTORNI: evento organizzato in collaborazione con la Libreria à La Page - Livres et Cafè di Aosta. Ideatore e coordinatore della rassegna letteraria è il dinamico Palmiro Peaquin.
IL GIUDICE DEI DANNATI è un racconto suspense adrenalinico e appassionante, che nulla ha da invidiare a quelli dei maestri americani del genere. Daniele Soffiati è un autore straordinario che sa cogliere l’essenza dell’animo umano anche nei suoi angoli più oscuri. Due ispettori, la criminologa italiana Francesca Martini e l’agente speciale Nicolas Frost indagano su una serie di omicidi. Scoperchieranno una verità che a tutti fa comodo tenere nascosta. Francesca Martini dotata di poteri di eidetismo guiderà attraverso gli oscuri meandri della mente criminale di Minosse. Daniele Soffiati, punta di spicco di quei giallisti europei capace di tenere testa a Deaver, Paterson e compagnia con IL GIUDICE DEI DANNATI attira il lettore in un perfetto labirinto narrativo. Dove lo confonde, lo spiazza, gli tende agguati e trabocchetti. Fino all’ultimo sconcertante colpo di scena.
A introdurre l'ospite è stato il moderatore e autore, Gian Andrea Cerone, il quale ha sottolineato l'eccezionalità dell'evento, evidenziando come la narrativa italiana sconti una rarefazione del thriller in purezza, genere che richiede un controllo del ritmo narrativo superiore a quello richiesto dalla ibridazione noir o dal giallo deduttivo, spesso prevalenti nella nostra tradizione. IL GIUDICE DEI DANNATI di Daniele Soffiati è un'opera strutturata come un thriller ad alta intensità, dove la forma estetica (cinematografica) serve una trama dinamica (rutilante) destinata a esplodere in una conclusione inaspettata: un Twist Finale un colpo di scena conclusivo che ribalta le aspettative del lettore e la percezione degli eventi precedenti. Questo thriller d'esordio si distingue per una felice ibridazione culturale, trascendendo i confini nazionali grazie a un’ambientazione statunitense che non è mai mero esotismo. L'opera innesta con successo una sensibilità e una cifra stilistica squisitamente italiane su un immaginario cosmopolita, operando una strategia narrativa transnazionale di notevole spessore. Utilizzando il modello di Holmes & Holmes, Soffiati decostruisce la follia del predatore, classificata tra Visionario, Dominatore Missionario ed Edonista, rendendola lo specchio delle transizioni sociali di un’epoca in bilico tra crimine selvaggio e analisi investigativa moderna.
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| da sx gli autori Daniele Soffiati e Gian Andrea Cerone |
L'autore Daniele Soffiati costruisce un thriller ibrido e audace. Attraverso la lente del grottesco e dell'umorismo texano alla Lansdale, ci trascina in una provincia americana violenta. Tuttavia, l'architettura narrativa deve molto alla scuola italiana di Carrisi e Faletti, prediligendo un'analisi psicologica macabra e adrenalinica, il tutto elevato da un ritmo misterico che strizza l'occhio al miglior Dan Brown ( con il thriller basato su enigmi, simboli, ritmi forsennati e l'esplorazione di segreti nascosti). Il riferimento al capolavoro di Harris indica che il suo thriller si concentra anche su un duello psicologico tra una criminologa e un serial killer estremamente intelligente.
Nel thriller d’esordio IL GIUDICE DEI DANNATI, Daniele Soffiati trasforma le proprie fonti d'ispirazione in pilastri strutturali per edificare una nuova tensione narrativa; se c’è un nodo tematico che rende questo thriller non solo avvincente, ma sociologicamente acuto, frutto non a caso, della duplice anima dell'autore Daniel Soffiati, esperto di cinema, è la riflessione conclusiva della serata, emersa sul cinema del passato come vero e proprio rifugio ontologico. Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di contenuti, sottolinea il moderatore Gian Andrea Cerone, un mare magnum "liquido" e spesso dispersivo. Il thriller che abbiamo presentato oggi ci insegna che, in questo caos, il film classico, autoconclusivo, non è una semplice scelta estetica o un atto di nostalgia. È un atto di resistenza. Questo dibattito conclusivo evidenzia che l'opera cinematografica del passato offre ciò che la frenesia contemporanea ci nega: la chiusura narrativa ed emotiva. Il film vecchio stile rassicura perché ha un inizio, uno svolgimento e una fine definita. Ci restituisce quel senso di compiutezza che l'uomo contemporaneo, disorientato dalla fluidità del reale, sembra aver smarrito.
Analizzando la copertina si può affermare che essa non è un semplice paratesto, ma l'essenza totale del thriller: una vera e propria scena del
crimine visiva che, attraverso l'uso meticoloso di simbologie specifiche, prepara il lettore a un'esperienza psicologica prima ancora di aprire il libro, è l'architettura stessa del thriller: invita il lettore a una discesa consapevole in un "Inferno" in cui la sapienza dantesca viene utilizzata per mappare la perversione umana.
IL GIUDICE DEI DANNATI è un racconto di suspense davvero formidabile firmato da un nastro nascente del genere. Daniele Soffiati intriga e cattura con la pacatezza del linguaggio e la vibrante descrizione dei personaggi, in un thriller ottimamente orchestrato.
Daniele Soffiati è nato a Mantova nel 1974. Ha curato per Mondadori libri dedicati al cinema e alla tv. Assieme ad Alberto Grandi è autore del podcast DOI – Denominazione di Origine Inventata e del saggio La cucina italiana non esiste. Il giudice dei dannati è il suo primo thriller, già opzionato per il cinema.
IL GIUDICE DEI DANNATI
Daniele Soffiati
Edizioni Mondadori
Pagine 271
Musica d'eccezione, letteratura di alto livello e una grande energia in sala: l'11 aprile ultimo scorso al Teatro Splendor di Aosta ha celebrato la letteratura con il perfetto connubio tra l'esperienza del pubblico di settore e l'entusiasmo di un folto pubblico giovane. La seconda edizione del Premio letterario Valle d’Aosta ha confermato il suo prestigio con una serata finale di grande successo e raffinate esecuzioni musicali in apertura e chiusura di Simona Molinari (voce) ed Egidio Marchitelli (alla chitarra). La serata è stata egregiamente diretta da Alessandra Tedesco di Radio 24.
L'Assessore Regionale alla Cultura Erik Lavevaz ha invitato a un ritorno alla lettura attenta, superando lo "scroll" compulsivo del cellulare, e ha annunciato l'obiettivo di internazionalizzare il premio, intercettando autori oltre i confini nazionali.
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da sx la moderatrice Alessandra Tedesco (Radio24), l'autrice Giulia Scorazzon, l'autore Alcide |
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Il Presidente di Giuria Paolo Giordano ha descritto i libri finalisti e le menzioni speciali come opere "scomode", che si pongono sul confine mentale e spiazzano, facendo eco a disagi sociali e politici. È stata sottolineata la valutazione di autori non nati in Italia ma che scrivono in italiano come lingua di adozione, considerata un prezioso arricchimento letterario.
La serata ha visto protagonisti anche i libri che hanno ricevuto menzioni speciali, ovvero l'esordio di Paulina Spiechowicz con Mentre tutto brucia e la saggistica di Linda Laura Sabbadini con Il paese che conta: come i numeri raccontano la nostra storia. Successivamente, il palco ha ospitato i tre finalisti: Giulia Scomazzon, Alcide Pierantozzi e Teresa Ciabatti. Attraverso le loro opere: 8.6 gradi di separazione (alcolismo femminile), Lo sbilico (malattie mentali) e Donnaregina (disagio genitoriale), gli autori hanno evidenziato scottanti malesseri sociali, ognuno portando un punto di vista unico. Citando Cohen, la conduttrice della serata Alessandra Tedesco ha riconosciuto implicitamente che gli autori non scrivono solo "testi", ma creano narrazioni che accettano l'umano, le imperfezioni e le fragilità, trasformandole in valore. La frase C'è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce ha innalzato il lavoro degli autori a riflessione poetica sulla bellezza dell'imperfezione. La citazione di Leonard Cohen da Anthem (contenuta nell'album The Future del 1992) è un topos letterario e filosofico di straordinaria potenza, specialmente nel contesto della narrazione contemporanea.
La timidezza della più giovane lettrice Abigail Martinet, unita alla solennità dell'annuncio, ha creato un contrasto emozionante. Vederla sul palco, rappresentante del gruppo dei 100, proclamare il vincitore della menzione speciale ha regalato a tutti un momento di pura emozione e autenticità. L'incredulità per il riconoscimento ha reso la figura dell’autrice Giulia Scomazzon più vicina al pubblico, mostrando una sincerità spiazzante che va oltre la semplice celebrazione, spesso frutto di un lavoro vissuto con discrezione. Un approccio umile, quasi ritroso, che ha evidenziato come il valore dell'opera di Giulia Scomazzon risieda nella sua essenza e non nella ricerca di riflettori. La capacità di sdrammatizzare la propria timidezza e la commozione con una battuta ironica ha trasformato l'imbarazzo in un momento di
| da sx Paolo Giordano (Presidente di Giuria) , l'Assessore Regionale alla Cultura Erik Lavevaz, il Vincitore del Premio Letterario Valle d'Aosta Alcide Pierantozzi, la Dirigente Alessia Favre, la giornalista Alessandra Tedesco |
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unione con la platea, strappando un sorriso e dimostrando una spiccata intelligenza emotiva. Questo tipo di accoglienza del premio, che unisce fragilità e spirito, ha reso il personaggio particolarmente empatico, proprio come le voci letterarie che sanno raccontare la complessità dell'animo umano con leggerezza.
Il riconoscimento prestigioso di vincitore della seconda edizione del premio letterario Valle d’Aosta viene conferito a Alcide Pierantozzi con l'opera autobiografica LO SBILICO per la sua straordinaria capacità di dare voce al disagio sommerso, rompendo il tabù della malattia mentale e della dipendenza da psicofarmaci. Con autentica testimonianza, il libro critica una società che impone la performance a discapito della fragilità, trasformando il dolore in una narrazione di empowerment e di alta valenza terapeutica (medicina narrativa), offrendo solidarietà a chi vive sfide simili. Un’opera necessaria che smonta lo stigma della malattia mentale, umanizzando la sofferenza e denunciando la pressione sociale del “non
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Opera dell'artista valdostano |
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potersi permettere di stare male”. Attraverso una scrittura curativa e liberatoria, l’autore trasforma l'esperienza personale in un atto di coraggiosa denuncia sociale, restituendo dignità e voce a chi spesso non ne ha. Questo premio conferito a Alcide Pierantozzi è fondamentale perché trasforma la parola scritta in uno strumento di cura sociale. Come sottolineato dai vertici del Premio durante la lettura della motivazione, Paolo Giordano, Presidente di Giuria, Erik Lavevaz Assessore Regionale alla Cultura della Regione Valle d’Aosta, Alessia Favre, responsabile della Saison Culturelle, il vincitore Alcide Pierantozzi con LO SBILICO non racconta solo una malattia, ma abbatte i muri del silenzio, rendendo la propria sofferenza una risorsa di empatia per tutti. È un atto di coraggio necessario per una vera inclusione.
Il premio assegnato al vincitore quest'anno è un’opera unica, realizzata a mano da un artista artigiano in legno di tiglio e ferro, Peter Trojer di Courmayeur. Questa scultura non è un semplice trofeo, ma un pezzo concepito per rispecchiare il senso del concorso: l'artista ha voluto creare un parallelismo tra l'arte della scrittura e quella dell'intaglio. Entrambe, come spiega l’artigiano Peter Trojer, richiedono pazienza, sensibilità e la capacità di plasmare la materia, sia essa un foglio bianco o un pezzo di legno o ferro, per indurre alla riflessione.
In conclusione non lasciate che questi capolavori letterari rimangano solo in cima alle classifiche o negli scaffali delle librerie. Parlatene, regalateli. La vera vita di un libro finalista inizia nel momento in cui passa dalle mani della giuria a quelle, ben più importanti, del lettore.