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Divertente, divertente e ancora divertente! Ricco di trovate e battute esilaranti, e di personaggi strampalati che arricchiscono la storia dei protagonisti.
La zia zitella Olga viene a mancare alla prematura età di 90 anni. I quattro nipoti si riuniscono nella sua casa per capire, con il pretesto del funerale, come mettere le mani sul suo patrimonio. Una zia che conosceremo attraverso alcuni scritti che ha lasciato e alla testimonianza della sua voce fuori campo.
Inaspettata quanto spassosa l’entrata in sala dei nipoti addolorati... Ma è solo l’inizio, perché tutto lo spettacolo è un continuo parto di trovate esilaranti che portano il buon umore e danno vita a tante sane risate.
La veterana compagnia teatrale è formata da quattro artisti capaci ed affiatati che in questa come in altre proposte hanno dimostrato di saper intrattenere il pubblico e divertirlo dall’inizio alla fine, senza un cedimento, trovando anche uno spazio per commuovere o far riflettere. Alla platea è riservata una serie di sorprese, graditi colpi di scena e tanti equivoci.
Ci ritroviamo nella casa dallo stile datato dell’anziano signora, ricostruita con una scenografia molto realistica. Carta da parati, arredi e accessori sono simpaticamente orrendi oltre che datati.
I quattro fratelli vi si ritrovano dopo anni in cui si erano persi di vista a causa di contrasti personali. Il funerale diventa subito una buona occasione per metterli a confronto e farli riflettere per tirare le somme sulla loro vita non del tutto riuscita.
Tutti hanno un piccolo scheletro nell'armadio e non sono adulti realizzati, sia nella vita che nel lavoro. Questa esperienza lascerà in loro un segno e gli darà anche l’opportunità di aprirsi al cambiamento. Ci riusciranno?
I nostri attori si cimenteranno in riusciti cambi di ruolo dando vita a macchiette esilaranti, come la badante strampalata della zia scomparsa; dal forte accento dell’ Europa orientale, è impersonata divinamente da una strepitosa Valeria Monetti, che sfodera una comicità davvero divertente. Oppure l’impresario delle pompe funebri impersonato da Simone Giacinti, uno sciacallo sarcastico, cinico e provocatorio oltre misura, ma anche schietto ed irriverentemente divertente con il suo forte accento pugliese.
Vestito in maniera eccentrica (il suo e gli altri costumi sono particolarmente iconici dei personaggi), ha una parrucca buffissima come ciliegina sulla torta. Un tipo originale ma anche capace di fornire critiche oggettive all’avarizia dei nipoti della defunta, che per raggiungere lo scopo di assumere l’incarico dell’onoranza funebre manifesta un approccio tutt’altro che professionale ma del tutto originale.
Il secondo atto si apre con un’altra sorpresa: l’arrivo di due comari amiche della zia dipartita. Sono interpretate in maniera spassosa da Maurizio Paniconi e Alessandro Tirocchi. Tra tremori, vuoti di memoria ed esuberanze, anche loro sfoderano un’innumerevole panoplia di atteggiamenti estremamente comici. Anche in loro troviamo un’aspra critica alle mancanze dei quattro fratelli nei confronti della zia, che seppur burbera ed intransigente, li ha cresciuti in assenza dei genitori.
La morale? Non si conosce fino in fondo una persona fino a quando non ci si ritrova a dover dividere un’eredità. Tra vecchi rancori e conflitti familiari irrisolti, egoismi, fallimenti perdonati e sogni irrealizzati, la
storia dei protagonisti, pur sviluppata in chiave comica ed ironica, evidenzia anche chiari tratti di cinismo.
Una commedia che riesce ad alleggerire il dramma della morte e dei conflitti familiari scaturiti dall’opportunità di un lascito per risolvere i problemi economici. Questa “eredità” finisce per tramutarsi in un Deus ex machina che mette questi splendidi personaggi davanti a loro stessi e ai loro limiti, spingendoli a ritrovare qualcosa che non può essere comprato con il denaro: il valore dell’affetto familiare che fa da collante per trovare una strada da percorrere insieme.
Piacevole la scelta dei brani di sottofondo. Belli i costumi, la scenografia, il gioco di luci con gli effetti, strepitosi gli attori.
Un tocco di classe la regia di Marco Simeoli.
Teatro Roma - Morta zia la casa è mia
Da un’idea di Alessandro Tirocchi e Maurizio Paniconi
Scritto da Gianni Quinto
Regia Marco Simeoli
Luci e audio Salvatore Campisi
Con Valeria Monetti, Maurizio Paniconi, Alessandro Tirocchi, Simone Giacinti
Nel dibattito contemporaneo su eutanasia e suicidio assistito emerge con forza una questione decisiva: che cosa è davvero l’uomo? E, di conseguenza, quale significato attribuiamo alla sofferenza, alla cura e alla dignità della vita?
Il nodo centrale – spesso volutamente oscurato – non è la libertà di morire, ma la qualità del vivere, soprattutto nelle situazioni di fragilità estrema. Quando una persona arriva a desiderare la morte, raramente lo fa per una autentica scelta libera; più spesso si tratta del segno di una solitudine, di un dolore non adeguatamente trattato, di una mancanza di senso e di accompagnamento. In questo senso, il desiderio di morire diventa un grido, non una decisione.
L’uomo: essere relazionale e non individuo isolato
L’antropologia cristiana vede l’uomo non come un individuo autosufficiente, ma come un essere costitutivamente relazionale. La dignità della persona non deriva dalla sua efficienza, dalla sua autonomia o dalla sua produttività, ma dal suo essere creato e amato.
Quando la cultura dominante riduce l’uomo a funzione – produttiva o consumistica – allora la malattia e la debolezza diventano scandalo. In questa prospettiva distorta, il malato grave rischia di percepirsi come un peso. Ed è proprio qui che nasce la tentazione dell’eutanasia: non come affermazione della libertà, ma come resa alla logica utilitaristica.
Il dolore: scandalo o luogo di verità?
Il dolore rappresenta uno dei grandi misteri dell’esistenza umana. La visione tecnocratica tende a eliminarlo a ogni costo, mentre la prospettiva cristiana lo inserisce in un orizzonte di senso, senza mai idealizzarlo.
Qui si inserisce il ruolo decisivo delle cure palliative: esse non eliminano la persona insieme al dolore, ma si prendono cura della persona nel dolore. Questa distinzione è fondamentale. Non tutto è guaribile, ma tutto è curabile. E la cura autentica non riguarda solo il corpo, ma anche la dimensione psicologica, relazionale e spirituale.
Libertà o abbandono? Il rischio di una falsa compassione
Si parla spesso di “diritto a morire”, ma è necessario interrogarsi: quale libertà è possibile quando una persona è schiacciata dal dolore o dalla solitudine? La richiesta di morte può essere, in molti casi, il risultato di un abbandono terapeutico o affettivo.
Una società che propone la morte come soluzione rischia di trasformare un problema da risolvere (la sofferenza) in una persona da eliminare. È qui che si inserisce il monito di Gualtiero Bassetti, il quale richiama con forza il principio dell’intangibilità della vita umana, fondato non solo sulla fede ma anche su una visione antropologica e giuridica coerente con la dignità della persona.
Cure palliative: risposta umana e cristiana
Le cure palliative rappresentano una delle più alte espressioni di civiltà. Esse incarnano un principio fondamentale: non si abbandona mai una persona, soprattutto quando è più fragile.
Laddove le cure palliative sono efficaci e accessibili, la richiesta di eutanasia diminuisce drasticamente. Questo dato, prima ancora che statistico, è profondamente antropologico: l’uomo non vuole morire, vuole smettere di soffrire. E quando è accompagnato, ascoltato e curato, ritrova spesso un senso anche nella fase finale della vita.
Il rischio culturale: dalla cura alla selezione
Una società che legittima il suicidio assistito apre inevitabilmente a una deriva selettiva. Chi stabilisce quali vite sono degne di essere vissute? Quali criteri vengono adottati? Il rischio è quello di una nuova forma di eugenetica, non più imposta, ma interiorizzata.
Si passa così da una medicina che cura a una medicina che decide. E questo rappresenta una frattura antropologica gravissima.
Conclusione: la dignità non si perde, si riconosce
La vera risposta al dolore non è la morte, ma la prossimità. Non è l’eliminazione del sofferente, ma la condivisione della sua sofferenza.
La dignità dell’uomo non è negoziabile perché non dipende dalle condizioni in cui si trova. Anche nella malattia più grave, anche nella fragilità più estrema, la persona conserva intatto il suo valore.
Per questo motivo, il compito di una società autenticamente umana non è offrire scorciatoie mortali, ma costruire reti di cura, di amore e di solidarietà.
Solo così si risponde davvero alla domanda più profonda dell’uomo: non “posso morire?”, ma “sono ancora amato?”
Per molti era “un problema”. Un ragazzo fuori schema, difficile da comprendere. Per questo fu rinchiuso in ospedali psichiatrici. Anni dopo, quello stesso ragazzo avrebbe scritto L’Alchimista, un libro capace di raggiungere oltre 150 milioni di lettori nel mondo. Ma ridurre tutto al successo sarebbe un errore. Questa è, prima di tutto, una storia di ricerca.
Da giovane non corrispondeva a ciò che la famiglia si aspettava. Avrebbero voluto per lui una vita ordinaria, una professione sicura, un percorso lineare. Lui invece era attratto dall’arte, dalla libertà, da una dimensione più profonda dell’esistenza. Nel Brasile degli anni Sessanta, un’inclinazione del genere veniva vista con sospetto. Non come un talento, ma come una deviazione.
Fu così che arrivarono i ricoveri forzati. Tre volte. Trattamenti invasivi, isolamento, elettroshock. Per chi gli stava intorno era un tentativo di “normalizzarlo”. Per lui, paradossalmente, fu l’inizio di una presa di coscienza. Una volta fuori, maturò una decisione netta: non avrebbe più modellato la propria vita sulle aspettative altrui.
Gli anni successivi furono intensi. Collaborazioni artistiche, musica, guadagni, esperienze. Eppure, qualcosa continuava a mancare. Il desiderio più autentico diventare scrittore restava irrealizzato. La svolta arrivò a 38 anni. Decise di mettersi in cammino lungo il Cammino di Santiago. Un viaggio lungo centinaia di chilometri, fatto di fatica, silenzi e riflessioni.
Ci sono momenti, durante un percorso così, in cui tutto pesa: il corpo, i pensieri, i dubbi. E altri in cui, improvvisamente, qualcosa si chiarisce. Fu proprio lì che nacque una nuova consapevolezza.
| Salvo Nugnes |
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L’idea che ogni individuo abbia un proprio destino da seguire, una direzione unica. E che il mondo, in qualche modo, favorisca chi trova il coraggio di inseguirla. Rientrato da quell’esperienza, iniziò a scrivere. Nel 1987 completò in poche settimane il suo romanzo, L’Alchimista.
Racconta una storia essenziale: un giovane pastore andaluso, un sogno ricorrente e un viaggio alla ricerca di un tesoro. È un racconto simbolico sul destino, sulla “leggenda personale” e sul coraggio di seguire la propria strada. E porta a una scoperta inattesa: ciò che si cerca lontano, spesso è già vicino.
L’inizio, però, fu tutt’altro che promettente. La prima pubblicazione passò inosservata. Poche copie vendute, scarso interesse. L’editore rinunciò. Una battuta d’arresto che avrebbe fermato molti. Non lui. Decise di riprovarci, trovando un nuovo editore e ripartendo da zero. Questa volta accadde qualcosa di diverso. Il libro cominciò a circolare spontaneamente. Da lettore a lettore. Senza campagne, senza strategie di marketing.
Cresceva lentamente, ma in modo costante. Dal Brasile si diffuse in America Latina, poi negli Stati Uniti, fino a raggiungere ogni parte del mondo. Oggi L’Alchimista è considerato uno dei libri più letti a livello globale: ha superato i 150 milioni di copie vendute, è stato tradotto in oltre 80 lingue ed è pubblicato in più di 170 Paesi. Continua da decenni a essere ristampato e viene spesso regalato nei momenti di cambiamento, come simbolo di ricerca e rinascita. Il motivo del suo impatto è semplice. Non racconta solo una storia. Racconta un’esperienza condivisa.
Parla di chi si sente fuori posto. Di chi cerca un significato. Di chi cade, ma sceglie comunque di proseguire.
Il messaggio che lascia è diretto: per ritrovare se stessi, a volte è necessario allontanarsi; per comprendere ciò che conta, bisogna attraversare l’incertezza; e, soprattutto, non smettere di andare avanti. Perché è proprio nel cammino che, spesso, si trova la risposta. E sono contento di averlo incontrato circa 30 anni fa, quando venne in Italia, a Domenica In, Rai 1, per promuovere il suo libro.
| Giuditta decapita Oloferne |
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| Giuditta e la sua Ancella |
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Lo scorso 29 aprile, nel pomeriggio, l'Università della Valle d'Aosta ha ospitato l'evento 'Montaigne e la pace' all'interno delle proprie aule. Sebbene l'evento Montaigne e la pace si sia svolto in lingua francese, ho scelto di redigere questo reportage in italiano. Questa decisione mira a rendere accessibili le profonde riflessioni emerse a un pubblico più ampio, garantendo al contempo un’analisi critica approfondita e accurata delle tematiche trattate. Nell'ascoltare la magistralis, ho selezionato i passaggi che, interpretando la complessa figura di Montaigne, ne hanno messo in luce i passaggi evolutivi più significativi. Ho trovato l'analisi della relatrice particolarmente calzante su specifici punti.
Cosa può dire oggi, nel cuore di un’epoca travagliata e polarizzata, un pensatore del XVI secolo? A questa domanda cruciale ha risposto la lectio magistralis dedicata a Michel de Montaigne e la pace, un incontro che ha trasformato l’analisi storica in un atto di resistenza intellettuale. L'evento, promosso nel quadro della Rete delle Università Italiane per la Pace e sotto l'egida della Chaire Senghor della Francophonie, ha visto protagonista la Prof.ssa Rosanna Gorris Camos, titolare di Letteratura Francese all’Università di Verona. Con uno studio attento e impegnato, tra i migliori conoscitori dell'autore degli Essais, la docente ha guidato una platea di studenti e intellettuali in un percorso di riscoperta quanto mai necessario. In un momento storico in cui i conflitti sembrano dominare il dibattito pubblico, la voce di Montaigne – umanista vissuto nel pieno delle sanguinose guerre di religione francesi – risuona con una lucidità nuova. La Prof.ssa Rosanna Gorris Camos ha messo in dialogo il Rinascimento e la
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| Rosanna Gorris Camos Professoressa Ordinaria presso l'Università di Verona - Dipartimento di lingue e letterature straniere e Presidente del “Gruppo di Studio sul Cinquecento Francese. Sito del Gruppo: www.cinquecentofrancese.it - 29 aprile 2026 - Università della Valle d'Aosta - Aosta |
situazione presente. La lezione ha messo in luce la necessità di riscoprire la tolleranza non come debolezza, ma come pratica attiva di convivenza civile. Rileggere Montaigne oggi significa ripensare la pace non come semplice assenza di guerra, bensì come costruzione faticosa attraverso il dialogo e il riconoscimento dell'alterità. Il percorso proposto ha offerto una chiave di lettura fondamentale per la nostra epoca: l'invito a "sospendere il giudizio" per disinnescare la violenza verbale e fisica, preferendo la complessità del confronto alla semplificazione dogmatica. Una lezione magistrale che ha riaffermato il ruolo vivo e vitale dei classici nel far luce sulle tenebre del presente. Nell'intreccio tra Montaigne e Senghor proposto dalla Prof.ssa Rosanna Gorris Camos, emerge il rifiuto dell'alterità sterile in favore di un'armonia profonda. Il parallelo riattualizza la pace come riconoscimento reciproco e costruzione di una civiltà condivisa. La relatrice evidenzia il legame di Montaigne con la cultura contadina del Périgord, vista dal suo castello. Questo approccio rivela un rispetto ecologico ante litteram, in cui l'uomo è parte integrante della natura, non un dominatore. Parallelo profondo tra Primo Levi e Montaigne sull'indagine dell'essere umano. La relatrice ha unito l'auto-analisi di Montaigne alla testimonianza di Levi, interpretando la vita nel Lager (Se questo è un uomo) come un esperimento sociale che porta all'estremo la ricerca della dignità umana. La relatrice ha inoltre citato Stefan Zweig, il quale considerava Montaigne un "compagno insostituibile" nei periodi di crisi (come durante la fuga dal nazismo). I Saggi sono descritti come una "terapia per la mente" perché insegnano ad accettare la vita e la morte con saggezza pratica, difendendo l'indipendenza di pensiero in tempi caotici. Per Zweig, l'onestà di Montaigne offre conforto, razionalità e la capacità di mantenere la gioia di vivere anche in condizioni estreme. Secondo la Prof.ssa Gorris Camos, Montaigne vede in Socrate il saggio ideale: un modello concreto e umano, opposto al dogmatismo. Attraverso l'auto-esplorazione e il motto "conosci te stesso", Montaigne adotta lo scetticismo socratico per vivere la filosofia nella quotidianità, accettando la fragilità umana e rifiutando verità assolute. La relazione della Prof.ssa Rosanna Gorris Camos evidenzia come l'umanesimo di Montaigne, nato in risposta alle guerre di religione, proponga una svolta antropologica basata su tolleranza, ascolto e relativismo culturale. Attraverso i Saggi, Montaigne oppone al fanatismo la parola come dialogo, lo spirito critico e una politica realista finalizzata alla convivenza pacifica e al rifiuto della violenza. La relatrice evidenzia come Montaigne, nell'Apologia di Raimondo Sebond, estenda il "dovere di umanità" oltre la specie umana. Criticando l'antropocentrismo e l'idea degli animali-macchina, egli propone una gentilezza universale (anche verso piante e alberi) basata sulla saggezza naturale, la fragilità umana e il rispetto per ogni forma di vita.
La lezione esamina altresì il profondo legame tra Montaigne e Michel de l'Hospital, Cancelliere di Francia noto per i suoi tentativi di mediazione e tolleranza tra cattolici e ugonotti. Entrambi magistrati e intellettuali moderati, condividevano la priorità della stabilità statale sul fanatismo religioso. Montaigne, che stimava l'Hospital come esempio di "virtù non comune", gli dedicò nel 1571 le opere di La Boétie.
Grazie al supporto di un ricco materiale visivo dalle copertine dei libri alle foto del castello fino alla ricostruzione virtuale della biblioteca la prof.ssa Rosanna Gorris Camos ha reso immersiva la lezione su Montaigne. In conclusione, citando l'«ethos», la relatrice ha evidenziato come per Montaigne la filosofia sia un'arte di vivere pratica, non astratta. I suoi Essais rappresentano la costruzione di un "soggiorno" interiore, un abito mentale quotidiano per accettare la propria condizione umana e trovare il proprio posto nel mondo. L'uso di immagini di bambini iraniani tra le macerie ha funzionato come potente dispositivo pedagogico,
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| da sx Teresa Grange Professoressa Ordinaria presso l'Università della Valle d'Aosta, la Rettrice dell'Università della Valle d'Aosta (UniVdA) la Prof.ssa Manuela Ceretta, la relatrice Rosanna Gorris Camos Professoressa Ordinaria presso l'Università di Verona, il Professor Antonio Mastropaolo, docente di Diritto pubblico presso l'Università della Valle d'Aosta, e referente dell'ateneo valdostano per la Rete delle Università italiane per la Pace (RUniPace) |
contrapponendo l'irrazionalità della guerra alla necessità di salvaguardare l'innocenza. Questo contrasto visivo ha trasformato la teoria umanistica in un appello etico urgente, spingendo a "vedere" la realtà per costruire una pace concreta e responsabile.
Un elogio speciale alla prof.ssa Rosanna Gorris Camos: la sua esposizione su Montaigne è stata magistrale. Ha saputo tenere alto l'interesse per tutta la durata dell'evento, rendendo un tema filosofico incredibilmente attuale e scorrevole. Mai noiosa, profondamente coinvolgente. Assolutamente da riascoltare.
L'incontro è stato introdotto da Teresa Grange, Professoressa Ordinaria presso l'UniVdA. Era presente la Rettrice dell'UniVdA, la Prof.ssa Manuela Ceretta. I ringraziamenti finali sono stati portati dal Professor Antonio Mastropaolo, docente di Diritto pubblico all'UniVdA e referente d'ateneo per la Rete delle Università italiane per la Pace (RUniPace).
Ci troviamo in un appartamento romano, una casa in disordine mentre fuori è in atto un temporale. E un altro si sta per abbattere all’interno…
La Skerl, con l’ausilio dell’ottima regia della Gasbarri, ci dà un assaggio di come un uomo in cui possiamo trovare noi stessi possa finire destabilizzato arrivando sull’orlo del baratro, travolto da eventi più grandi di lui. La Skerl lo fa usando una buona dose di comicità per stemperare quello che in realtà è un dramma esistenziale. Con delicatezza, ma anche con forti aspre dosi di cinismo, affronta il delicato argomento della depressione che
sfocia nella follia.
Cast e pièce sono riusciti appieno a veicolare questi messaggi alla platea.
| foto di copertina tratta dal programma di sala, evento del 25 aprile, Grand Hotel Billia di Saint-Vincent, Valle d'Aosta |
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Il 25 aprile ultimo scorso, nella prestigiosa e gremita sala Gran Paradiso del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent (Valle d’Aosta), è andato in scena uno spettacolo multidisciplinare di alto valore culturale. L'evento, organizzato dal Corps Philharmonique de Châtillon e la neonata Associazione giovanile Maiafuoco e sostenuto dalla Fondazione Comunitaria Valdostana e dal Consiglio Regionale della Valle d’Aosta, ha intrecciato musica, teatro e proiezioni multimediali per celebrare tre pilastri fondamentali: la ricorrenza della Liberazione, la figura di San Francesco e la memoria di Cesare Dujany, figura locale di spicco il cui percorso è stato segnato dall'esperienza della Resistenza. Il progetto ha voluto promuovere i valori di libertà, autonomia e responsabilità.
L'inizio dello spettacolo non è stato un semplice incipit narrativo, ma una rottura della "quarta parete" di grande potenza drammaturgica. L'attore Luca Liffredo, fondatore e presidente di Maiafuoco ETS, presentandosi immediatamente nei panni di Pietro di Bernardone, padre di San Francesco, subito dopo il primo brano orchestrale, ha compiuto una scelta registica folgorante innescando la metafora del padre irritato con l'interrogazione del pubblico. L'interpretazione di Luca Liffredo nei panni di Pietro di Bernardone ha offerto una potente metafora contemporanea: il padre, irritato e materialista, vede nel figlio Francesco non un santo, ma uno spreco di patrimonio. Liffredo trasforma il teatro in un tribunale: l'amore paterno diventa prigione, emblema dell'incomprensione tra generazioni. L’attore Liffredo è altresì protagonista di un'esperienza sinestetica sublime: la recitazione vibrante del Cantico delle Creature in volgare umbro si fonde con le immagini NASA e la musica di Curnow, elevando lo spettacolo a una contemplazione contemporanea e sacra.
| Corps Philharmonique de Châtillon foto tratta dal programma di sala, evento del 25 aprile, Grand Hotel Billia di Saint-Vincent, Valle d'Aosta . |
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La perfetta sincronia tra musica e nove immagini NASA ha dato vita a un'opera immersiva che unisce fede e scienza. Visualizzando le creature del Cantico di Francesco (Fuoco, Sole, Terra), la regia del motion designer Fabio Volpi ha trasformato la sala Gran Paradiso del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent in un santuario laico, dove orchestrazione, recitazione e astronomia si sono fuse in una visione universale di rara potenza espressiva.
Molto apprezzata anche la scelta di interpretare San Francesco e il Lupo dell’attore Luca Liffredo, che trasforma la narrazione in un intenso teatro specchio, annullando la distinzione tra santo e carnefice e trasformando l'incontro in una profonda conversazione interiore tra la componente spirituale (Francesco) e quella istintiva/ferina (il Lupo) dell'essere umano. L'attore unico annulla la distanza uomo-bestia. Il Lupo diventa la proiezione della violenza interiore umana, incarnando l'idea che l'uomo sia "lupo" verso il suo simile. Ammansire il lupo significa, metaforicamente, dominare i propri istinti feroci e violenti. Definendo il lupo "fratello", Francesco riconosce nel male un bisogno represso, trattando la ferocia come una sofferenza che cerca carezze. Il cibo "indigesto", metafora pragmatica della violenza che, oltre a essere immorale, logora chi la compie. La discolpa di Assisi sottolinea che la santità si fonda sulla fratellanza diretta, non sull'autorità territoriale. "Non posso diventare vegetariano": Il lupo accetta la disciplina senza rinnegare la propria natura istintiva; smette di essere feroce, non di essere lupo. Il patto di pace: Il gesto della zampa suggella il trionfo della consapevolezza sull'istinto.
Il concerto magistrale del Coprs Philharmonique de Châtillon diretto da Davide Enrietti ha fuso sinfonie e immagini spaziali (NASA) in un’esperienza artistica totale. L'orchestra ha brillato per tecnica e sensibilità, spaziando dall'energia di Maslanka e De Nardis alle atmosfere suggestive di Appermont e Whitacre, trasformando lo spazio in un ponte tra terra e cosmo. Integrazione perfetta tra immagini NASA e musica grazie alla maestria di Fabio Volpi motion designer il quale ha generato un contrasto suggestivo con la fusione tra vastità spaziale e spiritualità (ultima immagine dello spettacolo: il rosone della Basilica di San Francesco con scie luminose ), unendo macrocosmo e microcosmo.
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immaginì fotografiche rese disponibili dalla NASA per l'evento LUCE Francesco, L'Uomo oltre il Santo - |
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Un'esperienza immersiva, una "visione sonora" che ha elevato la tecnica orchestrale a pura emozione.
Al termine dello spettacolo, Fr. Alberto (rappresentante della storica Fraternità Francescana di Châtillon - Valle d’Aosta) ha elogiato l'eccellente celebrazione artistica di San Francesco. Applausi per l'attore Luca Liffredo, il motion designer Fabio Volpi e l'orchestra Coprs Philharmonique de Châtillon composta da ottanta elementi diretta con raffinatezza da Davide Enrietti . L'intervento di Fr. Alberto si è concluso con il saluto francescano "Il Signore vi dia pace".
Se c’è un luogo a Firenze capace di lasciarti letteralmente a bocca aperta, non per la fredda grandiosità dell'architettura ma per l’energia che si respira tra le pareti, quello è senza dubbio la Galleria Palatina.
Dimenticate la disposizione ordinata, cronologica e un po' didascalica degli Uffizi; entrare nella Palatina, nel cuore pulsante di Palazzo Pitti, significa fare un salto temporale e finire dritti nel pieno del Seicento.
Qui i quadri non sono trattati come semplici reperti museali, ma come simboli vivi di un potere che amava circondarsi di una bellezza ridondante e sfarzosa.
La prima cosa che ti colpisce è l'allestimento unico della quadreria: le opere non seguono un filo logico basato sulla storia dell'arte, ma sono disposte secondo criteri puramente estetici. I dipinti coprono interamente le pareti, incastrati uno sopra l'altro come in un puzzle d’oro e olio, scelti dai Granduchi per affinità di colori, dimensioni o semplicemente per compiacere l’occhio. È un vero sovraccarico sensoriale dove le massicce cornici dorate sembrano quasi fondersi con gli affreschi dei soffitti, creando un insieme visivo che non ha eguali al mondo.
Tutto quello che vediamo oggi lo dobbiamo alla dinastia dei Medici, che nel 1549 acquistò il palazzo rendendolo la reggia ufficiale del Granducato, e ai loro successori, i Lorena.
Camminando tra le sale, ti rendi conto che questa non è mai stata pensata come una galleria pubblica, ma come una casa. Una casa dove i corridoi sono larghi come piazze e le stanze prendono il nome dai pianeti. Le celebri Sale dei Pianeti, affrescate da Pietro da Cortona, rappresentano il cuore del percorso: qui l’ascesa al potere del giovane principe mediceo viene celebrata attraverso il mito e l’astrologia, in un mix di propaganda politica e perfezione artistica.
Oltre allo sfarzo generale, ci sono momenti in cui devi fermarti e ignorare tutto il resto per concentrarti sui singoli capolavori. Penso alla incredibile concentrazione di opere di Raffaello, come la Madonna della Seggiola, che sprigiona una dolcezza capace di fermare il tempo, o ai ritratti di Tiziano, i cui sguardi sembrano seguirti ovunque.
E ancora, la forza drammatica della Giuditta di Artemisia Gentileschi o il realismo inquieto di Caravaggio. C'è poi un dettaglio quasi intimo che rompe la continuità rinascimentale e barocca: il Bagno di Napoleone. È un tocco di storia più recente, un piccolo tempio neoclassico fatto installare dal Bonaparte durante il suo soggiorno a palazzo, che ci ricorda come questo luogo sia stato attraversato dai più grandi protagonisti della storia europea. In definitiva, la Palatina non si visita, si attraversa come un'esperienza immersiva.
È il posto giusto per capire cos’era davvero Firenze quando il potere era diventato puro splendore, permettendoti di sentirti, anche solo per un’ora, parte di quella corte leggendaria.
Dimenticate la disposizione ordinata, cronologica e un po' didascalica degli Uffizi; entrare nella Palatina, nel cuore pulsante di Palazzo Pitti, significa fare un salto temporale e finire dritti nel pieno del Seicento. Qui i quadri non sono trattati come semplici reperti museali, ma come simboli vivi di un potere che amava circondarsi di una bellezza ridondante e sfarzosa.
| Damiana Ardito |
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| da sn. Cesare Felici e Raffaele De Bartolomeis |
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Entra in sala in tenuta da notte ,interagisce con il pubblico,facendo credere che il Teatro è chiuso da tempo e da anni non si svolge nessuno spettacolo, incomincia a ricordare i bei tempi quando il Teatro era in auge e propone di mettere in scena i suoi ricordi e così parte lo spettacolo.
Una serata divertente ispirata alle canzoni napoletane delle sciantose con un repertorio tradizionale di una Napoli che fu, interpretate con grande sentimento da Nicola Onofrietti, che ha coinvolto il pubblico cantando con lui,accompagnato al pianoforte da Salvatore Scirè e da Carmine Martorella alla chitarra.
Si rivive l’atmosfera del varietà con personaggi particolari e divertenti. Damiana Ardito deliziosa interprete che passa da una chantosa a uno spogliarello di burlesque. Mentre Vittoria Cipriani diverte il pubblico vestendo i panni della cameriera ciociara che segue corsi di escort.
| Salvatore Scirè |
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Una comicità fresca e spontanea fatta di barzellette e vita quotidiana attraverso le canzoni napoletane e della romanità di un tempo,con gli interpreti Cesare Felici insieme al comico per eccellenza Raffaele De Bartolomeis,che con le sue espressioni ,la mimica e il suo ammiccare ad ambiguità di vita, ha contribuito a creare scenette ironiche con argomenti di un tempo,attuali anche oggi , ha coinvolto il pubblico e reso la commedia di grande impatto comico
“Quella sera al varietà” andato in scena dal Venerdì alla Domenica della stettimana scorsa ha confermato,attraverso le tre repliche tutte Sold out, che c’è tanta nostalgia dei tempi passati,come della bella musica di un tempo,due ore di puro divertimento e di emozioni.
| da sn. De Bartolomeis, Nicola Onofretti, Vittoria Cipriani, De bartolomeis, Vittoria Cipriani |
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Circa mezzo millennio fa, Erasmo da Rotterdam, in un’ epoca di continui conflitti, si è prodigato con tutte le sue forze per convincere i contemporanei dell’orrore della guerra e della assoluta necessità della pace.
“La guerra – diceva – è una specie d’oceano in cui si mescolano tutti i mali del mondo: se col suo flagello d’un subito fa imputridire ciò che fiorisce, dissipa ciò ch’era cresciuto, rovina ogni cosa salda, annienta ogni buon fondamento, tramuta il dolce in amaro …” Mentre la pace veniva definita, assai efficacemente, “fonte di tutte le umane felicità”.
Quella del raffinato umanista è stata, purtroppo, una vox clamans isolata e inascoltata. Oggi, a condividere e a sostenere le sue opinioni è certamente la stragrande maggioranza dell’umanità. Ciò nonostante, il cosiddetto flagello della guerra non è certo stato relegato negli archivi del passato, e la pace continua ad essere aggredita cinicamente dagli interessi di élites circoscritte quantitativamente, ma detentrici di un immenso potere politico ed economico.
Una cosa si impone in maniera sempre più chiara di fronte a tutti noi: per far sì che la pace possa finalmente essere accolta ed affermata, in maniera convinta e duratura, dovrà essere il volere dell’umanità che è lontana dal governo ad imporsi sul volere di coloro che sono alla guida dei
governi delle nazioni del mondo.
Questo significa che la vittoria della pace sarà possibile soltanto se saremo tutti noi che la amiamo e la invochiamo a schierarci, a parlare, a scrivere, a urlare … a fare tutto quello che è in nostro reale potere per dire un NO fermo e deciso alle menzogne di coloro che, da sempre, ci vogliono convincere della “realistica” ineliminabilità delle guerre.
L’educazione, la cultura, la scienza, l’arte, ecc., sono pertanto chiamate a fornire il loro prezioso contributo, a difendere e a diffondere il dialogo, i valori del rispetto reciproco, della sacralità della dignità della persona, dell’inviolabilità dei diritti umani.
Ed è in questa direzione, nella consapevolezza del carattere fallimentare di una ignava neutralità e dell’imperatività del far sentire la voce di chi crede nel valore illuminante e affratellante delle arti, che nello scorso 24 aprile, in occasione della giornata della Pace promossa da Rome Art Week, la galleria Cosarte Spazio Creativo di Garbatella (Roma)* ha dato vita (con il patrocinio del VIII Municipio) ad un'esposizione di artisti contemporanei chiamati a testimoniare per la pace.
La mostra dal titolo Eirene, dovuta innanzitutto al talento e all’impegno sempre vivo ed appassionato della brava pittrice Simona Gloriani, rientra nel progetto speciale RAW for Peace (ideato da Rome Art Week)**, come una giornata diffusa di eventi dedicati al valore della pace, attraverso i vari linguaggi della cultura contemporanea, con il preciso intento di riuscire a rappresentare un efficace invito alla riflessione collettiva e alla costruzione comune e accomunante di una società internazionale fondata sul diritto e sulla giustizia.
Numerose e di indubbia qualità (formale e contenutistica) le opere esposte, con una bella partecipazione di pubblico, sinceramente coinvolta e partecipe.
Molto apprezzati anche i brevi ma intensi interventi musicali e poetici che hanno arricchito la presentazione artistica.
Hanno aderito all’ iniziativa:
Paola Abbondio, Enrica Capone, Sandro Cordova, Vincenza Costantini, Roberto Fantini, Sandra Fiordelmondo, Simona Gloriani, Marina Loreti, Patrizio de Magistris, Stefania Miccadei, Walter Necci, Renata Pagano, Tatsiana Pagliani, Palmiro Taglioni, Gabriella Tirincanti, Paolo Viterbini, Romina Wainsten, Wanda Wainsten.
| SIMONA GLORIANI. |
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*COSARTE Spazio Creativo
Via Nicolò da Pistoia, 18 – Roma (Garbatella)
Tel. 3290567987 (Simona Gloriani) - Email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. - Pagina Facebook: Cosarte Spazio Creativo
**Dal MANIFESTO di RAW FOR PEACE:
“L’iniziativa si fonda su alcuni principi essenziali.
Primo: la pace è un tema culturale, non solo politico o diplomatico.
Ogni trasformazione duratura passa anche attraverso l’educazione dello sguardo, del linguaggio e dell’immaginario.
Secondo: la pluralità dei linguaggi è un valore.
Arti visive, scrittura, musica, parola performativa e teatro possono concorrere, in modi diversi, alla costruzione di un’esperienza condivisa.
Terzo: il territorio è parte dell’opera.
RAW for Peace si sviluppa in forma diffusa, valorizzando la geografia relazionale di Rome Art Week e attivando luoghi diversi come presìdi culturali temporanei.
Quarto: la partecipazione è un atto di responsabilità.
Prendere parte a RAW for Peace significa contribuire pubblicamente a una riflessione comune, offrendo al pubblico occasioni di incontro e contenuti significativi.
Quinto: la cultura può ancora incidere sul presente.
Non perché risolva i conflitti da sola, ma perché può creare le condizioni simboliche, emotive e relazionali per immaginare una convivenza diversa.
RAW for Peace vuole dunque essere insieme un progetto culturale, un gesto collettivo e una dichiarazione di intenti. Un progetto culturale, perché mette al centro la qualità delle proposte, la libertà dei linguaggi e il valore della ricerca. Un gesto collettivo, perché invita una comunità ampia a muoversi nello stesso giorno attorno a un tema comune. Una dichiarazione di intenti, perché afferma con chiarezza che la cultura non è marginale nei tempi difficili, ma necessaria.
Per un giorno, oltre mille protagonisti della rete di Rome Art Week potranno contribuire a una mappa condivisa di eventi, azioni, aperture, letture, concerti, performance e incontri. Una mappa che non celebra la pace in modo
retorico, ma la mette alla prova nello spazio pubblico attraverso il confronto, la sensibilità, la partecipazione e la creazione.
RAW for Peace è un invito a fare della cultura un luogo attivo di relazione.
È un invito a trasformare la presenza artistica in presenza civile.
È un invito a restituire alla città una trama di segni, voci e visioni capaci di opporsi alla violenza non con slogan vuoti, ma con pratiche reali di ascolto e condivisione.
Il 24 aprile 2026, la comunità di Rome Art Week è chiamata a esprimersi come rete culturale consapevole, aperta e responsabile. Non per offrire una risposta univoca al tema della pace, ma per costruire uno spazio comune in cui quella parola possa tornare a essere viva, interrogata, attraversata e resa concreta.
RAW for Peace è questo:
una giornata diffusa, una comunità in azione, una costellazione di eventi, una presa di posizione culturale.
Cultura come strumento di pace.”
Apr 08, 2022 Rate: 5.00