L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Kaleidoscope (1686)

Free Lance International Press

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May 11, 2026

 

Divertente, divertente e ancora divertente! Ricco di trovate e battute esilaranti, e di personaggi strampalati che arricchiscono la storia dei protagonisti.

La zia zitella Olga viene a mancare alla prematura  età di 90 anni. I quattro nipoti si riuniscono nella sua casa per capire, con il pretesto del funerale, come mettere le mani sul suo patrimonio. Una zia che conosceremo attraverso alcuni scritti che ha lasciato e alla testimonianza della sua voce fuori campo.

Inaspettata quanto spassosa l’entrata in sala dei nipoti addolorati... Ma è solo l’inizio, perché tutto lo spettacolo è un continuo parto di trovate esilaranti che portano il buon umore e danno vita a tante sane risate.

La veterana compagnia teatrale è formata da quattro artisti capaci ed affiatati che in questa come in altre proposte hanno dimostrato di saper intrattenere il pubblico e divertirlo dall’inizio alla fine, senza un cedimento, trovando anche uno spazio per commuovere o far riflettere. Alla platea è riservata una serie di sorprese, graditi colpi di scena e tanti equivoci.

Ci ritroviamo nella casa dallo stile datato dell’anziano signora, ricostruita con una scenografia molto realistica. Carta da parati, arredi e accessori sono simpaticamente orrendi oltre che datati.

I quattro fratelli vi si ritrovano dopo anni in cui si erano persi di vista a causa di contrasti personali. Il funerale diventa subito una buona occasione per metterli a confronto e farli riflettere per tirare le somme sulla loro vita non del tutto riuscita.

Tutti hanno un piccolo scheletro nell'armadio e non sono adulti realizzati, sia nella vita che nel lavoro. Questa esperienza lascerà in loro un segno e gli darà anche l’opportunità di aprirsi al cambiamento. Ci riusciranno?

I nostri attori si cimenteranno in riusciti cambi di ruolo dando vita a macchiette esilaranti, come la badante strampalata della zia scomparsa; dal forte accento dell’ Europa orientale, è impersonata divinamente da una strepitosa Valeria Monetti, che sfodera una comicità davvero divertente. Oppure l’impresario delle pompe funebri impersonato da Simone Giacinti, uno sciacallo sarcastico, cinico e provocatorio oltre misura, ma anche schietto ed irriverentemente divertente con il suo forte accento pugliese.

Vestito in maniera eccentrica (il suo e gli altri costumi sono particolarmente iconici dei personaggi), ha una parrucca buffissima come ciliegina sulla torta. Un tipo originale ma anche capace di fornire critiche oggettive all’avarizia dei nipoti della defunta, che per raggiungere lo scopo di assumere l’incarico dell’onoranza funebre manifesta un approccio tutt’altro che professionale ma del tutto originale.

Il secondo atto si apre con un’altra sorpresa: l’arrivo di due comari amiche della zia dipartita. Sono interpretate in maniera spassosa da Maurizio Paniconi e Alessandro Tirocchi. Tra tremori, vuoti di memoria ed esuberanze, anche loro sfoderano un’innumerevole panoplia di atteggiamenti estremamente comici. Anche in loro troviamo un’aspra critica alle mancanze dei quattro fratelli nei confronti della zia, che seppur burbera ed intransigente, li ha cresciuti in assenza dei genitori.

La morale? Non si conosce fino in fondo una persona fino a quando non ci si ritrova a dover dividere un’eredità. Tra vecchi rancori e conflitti familiari irrisolti, egoismi, fallimenti perdonati e sogni irrealizzati, la storia dei protagonisti, pur sviluppata in chiave comica ed ironica, evidenzia anche chiari tratti di cinismo.

Una commedia che riesce ad alleggerire il dramma della morte e dei conflitti familiari scaturiti dall’opportunità di un lascito per risolvere i problemi economici. Questa “eredità” finisce per tramutarsi in un Deus ex machina che mette questi splendidi personaggi davanti a loro stessi e ai loro limiti, spingendoli a ritrovare qualcosa che non può essere comprato con il denaro: il valore dell’affetto familiare che fa da collante per trovare una strada da percorrere insieme.

Piacevole la scelta dei brani di sottofondo. Belli i costumi, la scenografia, il gioco di luci con gli effetti, strepitosi gli attori.

Un tocco di classe la regia di Marco Simeoli.

 

Teatro Roma - Morta zia la casa è  mia

Da un’idea di Alessandro Tirocchi e Maurizio Paniconi
Scritto da Gianni Quinto
Regia Marco Simeoli
Luci e audio Salvatore Campisi
Con Valeria Monetti, Maurizio Paniconi, Alessandro Tirocchi, Simone Giacinti

 

May 10, 2026


Nel dibattito contemporaneo su eutanasia e suicidio assistito emerge con forza una questione decisiva: che cosa è davvero l’uomo? E, di conseguenza, quale significato attribuiamo alla sofferenza, alla cura e alla dignità della vita?
Il nodo centrale – spesso volutamente oscurato – non è la libertà di morire, ma la qualità del vivere, soprattutto nelle situazioni di fragilità estrema. Quando una persona arriva a desiderare la morte, raramente lo fa per una autentica scelta libera; più spesso si tratta del segno di una solitudine, di un dolore non adeguatamente trattato, di una mancanza di senso e di accompagnamento. In questo senso, il desiderio di morire diventa un grido, non una decisione.


L’uomo: essere relazionale e non individuo isolato
L’antropologia cristiana vede l’uomo non come un individuo autosufficiente, ma come un essere costitutivamente relazionale. La dignità della persona non deriva dalla sua efficienza, dalla sua autonomia o dalla sua produttività, ma dal suo essere creato e amato.
Quando la cultura dominante riduce l’uomo a funzione – produttiva o consumistica – allora la malattia e la debolezza diventano scandalo. In questa prospettiva distorta, il malato grave rischia di percepirsi come un peso. Ed è proprio qui che nasce la tentazione dell’eutanasia: non come affermazione della libertà, ma come resa alla logica utilitaristica.


Il dolore: scandalo o luogo di verità?
Il dolore rappresenta uno dei grandi misteri dell’esistenza umana. La visione tecnocratica tende a eliminarlo a ogni costo, mentre la prospettiva cristiana lo inserisce in un orizzonte di senso, senza mai idealizzarlo.
Qui si inserisce il ruolo decisivo delle cure palliative: esse non eliminano la persona insieme al dolore, ma si prendono cura della persona nel dolore. Questa distinzione è fondamentale. Non tutto è guaribile, ma tutto è curabile. E la cura autentica non riguarda solo il corpo, ma anche la dimensione psicologica, relazionale e spirituale.


Libertà o abbandono? Il rischio di una falsa compassione
Si parla spesso di “diritto a morire”, ma è necessario interrogarsi: quale libertà è possibile quando una persona è schiacciata dal dolore o dalla solitudine? La richiesta di morte può essere, in molti casi, il risultato di un abbandono terapeutico o affettivo.
Una società che propone la morte come soluzione rischia di trasformare un problema da risolvere (la sofferenza) in una persona da eliminare. È qui che si inserisce il monito di Gualtiero Bassetti, il quale richiama con forza il principio dell’intangibilità della vita umana, fondato non solo sulla fede ma anche su una visione antropologica e giuridica coerente con la dignità della persona.


Cure palliative: risposta umana e cristiana
Le cure palliative rappresentano una delle più alte espressioni di civiltà. Esse incarnano un principio fondamentale: non si abbandona mai una persona, soprattutto quando è più fragile.
Laddove le cure palliative sono efficaci e accessibili, la richiesta di eutanasia diminuisce drasticamente. Questo dato, prima ancora che statistico, è profondamente antropologico: l’uomo non vuole morire, vuole smettere di soffrire. E quando è accompagnato, ascoltato e curato, ritrova spesso un senso anche nella fase finale della vita.


Il rischio culturale: dalla cura alla selezione
Una società che legittima il suicidio assistito apre inevitabilmente a una deriva selettiva. Chi stabilisce quali vite sono degne di essere vissute? Quali criteri vengono adottati? Il rischio è quello di una nuova forma di eugenetica, non più imposta, ma interiorizzata.
Si passa così da una medicina che cura a una medicina che decide. E questo rappresenta una frattura antropologica gravissima.


Conclusione: la dignità non si perde, si riconosce
La vera risposta al dolore non è la morte, ma la prossimità. Non è l’eliminazione del sofferente, ma la condivisione della sua sofferenza.
La dignità dell’uomo non è negoziabile perché non dipende dalle condizioni in cui si trova. Anche nella malattia più grave, anche nella fragilità più estrema, la persona conserva intatto il suo valore.
Per questo motivo, il compito di una società autenticamente umana non è offrire scorciatoie mortali, ma costruire reti di cura, di amore e di solidarietà.
Solo così si risponde davvero alla domanda più profonda dell’uomo: non “posso morire?”, ma “sono ancora amato?”

 

 

Per molti era “un problema”. Un ragazzo fuori schema, difficile da comprendere. Per questo fu rinchiuso in ospedali psichiatrici. Anni dopo, quello stesso ragazzo avrebbe scritto L’Alchimista, un libro capace di raggiungere oltre 150 milioni di lettori nel mondo. Ma ridurre tutto al successo sarebbe un errore. Questa è, prima di tutto, una storia di ricerca.

Da giovane non corrispondeva a ciò che la famiglia si aspettava. Avrebbero voluto per lui una vita ordinaria, una professione sicura, un percorso lineare. Lui invece era attratto dall’arte, dalla libertà, da una dimensione più profonda dell’esistenza. Nel Brasile degli anni Sessanta, un’inclinazione del genere veniva vista con sospetto. Non come un talento, ma come una deviazione.

Fu così che arrivarono i ricoveri forzati. Tre volte. Trattamenti invasivi, isolamento, elettroshock. Per chi gli stava intorno era un tentativo di “normalizzarlo”. Per lui, paradossalmente, fu l’inizio di una presa di coscienza. Una volta fuori, maturò una decisione netta: non avrebbe più modellato la propria vita sulle aspettative altrui.

Gli anni successivi furono intensi. Collaborazioni artistiche, musica, guadagni, esperienze. Eppure, qualcosa continuava a mancare. Il desiderio più autentico diventare scrittore restava irrealizzato. La svolta arrivò a 38 anni. Decise di mettersi in cammino lungo il Cammino di Santiago. Un viaggio lungo centinaia di chilometri, fatto di fatica, silenzi e riflessioni.

Ci sono momenti, durante un percorso così, in cui tutto pesa: il corpo, i pensieri, i dubbi. E altri in cui, improvvisamente, qualcosa si chiarisce. Fu proprio lì che nacque una nuova consapevolezza.

                  Salvo Nugnes
 


L’idea che ogni individuo abbia un proprio destino da seguire, una direzione unica. E che il mondo, in qualche modo, favorisca chi trova il coraggio di inseguirla. Rientrato da quell’esperienza, iniziò a scrivere. Nel 1987 completò in poche settimane il suo romanzo, L’Alchimista.

Racconta una storia essenziale: un giovane pastore andaluso, un sogno ricorrente e un viaggio alla ricerca di un tesoro. È un racconto simbolico sul destino, sulla “leggenda personale” e sul coraggio di seguire la propria strada. E porta a una scoperta inattesa: ciò che si cerca lontano, spesso è già vicino.

L’inizio, però, fu tutt’altro che promettente. La prima pubblicazione passò inosservata. Poche copie vendute, scarso interesse. L’editore rinunciò. Una battuta d’arresto che avrebbe fermato molti. Non lui. Decise di riprovarci, trovando un nuovo editore e ripartendo da zero. Questa volta accadde qualcosa di diverso. Il libro cominciò a circolare spontaneamente. Da lettore a lettore. Senza campagne, senza strategie di marketing.

Cresceva lentamente, ma in modo costante. Dal Brasile si diffuse in America Latina, poi negli Stati Uniti, fino a raggiungere ogni parte del mondo. Oggi L’Alchimista è considerato uno dei libri più letti a livello globale: ha superato i 150 milioni di copie vendute, è stato tradotto in oltre 80 lingue ed è pubblicato in più di 170 Paesi. Continua da decenni a essere ristampato e viene spesso regalato nei momenti di cambiamento, come simbolo di ricerca e rinascita. Il motivo del suo impatto è semplice. Non racconta solo una storia. Racconta un’esperienza condivisa.
Parla di chi si sente fuori posto. Di chi cerca un significato. Di chi cade, ma sceglie comunque di proseguire.

Il messaggio che lascia è diretto: per ritrovare se stessi, a volte è necessario allontanarsi; per comprendere ciò che conta, bisogna attraversare l’incertezza; e, soprattutto, non smettere di andare avanti. Perché è proprio nel cammino che, spesso, si trova la risposta. E sono contento di averlo incontrato circa 30 anni fa, quando venne in Italia, a Domenica In, Rai 1, per promuovere il suo libro.

 

May 04, 2026

 
  Giuditta decapita Oloferne
In un’epoca in cui alle donne era concesso al massimo di dipingere fiori o nature morte, Artemisia Gentileschi scelse il sangue, la storia e la vendetta. Non fu solo la prima donna a essere ammessa alla prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, ma fu soprattutto una pioniera del Caravaggismo, capace di superare i maestri del suo tempo per intensità drammatica e realismo. Figlia d'arte, apprese i segreti del mestiere nella bottega romana del padre, Orazio Gentileschi, ma la sua ascesa fu segnata da un evento traumatico che avrebbe potuto distruggerla: lo stupro subito da parte di Agostino Tassi, collega del padre e suo precettore.Ciò che rende Artemisia una figura di straordinaria modernità non è però il trauma in sé, quanto la sua resilienza. Affrontò un processo pubblico umiliante, accettando persino la tortura dei pollici per confermare la verità delle sue accuse. Da quell'esperienza trasse una forza visiva senza precedenti, trasferendo sulla tela una tensione psicologica quasi tangibile. Il suo capolavoro più celebre, Giuditta che decapita Oloferne, viene spesso interpretato come un grido di rivalsa. Mentre i suoi colleghi maschi ritraevano l'eroina biblica quasi timorosa o distaccata, la Giuditta di Artemisia ha le maniche rimboccate, i muscoli tesi e un’espressione di feroce determinazione. Il sangue che zampilla macchiando le lenzuola non è un semplice decoro barocco, ma la cronaca brutale di un gesto necessario e liberatorio.Tuttavia, ridurre la sua figura alla sola biografia sarebbe un errore imperdonabile. Artemisia fu una vera manager di se stessa, capace di muoversi con astuzia e talento tra le corti più importanti d’Europa. A Firenze strinse amicizia con Galileo Galilei e ottenne la protezione dei Medici; a Londra lavorò alla corte di Carlo I, mentre a Napoli stabilì una bottega fiorente che divenne un punto di riferimento per la pittura locale. Non era solo una pittrice di talento, ma una professionista
  Giuditta e la sua Ancella
consapevole del proprio valore, come testimoniano le sue lettere in cui dichiarava con orgoglio di voler mostrare "ciò che una donna sa fare".Oggi, guardando le sue opere esposte nei più grandi musei del mondo, dal Louvre agli Uffizi, è chiaro che Artemisia non è una semplice "curiosità" della storia dell'arte. È un pilastro del Barocco che ha saputo trasformare la vulnerabilità in potere. La sua capacità di gestire la luce, la profondità psicologica delle sue protagoniste e la sua indipendenza economica ne fanno un'icona di autodeterminazione che continua a parlare al pubblico contemporaneo con una forza immutata. Il suo pennello, brandito come una spada, ha squarciato il buio del pregiudizio, lasciandoci in eredità un’arte che non chiede permesso, ma esige di essere guardata.
 
Una donna che solo per il fatto di esserlo dovette imporsi con la forza dell’arte, della bellezza e della grande determinazione.
 
( Artemisia Gentileschi nasce l'8 luglio 1593 a Roma e muore a Napoli il 1656 c.a. probabilmente di peste)
 

Lo scorso 29 aprile, nel pomeriggio, l'Università della Valle d'Aosta ha ospitato l'evento 'Montaigne e la pace' all'interno delle proprie aule. Sebbene l'evento Montaigne e la pace si sia svolto in lingua francese, ho scelto di redigere questo reportage in italiano. Questa decisione mira a rendere accessibili le profonde riflessioni emerse a un pubblico più ampio, garantendo al contempo un’analisi critica approfondita e accurata delle tematiche trattate. Nell'ascoltare la magistralis, ho selezionato i passaggi che, interpretando la complessa figura di Montaigne, ne hanno messo in luce i passaggi evolutivi più significativi. Ho trovato l'analisi della relatrice particolarmente calzante su specifici punti.

Cosa può dire oggi, nel cuore di un’epoca travagliata e polarizzata, un pensatore del XVI secolo? A questa domanda cruciale ha risposto la lectio magistralis dedicata a Michel de Montaigne e la pace, un incontro che ha trasformato l’analisi storica in un atto di resistenza intellettuale. L'evento, promosso nel quadro della Rete delle Università Italiane per la Pace e sotto l'egida della Chaire Senghor della Francophonie, ha visto protagonista la Prof.ssa Rosanna Gorris Camos, titolare di Letteratura Francese all’Università di Verona. Con uno studio attento e impegnato, tra i migliori conoscitori dell'autore degli Essais, la docente ha guidato una platea di studenti e intellettuali in un percorso di riscoperta quanto mai necessario. In un momento storico in cui i conflitti sembrano dominare il dibattito pubblico, la voce di Montaigne – umanista vissuto nel pieno delle sanguinose guerre di religione francesi – risuona con una lucidità nuova. La  Prof.ssa  Rosanna Gorris Camos  ha messo in dialogo il Rinascimento e la

Rosanna Gorris Camos Professoressa Ordinaria  presso l'Università
di Verona - Dipartimento di lingue e letterature straniere  e Presidente
del “Gruppo di Studio sul Cinquecento Francese. Sito del Gruppo:
www.cinquecentofrancese.it - 29 aprile 2026 - Università della
Valle d'Aosta - Aosta

situazione presente. La lezione ha messo in luce la necessità di riscoprire la tolleranza non come debolezza, ma come pratica attiva di convivenza civile. Rileggere Montaigne oggi significa ripensare la pace non come semplice assenza di guerra, bensì come costruzione faticosa attraverso il dialogo e il riconoscimento dell'alterità. Il percorso proposto ha offerto una chiave di lettura fondamentale per la nostra epoca: l'invito a "sospendere il giudizio" per disinnescare la violenza verbale e fisica, preferendo la complessità del confronto alla semplificazione dogmatica. Una lezione magistrale che ha riaffermato il ruolo vivo e vitale dei classici nel far luce sulle tenebre del presente. Nell'intreccio tra Montaigne e Senghor proposto dalla Prof.ssa  Rosanna Gorris Camos, emerge il rifiuto dell'alterità sterile in favore di un'armonia profonda. Il parallelo riattualizza la pace come riconoscimento reciproco e costruzione di una civiltà condivisa. La relatrice evidenzia il legame di Montaigne con la cultura contadina del Périgord, vista dal suo castello. Questo approccio rivela un rispetto ecologico ante litteram, in cui l'uomo è parte integrante della natura, non un dominatore. Parallelo profondo tra Primo Levi e Montaigne sull'indagine dell'essere umano. La relatrice ha unito l'auto-analisi di Montaigne alla testimonianza di Levi, interpretando la vita nel Lager (Se questo è un uomo) come un esperimento sociale che porta all'estremo la ricerca della dignità umana.  La relatrice ha  inoltre citato Stefan Zweig, il quale considerava Montaigne un "compagno insostituibile" nei periodi di crisi (come durante la fuga dal nazismo). I Saggi sono descritti come una "terapia per la mente" perché insegnano ad accettare la vita e la morte con saggezza pratica, difendendo l'indipendenza di pensiero in tempi caotici. Per Zweig, l'onestà di Montaigne offre conforto, razionalità e la capacità di mantenere la gioia di vivere anche in condizioni estreme.  Secondo la Prof.ssa Gorris Camos, Montaigne vede in Socrate il saggio ideale: un modello concreto e umano, opposto al dogmatismo. Attraverso l'auto-esplorazione e il motto "conosci te stesso", Montaigne adotta lo scetticismo socratico per vivere la filosofia nella quotidianità, accettando la fragilità umana e rifiutando verità assolute. La relazione della Prof.ssa Rosanna Gorris Camos evidenzia come l'umanesimo di Montaigne, nato in risposta alle guerre di religione, proponga una svolta antropologica basata su tolleranza, ascolto e relativismo culturale. Attraverso i Saggi, Montaigne oppone al fanatismo la parola come dialogo, lo spirito critico e una politica realista finalizzata alla convivenza pacifica e al rifiuto della violenza. La  relatrice  evidenzia come Montaigne, nell'Apologia di Raimondo Sebond, estenda il "dovere di umanità" oltre la specie umana. Criticando l'antropocentrismo e l'idea degli animali-macchina, egli propone una gentilezza universale (anche verso piante e alberi) basata sulla saggezza naturale, la fragilità umana e il rispetto per ogni forma di vita.

La lezione esamina altresì  il profondo legame tra Montaigne e Michel de l'Hospital, Cancelliere di Francia noto per i suoi tentativi di mediazione e tolleranza tra cattolici e ugonotti. Entrambi magistrati e intellettuali moderati, condividevano la priorità della stabilità statale sul fanatismo religioso. Montaigne, che stimava l'Hospital come esempio di "virtù non comune", gli dedicò nel 1571 le opere di La Boétie.

Grazie al supporto di un ricco materiale visivo  dalle copertine dei libri alle foto del castello fino alla ricostruzione virtuale della biblioteca la prof.ssa  Rosanna Gorris Camos ha reso immersiva la lezione su Montaigne. In conclusione, citando l'«ethos», la relatrice  ha evidenziato come per Montaigne la filosofia sia un'arte di vivere pratica, non astratta. I suoi Essais rappresentano la costruzione di un "soggiorno" interiore, un abito mentale quotidiano per accettare la propria condizione umana e trovare il proprio posto nel mondo.  L'uso di immagini di bambini  iraniani tra le macerie ha funzionato come potente dispositivo pedagogico,

da sx Teresa Grange Professoressa Ordinaria  presso l'Università della Valle d'Aosta,
 la Rettrice dell'Università della Valle d'Aosta (UniVdA) la Prof.ssa Manuela Ceretta,
la relatrice Rosanna Gorris Camos Professoressa Ordinaria  presso l'Università di Verona,
il Professor Antonio Mastropaolo, docente di Diritto pubblico presso l'Università della Valle
d'Aosta, e referente dell'ateneo valdostano per la Rete delle Università italiane per la Pace
(RUniPace)

contrapponendo l'irrazionalità della guerra alla necessità di salvaguardare l'innocenza. Questo contrasto visivo ha trasformato la teoria umanistica in un appello etico urgente, spingendo a "vedere" la realtà per costruire una pace concreta e responsabile.

Un elogio speciale alla prof.ssa  Rosanna Gorris Camos: la sua esposizione su Montaigne è stata magistrale. Ha saputo tenere alto l'interesse per tutta la durata dell'evento, rendendo un tema filosofico incredibilmente attuale e scorrevole. Mai noiosa, profondamente coinvolgente. Assolutamente da riascoltare.

L'incontro è stato introdotto da Teresa Grange, Professoressa Ordinaria presso l'UniVdA. Era presente la Rettrice dell'UniVdA, la Prof.ssa Manuela Ceretta. I ringraziamenti finali sono stati portati dal Professor Antonio Mastropaolo, docente di Diritto pubblico all'UniVdA e referente d'ateneo per la Rete delle Università italiane per la Pace (RUniPace).

April 30, 2026
 
Ci troviamo in un appartamento romano, una casa in disordine mentre fuori è in atto un temporale. E un altro si sta per abbattere all’interno…
 
Una scenografia accurata ed attenta che arricchisce lo spazio di dettagli, riproduce efficacemente un ampio salone dove si svolgerà la storia. Anche i costumi sono ben curati ed esaltano i personaggi. 
 
In questa confusionaria dimora che farebbe orrore a qualsiasi donna delle pulizie, emerge Rodolfo (Alessandro Salvatori), un soggetto meticoloso e pignolo, tanto ossessionato da attuare comportamenti maniacali ed eccessivi al limite della follia. Ascoltando i suoi sfoghi, però, si capisce che è solo un uomo depresso, sopraffatto dalle avversità e dalle sfortune che la vita gli ha riservato.
 
È uno scrupoloso correttore di bozze, molto attento a ciò che accade nel mondo e per questo con una paranoica attenzione verso i fatti quotidiani. Nel suo mondo, dove cerca di tenere tutto sotto controllo, viene disturbato dall’intrusione di Sandro (Andrea Perrozzi), un operaio romano schietto e diretto, a cui si aggiunge un  simpatico ed irresistibile collega napoletano, Alfio (Walter Del Greco). I due sono goffi personaggi; tecnici dei citofoni, sono sopraggiunti per cambiare l’apparecchio dell’appartamento.
 
L’unica figura femminile della storia è Ionela (Veronica Milaneschi), la travolgente e portentosa colf della casa; una donna moldava, così sembra…
 
Tra citofoni guasti e colpi di scena, due mondi opposti si incontrano a caccia di refusi, quegli errori da “riparare”, che tanto imbestialiscono e destabilizzano il povero correttore. Forse, invece di aggiustare l’errata dialettica dei tre che lo circondano, gli sproloqui verbali dei giornalisti e le numerose follie della società e del mondo, quest’uomo dovrebbe mettere mano alla propria esistenza destabilizzata, anche perché se è vero che il mondo è imperfetto, è anche da apprezzare per la sua varietà, i suoi controsensi, gli eccessi e i paradossi.
 
Il microcosmo di Rodolfo non è sbagliato, va semplicemente ricalibrato e risistemato per riportarlo alla tranquillità. Grazie proprio all’incontro con i tre sgangherati personaggi la sua vita potrebbe cambiare, perché sembra che possano essere la cura ai suoi mali, anche se inconsapevolmente. Si scopre infatti che sono in grado di ascoltarlo, comprenderlo e anche proteggerlo da se stesso.
 
Ecco che l'ordine maniacale del rigoroso e ossessivo correttore si confronta con la vita di tre persone tutt’altro che perfette e che neanche cercano di esserlo. Consapevoli delle loro scelte errate, vanno avanti per la loro strada con il loro fardello e le loro problematiche, affrontandole semplicemente con disarmante semplicità.
 
La storia si finge commedia strappando sorrisi attraverso situazioni e battute spontanee, ma ha la sostanza del dramma: quello di un uomo che non sa più tollerare le cose sbagliate che ha intorno a sé ed è travolto dalla scelta di combatterle. Non che non abbia ragione, ma forse si sobbarca un onere troppo pesante che finisce per farlo sentire inappropriato. Ma come potrebbe essere altrimenti? La commedia ci offre uno spunto di riflessione: perché accettare per forza le cose che non vanno e cercare di cambiarle? Forse, per vivere meglio, è necessario prenderle sì con fermezza, ma anche con leggerezza.
 
La Skerl, con l’ausilio dell’ottima regia della Gasbarri, ci dà un assaggio di come un uomo in cui possiamo trovare noi stessi possa finire destabilizzato arrivando sull’orlo del baratro, travolto da eventi più grandi di lui. La Skerl lo fa usando una buona dose di comicità per stemperare quello che in realtà è un dramma esistenziale. Con delicatezza, ma anche con forti aspre dosi di cinismo, affronta il delicato argomento della depressione che sfocia nella follia.
 
Sul palco quattro portentosi attori ci travolgono con una commedia profonda ma anche assolutamente divertente, ricca di battute e gag dai ritmi serrati.
 
Alessandro Salvatori, dopo “Belive it” (sempre proposto dalla coppia Skerl-Gasbarri), è diventato per me qualcosa di indescrivibile; un attore profondo e intenso che passa dalla comicità alla drammaticità dei suoi personaggi trascinandoci nella loro disperazione con perizia e maestria. Colpisce nel profondo lasciando incantati, ma anche intenerendo.
 
È spesso in coppia con un altro grande del palco, un artista poliedrico e bravissimo: Andrea Perrozzi. Con disinvoltura e tanta fresca spontaneità riesce a far ridere e a toccare il cuore, soprattutto quando svela con la sua semplicità e naturalezza le parti più profonde e drammatiche dei personaggi. Con perizia mostra la loro parte più recondita proteggendoli attraverso il filtro della comicità.
 
Walter del Greco si dimostra come sempre un attore piacevolmente ingombrante. Sempre presente, anche quando è fuori scena, lo si trova perennemente impegnato con espressioni e movenze esilaranti. Sa essere protagonista, spalla o fare da contorno senza mai passare inosservato. Un ciclone irrefrenabile.
 
Veronica Milaneschi è un furetto che si insinua in ogni spazio; prepotente, divertente, onnipresente, vulcanica e tempestosa. Si fa valere con un ruolo che nasconde una personalità inaspettata, proponendolo con estrema crudezza, amarezza e drammaticità ma anche tanta grazia e simpatia grazie alla sua innata comicità.
 
Oltre a giocare con i punti deboli della psiche e dei sentimenti umani, la tragicommedia usa l’errore (il refuso) come forma di leggerezza e libertà per scardinare gli schemi, permettendo agli attori di esprimersi in maniera vera e spontanea per arrivare poi ad una morale.
 
Altro aspetto è l’importanza dell’empatia e dell’amicizia, come quella che nasce tra i personaggi che si riconoscono nel mal di vivere ma insegnano a Rodolfo a vivere meglio con se stesso e con gli altri. Il protagonista paradossalmente insegnerà ai tre a liberarsi di quelle sovrastrutture che imprigionano il loro animo. Ecco il frutto dell’amicizia e dell’ascolto reciproco.
 
Cast e pièce sono riusciti appieno a veicolare questi messaggi alla platea.
 
 
 
Teatro 7 - Re-fusi 
Di Roberta Skerl 
Regia Vanessa Gasbarri
Aiuto Regia, Luci e Audio Gabriele Gualandris
Scenografie Giulia Bornacin 
con 
Alessandro Salvatori, Andrea Perrozzi, Walter Del Greco, Veronica Milaneschi
 
April 27, 2026

  

April 26, 2026

 

foto di copertina  tratta dal programma di sala, evento del 25 aprile, Grand Hotel Billia
di Saint-Vincent,  Valle d'Aosta

Il 25 aprile ultimo scorso, nella prestigiosa e gremita sala Gran Paradiso  del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent (Valle d’Aosta), è andato in scena uno spettacolo multidisciplinare di alto valore culturale. L'evento, organizzato dal Corps Philharmonique de Châtillon  e la neonata Associazione giovanile Maiafuoco  e sostenuto dalla Fondazione Comunitaria Valdostana e  dal Consiglio Regionale della Valle d’Aosta,  ha intrecciato musica, teatro e proiezioni multimediali per celebrare tre pilastri fondamentali: la ricorrenza della Liberazione, la figura di San Francesco e la memoria di Cesare Dujany, figura locale di spicco il cui percorso è stato segnato dall'esperienza della Resistenza. Il progetto ha voluto promuovere i valori di libertà, autonomia e responsabilità.

L'inizio dello spettacolo non è stato un semplice incipit narrativo, ma una rottura della "quarta parete" di grande potenza drammaturgica. L'attore Luca Liffredo, fondatore e presidente di Maiafuoco ETS, presentandosi immediatamente nei panni di Pietro di Bernardone, padre di San Francesco, subito dopo il primo brano orchestrale, ha compiuto una scelta registica folgorante innescando la metafora del padre irritato con l'interrogazione del pubblico. L'interpretazione di Luca Liffredo nei panni di Pietro di Bernardone ha offerto una potente metafora contemporanea: il padre, irritato e materialista, vede nel figlio Francesco non un santo, ma uno spreco di patrimonio. Liffredo trasforma il teatro in un tribunale: l'amore paterno diventa prigione, emblema dell'incomprensione tra generazioni. L’attore Liffredo è altresì protagonista di un'esperienza sinestetica sublime: la recitazione vibrante del Cantico delle Creature in volgare umbro si fonde con le immagini NASA e la musica di Curnow, elevando lo spettacolo a una contemplazione contemporanea e sacra.

Corps Philharmonique de Châtillon  foto tratta dal programma di sala, evento del 25 aprile,
Grand Hotel Billia di Saint-Vincent, Valle d'Aosta .

La perfetta sincronia tra musica e nove immagini NASA ha dato vita a un'opera immersiva che unisce fede e scienza. Visualizzando le creature del Cantico di Francesco (Fuoco, Sole, Terra), la regia del motion designer Fabio Volpi ha trasformato  la sala Gran Paradiso del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent  in un santuario laico, dove orchestrazione, recitazione e astronomia si sono fuse in una visione universale di rara potenza espressiva.

Molto apprezzata anche la scelta di interpretare San Francesco e il Lupo dell’attore  Luca Liffredo, che trasforma la narrazione in un intenso teatro specchio, annullando la distinzione tra santo e carnefice e trasformando l'incontro in una profonda conversazione interiore tra la componente spirituale (Francesco) e quella istintiva/ferina (il Lupo) dell'essere umano. L'attore unico annulla la distanza uomo-bestia.  Il Lupo diventa la proiezione della violenza interiore umana, incarnando l'idea che l'uomo sia "lupo" verso il suo simile. Ammansire il lupo significa, metaforicamente, dominare i propri istinti feroci e violenti. Definendo il lupo "fratello", Francesco riconosce nel male un bisogno represso, trattando la ferocia come una sofferenza che cerca carezze. Il cibo "indigesto",  metafora pragmatica della violenza che, oltre a essere immorale, logora chi la compie. La discolpa di Assisi sottolinea che la santità si fonda sulla fratellanza diretta, non sull'autorità territoriale. "Non posso diventare vegetariano": Il lupo accetta la disciplina senza rinnegare la propria natura istintiva; smette di essere feroce, non di essere lupo. Il patto di pace: Il gesto della zampa suggella il trionfo della consapevolezza sull'istinto.

Il concerto magistrale  del Coprs Philharmonique de Châtillon diretto da Davide Enrietti  ha fuso sinfonie e immagini spaziali (NASA) in un’esperienza artistica totale. L'orchestra ha brillato per tecnica e sensibilità, spaziando dall'energia di Maslanka e De Nardis alle atmosfere suggestive di Appermont e Whitacre, trasformando lo spazio in un ponte tra terra e cosmo. Integrazione perfetta tra immagini NASA e musica grazie alla maestria di Fabio Volpi motion designer il quale ha generato  un contrasto suggestivo con la fusione tra vastità spaziale e spiritualità (ultima immagine dello spettacolo: il rosone della Basilica di San Francesco con scie luminose ), unendo macrocosmo e microcosmo.

immaginì fotografiche rese disponibili dalla NASA per l'evento LUCE Francesco, L'Uomo oltre il Santo - 
tratte dal programma di sala, evento del 25 aprile, Grand Hotel Billia di Saint-Vincent, Valle d'Aosta .

Un'esperienza immersiva, una "visione sonora" che ha elevato la tecnica orchestrale a pura emozione.

Al termine dello spettacolo, Fr. Alberto (rappresentante della storica Fraternità Francescana di Châtillon - Valle d’Aosta) ha elogiato l'eccellente celebrazione artistica di San Francesco. Applausi per l'attore Luca Liffredo, il motion designer Fabio Volpi e l'orchestra  Coprs Philharmonique de Châtillon composta da ottanta elementi diretta con raffinatezza da Davide Enrietti . L'intervento di Fr. Alberto  si è concluso con il saluto francescano "Il Signore vi dia pace".

 

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