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Roma, marzo 2026. C'è un'inquietudine sottile nel vedere Plauto ridere delle nostre crepe, un'eco lunga duemila anni che ci precipita addosso. Vincenzo Zingaro la raccoglie nel Truculentus, la porta sulla scena e la fa diventare specchio del presente, un'allucinazione necessaria.
Le musiche di Giovanni Zappalorto scivolano nella penombra prima delle parole, canzoni sature di polvere e disillusione, memorie di radioline o di sale da ballo lontane nel tempo, e quella cadenza anni Trenta che arriva prima che il pensiero trovi le parole. La rarità dell'opera, che già Cicerone considerava tra le migliori di Plauto, si avverte nell'attesa elettrica della platea.
Lo sguardo si posa sullo sfondo, su una pagina di testo latino lacerata, i versi di Plauto ancora leggibili nello strappo. Una lampada a frange, un tavolo, una sedia e una gradinata sono gli elementi essenziali che disegnano lo spazio dello scenario. Gli oggetti chiamano l'assente, gli attori colmano i vuoti con la forza dei gesti e la gravità degli sguardi.
Sotto una luce che sfuma dal blu all'arancio una provincia familiare prende forma. È la sospensione felliniana di Amarcord, dove i moti dell'animo restano compressi e privi di sbocco. In questo clima di attesa, la vicenda abbandona l’Urbe e si radica in una Sicilia di fine anni Trenta, densa di brame e tensioni trattenute.
La trasposizione di Zingaro mette in dialogo l’arguzia spietata del latino con la memoria del Novecento italiano. I personaggi si muovono tra l’artificio di Cinecittà e una nostalgia rurale che emerge dai corpi, dai silenzi e da una fame antica mai risolta del tutto.
E così, in un acquario emotivo in cui l'immobilità costringe i desideri a riflettersi su se stessi fino a farsi crudeli, si compie il gioco di Plauto. La messa in scena è il distillato di trentaquattro anni di lavoro con la Compagnia Castalia, un rigore filologico che Vincenzo Zingaro ha affinato fino a trasformarlo in puro istinto teatrale.
In quella Sicilia segnata dalla miseria e dalla retorica del regime appare Frenesia, la meretrix più lucida di Plauto, una donna consapevole delle mosse e del prezzo di ogni desiderio. La storia si fa urgente,
ferocemente leggibile, perché in quella terra ogni sete di dominio trova terreno fertile.
Piero Sarpa apre la scena e interpreta Capatosta con una leggerezza che sfiora il pubblico senza afferrarlo. Rocco Militano è Truculento, l'unico che osserva invece di desiderare, con una fisicità grezza che occupa il palco senza permesso, coscienza scomoda dell'opera. Laura De Angelis è Anastasia, voce di una provincia che si riconosce a pelle. Attorno a loro ruotano le maschere della comicità antica: il Generale, miles gloriosus travestito da gerarca che schernisce l'autorità mentre la storia prepara il suo epilogo più cupo, il podestà compiaciuto, il servo trascinato in giochi più grandi di lui, ciascuno convinto di contare qualcosa, ciascuno destinato a scoprire che non è così.
L'apparizione di Frenesia ferma il tempo. Annalena Lombardi la incarna con un rigore che attraversa i cambi di costume senza cedere, conservando quell'identità d'acciaio e una presenza che non ammette repliche. Il personaggio va oltre la meretrix della tradizione per farsi figura complessa, in bilico tra la sensualità della Gradisca e una malinconia tutta plautina. Quando canta, sola con la luce fredda addosso, la sala smette di respirare. Non è un effetto cercato, accade e basta. La sua voce arriva dolce e insinuante, e in quella dolcezza c'è la verità di chi sa esattamente quanto vale.
Gli uomini si lasciano ingannare perché lo desiderano, quasi la verità pesasse troppo per essere sostenuta. Truculento è l'unico che resiste, ancorato al suo lato del palco, finché nell'attraversare la scena cede anche lui con un passo che vale più di qualsiasi battuta. Zingaro mostra questo senza spiegarlo. Lo lascia vivere nella scena. Lo spettacolo si fa specchio, un riflesso in cui finisco per riconoscermi.
Quando le luci si abbassano e il pubblico applaude, resto ancora un momento nel buio. Plauto ride di nuovo. E questa volta sento di aver capito perché.
Truculentus di T.M. Plauto, adattamento e regia Vincenzo Zingaro. Con Annalena Lombardi (Frenesia), Piero Sarpa (Capatosta), Giovanni Ribò (il Generale), Rocco Militano (Truculento), Laura De Angelis (Anastasia), Fabrizio Passerini (Favino), Maurizio Castè (Il Podestà pugliese), Paolo Oppedisano (Guercio). Musiche Giovanni Zappalorto, scene Emilio Ortu Lieto e Vincenzo Zingaro, costumi Emiliana Di Rubbo, disegno luci Giovanna Venzi. Compagnia Castalia, Teatro Arcobaleno, Centro Stabile del Classico, via F. Redi 1/a, Roma. Dal 6 al 29 marzo 2026, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17.30.
("Sarà per la prossima volta" … non solo uno spettacolo) 
scontro che ne scaturiscono portano in scena una verità che va oltre il copione, rendendo ogni paradosso e ogni momento di sconforto estremamente reale e vicino allo spettatore.
Antonio Giuliani ha ancora bisogno di presentazioni?
Di nuovo ospite al Teatro Nuovo Orione, torna con un nuovo spettacolo dal titolo apparentemente futuristico: “The Machine”, “La Macchina”, ma il suo One man show non ha nulla di meccanico, freddo, distaccato o inumano e sottolinea proprio il contrario. Il titolo è un richiamo al passato personale, quando per il suo vulcanico cabaret veniva soprannominato “la macchinetta”. Un appellativo che testimonia il continuo sfornare battute senza pause e che si rivela un giusto riconoscimento al suo stile.
Ancora una volta Antonio si dimostra grande comico ricco di passione e idee, ma questa volta lo spettacolo include degli ospiti che danno un taglio nuovo alla proposta. Così, eccolo accompagnato da Ginevra Marani, che balla sinuosamente sulle note di un pezzo moderno dove si inserisce Antonio cercando di emularla. Poi troviamo la coppia formata da Paolo e Costanza, un duo che anticipa l’entrata di Antonio, vestito da centurione romano, per riportarci ai fasti imperiali e metterli criticamente a confronto con la Roma di oggi, così diversa da quella ereditata dai nostri avi.
Paolo e Costanza dimostrano ottime doti canore e musicali mentre interpretano gradevoli medley di stornelli romani, non lesinandoci una lacrimuccia e un sorriso. Molto bravi.
Si aggiunge un’altra chicca, Antonio Catalano. Anche lui, con una comicità tutta romana, ci parla dell'inutilità dell’uomo quando, nel management della coppia, cerca di occuparsi delle faccende domestiche combinando solo guai. Un altro bell’ intermezzo.
Antonio ritorna sempre più carico tra un ospite e l’altro come un treno in corsa senza freni, inarrestabile e travolgente. Un perfetto meccanismo da scena che ci presenta i suoi ricordi degli esordi da cabarettista con tutte le difficoltà incontrate con un pubblico particolarmente critico e ostico con i poveri esordienti, molti dei quali hanno cambiato mestiere; l’umorismo verso il paddle, gli ultimi tornei di tennis e soprattutto gli sport invernali delle Olimpiadi; l’abituale digressione sui romani in gita fuori porta, con le loro abitudini e le colorite battute; il salto indietro alla gioventù dei sessantenni di oggi come lui, con le prese in giro sui difetti fisici e con i giochi
dall’infanzia all’ adolescenza; l’uso smodato del cellulare da parte dei giovani di oggi che tende ad isolarli. Questi e tanti altri argomenti si inseguono davanti a uno sfondo animato molto suggestivo che cambia di tanto in tanto.
Antonio è un artista che sa stare sul palco e catturare l’attenzione del suo pubblico sempre più affezionato che lo segue dagli esordi. Un pubblico abituato ai suoi eccessi, alla comicità dirompente e travolgente, ricolma di battute sparate a raffica, a cui abbina una mimica e delle movenze inconfondibili. Un artista che si dimena sul palco senza sosta con l’occhio spiritato e la stessa grinta di sempre che farebbe invidia ad un adolescente. Un talento naturale.
E allora approfittate, venite a passare una serata in allegria con Antonio The machine Giuliani!


Teatro Nuovo Orione
“The Machine”
Di e con Antonio Giuliani
Portare in scena temi di forte impegno sociale rischia spesso di far scivolare la narrazione nella retorica o in un’eccessiva enfasi interpretativa. Non è questo il caso di "Le salsicce erano pessime", la pièce di Michele Donadio con la regia di Iacopo Brogioni, andata in scena giovedì 5 febbraio 2026 al Teatro di Cestello per conto di Laboratorio Arca. Qui, ogni attore è riuscito a penetrare nelle pieghe del proprio personaggio con una naturalezza tale da mantenere il pubblico in uno stato di costante tensione emotiva, fino a un epilogo che si rivela come un quadro di nuda e dolorosa verità. Il testo si ancora profondamente al solco tracciato da Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che scardinò le porte dei manicomi italiani. La sua visione — "La libertà è terapeutica" — fa da sfondo ideale a una vicenda ambientata durante lo sgombero progressivo del Vincenzo Chiarugi, il manicomio di San Salvi, luogo simbolo della memoria fiorentina.
Con Fabrizio Di Rienzo, Marina Vitolo, Titti Cerrone, Massimo Valentini, Federico Nelli
impresa.
cuore tenero che scoprirete piacevolmente a teatro.
Non perdetevi questa commedia in scena dal 22 gennaio al 25 febbraio, che festeggia quest’anno il decimo anno di repliche in Italia. Un successo strepitoso che vede ormai un cast solido e consolidato. Per me tutti visi noti, che ho avuto il piacere di seguire con una certa assiduità singolarmente e in diverse apparizioni teatrali. Attori esperti e navigati, particolarmente affiatati in grado di strappare i vostri applausi spellandovi le mani e procurarvi una distorsione alla mandibola a suon di risate.
Un gruppo di attori prova una commedia ambientata in una sontuosa villa inglese dove viene ritrovato un cadavere adagiato su un divano della grande sala. La bufera tiene isolato il luogo, ma un intrepido ispettore riesce ad arrivare e cercherà il colpevole tra i presenti, i cui intrighi movimenteranno la storia, mentre continui imprevisti complicheranno le prove coinvolgendo parenti, amici, servitori e… anche i tecnici che dovrebbero garantire la riuscita della messa in scena.
Questa commedia è nata in Inghilterra e si è propagata come un virus in tutto il mondo riuscendo a mietere successi ovunque sia stata presentata. Funziona bene perché la sua comicità riesce a colpire chiunque.
In continua evoluzione, aggiunge sempre nuove trovate che sorprendono il pubblico. È così divertente che non è insolito incontrare spettatori che collezionano repliche. Nel mio caso credo di essere alla sesta o settima volta sia perché la trovo particolarmente divertente, sia perché adoro il sorprendente cast.
Massimo Genco, Valerio Di Benedetto, Alessandro Marverti, Viviana Colais, Matteo Cirillo, Marco Zordan, Igor Petrotto e Stefania Autieri si avvicenderanno sul palco, si sostituiranno, interferiranno, spariranno e riappariranno nei momenti più impensati come pasticcioni imbranati, grazie alle continue peripezie che questo spettacolo ginnico e difficile impone.
Il palco diventa un campo di battaglia pieno di insidie in cui ogni oggetto non è mai dove dovrebbe essere nel momento in cui andrebbe usato, mettendo in difficoltà questa sgangherata compagnia teatrale.
Loro sono semplicemente eccezionali. Vi faranno credere di essere negati per la recitazione, oltre che particolarmente maldestri. Mentre ogni intoppo tecnico li affligge, loro persistono stoicamente. Cercando di conservare integrità e serietà, portano avanti un… disastro. Uno spettacolo adatto a tutti, a grandi come a piccini, ad amanti del teatro e non.
Amerete la storia, il cast, questi improbabili ma deliziosi personaggi e porterete a casa un bellissimo ricordo. All’uscita vi troverete a commentare le scene, le battute e le trovate più divertenti, i personaggi e gli attori che più vi hanno colpito e forse, come molti altri, programmerete per l’anno venturo di tornare a trovare i vostri beniamini. Allora tornerete a ridere per le stesse sequenze, aspettando quella che vi è piaciuta di più, così come si aspetta un treno che assolutamente non va perso.
Teatro Nuovo Orione
“Che disastro di commedia”
Di Henry Lewis, Jonathan Slayer ed Henry Shields, traduzione di Enrico Luttman
Regia Mark Bell
Dopo il folgorante, profondamente toccante e anche divertente “Cinque donne del sud” che rivelavano (se ce ne fosse ancora bisogno) tutta la forza espressiva, la padronanza del palco e la grande capacità di vestire in un frenetico monologo donne completamente diverse tra loro, torna questa grande interprete con una nuova proposta.
Lo spettacolo ha in comune con quello solo la camaleontica poliedricità di Beatrice Fazi, che porta in scena un bellissimo e sentito monologo in cui veste più personaggi femminili (e anche qualcuno maschile).
Il testo è ambientato nella Napoli del Settecento e si incentra non solo sulla figura di una donna che si barcamena tra scontri di potere, ribellione sociale, sentimenti e vita personale sullo sfondo della cultura e dei valori dell’Illuminismo che si scontrano con la tradizione religiosa e l’ingenuità dei ceti poveri di Napoli.
Beatrice è Gloria, figlia del proprietario della stamperia reale di Napoli. Colto, attratto dagli ideali illuministi che circolano attraverso i testi della sua stamperia, ha lasciato in eredità alla figlia il desiderio di conoscenza e di libertà. Gloria racconta il suo incontro con Assunta, figlia di una prostituta dei vicoli di Napoli che inizia a lavorare al suo servizio e che lei cercherà vanamente di istruire. Nonostante la diversità culturale e caratteriale, tra le due si instaura un rapporto che le porterà a confrontarsi e a contaminarsi.
Gloria sogna di cambiare la società napoletana, assorbita ai Borboni, e di salvare l’attività del padre.
Assunta è legata alla superstizione e alla religione più bigotta, Gloria si è formata leggendo Rousseau, Diderot, Voltaire.
Nessuna delle due uscirà vincente dalla Rivoluzione del 1799, perché entrambe saranno travolte dagli eventi insieme ai loro sogni e alle speranze.
Gloria ci accoglie a inizio spettacolo prigioniera in una cella oscura e malsana, graziata dalla pena di morte e pronta per essere mandata in esilio in America, lontana dalla sua amata Napoli. Affranta e distrutta, prepara le sue poche cose che raccoglierà in una valigia testimone di tutta la sua vita, custode e protettrice dei suoi ricordi e degli affetti sempre più lontani.
In maniera struggente, profonda e a volte violenta per il dolore provato ci rende partecipi delle sue vicissitudini, raccontandoci tutta la sua storia e le motivazioni che l’hanno condotta all’amaro destino. Lo farà dando vita ad una pletora di personaggi riuscitissimi, alcuni nobili spocchiosi e alteri, altri semplici e rozzi popolani. Un cappello, una giacca, un grembiule e una cuffia trasformeranno l’attrice di volta in volta mentre la voce cambia insieme al tono e alla mimica. Tante persone in una interpretate in maniera eccelsa, che raccontano la cruda realtà del tempo dove non c’è spazio per idee libertarie, figuriamoci se espresse da una donna.
Attraverso dialoghi serrati e coinvolgenti in una scenografia che ricostruisce una cella con poche suppellettili e mobilie utilizzate dall’attrice per dare movimento alla scena, la donna urlerà il suo credo senza temere le conseguenze e affronterà con coraggio la prigionia, la solitudine e la paura. Anzi, userà ogni stratagemma per far arrivare al pubblico il suo messaggio: credere in qualcosa di più grande di se stessi, credere nel bene comune. Nella cella l’unica presenza, oltre ai suoi ricordi, è un ratto che la fa sobbalzare di tanto in tanto, a spezzare per un istante l’atmosfera dolorosa dei pensieri che però tornano subito a riempire la cella vuota.
Per Gloria arriverà la rivalsa personale. Uscita di prigione, potrà dedicarsi all’educazione dei giovani immigrati in America. A loro insegnerà come affermare i valori in cui ha sempre creduto.
Ho trovato particolarmente apprezzabili quei momenti in cui l’artista continua a parlare girando le spalle al pubblico, creando dei bei momenti introspettivi. O quando estrae da un separé o dalla valigia indumenti, bandiere, oggetti, anche burattini. Tutte trovate che arricchiscono la piece.
Beatrice ci regala un interpretazione avvincente, ricca di pathos, sanguigna, sentita, viscerale ed accorata, che esalta con grande maestria. È chiaro che vive con energia il suo personaggio e lo ama.
La regia di Marafante si sente e si vede, attenta ad ogni stato d’animo, movimento, espressione. Ha lavorato creando una bella sinergia con l’attrice sul testo di Palladino, ricco di sfumature, storia e umanità belle le musiche e gli effetti sonori che implementano il pathos. Insieme hanno lasciato il segno tenendo il pubblico con il fiato sospeso, immerso nell’ascolto di un pezzo di storia avvincente raccontata da un personaggio che trasuda forza, coraggio, speranza.
Napoli, donne e rivoluzione
Teatro 7 Off
Con Beatrice Fazi
Testo di Pierpaolo Palladino
Adattamento e regia Roberto Marafante
D_Maestro Branchetti, il 18 gennaio debutterà al Teatro Fulvio a Guglionesi in provincia di Campobasso con 'Made in Italy', il nuovo testo di David Norisco che vede protagonista Barbara De Rossi. Ci può raccontare di cosa si tratta e quale visione dell'Italia vuole trasmettere al pubblico attraverso questa regia?
R-In realtà si tratta di un viaggio nel tempo e nello spazio… un viaggio poetico profondo, un viaggio nelle emozioni e anche nelle nostre radici, un viaggio profondo nell' "italianità” alla ricerca della nostra unicità come italiani. Barbara sarà una originalissima e fascinosa viaggiatrice che ci accompagnerà in un tour pieno di sorprese ed emozioni che affonda le radici più profonde nel nostro essere italiani e nella nostra cultura più profonda.
D- Made in Italy' si propone come un volo radente sulle nostre radici: in che modo ha integrato gli elementi della tradizione popolare — intesa come patrimonio di musiche, dialetti e costumi — per restituire al pubblico un'immagine autentica e non stereotipata dell’Italia?
R- Beh devo dire che la cultura e le tradizioni popolari e le nostre radici più profonde sono e costituiscono l'ossatura del "viaggio" che Barbara fa in questo spettacolo, un viaggio alla ricerca di un'identità che forse abbiamo perduto attraverso una globalizzazione forsennata e forse abbiamo perduto anche il senso e la bellezza dello stesso "essere italiani" nella nostra antropologica e meravigliosa unicità.
D-In un momento storico così frammentato, 'Made in Italy' sembra voler ricomporre un mosaico d’identità. Se ci dovesse essere un messaggio nello spettacolo quale sarebbe?
| Stefano BRaghetti |
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R- Il messaggio di questo spettacolo è senz'altro un inno alla diversità… un incoraggiamento profondo a guardare all'Italia fino nella provincia più profonda con grande orgoglio e non a cercare sempre altrove ciò che l'Italia è ed ha avuto negli anni ai più alti livelli, parlo di cultura, letteratura, di poesia, musica e molto altro.
D-Che tipo di centralità occupa la presenza scenica di Barbara De Rossi nell'equilibrio complessivo dello spettacolo?
R-Barbara in questo spettacolo ha il ruolo di una "viaggiatrice" molto speciale, coraggiosa e fascinosa, in una sorta di volo nel tempo e nello spazio che ci riconduce alla nostra essenza, al nostro "io" più profondo, attraverso un'analisi psicologica straordinaria di quello che significa essere italiani attraverso la nostra poesia facendo conoscere le nostre tradizioni e accompagnati dalla nostra musica. È davvero una grande prova di attrice questa di Barbara De Rossi.
D- Quale tipo di esperienza immersiva ha voluto costruire per lo spettatore in questo spettacolo?
R-Beh mai come in questo spettacolo ho voluto coniugare la recitazione con la musica con le luci con le atmosfere che nascevano spontanee in questa ricerca in questo viaggio misterioso e pieno di fascino alla ricerca delle nostre radici; è lo spettacolo di un "viaggio" è lo spettacolo di una "ricerca" è lo spettacolo di un cercare se stessi attraverso la nostra storia le nostre tradizioni; uno spettacolo credo molto originale, pieno di sentimento e di tantissimi spunti di riflessione per il pubblico.
L’apparato sonoro e l’estetica scenica si fondono in una dimensione di 'sogno poetico', attingendo direttamente al fascino del nostro inconscio collettivo. Lo spettacolo invita lo spettatore a un viaggio introspettivo tra passato e presente, riconnettendolo con quegli aspetti della vita che la modernità tende a oscurare. È un richiamo a distogliere lo sguardo dalle distanze siderali del quotidiano per tornare a guardare vicino a sé e, soprattutto, dentro di sé.
D- Questo debutto rappresenta l'inizio di un percorso più ampio? Farete una tournée ?
R- Sì saremo in tournée in tutta Italia e mi auguro che anche l'anno prossimo venga ripreso; tengo molto a questo spettacolo che mi ha permesso di tornare alla cultura italiana più alta, più profonda, sia che si parli di musica che di poesia o addirittura di tradizioni popolari di cui sono appassionato cultore .
Made in Italy” Viaggio nell'Italianità: Quando il teatro esplora le nostre radici
regia di Francesco Branchetti
Protagonista: Barbara De Rossi
Esiste una dittatura silenziosa, ai giorni nostri, che ci impone di essere sempre vincenti, performanti e impeccabili. | Muzzi con Marzia Carocci |
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Vidi questo spettacolo qualche anno fa ma era in una versione reading, con gli attori senza costumi di scena. Esplosivo e divertentissimo. Montato in una manciata di
giorni, lasciava ampio spazio all’improvvisazione di attori nati per far ridere e divertire. Nella versione commedia riaffiora la sintonia di un cast di attori o della regia che sanno lavorare insieme come ne “I Nasoni raccontano”, ne “I 39 scalini”, in “Walking dead comedy” o in “Che disastro di commedia”… spettacoli ricchi di trovate esilaranti come quello di stasera, che porta la firma registica riconoscibilissima di Leonardo Buttaroni.
Sono contento di aver visto entrambe le proposte perché si tratta di due lavori completamente differenti ed entrambi validi.
In questo, proposto in più di cinquanta paesi, troviamo una bella scenografia in stile gotico che i nostri sapranno ben utilizzare apparendo e scomparendo in un gioco luci suggestivo e curato, accompagnati da musiche dai suoni a volte orrifici che ne evocano le atmosfere misteriose. Cinque attori daranno vita ad una moltitudine di personaggi sia maschili che… femminili, con cambi repentini di scena, costume e parrucche, azioni rapide e tempi cronometrici.
Con incontenibile estro artistico, cambiano ruoli e costumi a velocità frenetiche vestendo personaggi che riempiono una storia già di per sé esilarante, ricca di inaspettate trovate che ci restituiscono un conte Dracula insolito, ben lontano da quello presentato da Bran Stoker o dall’originale storico Vlad Tespe III, il voivoda impalatore dei Turchi.
Anche il nostro conte viene dalla Transilvania per sbarcare a Londra, dove ha comprato delle proprietà da un agente immobiliare assai pavido e ipocondriaco che assomiglia al collega mediatore immobiliare interpretato da Paolo Villaggio in “Fracchia contro Dracula”.
Una commedia comic horror che riporta inevitabilmente alla mente la follia di Mel Brooks e di Monty Pyton.
Questo però funziona meglio, forse perché il riadattamento in lingua italiana ha trovato una soluzione migliore che fa scorrere la commedia senza intoppi o cali di tensione, a dispetto di quello che accade invece in alcune scene di quei film. Non sempre si riescono a riadattare le battute e la comicità inglese o americana a quella italiana. I nostri invece oltre a riuscirci, inscenano un continuo susseguirsi di gag comiche che riescono a far ridere a crepapelle. Anche loro si divertono sul palco creando un’euforia contagiosa che attacca chiunque donando il buon umore.
La comicità, accompagnata da un pizzico di improvvisazione, raggiunge alti livelli di professionalità.
Yaser Mohamed ironicamente veste un Dracula goffo ma anche a tratti mite, che dietro all’aspetto tetro non disdegna di manifestare un lato sensibile, pur finendo sempre per seguire il suo lato più oscuro. In chiave comica e leggera travolge con la sua esuberanza. È strepitoso e perfetto in questi panni.
Marco Zordan e l’agente immobiliare, ma veste anche i panni di personaggi minori, donando a ciascuna interpretazione il suo magico ed innato talento.
Ermenegildo Marciante dà vita a personaggi estremamente bizzarri, come quello della fidanzata inglese dell’agente immobiliare. Bravissimo, oltre che
divertente; spicca come se fosse il personaggio principale. Incontenibile quando duetta con gli altri, bravissimo.
Alessandro Di Somma, oltre agli immancabili personaggi minori, veste due ruoli importanti: Mina, piuttosto bruttina ed ipertricotica, che palesa poco timidamente una sindrome da eccitamento persistente e dunque è sempre a caccia di marito. Poi propone la versione femminile di Van Helsing, il noto cacciatore di vampiri, ma in chiave piuttosto squinternata e buffa. Semplicemente magico.
Diego Migeni , anche lui impegnato in diversi ruoli minori, è il padre delle due protagoniste, dal farsesco aplomb che lo contraddistingue sempre anche se non lesina di colpire a tradimento con cambi repentini di umore e battute sagaci. Una seriosa comicità la sua che rompe gli schemi.
Fraintendimenti, gaffe, finte indecisioni, parrucche improbabili, mimica e gestualità conferiscono alla storia una forte comicità che genera risate dall’inizio alla fine, per quasi due ore.
Una commedia adatta a tutti che vi accompagnerà per tutte le feste natalizie. Vale la pena di approfittarne!

Spazio Diamante
“Dracula”
- A comedy of terrors-
Di Gordon Greenberg e Steve Rosen
traduzione Enrico Luttman
Con Alessandro Di Somma Ermenegildo Marciante Diego Migeni Yaser Mohamed Marco Zordan
Regia di Leonardo Buttaroni
Aiuto regia Emiliano MoranaScene Paolo carbone, costumi Francesca Burattini, musiche Samuel Desideri.
Pio e Amedeo sono amici da una vita, e da una vita litigano essendo agli opposti su tutto: disattento uno, meticoloso l’altro; scialacquatore il primo, parco il secondo; credente questo, ateo quello. Pio fa l’educatore in una comunità di recupero per giovani in difficoltà, tra sogni spezzati e dipendenze da combattere. Amedeo gestisce una casa di riposo per anziani.
Quando, in seguito a un malinteso, Pio si ritrova messo alla porta dalla fidanzata Francesca, il mondo sembra crollargli addosso. Ma è niente rispetto a quando il tetto della comunità crolla letteralmente, lasciando lui e i suoi ragazzi senza un posto dove stare. L’unica salvezza possibile è chiedere aiuto ad Amedeo affinché li ospiti temporaneamente al secondo piano della casa di riposo, che tutti sanno essere sfitto da anni. Amedeo che oppone prima resistenza, accetta a malincuore e a patto che quella sia una soluzione provvisoria e che tutti si sforzino di contenere i costi.
I due si ritrovano così a tentare l’impossibile: unire due mondi che non potrebbero essere più distanti tra loro, complice la diffidenza che gli anziani hanno verso i giovani e l’insofferenza di questi ultimi per i primi. A fare da testimone implacabile a questi battibecchi è Mario, il decano della casa di riposo, mentre a fare da arbitro tra i due c’è Marina, psicologa e coordinatrice della comunità di Pio.
Ne nascerà un'esperienza tanto folle quanto toccante, fatta di scontri generazionali, risate amare, piccoli dispetti ma grandi lezioni di vita… e qualche inevitabile disastro. Proprio nel caos, Pio e Amedeo proveranno a mescolare ingredienti di una ricetta di convivenza perfetta, o quasi…
“Oi Vita Mia” nasce dal desiderio di raccontare una storia profondamente umana, capace di tenere insieme la leggerezza della commedia e la profondità dei sentimenti. Al centro del film c’è la libertà: quella di scegliere sul proprio corpo, di autodeterminarsi, di amare senza trattenere. Una libertà che si intreccia con il valore della memoria, del ricordo, della cura intergenerazionale.
Il progetto ha un legame forte e indissolubile con Vieste e con il Gargano, non solo come ambientazione ma come autentica fonte d’ispirazione. Il punto di partenza è reale: la casa di riposo Gesù e Maria, affacciata sul mare, e una vera comunità per minori situata poco distante, sono i luoghi in cui è nata l’idea del film e che rappresentano gli ambienti principali della narrazione. Girare a Vieste significa restituire al pubblico un volto poco raccontato della Puglia, quello più autentico, ancora lontano dai circuiti turistici mainstream, ma ricco di poesia, umanità e bellezza.
Un aspetto fondamentale di “Oi Vita Mia” è la sua comicità, che rappresenta il DNA artistico di Pio e Amedeo. Non si tratta mai di una comicità fine a sé stessa, né di una sequenza di battute “da copione”: è piuttosto una comicità di situazione, che nasce dall’assurdità degli eventi, dalle
contraddizioni dei personaggi, dalle dinamiche relazionali imprevedibili e sbilanciate.
La malattia di Mario — il suo Alzheimer che avanza silenzioso — è forse il personaggio più invisibile e potente del film. Attraverso di lui, si racconta la perdita del controllo, il timore di dimenticare, la lotta quotidiana per restare sé stessi quando tutto intorno (e dentro) sembra svanire.
Eppure, in questo smarrimento c’è spazio per la tenerezza, per l’umorismo involontario, per l’amore che resiste. Amedeo, nel suo modo ruvido ma affettuoso, si prende cura di Mario con una delicatezza dissimulata: ogni volta che l’anziano si perde, lui corre a cercarlo. Ma non lo rimprovera mai, anzi, minimizza con sarcasmo, lo protegge con leggerezza. È il gesto di un amico che, anche senza dirlo, sa cosa significhi non voler essere dimenticati.
Il film vale la pena vederlo e, forse, rivederlo perché scava nel nostro profondo, nel nostro sentire, lascia la traccia nel nostro cuore. Bravi tutti.
Casa Barnekow in via Vittorio Emanuele 83 ad Anagni, in provincia di Frosinone, ospiterà una produzione di rara intensità: “Il dolore” di Marguerite Duras, nell’adattamento curato da Medusa Teatro con la regia di Ivano Capocciama.
L'opera ("La douleur" in francese) è tratta dal romanzo autobiografico omonimo di Marguerite Duras, pubblicato nel 1985. Sebbene sia nato come testo letterario, è stato poi spesso adattato e messo in scena come monologo teatrale.
| Foto: Eleonora Di Ruscio |
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Il testo deriva da due quaderni-diario che Marguerite Duras affermò di aver ritrovato anni dopo, dimenticati in una casa di campagna, e di non ricordare di averli scritti. E’ un resoconto viscerale e in prima persona di un periodo traumatico della sua vita.
L'azione si svolge a Parigi tra il 1944 e il 1945, durante gli ultimi giorni dell'occupazione tedesca e subito dopo la Liberazione.
La parte centrale e più toccante della storia è incentrata sull'angosciosa attesa della scrittrice.
Il dolore non è solo il titolo, ma la sostanza dell'opera. È il dolore dell'attesa, della guerra interiore ed esteriore, della vista dell'orrore. Sul palco la bravissima attrice Giulia Germani, giovane promessa per il teatro, darà voce e corpo a uno dei testi più strazianti della letteratura del Novecento. Per la natura confessionale e introspettiva, l’opera è intesa come un monologo intenso, interpretato da grandi attrici (come Mariangela Melato in Italia o Dominique Blanc in Francia), in cui l'attrice incarna la scrittrice sola sul palco, a tu per tu con il suo tormento.
È una confessione intima che si fonde con la grande storia della guerra, offrendo una testimonianza viscerale della tragedia dei campi di concentramento attraverso gli occhi di chi è rimasto ad aspettare.
L'opera focalizza l'attenzione sulla guerra delle donne che, inermi, aspettano. Il loro dolore individuale si fa universale, un destino di sofferenza e attesa.
L'amore per Robert è il motore della sua resistenza e della sua sofferenza, ma l'orrore della guerra distrugge l'uomo e, di conseguenza, la relazione che era.
Il marito della Duras, Robert Antelme (nella finzione Robert L.), importante figura della Resistenza francese, è stato deportato nel campo di concentramento di Dachau.
Marguerite, che faceva parte della Resistenza, vive in un perenne stato di sospensione e disperazione. Non sa se Robert sia vivo o morto. Questa incertezza diventa una tortura fisica ed emotiva, un "dolore" che la consuma.
Contro ogni previsione, Robert viene ritrovato e riportato a casa. Non è l'uomo che lei ha conosciuto e amato, ma un "rifiuto" distrutto nel fisico (pesa pochissimo, è malato di tifo) e nell'anima. La Duras
| Foto: Eleonora Di Ruscio |
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descrive con una lucidità brutale lo strazio di vedere l'uomo amato ridotto a un fantasma.
| Foto: Eleonora Di Ruscio |
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Segue il racconto dei 17 giorni in cui Robert lotta tra la vita e la morte, e l'impegno della Duras e dei compagni per salvarlo, nutrendolo lentamente. Nonostante la sopravvivenza fisica, l'uomo conosciuto è irrimediabilmente perduto. La narrazione si conclude con il distacco finale.



In scena a
Casa Barnekow, via Vittorio Emanuele 83 Anagni (FR)
Sabato 22 novembre ore 18:30
Per info e prenotazioni 3288350889
Luca Ward è un nome che non si limita a essere letto; si sente. La sua presenza, pur restando spesso celata dietro il sipario di una cabina di doppiaggio, risiede indiscutibilmente nel DNA emotivo e culturale di ognuno di noi. Nato a Roma, Ward è molto più di un artista; è il custode sonoro dei nostri ricordi cinematografici, un attore, doppiatore, direttore del doppiaggio e conduttore radiofonico la cui carriera è una fusione perfetta tra l'arte dell'interpretazione visiva e la magia della trasformazione vocale. È la sua inconfondibile voce, dal timbro caldo, grave e capace di accarezzare l'anima, ad averlo consacrato come il "Re del Doppiaggio" italiano. Quella voce, che sentiamo come familiare, ha donato profondità e carisma a eroi e antieroi che hanno segnato la nostra vita. È lui il coraggio tonante di Russell Crowe in Il Gladiatore, l'uomo che, con il suo "Al mio segnale, scatenate l'inferno!", ci ha fatto vibrare il cuore. È la fredda determinazione di Keanu Reeves (in Matrix e John Wick), la saggezza tagliente di Samuel L. Jackson (Pulp Fiction) e l'eleganza seducente di Pierce Brosnan (James Bond). Ward non ha solo tradotto parole, ha vestito le emozioni di questi personaggi.Oltre a questi trionfi vocali, Ward è un apprezzato volto del piccolo schermo, capace di emozionare in ruoli come quello in Elisa di Rivombrosa, ed è la voce rassicurante e autorevole che ci guida attraverso le meraviglie della storia e della scienza con Ulisse - Il piacere della scoperta. La sua è la storia affascinante di un artista che ha reso il suo strumento un ponte diretto tra l'azione sullo schermo e la risposta emotiva del pubblico, facendoci credere, ridere e piangere, rendendosi per sempre sinonimo dei più grandi miti di Hollywood.
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E’ un piacere dare il benvenuto a un volto e una voce molto noti e amati dal pubblico italiano: Corrado Tedeschi. Attore poliedrico e conduttore televisivo di grande esperienza, Corrado Tedeschi ha saputo spaziare con successo tra diversi generi, conquistando il pubblico con la sua eleganza e la sua verve. La sua carriera televisiva è indissolubilmente legata alla conduzione di programmi storici che hanno segnato un'epoca. Negli ultimi anni, si è distinto per la sua intensa e brillante attività in teatro, dove ha dimostrato una profonda sensibilità e una grande padronanza della scena, recitando in commedie e spettacoli di successo. Ha inoltre partecipato a diverse fiction televisive, confermando la sua versatilità come attore. Un professionista che ha saputo mantenere vivo il legame con il suo pubblico attraverso il piccolo schermo e il palcoscenico.
La sua gentilezza si è dimostrata anche nel fatto di avere accettato di rispondere alle domande.
D- Lei è figlio di un Ufficiale della Marina Militare e ha trascorso i primi anni della sua vita spostandosi. Quanto crede che queste esperienze giovanili e il costante cambiamento abbiano influito sulla sua versatilità come artista e conduttore?
R-Quando si è figli di un marinaio si sa che si deve “partire”. Anche ora continuo a viaggiare come facevo da bambino, fare la valigie mi sembra così naturale che se per qualche giorno non le faccio per raggiungere i teatri, mi sento a disagio.
D- Prima della recitazione, ha tentato la carriera di calciatore nelle giovanili della Sampdoria. C'è un insegnamento o una mentalità appresa sui campi da gioco che ha poi ritrovato utile sul palco o in studio televisivo?
R-sono le due ultime forme di espressione “vive”, in un’epoca dove tutto è virtuale, quindi un po’ si assomigliano.Il suono dell’applauso a
| Corrado Tedeschi |
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teatro e l’emozione del gol provocano la stessa meravigliosa e violentissima sensazione.
D- Nel corso degli anni ha toccato tutti i generi, dai quiz allo sport (Studio Sport, Italia 1 Sport) fino all'intrattenimento leggero (Buona Domenica, Stranamore). Quale ambito della televisione le ha dato la maggiore soddisfazione professionale e perché?
R-ogni cosa che ho fatto in tv mi ha arricchito e completato.
Essere eclettici in tv “dovrebbe” essere una grande ricchezza ….
D- il teatro è diventato sempre più la sua principale occupazione, culminando nel 1999 con il ruolo di primo attore al Teatro Franco Parenti di Milano. Cosa le offre il palcoscenico che lo schermo televisivo non può dare?
R- a teatro non si può sbagliare e si è circondati di persone che, chi più , chi meno, conosce il proprio mestiere .
La televisione invece è diventata una immensa palestra per dilettanti….
D- Parlando sempre di teatro, nel 2013 ha portato in scena Trappola mortale e in tempi più recenti è tornato in televisione con il programma Top Secret su Business 24. Quali sono le sue sfide e i suoi obiettivi attuali, e c'è un progetto (teatrale o televisivo) che sogna di realizzare in futuro?
Se si quale? Vuole parlarcene?
R- i progetti ci sono ma non si rivelano (gli attori sono superstiziosi…)
D- Prima di salutarla, le lasciamo un momento e uno spazio completamente libero per poter comunicare un messaggio, un ringraziamento o un pensiero finale al suo pubblico e ai nostri lettori/telespettatori. A lei la parola.
R- in un ambiente dove impazzano i raccomandati e gli agenti potenti etc.., io devo ringraziare il mio unico “sponsor”, il pubblico, con il quale ho un meraviglioso rapporto d’amore e di fiducia.
Il pubblico va sempre rispettato e mai tradito.
A tu per tu con Corrado Tedeschi. Presto di nuovo in teatro con:
“L'uomo che amava le donne" (titolo originale L'Homme qui aimait les femmes) di François Truffaut, del 1977 –
Ecoteatro di Milano il 21 e il 23 Novembre 2025