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Grande finale di stagione allo SMILE!!!
Il 19 e il 20 giugno debutterà lo spettacolo TELESFASCIO – LA DIRETTA SENZA VERGOGNA, scritto, rielaborato e diretto da MARCELLA CANDELORO, per la storica Compagnia LO SCHERZO.
L’originalità della pièce, una vera chicca nel panorama della commedia brillante romana, sta nella disinvolta contaminazione di teatro, varietà, televisione e clips pubblicitarie, nel ritmo incalzante di un’ipotetica trasmissione TV il cui pezzo forte, tra le altre, è la rubrica "C’è un lamento per tutti".
Tra le interruzioni degli spot e gli stacchetti musicali, si snoda un’esilarante galleria di personaggi, quasi tutti nati dalla penna di Marcella, qualcuno riadattato da Giobbe Covatta e Federico Salvatore, ma tutti sorprendentemente veri, nei loro tik e nelle loro stramberie, che fanno sorridere, ma anche riflettere...
Anti-eroi o nuovi mostri dei nostri giorni, ci ricordano le maschere della Commedia dell’arte ed allo stesso tempo il vicino di casa, l’amica ipocondriaca o la professoressa del Liceo.
Ma la cifra inconfondibile di Marcella Candeloro è la leggerezza: come Alice, si muove tra il Cappellaio Matto o il Leprotto Bisestile del Terzo millennio, con l’ironia e lo stupore dell’esploratrice alla ricerca delle meraviglie che si nascondono sotto la banalità e la monotonia quotidiana: le stranezze, le debolezze, persino le cattiverie dei personaggi di TELESFASCIO sono le nostre, e noi ridiamo di loro come dovremmo imparare a ridere di noi stessi...
Gli attori della Compagnia “Lo Scherzo”: Letizia Gallacci, Antonella Pirone, Pino Vasta, Paola Maffei, Ettore Muraca, Donatella Puccini, Renata Tucci, Licia Gioffreda, Giovanna Uccellatore
Scenografia: Ettore Muraca
Masterizzazione, montaggio e fonica: Maria Cristina Macciò
Regia: Marcella Candeloro
Il giardino dei ciliegi e la nostalgia che non si può vendere, Barnum Lab al Teatro Le Maschere, Roma
Una casa, nei sogni di chi l'ha abitata da bambino, torna sempre identica, anche quando il tempo, fuori, l'ha già cambiata per sempre. È intorno a questa potente immagine che Anton Čechov costruisce Il giardino dei ciliegi, la sua ultima opera. Tra le pagine di questo capolavoro, la perdita di una proprietà si trasforma nel pretesto per raccontare un dramma ben più radicale, il momento esatto in cui i ricordi smettono di essere terreno reale e diventano reliquie da custodire sotto una teca di vetro. Una transizione dolorosa e universale che Barnum Lab ha
saputo restituire con una messinscena vibrante e suggestiva ieri sera, 17 giugno, sul palco del Teatro Le Maschere, nell'ambito del R.E.T.E. Festival.
La nostalgia respira in una scena volutamente scarna, affidata a un arredo d'epoca prezioso ma logoro, traccia di uno splendore ormai sbiadito, capace già da solo di evocare l'anima della tenuta Ranevskaja. In questa studiata essenzialità, il gioco delle luci e delle ombre abbandona il ruolo di semplice sfondo per farsi specchio dello smarrimento interiore dei personaggi. È una scelta di elegante rigore, coerente con la natura stessa del testo cecoviano, un'opera fatta di pause e silenzi in cui una famiglia immobile assiste all'inevitabile vendita all'asta del proprio passato.
Nella cornice spoglia entra ed esce per primo Lopachin, con il suo abito grigio che si fa dichiarazione silenziosa e cifra visiva di un'insanabile estraneità al tramonto dell'aristocrazia. Il mercante figlio di servi, voluto da Čechov elegante e mai meschino, "una degna persona sotto ogni riguardo", trova in Rosetta Dotti un'interprete capace di restituirne le sfumature più sottili. Affrontare un ruolo maschile non è mai un esercizio semplice per un'attrice, perché richiede di ricostruire da zero una postura, un peso del corpo, una grammatica gestuale che appartiene a un altro genere, evitando la macchietta. L'attrice riesce con sicurezza a costruire Lopachin attraverso piccoli scarti precisi, nello sguardo che si accende quando si parla di affari e si spegne sui ricordi del passato, nelle mani in costante cerca di un gesto pratico per non dover affrontare i propri sentimenti.
Da tanta cura nei dettagli prende forma una parabola interpretativa che attraversa la goffaggine quasi comica dei primi tentativi di salvare la famiglia Ranevskaja dal debito e approda all'ebbrezza dolorosa della vittoria all'incanto. L'entusiasmo per il riscatto sociale si rivela, allora, inseparabile dalla rabbia per un'ingiustizia che nessun acquisto può davvero sanare. Il personaggio si ritrova proprietario della tenuta dove suo padre lavorava in catene, un paradosso amaro che nell'interpretazione di Rosetta Dotti resta vivo, ancora capace di toccare un pubblico che riconosce, nella propria vita, la stessa contraddizione tra il salire e il perdere qualcosa nel farlo.
Tra il sorriso e la malinconia si muove l'intero spettacolo, senza sciogliersi mai del tutto nell'uno o nell'altra, fedele a un autore che considerava la sua opera una commedia e vide i primi registi del Teatro d'Arte di Mosca trasformarla in tragedia contro la sua stessa volontà, alla prima del gennaio 1904, pochi mesi prima della sua morte. Il finale corale, con tutto il cast riunito mano nella mano, non offre consolazione. Sigilla solo la fine di un mondo, mentre un altro, meno gentile, prende già possesso del palco.
Accanto a Dotti, completano il quadro: Mara Ciriaco, Cinzia Di Marco, Antonella Ferri, Livio Fiorelli, Chiara Fiorelli, Roberta Maiorella, Alessandro Rubino ed Emanuela Sampieri, con una coralità che non lascia mai un personaggio davvero solo in scena,
nemmeno nei momenti di maggiore resa.
Quello che resta, uscendo dal Teatro Le Maschere, non è la disputa sulla proprietà attorno a cui ruota la trama. È la sensazione di aver visto, una volta di più, quanto sia difficile lasciare andare un giardino che esiste ormai solo nella memoria.
| Francesco Branchetti |
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Un viaggio tra teatro, natura e accoglienza nel borgo lucano, dove l'eredità del Santo diventa un laboratorio digitale e umano a cielo aperto.
Se pensiamo a San Francesco d'Assisi, la mente vola subito in Umbria. Eppure, l'eredità più profonda del Santo, quella che parla di accoglienza, natura e vicinanza agli ultimi metterà radici in un piccolo e splendido borgo lucano: San Fele.
Dal 12 al 17 luglio, questo angolo di Basilicata si trasformerà in un laboratorio a cielo aperto dove il teatro, i cammini nella natura e la solidarietà si fondono in un'unica esperienza. Il progetto si chiama “Francesco sulle vie del cuore” ed è stato presentato a Roma, alla Camera dei Deputati, proprio perché non è la solita rassegna estiva, ma un'idea che vuole lasciare il segno.
La cosa bella di questo appuntamento è che non ci si limiterà a guardare uno spettacolo seduti in poltrona.
Certo, i grandi momenti di teatro ci saranno: il 12 luglio, nella Chiesa Madre del paese, andrà in scena la forza e la "follia" del messaggio francescano con uno spettacolo intenso ed emozionante.
Per l'occasione, Francesco Branchetti che firma anche la regia vestirà i panni di San Francesco, affiancato da Barbara De Rossi nel ruolo di Santa Chiara e da Lorenzo Flaherty in quello di Frate Leone.
Definire questo cast semplicemente "d'eccezione" rischia di essere riduttivo. Sul palco si muove una sinergia rara, guidata dalla mano sapiente di Branchetti, la cui regia possiede una cifra stilistica personalissima, capace di scavare nell'anima del testo per restituirne la purezza più autentica. Nei panni del Santo, la sua performance si preannuncia come un magistrale equilibrio di intensità e grazia, confermando quel talento magnetico capace di rapire e incantare lo spettatore.
I due pilastri dello spettacolo che recitano con lui elevano ulteriormente il valore dell'opera:
Barbara De Rossi (Santa Chiara): un'attrice dalla sensibilità straordinaria, capace di infondere nei suoi personaggi una forza interiore e una grazia uniche. La sua presenza scenica, intrisa di intensità emotiva e maturità artistica, è la chiave perfetta per dare corpo alla spiritualità luminosa e determinata di Santa Chiara.
Lorenzo Flaherty (Frate Leone): con il suo carisma naturale e la sua solida esperienza teatrale e televisiva, porta sul palco lo spessore ideale per un ruolo delicato. La sua capacità di calarsi con rigore e calore umano nei panni della "pecorella di Dio" garantisce una performance vibrante e di grande impatto emotivo.
Dal 14 al 16 luglio, il Nuovo Auditorium ospiterà invece i laboratori teatrali intitolati "Atleti di Dio", pensati appositamente per coinvolgere i giovani del posto e i cittadini migranti. Il teatro, qui, diventa una scusa bellissima per conoscersi, abbattere le barriere e fare comunità.
E per chiudere in bellezza, il 17 luglio ci si sposta in mezzo alla natura, nella località Da Pierno, per una passeggiata poetica dedicata a "Sorella Acqua": un cammino tra versi, performance e alberi guidato dal poeta Gianluca Caporaso.
Spesso questi festival durano pochi giorni e poi tutto torna come prima. Stavolta l'obiettivo è diverso. Tutto quello che succederà a San Fele verrà registrato e trasformato in podcast video e contenuti digitali, creando una sorta di "teleteatro" accessibile a tutti tramite QR Code.
In autunno, poi, le immagini e le storie di questo festival viaggeranno per l'Italia, arrivando persino alla stazione di Napoli Garibaldi con installazioni dedicate. L'obiettivo? Raccontare a tutti che nei piccoli borghi italiani, quando l'arte incontra l'accoglienza, possono nascere cose meravigliose.
“GENTE MATTA” che matta non è, viene spontaneo asserire.
Alle 17 del 14 Maggio 2026, presso l'APS Montesacro di Roma, in Via Isolabella 7, Franca Antonelli, Antonella Arduini, Giovanna Bevacqua, Paolo Corazza, Daniela D'Appio, Tiberio D'Ingillo, Simonetta Frasca, Anna Gioia, Luisa Lorusso, Carmela Lupano, Annalisa Putzolu, Delfina Tommasini, Cristina Tosi e Pino Vasta, sono andati in scena con una serie di sketch di autentico avanspettacolo riadattati dall'insegnante del laboratorio teatrale Stefania Papaluca, che ne ha curato anche la regia.
Abituati al detto che se si va a teatro e non ci si diverte si ha la sensazione di aver perduto tempo, possiamo dire che quello che abbiamo visto è al di sopra di quanto ci aspettavamo. Ci sono attori non profesionisti che si divertono, che invitano amici e parenti a vederli e tutto per pura covivialità, per uno stare insieme in allegria. Visto così lo spettacolo funziona e ci si diverte. D'altra parte, tutto ciò che è amatoriale e culturale non può che far piacere e stimolare interesse e ci sentiamo di pungolare le autorità cittadine ad incoraggiare iniziative del genere con le necessarie sovvenzioni per rendere vivo il teatro e il suo divenire. Nelle varie scenette vengono fuori le varie personalità degli attori, alcuni dei quali come Anna Gioia, Paolo Corazza, Franca Antonelli e Pino Vasta danno la sensazione di essere meglio impostati. Tutti gli altri sono bravi per la preparazione che hanno ricevuto e per l'entusiasmo che spendono nell'allestire divertimento puro, senza future presunzioni. Tutti, in ogni caso, hanno elargito quel fascino plateale che scaturisce quando ci si accinge a fare cose desuete, comunque professionalmente non quotidiane.
Il teatro è la vita di tutti i giorni e riscoprirci è importante.
Seppure con pochi mezzi, con la validissima collaborazione di Angela Golia (assistente di scena) e di Enzo Peri (luci e musiche), Stefania Papaluca è riuscita ad amalgamare un gruppo che, oltre ad offrire un sorriso agli spettatori, si diverte e partecipa con grande gioia alle iniziative
proposte dalla regista. Questo innegabile risultato nasce dal fatto che Stefania, nelle sue lezioni, inserisce, utilizza e trasmette il bagaglio di conoscenze acquisite con il suo straordinario maestro Enzo Garinei, alla cui memoria dedica questo spettacolo con affetto.
Gli applausi ricevuti sono la riprova di come ci si può entusiasmare e divertire anche senza grossi apparati scenografici, fuori da ogni circuito mediatico.
Si replica Domenica 17 Maggio 2026 stessa ora. Auguri!
Avanspettacolo allo stato puro!
Ebbene si, GENTE MATTA ma proprio, proprio matta che più non si può!
Però, quanto ci siamo divertiti a seguire le performances degli allievi del laboratorio teatrale tenuto da Stefania Papaluca presso l'APS Montesacro di Via Isolabella 7, a Roma.
Il sipario si apre con “Scene da un matrimonio”. L'attempata Cristina Tosi solleva all'anziano marito Paolo Corazza una serie di perplessità al momento di una loro possibile dipartita da questo mondo, dando sfogo ad una serie di gustosi battibecchi. Il finale si concretizza con una fascia di lutto al braccio.
Poi è la volta de “Il dentista”. Un piccante equivoco in cui si infila Pino Vasta (Alfredo) dopo aver incontrato la vecchia amica Daniela D'Appio (Lucia). Dalla agognata casa d'appuntamenti si ritrova in uno studio dentistico dove la dottoressa Giovanna Bevacqua e il marito dottor Paolo Corazza proveranno, con delicata fermezza, a tappargli il buco.
Si prosegue con “L'aperitivo”. Un noir in cui un'inquietante Antonella Arduini (Antonella), offrendo un drink all'amica Simonetta Frasca (Simonetta) andata a farle visita, la fà quasi morire di paura.
Come poteva mancare un salto nel passato: “Amore nell'ottocento”. Tiberio D'Ingillo (Oronzo) e Delfina Tommasini (Geneviève), fra il serio e il faceto, danno vita ad uno struggente dialogo se sia più nobile accarezzare una mano nuda o l'osso del facchino....
Poi è la volta di “La vedova nera”. Franca Antonelli (La vedova nera), provocante spogliarellista, è maestra d'arte di Luisa Lorusso (la vedova bianca), sconocchiata, sconsolata e in cerca di riscatto sessuale... matrimoniale.
Quindi eccoci alla “Visita medica”. Pino Vasta (Don Ninì) si cala nelle vesti del siculo geloso, contrariato per la visita medica alla quale si deve sottoporre la moglie Annalisa Putzolu (Rosalia). A farne le spese è Paolo Corazza (il Dottore). Dopo una serie di colpi di scena e balletti inaspettati, poco prima della chiusura del sipario avviene un imprevedibile lieto fine.
Si ricomincia con “I due tesorini”. Anna Gioia, maggiorata (si vedono poco ma ci sono sulla fiducia) spogliarellista europea decide di assicurare i suoi due cagnolini, accuditi dalla sua governante Daniela D'Appio. Pino Vasta, l'assicuratore che viene chiamato per stipulare la polizza, data la professione della donna, equivoca fino a quando non gli viene chiesto di...
Ora con “ Santa pupa”, si può dire: Non ci sono santi che tengono! Cristina Tosi (Santa Pupa) non teme confronti! I consigli e suggerimenti che dà alla giovane devota Franca Antonelli sono superlativi. E di sicuro verranno messi in pratica: l'ha detto Santa Pupa!
Ed eccoci a “La purga”. Tiberio D'Ingillo, marito esemplare, dopo varie insistenze della moglie Carmela Lupano si rifiuta di prendere una purga. Una serie di equivoci mettono in condizione Paolo Corazza, impiegato del Gas, di prendere il posto del marito... finirà con l'impiegato in mutande e la sua corsa stile pinguino verso il bagno.
Ancora in scena con “Gianna e Delia”. Una piece comico-drammatica fra due sorelle Delfina Tommasini (Delia), molto malata, e la sorella Giovanna Bevacqua (Gianna) che, con tutto l'amore fraterno, non crede nella possibile ripresa fisica di Delia fino a farla crollare definitivamente, alquanto soddisfatta di aver avuto ragione.
Infine “La sposa e la cavalla”. Antonella Arduini “Polly”, figlia di Anna Gioia, nobildonna possidente, ha lo stesso nome di una cavalla messa in vendita dalla sua famiglia. Paolo Corazza, un proprietario terriero di Guidonia, è da poco fidanzato con Antonella “Polly”, sua probabile futura sposa, ma è anche l'acquirente della cavalla. Dall'incontro fra Paolo e la madre della ragazza, scaturiscono una serie di fraintesi che portano il pubblico a godersi un finale pieno di... inaspettati rumori!
Evviva l'avanspettacolo!!!!!
Complimenti alla regista Stefania Papaluca, a tutti gli attori e ai tecnici!
La stagione 2025-26 del Teatro Arcobaleno si chiude con Il Misantropo, l'opera più amara di Molière, nell'allestimento di Vincenzo Zingaro che ne ha curato adattamento, regia e scene prima di portare in scena Alceste. Una scelta che rivela un metodo maturato in trentadue anni di lavoro sui classici, senza riverenza, con una libertà che trascina il pubblico dentro lo spettacolo senza che se ne accorga.
Un Alceste tra ironia e impeto
Alceste non tollera le ipocrisie sociali, le amicizie di facciata, i complimenti vuoti, e nell'amore reclama la stessa sincerità che esige dal mondo, una pretesa che lo rende ingovernabile lì dove Célimène della stessa urgenza fa seduzione. Zingaro plasma il protagonista con ironia e impeto, due qualità che sulla scena si cercano e si completano, e nei momenti in cui il personaggio toccherebbe il fondo è proprio quell'oscillazione tra il caustico e il passionale a sorreggerlo, a renderlo profondamente umano invece che semplicemente dalla parte della ragione.
La messinscena sceglie la dimensione onirica come chiave di lettura, uno spazio in cui i registri si alternano per dissolvenza e l'immaginario di Alceste si apre fino a svelarne la natura più intima, con la risata che cede al peso esistenziale in un istante.
La Célimène di Annalena Lombardi
Accanto a lui Annalena Lombardi regala a Célimène una sfumatura che Molière raramente le riconosce. Attrice e cantante formata alla scuola di Gigi Proietti, interprete stabile della Compagnia Castalia, Annalena disegna il personaggio attraverso una presenza fisica misurata, lontana da qualsiasi ostentazione. L'abito bordeaux cattura la luce prima di qualsiasi parola, poi la voce scivola dal brillante al velato e il corpo si muove tra seduzione e distanza, fino a restituire una donna che conosce il proprio potere, incapace di farne armatura. Alla fine si ritrova intrappolata in modo più silenzioso di Alceste, consapevole di un destino che sente suo da sempre. Forse è questo il punto più crudele dell'intera storia.
Tra commedia e visione perturbante
Il pubblico ride spesso, e lo fa con quella facilità che si guadagna solo quando il cast riserva al silenzio la stessa cura delle battute. Le scene diurne bagnate di azzurro hanno il ritmo serrato della commedia classica, in un salotto sospeso tra Seicento e contemporaneità dove il divano Liberty e i mobili di legno scuro definiscono l'epoca senza dichiararla. Gli attori, Ribò, Sarpa, De Angelis con gli altri, tengono il palco con una scioltezza che non si improvvisa, battuta dopo battuta, in una precisione che non ammette cedimenti.
Poi arriva il buio, la nebbia, e sul podio appare una colossale effigie meccanica, un simulacro monumentale, un giudice fantoccio avvolto nella toga nera e in una parrucca settecentesca che incornicia un volto deformato, colto nell'atto di calare un martello sproporzionato. Lo affiancano figure incappucciate dai volti di ceramica bianca, presenze silenziose che sembrano appartenere a un incubo senza tempo. La sala trattiene il respiro davanti a questa visione non umana, la più inquietante che la serata avesse in serbo. Le luci di Giovanna Venzi passano dal blu freddo delle scene quotidiane al rosso cupo delle sequenze oniriche, mentre le musiche di Giovanni Zappalorto sostengono la scena, accompagnamento discreto che ne asseconda il respiro.
Il colpo di scena: una libertà pagata a caro prezzo
Si esce dall'Arcobaleno con la sensazione di una sospensione che lo spettacolo non risolve, perché Zingaro e Lombardi costruiscono insieme un nodo che nessuno dei due può sciogliere, quello tra un
uomo che persegue la verità senza compromessi e una donna che sa già quanto costi. Zingaro rovescia Molière dall'interno, quando Célimène decide di seguire Alceste nell'esilio, e in quel gesto la Lombardi trova l'istante più autentico dell'intera serata, la prima scelta davvero libera che il personaggio si concede. Alceste ottiene la sincerità che aveva cercato per tutto lo spettacolo, e il prezzo di quella verità appartiene a entrambi in egual misura.
Il Misantropo di Molière ovvero Il sogno di Alceste, Teatro Arcobaleno, Roma (via F. Redi 1/a). In scena fino al 17 maggio, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17.30.
Divertente, divertente e ancora divertente! Ricco di trovate e battute esilaranti, e di personaggi strampalati che arricchiscono la storia dei protagonisti.
La zia zitella Olga viene a mancare alla prematura età di 90 anni. I quattro nipoti si riuniscono nella sua casa per capire, con il pretesto del funerale, come mettere le mani sul suo patrimonio. Una zia che conosceremo attraverso alcuni scritti che ha lasciato e alla testimonianza della sua voce fuori campo.
Inaspettata quanto spassosa l’entrata in sala dei nipoti addolorati... Ma è solo l’inizio, perché tutto lo spettacolo è un continuo parto di trovate esilaranti che portano il buon umore e danno vita a tante sane risate.
La veterana compagnia teatrale è formata da quattro artisti capaci ed affiatati che in questa come in altre proposte hanno dimostrato di saper intrattenere il pubblico e divertirlo dall’inizio alla fine, senza un cedimento, trovando anche uno spazio per commuovere o far riflettere. Alla platea è riservata una serie di sorprese, graditi colpi di scena e tanti equivoci.
Ci ritroviamo nella casa dallo stile datato dell’anziano signora, ricostruita con una scenografia molto realistica. Carta da parati, arredi e accessori sono simpaticamente orrendi oltre che datati.
I quattro fratelli vi si ritrovano dopo anni in cui si erano persi di vista a causa di contrasti personali. Il funerale diventa subito una buona occasione per metterli a confronto e farli riflettere per tirare le somme sulla loro vita non del tutto riuscita.
Tutti hanno un piccolo scheletro nell'armadio e non sono adulti realizzati, sia nella vita che nel lavoro. Questa esperienza lascerà in loro un segno e gli darà anche l’opportunità di aprirsi al cambiamento. Ci riusciranno?
I nostri attori si cimenteranno in riusciti cambi di ruolo dando vita a macchiette esilaranti, come la badante strampalata della zia scomparsa; dal forte accento dell’ Europa orientale, è impersonata divinamente da una strepitosa Valeria Monetti, che sfodera una comicità davvero divertente. Oppure l’impresario delle pompe funebri impersonato da Simone Giacinti, uno sciacallo sarcastico, cinico e provocatorio oltre misura, ma anche schietto ed irriverentemente divertente con il suo forte accento pugliese.
Vestito in maniera eccentrica (il suo e gli altri costumi sono particolarmente iconici dei personaggi), ha una parrucca buffissima come ciliegina sulla torta. Un tipo originale ma anche capace di fornire critiche oggettive all’avarizia dei nipoti della defunta, che per raggiungere lo scopo di assumere l’incarico dell’onoranza funebre manifesta un approccio tutt’altro che professionale ma del tutto originale.
Il secondo atto si apre con un’altra sorpresa: l’arrivo di due comari amiche della zia dipartita. Sono interpretate in maniera spassosa da Maurizio Paniconi e Alessandro Tirocchi. Tra tremori, vuoti di memoria ed esuberanze, anche loro sfoderano un’innumerevole panoplia di atteggiamenti estremamente comici. Anche in loro troviamo un’aspra critica alle mancanze dei quattro fratelli nei confronti della zia, che seppur burbera ed intransigente, li ha cresciuti in assenza dei genitori.
La morale? Non si conosce fino in fondo una persona fino a quando non ci si ritrova a dover dividere un’eredità. Tra vecchi rancori e conflitti familiari irrisolti, egoismi, fallimenti perdonati e sogni irrealizzati, la
storia dei protagonisti, pur sviluppata in chiave comica ed ironica, evidenzia anche chiari tratti di cinismo.
Una commedia che riesce ad alleggerire il dramma della morte e dei conflitti familiari scaturiti dall’opportunità di un lascito per risolvere i problemi economici. Questa “eredità” finisce per tramutarsi in un Deus ex machina che mette questi splendidi personaggi davanti a loro stessi e ai loro limiti, spingendoli a ritrovare qualcosa che non può essere comprato con il denaro: il valore dell’affetto familiare che fa da collante per trovare una strada da percorrere insieme.
Piacevole la scelta dei brani di sottofondo. Belli i costumi, la scenografia, il gioco di luci con gli effetti, strepitosi gli attori.
Un tocco di classe la regia di Marco Simeoli.
Teatro Roma - Morta zia la casa è mia
Da un’idea di Alessandro Tirocchi e Maurizio Paniconi
Scritto da Gianni Quinto
Regia Marco Simeoli
Luci e audio Salvatore Campisi
Con Valeria Monetti, Maurizio Paniconi, Alessandro Tirocchi, Simone Giacinti
Ci troviamo in un appartamento romano, una casa in disordine mentre fuori è in atto un temporale. E un altro si sta per abbattere all’interno…
La Skerl, con l’ausilio dell’ottima regia della Gasbarri, ci dà un assaggio di come un uomo in cui possiamo trovare noi stessi possa finire destabilizzato arrivando sull’orlo del baratro, travolto da eventi più grandi di lui. La Skerl lo fa usando una buona dose di comicità per stemperare quello che in realtà è un dramma esistenziale. Con delicatezza, ma anche con forti aspre dosi di cinismo, affronta il delicato argomento della depressione che
sfocia nella follia.
Cast e pièce sono riusciti appieno a veicolare questi messaggi alla platea.
| foto di copertina tratta dal programma di sala, evento del 25 aprile, Grand Hotel Billia di Saint-Vincent, Valle d'Aosta |
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Il 25 aprile ultimo scorso, nella prestigiosa e gremita sala Gran Paradiso del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent (Valle d’Aosta), è andato in scena uno spettacolo multidisciplinare di alto valore culturale. L'evento, organizzato dal Corps Philharmonique de Châtillon e la neonata Associazione giovanile Maiafuoco e sostenuto dalla Fondazione Comunitaria Valdostana e dal Consiglio Regionale della Valle d’Aosta, ha intrecciato musica, teatro e proiezioni multimediali per celebrare tre pilastri fondamentali: la ricorrenza della Liberazione, la figura di San Francesco e la memoria di Cesare Dujany, figura locale di spicco il cui percorso è stato segnato dall'esperienza della Resistenza. Il progetto ha voluto promuovere i valori di libertà, autonomia e responsabilità.
L'inizio dello spettacolo non è stato un semplice incipit narrativo, ma una rottura della "quarta parete" di grande potenza drammaturgica. L'attore Luca Liffredo, fondatore e presidente di Maiafuoco ETS, presentandosi immediatamente nei panni di Pietro di Bernardone, padre di San Francesco, subito dopo il primo brano orchestrale, ha compiuto una scelta registica folgorante innescando la metafora del padre irritato con l'interrogazione del pubblico. L'interpretazione di Luca Liffredo nei panni di Pietro di Bernardone ha offerto una potente metafora contemporanea: il padre, irritato e materialista, vede nel figlio Francesco non un santo, ma uno spreco di patrimonio. Liffredo trasforma il teatro in un tribunale: l'amore paterno diventa prigione, emblema dell'incomprensione tra generazioni. L’attore Liffredo è altresì protagonista di un'esperienza sinestetica sublime: la recitazione vibrante del Cantico delle Creature in volgare umbro si fonde con le immagini NASA e la musica di Curnow, elevando lo spettacolo a una contemplazione contemporanea e sacra.
| Corps Philharmonique de Châtillon foto tratta dal programma di sala, evento del 25 aprile, Grand Hotel Billia di Saint-Vincent, Valle d'Aosta . |
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La perfetta sincronia tra musica e nove immagini NASA ha dato vita a un'opera immersiva che unisce fede e scienza. Visualizzando le creature del Cantico di Francesco (Fuoco, Sole, Terra), la regia del motion designer Fabio Volpi ha trasformato la sala Gran Paradiso del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent in un santuario laico, dove orchestrazione, recitazione e astronomia si sono fuse in una visione universale di rara potenza espressiva.
Molto apprezzata anche la scelta di interpretare San Francesco e il Lupo dell’attore Luca Liffredo, che trasforma la narrazione in un intenso teatro specchio, annullando la distinzione tra santo e carnefice e trasformando l'incontro in una profonda conversazione interiore tra la componente spirituale (Francesco) e quella istintiva/ferina (il Lupo) dell'essere umano. L'attore unico annulla la distanza uomo-bestia. Il Lupo diventa la proiezione della violenza interiore umana, incarnando l'idea che l'uomo sia "lupo" verso il suo simile. Ammansire il lupo significa, metaforicamente, dominare i propri istinti feroci e violenti. Definendo il lupo "fratello", Francesco riconosce nel male un bisogno represso, trattando la ferocia come una sofferenza che cerca carezze. Il cibo "indigesto", metafora pragmatica della violenza che, oltre a essere immorale, logora chi la compie. La discolpa di Assisi sottolinea che la santità si fonda sulla fratellanza diretta, non sull'autorità territoriale. "Non posso diventare vegetariano": Il lupo accetta la disciplina senza rinnegare la propria natura istintiva; smette di essere feroce, non di essere lupo. Il patto di pace: Il gesto della zampa suggella il trionfo della consapevolezza sull'istinto.
Il concerto magistrale del Coprs Philharmonique de Châtillon diretto da Davide Enrietti ha fuso sinfonie e immagini spaziali (NASA) in un’esperienza artistica totale. L'orchestra ha brillato per tecnica e sensibilità, spaziando dall'energia di Maslanka e De Nardis alle atmosfere suggestive di Appermont e Whitacre, trasformando lo spazio in un ponte tra terra e cosmo. Integrazione perfetta tra immagini NASA e musica grazie alla maestria di Fabio Volpi motion designer il quale ha generato un contrasto suggestivo con la fusione tra vastità spaziale e spiritualità (ultima immagine dello spettacolo: il rosone della Basilica di San Francesco con scie luminose ), unendo macrocosmo e microcosmo.
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immaginì fotografiche rese disponibili dalla NASA per l'evento LUCE Francesco, L'Uomo oltre il Santo - |
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Un'esperienza immersiva, una "visione sonora" che ha elevato la tecnica orchestrale a pura emozione.
Al termine dello spettacolo, Fr. Alberto (rappresentante della storica Fraternità Francescana di Châtillon - Valle d’Aosta) ha elogiato l'eccellente celebrazione artistica di San Francesco. Applausi per l'attore Luca Liffredo, il motion designer Fabio Volpi e l'orchestra Coprs Philharmonique de Châtillon composta da ottanta elementi diretta con raffinatezza da Davide Enrietti . L'intervento di Fr. Alberto si è concluso con il saluto francescano "Il Signore vi dia pace".
| Damiana Ardito |
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| da sn. Cesare Felici e Raffaele De Bartolomeis |
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Entra in sala in tenuta da notte ,interagisce con il pubblico,facendo credere che il Teatro è chiuso da tempo e da anni non si svolge nessuno spettacolo, incomincia a ricordare i bei tempi quando il Teatro era in auge e propone di mettere in scena i suoi ricordi e così parte lo spettacolo.
Una serata divertente ispirata alle canzoni napoletane delle sciantose con un repertorio tradizionale di una Napoli che fu, interpretate con grande sentimento da Nicola Onofrietti, che ha coinvolto il pubblico cantando con lui,accompagnato al pianoforte da Salvatore Scirè e da Carmine Martorella alla chitarra.
Si rivive l’atmosfera del varietà con personaggi particolari e divertenti. Damiana Ardito deliziosa interprete che passa da una chantosa a uno spogliarello di burlesque. Mentre Vittoria Cipriani diverte il pubblico vestendo i panni della cameriera ciociara che segue corsi di escort.
| Salvatore Scirè |
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Una comicità fresca e spontanea fatta di barzellette e vita quotidiana attraverso le canzoni napoletane e della romanità di un tempo,con gli interpreti Cesare Felici insieme al comico per eccellenza Raffaele De Bartolomeis,che con le sue espressioni ,la mimica e il suo ammiccare ad ambiguità di vita, ha contribuito a creare scenette ironiche con argomenti di un tempo,attuali anche oggi , ha coinvolto il pubblico e reso la commedia di grande impatto comico
“Quella sera al varietà” andato in scena dal Venerdì alla Domenica della stettimana scorsa ha confermato,attraverso le tre repliche tutte Sold out, che c’è tanta nostalgia dei tempi passati,come della bella musica di un tempo,due ore di puro divertimento e di emozioni.
| da sn. De Bartolomeis, Nicola Onofretti, Vittoria Cipriani, De bartolomeis, Vittoria Cipriani |
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Roma, marzo 2026. C'è un'inquietudine sottile nel vedere Plauto ridere delle nostre crepe, un'eco lunga duemila anni che ci precipita addosso. Vincenzo Zingaro la raccoglie nel Truculentus, la porta sulla scena e la fa diventare specchio del presente, un'allucinazione necessaria.
Le musiche di Giovanni Zappalorto scivolano nella penombra prima delle parole, canzoni sature di polvere e disillusione, memorie di radioline o di sale da ballo lontane nel tempo, e quella cadenza anni Trenta che arriva prima che il pensiero trovi le parole. La rarità dell'opera, che già Cicerone considerava tra le migliori di Plauto, si avverte nell'attesa elettrica della platea.
Lo sguardo si posa sullo sfondo, su una pagina di testo latino lacerata, i versi di Plauto ancora leggibili nello strappo. Una lampada a frange, un tavolo, una sedia e una gradinata sono gli elementi essenziali che disegnano lo spazio dello scenario. Gli oggetti chiamano l'assente, gli attori colmano i vuoti con la forza dei gesti e la gravità degli sguardi.
Sotto una luce che sfuma dal blu all'arancio una provincia familiare prende forma. È la sospensione felliniana di Amarcord, dove i moti dell'animo restano compressi e privi di sbocco. In questo clima di attesa, la vicenda abbandona l’Urbe e si radica in una Sicilia di fine anni Trenta, densa di brame e tensioni trattenute.
La trasposizione di Zingaro mette in dialogo l’arguzia spietata del latino con la memoria del Novecento italiano. I personaggi si muovono tra l’artificio di Cinecittà e una nostalgia rurale che emerge dai corpi, dai silenzi e da una fame antica mai risolta del tutto.
E così, in un acquario emotivo in cui l'immobilità costringe i desideri a riflettersi su se stessi fino a farsi crudeli, si compie il gioco di Plauto. La messa in scena è il distillato di trentaquattro anni di lavoro con la Compagnia Castalia, un rigore filologico che Vincenzo Zingaro ha affinato fino a trasformarlo in puro istinto teatrale.
In quella Sicilia segnata dalla miseria e dalla retorica del regime appare Frenesia, la meretrix più lucida di Plauto, una donna consapevole delle mosse e del prezzo di ogni desiderio. La storia si fa urgente,
ferocemente leggibile, perché in quella terra ogni sete di dominio trova terreno fertile.
Piero Sarpa apre la scena e interpreta Capatosta con una leggerezza che sfiora il pubblico senza afferrarlo. Rocco Militano è Truculento, l'unico che osserva invece di desiderare, con una fisicità grezza che occupa il palco senza permesso, coscienza scomoda dell'opera. Laura De Angelis è Anastasia, voce di una provincia che si riconosce a pelle. Attorno a loro ruotano le maschere della comicità antica: il Generale, miles gloriosus travestito da gerarca che schernisce l'autorità mentre la storia prepara il suo epilogo più cupo, il podestà compiaciuto, il servo trascinato in giochi più grandi di lui, ciascuno convinto di contare qualcosa, ciascuno destinato a scoprire che non è così.
L'apparizione di Frenesia ferma il tempo. Annalena Lombardi la incarna con un rigore che attraversa i cambi di costume senza cedere, conservando quell'identità d'acciaio e una presenza che non ammette repliche. Il personaggio va oltre la meretrix della tradizione per farsi figura complessa, in bilico tra la sensualità della Gradisca e una malinconia tutta plautina. Quando canta, sola con la luce fredda addosso, la sala smette di respirare. Non è un effetto cercato, accade e basta. La sua voce arriva dolce e insinuante, e in quella dolcezza c'è la verità di chi sa esattamente quanto vale.
Gli uomini si lasciano ingannare perché lo desiderano, quasi la verità pesasse troppo per essere sostenuta. Truculento è l'unico che resiste, ancorato al suo lato del palco, finché nell'attraversare la scena cede anche lui con un passo che vale più di qualsiasi battuta. Zingaro mostra questo senza spiegarlo. Lo lascia vivere nella scena. Lo spettacolo si fa specchio, un riflesso in cui finisco per riconoscermi.
Quando le luci si abbassano e il pubblico applaude, resto ancora un momento nel buio. Plauto ride di nuovo. E questa volta sento di aver capito perché.
Truculentus di T.M. Plauto, adattamento e regia Vincenzo Zingaro. Con Annalena Lombardi (Frenesia), Piero Sarpa (Capatosta), Giovanni Ribò (il Generale), Rocco Militano (Truculento), Laura De Angelis (Anastasia), Fabrizio Passerini (Favino), Maurizio Castè (Il Podestà pugliese), Paolo Oppedisano (Guercio). Musiche Giovanni Zappalorto, scene Emilio Ortu Lieto e Vincenzo Zingaro, costumi Emiliana Di Rubbo, disegno luci Giovanna Venzi. Compagnia Castalia, Teatro Arcobaleno, Centro Stabile del Classico, via F. Redi 1/a, Roma. Dal 6 al 29 marzo 2026, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17.30.
("Sarà per la prossima volta" … non solo uno spettacolo) 
scontro che ne scaturiscono portano in scena una verità che va oltre il copione, rendendo ogni paradosso e ogni momento di sconforto estremamente reale e vicino allo spettatore.
Antonio Giuliani ha ancora bisogno di presentazioni?
Di nuovo ospite al Teatro Nuovo Orione, torna con un nuovo spettacolo dal titolo apparentemente futuristico: “The Machine”, “La Macchina”, ma il suo One man show non ha nulla di meccanico, freddo, distaccato o inumano e sottolinea proprio il contrario. Il titolo è un richiamo al passato personale, quando per il suo vulcanico cabaret veniva soprannominato “la macchinetta”. Un appellativo che testimonia il continuo sfornare battute senza pause e che si rivela un giusto riconoscimento al suo stile.
Ancora una volta Antonio si dimostra grande comico ricco di passione e idee, ma questa volta lo spettacolo include degli ospiti che danno un taglio nuovo alla proposta. Così, eccolo accompagnato da Ginevra Marani, che balla sinuosamente sulle note di un pezzo moderno dove si inserisce Antonio cercando di emularla. Poi troviamo la coppia formata da Paolo e Costanza, un duo che anticipa l’entrata di Antonio, vestito da centurione romano, per riportarci ai fasti imperiali e metterli criticamente a confronto con la Roma di oggi, così diversa da quella ereditata dai nostri avi.
Paolo e Costanza dimostrano ottime doti canore e musicali mentre interpretano gradevoli medley di stornelli romani, non lesinandoci una lacrimuccia e un sorriso. Molto bravi.
Si aggiunge un’altra chicca, Antonio Catalano. Anche lui, con una comicità tutta romana, ci parla dell'inutilità dell’uomo quando, nel management della coppia, cerca di occuparsi delle faccende domestiche combinando solo guai. Un altro bell’ intermezzo.
Antonio ritorna sempre più carico tra un ospite e l’altro come un treno in corsa senza freni, inarrestabile e travolgente. Un perfetto meccanismo da scena che ci presenta i suoi ricordi degli esordi da cabarettista con tutte le difficoltà incontrate con un pubblico particolarmente critico e ostico con i poveri esordienti, molti dei quali hanno cambiato mestiere; l’umorismo verso il paddle, gli ultimi tornei di tennis e soprattutto gli sport invernali delle Olimpiadi; l’abituale digressione sui romani in gita fuori porta, con le loro abitudini e le colorite battute; il salto indietro alla gioventù dei sessantenni di oggi come lui, con le prese in giro sui difetti fisici e con i giochi
dall’infanzia all’ adolescenza; l’uso smodato del cellulare da parte dei giovani di oggi che tende ad isolarli. Questi e tanti altri argomenti si inseguono davanti a uno sfondo animato molto suggestivo che cambia di tanto in tanto.
Antonio è un artista che sa stare sul palco e catturare l’attenzione del suo pubblico sempre più affezionato che lo segue dagli esordi. Un pubblico abituato ai suoi eccessi, alla comicità dirompente e travolgente, ricolma di battute sparate a raffica, a cui abbina una mimica e delle movenze inconfondibili. Un artista che si dimena sul palco senza sosta con l’occhio spiritato e la stessa grinta di sempre che farebbe invidia ad un adolescente. Un talento naturale.
E allora approfittate, venite a passare una serata in allegria con Antonio The machine Giuliani!


Teatro Nuovo Orione
“The Machine”
Di e con Antonio Giuliani
Portare in scena temi di forte impegno sociale rischia spesso di far scivolare la narrazione nella retorica o in un’eccessiva enfasi interpretativa. Non è questo il caso di "Le salsicce erano pessime", la pièce di Michele Donadio con la regia di Iacopo Brogioni, andata in scena giovedì 5 febbraio 2026 al Teatro di Cestello per conto di Laboratorio Arca. Qui, ogni attore è riuscito a penetrare nelle pieghe del proprio personaggio con una naturalezza tale da mantenere il pubblico in uno stato di costante tensione emotiva, fino a un epilogo che si rivela come un quadro di nuda e dolorosa verità. Il testo si ancora profondamente al solco tracciato da Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che scardinò le porte dei manicomi italiani. La sua visione — "La libertà è terapeutica" — fa da sfondo ideale a una vicenda ambientata durante lo sgombero progressivo del Vincenzo Chiarugi, il manicomio di San Salvi, luogo simbolo della memoria fiorentina.