L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Theatre and cinema (188)

 

 

Riccardo Massaro
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March 26, 2026

 

Roma, marzo 2026. C'è un'inquietudine sottile nel vedere Plauto ridere delle nostre crepe, un'eco lunga duemila anni che ci precipita addosso. Vincenzo Zingaro la raccoglie nel Truculentus, la porta sulla scena e la fa diventare specchio del presente, un'allucinazione necessaria.

Le musiche di Giovanni Zappalorto scivolano nella penombra prima delle parole, canzoni sature di polvere e disillusione, memorie di radioline o di sale da ballo lontane nel tempo, e quella cadenza anni Trenta che arriva prima che il pensiero trovi le parole. La rarità dell'opera, che già Cicerone considerava tra le migliori di Plauto, si avverte nell'attesa elettrica della platea.

Lo sguardo si posa sullo sfondo, su una pagina di testo latino lacerata, i versi di Plauto ancora leggibili nello strappo. Una lampada a frange, un tavolo, una sedia e una gradinata sono gli elementi essenziali che disegnano lo spazio dello scenario. Gli oggetti chiamano l'assente, gli attori colmano i vuoti con la forza dei gesti e la gravità degli sguardi.

Sotto una luce che sfuma dal blu all'arancio una provincia familiare prende forma. È la sospensione felliniana di Amarcord, dove i moti dell'animo restano compressi e privi di sbocco. In questo clima di attesa, la vicenda abbandona l’Urbe e si radica in una Sicilia di fine anni Trenta, densa di brame e tensioni trattenute.

La trasposizione di Zingaro mette in dialogo l’arguzia spietata del latino con la memoria del Novecento italiano. I personaggi si muovono tra l’artificio di Cinecittà e una nostalgia rurale che emerge dai corpi, dai silenzi e da una fame antica mai risolta del tutto.

E così, in un acquario emotivo in cui l'immobilità costringe i desideri a riflettersi su se stessi fino a farsi crudeli, si compie il gioco di Plauto. La messa in scena è il distillato di trentaquattro anni di lavoro con la Compagnia Castalia, un rigore filologico che Vincenzo Zingaro ha affinato fino a trasformarlo in puro istinto teatrale.

In quella Sicilia segnata dalla miseria e dalla retorica del regime appare Frenesia, la meretrix più lucida di Plauto, una donna consapevole delle mosse e del prezzo di ogni desiderio. La storia si fa urgente, ferocemente leggibile, perché in quella terra ogni sete di dominio trova terreno fertile.

Piero Sarpa apre la scena e interpreta Capatosta con una leggerezza che sfiora il pubblico senza afferrarlo. Rocco Militano è Truculento, l'unico che osserva invece di desiderare, con una fisicità grezza che occupa il palco senza permesso, coscienza scomoda dell'opera. Laura De Angelis è Anastasia, voce di una provincia che si riconosce a pelle. Attorno a loro ruotano le maschere della comicità antica: il Generale, miles gloriosus travestito da gerarca che schernisce l'autorità mentre la storia prepara il suo epilogo più cupo, il podestà compiaciuto, il servo trascinato in giochi più grandi di lui, ciascuno convinto di contare qualcosa, ciascuno destinato a scoprire che non è così.

L'apparizione di Frenesia ferma il tempo. Annalena Lombardi la incarna con un rigore che attraversa i cambi di costume senza cedere, conservando quell'identità d'acciaio e una presenza che non ammette repliche. Il personaggio va oltre la meretrix della tradizione per farsi figura complessa, in bilico tra la sensualità della Gradisca e una malinconia tutta plautina. Quando canta, sola con la luce fredda addosso, la sala smette di respirare. Non è un effetto cercato, accade e basta. La sua voce arriva dolce e insinuante, e in quella dolcezza c'è la verità di chi sa esattamente quanto vale.

Gli uomini si lasciano ingannare perché lo desiderano, quasi la verità pesasse troppo per essere sostenuta. Truculento è l'unico che resiste, ancorato al suo lato del palco, finché nell'attraversare la scena cede anche lui con un passo che vale più di qualsiasi battuta. Zingaro mostra questo senza spiegarlo. Lo lascia vivere nella scena. Lo spettacolo si fa specchio, un riflesso in cui finisco per riconoscermi.

Quando le luci si abbassano e il pubblico applaude, resto ancora un momento nel buio. Plauto ride di nuovo. E questa volta sento di aver capito perché.

 

Truculentus di T.M. Plauto, adattamento e regia Vincenzo Zingaro. Con Annalena Lombardi (Frenesia), Piero Sarpa (Capatosta), Giovanni Ribò (il Generale), Rocco Militano (Truculento), Laura De Angelis (Anastasia), Fabrizio Passerini (Favino), Maurizio Castè (Il Podestà pugliese), Paolo Oppedisano (Guercio). Musiche Giovanni Zappalorto, scene Emilio Ortu Lieto e Vincenzo Zingaro, costumi Emiliana Di Rubbo, disegno luci Giovanna Venzi. Compagnia Castalia, Teatro Arcobaleno, Centro Stabile del Classico, via F. Redi 1/a, Roma. Dal 6 al 29 marzo 2026, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17.30.

 

March 16, 2026

("Sarà per la prossima volta" … non solo uno spettacolo)

Si è concluso con un successo di critica e pubblico il weekend al Teatro delle Spiagge, che sabato 14 e domenica 15 marzo ha ospitato il nuovo lavoro firmato e interpretato da Andrea Muzzi. Uno spettacolo che, fin dalle prime battute, ha scardinato la quarta parete per trascinare lo spettatore in un luogo sospeso tra la finzione del palcoscenico e la cruda realtà del mestiere dell’attore.
La scena si apre su un attore che entra in teatro con una valigia, simbolo di una vita spesa tra tournée rocambolesche, camerini di fortuna e colleghi eccentrici. Ma quello che inizia non è lo spettacolo canonico: è un monologo ironico e a tratti surreale sul senso del successo e sulle miserie dorate del mondo dello spettacolo. Il protagonista si mette a nudo, trasformando il palco in un confessionale dove l’amarezza per i sogni mai del tutto realizzati si mescola a una comicità pungente e disincantata.
A rompere l'isolamento del protagonista interviene un giovane direttore di scena, interpretato dal debuttante Arturo Muzzi. È qui che il testo scatta marcia, innescando un dialogo serrato e ricco di battute fulminanti. Da una parte il veterano, che vede ancora nel teatro una vocazione quasi sacra; dall’altra il giovane pragmatico, allergico alla parola "passione" e convinto che il lavoro sia solo un mezzo per guadagnare.

Questo confronto diventa lo specchio della società contemporanea, analizzando con sarcasmo il sottile confine tra merito e raccomandazione e la frustrazione di chi vede il sistema premiare sempre i soliti noti. Il valore aggiunto dell’opera risiede nel rapporto autentico tra i due interpreti. Andrea Muzzi dirige se stesso e il figlio Arturo in un incontro tra esperienza e scoperta. La complicità e lo scontro che ne scaturiscono portano in scena una verità che va oltre il copione, rendendo ogni paradosso e ogni momento di sconforto estremamente reale e vicino allo spettatore.
Quando la trama sbatte contro la realtà — una tournée che salta, le ingiustizie di un settore difficile — l'impalcatura teatrale inizia a sgretolarsi. Ne emerge un ritratto umano profondo, che racconta la ricerca ostinata di un applauso vero, quello che arriva quando cade ogni maschera. Uno spettacolo brillante che ha dimostrato come, a volte, la rappresentazione più autentica sia proprio quella che accade prima che il sipario si apra ufficialmente, confermando il talento comunicativo di Andrea Muzzi e l’ottimo debutto del giovane Arturo.
All’uscita dal teatro, però, non resta solo la soddisfazione di aver assistito a uno spettacolo scritto e recitato con maestria. Quello che il pubblico porta via con sé è un’immagine che va oltre la recitazione: l'emozione negli occhi di Andrea che, con la tenerezza e l'orgoglio di un padre, osserva il talento di un figlio che promette decisamente bene. È in quello sguardo che il teatro si fa vita vera, lasciando un segno che scalda il cuore ben oltre l'ultimo applauso.
February 22, 2026

 

Antonio Giuliani ha ancora bisogno di presentazioni?

Di nuovo ospite al Teatro Nuovo Orione, torna con un nuovo spettacolo dal titolo apparentemente futuristico: “The Machine”, “La Macchina”, ma il suo One man show non ha nulla di meccanico, freddo, distaccato o inumano e sottolinea proprio il contrario. Il titolo è un richiamo al passato personale, quando per il suo vulcanico cabaret veniva soprannominato “la macchinetta”. Un appellativo che testimonia il continuo sfornare battute senza pause e che si rivela un giusto riconoscimento al suo stile.

Ancora una volta Antonio si dimostra grande comico ricco di passione e idee, ma questa volta lo spettacolo include degli ospiti che danno un taglio nuovo alla proposta. Così, eccolo accompagnato da Ginevra Marani, che balla sinuosamente sulle note di un pezzo moderno dove si inserisce Antonio cercando di emularla. Poi troviamo la coppia formata da Paolo e Costanza, un duo che anticipa l’entrata di Antonio, vestito da centurione romano, per riportarci ai fasti imperiali e metterli  criticamente a confronto con la Roma di oggi, così diversa da quella ereditata dai nostri avi.

Paolo e Costanza dimostrano ottime doti canore e musicali mentre interpretano gradevoli medley di stornelli romani, non lesinandoci una lacrimuccia e un sorriso. Molto bravi.

Si aggiunge un’altra chicca, Antonio Catalano. Anche lui, con una comicità tutta romana, ci parla dell'inutilità dell’uomo quando, nel management della coppia, cerca di occuparsi delle faccende domestiche combinando solo guai. Un altro bell’ intermezzo.

Antonio ritorna sempre più carico tra un ospite e l’altro come un treno in corsa senza freni, inarrestabile e travolgente. Un perfetto meccanismo da scena che ci presenta i suoi ricordi degli esordi da cabarettista con tutte le difficoltà incontrate con un pubblico particolarmente critico e ostico con i poveri esordienti, molti dei quali hanno cambiato mestiere; l’umorismo verso il paddle, gli ultimi tornei di tennis e soprattutto gli sport invernali delle Olimpiadi; l’abituale digressione sui romani in gita fuori porta, con le loro abitudini e le colorite battute; il salto indietro alla gioventù dei sessantenni di oggi come lui, con le prese in giro sui difetti fisici e con i giochi dall’infanzia all’ adolescenza; l’uso smodato del cellulare da parte dei giovani di oggi che tende ad isolarli. Questi e tanti altri argomenti si inseguono davanti a uno sfondo animato molto suggestivo che cambia di tanto in tanto.

Antonio è un artista che sa stare sul palco e catturare l’attenzione del suo pubblico sempre più affezionato che lo segue dagli esordi. Un pubblico abituato ai suoi eccessi, alla comicità dirompente e travolgente, ricolma di battute sparate a raffica, a cui abbina una mimica e delle movenze inconfondibili. Un artista che si dimena sul palco senza sosta con l’occhio spiritato e la stessa grinta di sempre che farebbe invidia ad un adolescente. Un talento naturale.

E allora approfittate, venite a passare una serata in allegria con Antonio The machine Giuliani!

 

          

Teatro Nuovo Orione
“The Machine”

Di e con Antonio Giuliani

February 06, 2026

Portare in scena temi di forte impegno sociale rischia spesso di far scivolare la narrazione nella retorica o in un’eccessiva enfasi interpretativa. Non è questo il caso di "Le salsicce erano pessime", la pièce di Michele Donadio con la regia di Iacopo Brogioni, andata in scena giovedì 5 febbraio 2026 al Teatro di Cestello per conto di Laboratorio Arca. Qui, ogni attore è riuscito a penetrare nelle pieghe del proprio personaggio con una naturalezza tale da mantenere il pubblico in uno stato di costante tensione emotiva, fino a un epilogo che si rivela come un quadro di nuda e dolorosa verità. Il testo si ancora profondamente al solco tracciato da Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che scardinò le porte dei manicomi italiani. La sua visione — "La libertà è terapeutica" — fa da sfondo ideale a una vicenda ambientata durante lo sgombero progressivo del Vincenzo Chiarugi, il manicomio di San Salvi, luogo simbolo della memoria fiorentina.
La scena si apre nella primavera del 1995. L’aria di Firenze è tiepida, ma su una panchina di un giardinetto di periferia si consuma un rito quotidiano fatto di noia e spietatezza adolescenziale. Un gruppo di amici ha scelto come bersaglio i "matti" del vicino istituto, colti nei loro rari momenti di libera uscita. È un gioco crudele, figlio di un’immaturità che non sa ancora dare un nome al dolore altrui.
La forza dello spettacolo risiede proprio nel contrasto tra i protagonisti: uniti da un legame cameratesco, ma profondamente distanti nella sensibilità interiore. La commedia procede sul filo di un equilibrio delicatissimo, oscillando tra l’irriverenza scanzonata degli scherzi ai danni di tre pazienti — ognuno portatore di una propria, toccante bizzarria — e la lenta, inesorabile crescita interiore dei ragazzi. Il climax della vicenda conduce a un’inevitabile collisione tra la realtà distorta dei degenti e quella, solo apparentemente integra, degli amici. Attraverso lo scontro e l’incontro, le maschere cadono: i quattro giovani scoprono che, al di là delle diagnosi e dei comportamenti stravaganti, batte un cuore identico al loro.
L’interpretazione del cast è magistrale; nessuno risulta marginale e ogni ruolo contribuisce a nutrire il senso profondo del testo. Lo spettacolo diventa così una riflessione necessaria sulla malattia mentale come stato dell'anima, spesso aggravato dall'abbandono sociale e dalla solitudine.
L’epilogo è una lezione di empatia pura: non esiste muro di manicomio capace di soffocare le emozioni. La vera "normalità", ci suggerisce questa pièce, risiede unicamente nel saper riconoscere l’umanità negli occhi dell’altro.

Gli attori:
Interpreti: Chiara Collacchioni- Filippo Macigni-Raffaele Totaro-Alessio Alloi- Antonio Timpano- Romina Bonciani- Filippo Catelani- Massimo Blaco- Claudia Bugianelli- Luca Palmieri
January 30, 2026
 
Con Fabrizio Di Rienzo, Marina Vitolo, Titti Cerrone, Massimo Valentini, Federico Nelli
Dopo un periodo di letargo, ecco riapparire sulla scena Fabrizio Di Renzo con questa nuova, divertentissima e anche riflessiva commedia sulla nostra Sanità.
Un prodotto maturato dopo una sua esperienza di ospedalizzazione. Guardandosi in giro insieme ai suoi colleghi sceneggiatori, Fabrizio riesce a trovare nella vita di tutti i giorni spunti per intrattenerci e divertirci, aggiungendovi una punta di pungente critica.
L’attore si circonda di un cast valido e navigato e qualche volto nuovo, con cui riesce sempre a soddisfare le aspettative del numeroso pubblico che accorre alle sue proposte. Il teatro è pieno e le tante richieste per assistere allo spettacolo lo costringono ad aggiungere nuove repliche. Non male se si considera che l'evento non è stato pubblicizzato se non attraverso un tam tam tra amici, conoscenti e fan della vecchia guardia.
 
La locandina è allettante e ben confezionata, vi si riconoscono nitidamente, seppur attraverso un tocco fumettistico, gli attori partecipanti a questa nuova impresa.
Ecco, allora, che il Teatro Portaportese si trasforma nella giusta location per questa storia. La scenografia ripropone la corsia di un ospedale nei suoi dettagli con i letti, i separé, i comodini, gli strumenti per ogni esigenza dei pazienti e perfino la mappa della struttura con le vie di fuga in caso di evacuazione. E poi il quadretto con la Madonnina e il cartello che indica il wc…
La storia, camuffata da commedia, è a tratti irriverente. Tra le righe leggiamo un aspro ritratto della situazione sanitaria italiana, di chi vi opera e delle critiche condizioni in cui si trovano i pazienti. Sappiamo bene come facciano fatica a funzionare bene gli ospedali e i pronto soccorso, e come le attese per una visita siano bibliche. A meno che non si abbia qualche santo in paradiso, è difficile, per i malati, vedersi assicurati i propri diritti. Malati a volte costretti a rivolgersi alla sanità privata, se le loro tasche lo consentono…
All’apertura del sipario troviamo due degenti: uno giovanissimo e fortunato con il padre benestante e ammanicato, in grado di far curare il figlio in una struttura pubblica; l’altra una persona di mezza età, piuttosto intimorita di quello che può accadergli a seguito di un intervento appena subito.
 
Fanno da contorno una chirurga piuttosto opportunista, spocchiosa, ma capace di disponibilità e gentilezza con il degente giusto… Poi troviamo una singolarissima suora dal chiaro e spiccato accento partenope, le cui invocazioni a santi dai nomi improbabili che rimano con le sue perle di saggezza fanno ridere di cuore; e poi c’è un allegro e giovane portantino tik toker.
Intanto si palesa subito l’ inevitabile scontro generazionale tra i due pazienti a causa degli opposti punti di vista nei riguardi della vita, in cui si inserisce efficacemente l’imberbe portantino. Le loro discussioni coinvolgono con un effetto corale il pubblico più o meno giovane che, come sul palco, attraverso il linguaggio diverso si immedesima con l’una o l’altra parte. Il risultato è un mix irresistibile di battute riuscite e fulminanti che funzionano piuttosto bene.
C’è posto anche per una stoccatina critica sulla disparità nel mondo del lavoro e sulle difficoltà di inserimento della donna, ma si parla anche di raccomandazioni, clientelismo e soprattutto della discutibile gestione del sistema sanitario.
 
Gli attori
Fabrizio Di Renzo sembra non recitare tanto appare come fosse se stesso: naturale, schietto, sarcastico, pungente sempre pronto alla battuta verace.
Dopo un breve, timido inizio, gli tiene subito testa Federico Nelli, che finisce per contendersi con lui la scena come fa un ottimo antagonista che dialoga a colpi di battute sarcastiche e velenose strappate alla quotidianità.
Massimo Valentini è uno scoppiettante bambinone che preferirebbe fare più l’influencer che le medicazioni. Esuberante, un po’ immaturo e superficiale, risulta energico e assai divertente con le sue continue intromissioni.
Titti Cerrone dona al personaggio una simpatica antipatia. Determinata ed opportunista, nasconde un lato sensibile attraverso una recitazione che sa dosare questi due distinti aspetti. Non le manca una buona dose di comicità.
Marina è Vitolo semplicemente esplosiva, vivace ed estroversa; non disdegna momenti di esagerata severità attraverso comicissimi sproloqui ingarbugliati. Anche lei, dietro un’apparente intransigenza, cela un cuore tenero che scoprirete piacevolmente a teatro.
I due giovani attori Federico e Massimo si inseriscono con una spiccata personalità chiudendo il cerchio con Marina, Fabrizio e Titti, attori navigati ed esperti. Insieme creano una bella sinergia che riesce ad intrattenere e divertire i presenti.
Il punto di forza della commedia è far ridere facendo trasparire tematiche più serie grazie ad un testo fluido, scorrevole, veloce e diretto, farcito di sana comicità partorita dagli autori Di Palma, Stanzione e lo stesso Di Renzo.
Bella l’idea di dividere le scene con degli improvvisi bui che spiazzano lo spettatore e lo sorprendono piacevolmente con un effetto scenico ben sincronizzato dall’attento gioco di luci e con una colonna sonora che crea un’atmosfera scoppiettante.
Questa soluzione raggiungerà l'apoteosi nei saluti finali, quando sarà davvero difficile capire come e dove troveremo gli attori in scena che intanto raccolgono i loro meritati applausi.
 
 
Teatro Portaportese
“Mutuo soccorso”
Scritto da Stanzione, Di Palma e Di Renzo
Regia Bruno Stanzione
Con Fabrizio Di Rienzo, Marina Vitolo, Titti Cerrone, Massimo Valentini, Federico Nelli
 
January 14, 2026

 

Non perdetevi questa commedia in scena dal 22 gennaio al 25 febbraio, che festeggia quest’anno il decimo anno di repliche in Italia. Un successo strepitoso che vede ormai un cast solido e consolidato. Per me tutti visi noti, che ho avuto il piacere di seguire con una certa assiduità singolarmente e in diverse apparizioni teatrali. Attori esperti e navigati, particolarmente affiatati in grado di strappare i vostri applausi spellandovi le mani e procurarvi una distorsione alla mandibola a suon di risate.

Un gruppo di attori prova una commedia ambientata in una sontuosa villa inglese dove viene ritrovato un cadavere adagiato su un divano della grande sala. La bufera tiene isolato il luogo, ma un intrepido ispettore riesce ad arrivare e cercherà il colpevole tra i presenti, i cui intrighi movimenteranno la storia, mentre continui imprevisti complicheranno le prove coinvolgendo parenti, amici, servitori e… anche i tecnici che dovrebbero garantire la riuscita della messa in scena.

Questa commedia è nata in Inghilterra e si è propagata come un virus in tutto il mondo riuscendo a mietere successi ovunque sia stata presentata. Funziona bene perché la sua comicità riesce a colpire chiunque.

In continua evoluzione, aggiunge sempre nuove trovate che sorprendono il pubblico. È così divertente che non è insolito incontrare spettatori che collezionano repliche. Nel mio caso credo di essere alla sesta o settima volta sia perché la trovo particolarmente divertente, sia perché adoro il sorprendente cast.

Massimo Genco, Valerio Di Benedetto, Alessandro Marverti, Viviana Colais, Matteo Cirillo, Marco Zordan, Igor Petrotto e Stefania Autieri si avvicenderanno sul palco, si sostituiranno, interferiranno, spariranno e riappariranno nei momenti più impensati come pasticcioni imbranati, grazie alle continue peripezie che questo spettacolo ginnico e difficile impone.

Il palco diventa un campo di battaglia pieno di insidie in cui ogni oggetto non è mai dove dovrebbe essere nel momento in cui andrebbe usato, mettendo in difficoltà questa sgangherata compagnia teatrale.

Loro sono semplicemente eccezionali. Vi faranno credere di essere negati per la recitazione, oltre che particolarmente maldestri. Mentre ogni intoppo tecnico li affligge, loro persistono stoicamente. Cercando di conservare integrità e serietà, portano avanti un… disastro. Uno spettacolo adatto a tutti, a grandi come a piccini, ad amanti del teatro e non.

Amerete la storia, il cast, questi improbabili ma deliziosi personaggi e porterete a casa un bellissimo ricordo. All’uscita vi troverete a commentare le scene, le battute e le trovate più divertenti, i personaggi e gli attori che più vi hanno colpito e forse, come molti altri, programmerete per l’anno venturo di tornare a trovare i vostri beniamini. Allora tornerete a ridere per le stesse sequenze, aspettando quella che vi è piaciuta di più, così come si aspetta un treno che assolutamente non va perso.

 

Teatro Nuovo Orione
“Che disastro di commedia”
Di Henry Lewis, Jonathan Slayer ed Henry Shields, traduzione di Enrico Luttman
Regia Mark Bell

January 12, 2026

 

Dopo il folgorante, profondamente toccante e anche divertente “Cinque donne del sud” che rivelavano (se ce ne fosse ancora bisogno) tutta la forza espressiva, la padronanza del palco e la grande capacità di vestire in un frenetico monologo donne completamente diverse tra loro, torna questa grande interprete con una nuova proposta.

Lo spettacolo ha in comune con quello solo la camaleontica poliedricità di Beatrice Fazi, che porta in scena un bellissimo e sentito monologo in cui veste più personaggi femminili (e anche qualcuno maschile).

Il testo è ambientato nella Napoli del Settecento e si incentra non solo sulla figura di una donna che si barcamena tra scontri di potere, ribellione sociale, sentimenti e vita personale sullo sfondo della cultura e dei valori dell’Illuminismo che si scontrano con la tradizione religiosa e l’ingenuità dei ceti poveri di Napoli.

Beatrice è Gloria, figlia del proprietario della stamperia reale di Napoli. Colto, attratto dagli ideali illuministi che circolano attraverso i testi della sua stamperia, ha lasciato in eredità alla figlia il desiderio di conoscenza e di libertà. Gloria racconta il suo incontro con Assunta, figlia di una prostituta dei vicoli di Napoli che inizia a lavorare al suo servizio e che lei cercherà vanamente di istruire. Nonostante la diversità culturale e caratteriale, tra le due si instaura un rapporto che le porterà a confrontarsi e a contaminarsi.

Gloria sogna di cambiare la società napoletana, assorbita ai Borboni, e di salvare l’attività del padre.

Assunta è legata alla superstizione e alla religione più bigotta, Gloria si è formata leggendo Rousseau, Diderot, Voltaire.

Nessuna delle due uscirà vincente dalla Rivoluzione del 1799, perché entrambe saranno travolte dagli eventi insieme ai loro sogni e alle speranze.

Gloria ci accoglie a inizio spettacolo prigioniera in una cella oscura e malsana, graziata dalla pena di morte e pronta per essere mandata in esilio in America, lontana dalla sua amata Napoli. Affranta e distrutta, prepara le sue poche cose che raccoglierà in una valigia testimone di tutta la sua vita, custode e protettrice dei suoi ricordi e degli affetti sempre più lontani.

In maniera struggente, profonda e a volte violenta per il dolore provato ci rende partecipi delle sue vicissitudini, raccontandoci tutta la sua storia e le motivazioni che l’hanno condotta all’amaro destino. Lo farà dando vita ad una pletora di personaggi riuscitissimi, alcuni nobili spocchiosi e alteri, altri semplici e rozzi popolani. Un cappello, una giacca, un grembiule e una cuffia trasformeranno l’attrice di volta in volta mentre la voce cambia insieme al tono e alla mimica. Tante persone in una interpretate in maniera eccelsa, che raccontano la cruda realtà del tempo dove non c’è spazio per idee libertarie, figuriamoci se espresse da una donna.

Attraverso dialoghi serrati e coinvolgenti in una scenografia che ricostruisce una cella con poche suppellettili e mobilie utilizzate dall’attrice per dare movimento alla scena, la donna urlerà il suo credo senza temere le conseguenze e affronterà con coraggio la prigionia, la solitudine e la paura. Anzi, userà ogni stratagemma per far arrivare al pubblico il suo messaggio: credere in qualcosa di più grande di se stessi, credere nel bene comune. Nella cella l’unica presenza, oltre ai suoi ricordi, è un ratto che la fa sobbalzare di tanto in tanto, a spezzare per un istante l’atmosfera dolorosa dei pensieri che però tornano subito a riempire la cella vuota.

Per Gloria arriverà la rivalsa personale. Uscita di prigione,  potrà dedicarsi all’educazione dei giovani immigrati in America. A loro insegnerà come affermare i valori in cui ha sempre creduto.

Ho trovato particolarmente apprezzabili quei momenti in cui l’artista continua a parlare girando le spalle al pubblico, creando dei bei momenti introspettivi. O quando estrae da un separé o dalla valigia indumenti, bandiere, oggetti, anche burattini. Tutte trovate che arricchiscono la piece.

Beatrice ci regala un interpretazione avvincente, ricca di pathos, sanguigna, sentita, viscerale ed accorata, che esalta con grande maestria. È chiaro che vive con energia il suo personaggio e lo ama.

La regia di Marafante si sente e si vede, attenta ad ogni stato d’animo, movimento, espressione. Ha lavorato creando una bella sinergia con l’attrice sul testo di Palladino, ricco di sfumature, storia e umanità belle le musiche e gli effetti sonori che implementano il pathos. Insieme hanno lasciato il segno tenendo il pubblico con il fiato sospeso, immerso nell’ascolto di un pezzo di storia avvincente raccontata da un personaggio che trasuda forza, coraggio, speranza.

 

Napoli, donne e rivoluzione
Teatro 7 Off
Con Beatrice Fazi
Testo di Pierpaolo Palladino
Adattamento e regia Roberto Marafante

 

January 07, 2026



D_Maestro Branchetti, il 18 gennaio debutterà al Teatro Fulvio a Guglionesi in provincia di Campobasso con 'Made in Italy', il nuovo testo di David Norisco che vede protagonista Barbara De Rossi. Ci può raccontare di cosa si tratta e quale visione dell'Italia vuole trasmettere al pubblico attraverso questa regia?

R-In realtà si tratta di un viaggio nel tempo e nello spazio… un viaggio poetico profondo, un viaggio nelle emozioni e anche nelle nostre radici, un viaggio profondo nell' "italianità” alla ricerca della nostra unicità come italiani. Barbara sarà una originalissima e fascinosa viaggiatrice che ci accompagnerà in un tour pieno di sorprese ed emozioni che affonda le radici più profonde nel nostro essere italiani e nella nostra cultura più profonda.
D- Made in Italy' si propone come un volo radente sulle nostre radici: in che modo ha integrato gli elementi della tradizione popolare — intesa come patrimonio di musiche, dialetti e costumi — per restituire al pubblico un'immagine autentica e non stereotipata dell’Italia?


R- Beh devo dire che la cultura e le tradizioni popolari e le nostre radici più profonde sono e  costituiscono l'ossatura del "viaggio" che Barbara fa in questo spettacolo, un viaggio alla ricerca di un'identità che forse abbiamo perduto attraverso una globalizzazione forsennata e forse abbiamo perduto anche il senso e la bellezza dello stesso "essere italiani" nella nostra antropologica e meravigliosa unicità.

D-In un momento storico così frammentato, 'Made in Italy' sembra voler ricomporre un mosaico d’identità. Se  ci dovesse essere un messaggio nello spettacolo quale sarebbe?

Stefano BRaghetti




R- Il messaggio di questo spettacolo è senz'altro un inno alla diversità… un incoraggiamento profondo a guardare all'Italia fino nella provincia più profonda con grande orgoglio e non a cercare sempre altrove ciò che l'Italia è ed ha avuto negli anni ai più alti livelli, parlo di cultura, letteratura, di  poesia, musica e molto altro.




D-Che tipo di centralità occupa la presenza scenica di Barbara De Rossi nell'equilibrio complessivo dello spettacolo?

R-Barbara in questo spettacolo ha il ruolo di una "viaggiatrice" molto speciale, coraggiosa e fascinosa, in una sorta di volo nel tempo e nello spazio che ci  riconduce alla nostra essenza, al nostro "io" più profondo, attraverso un'analisi psicologica straordinaria di quello che significa essere italiani  attraverso la nostra poesia facendo conoscere le nostre tradizioni e accompagnati dalla  nostra musica. È davvero una grande prova di attrice questa di Barbara De Rossi.




D- Quale tipo di esperienza immersiva ha voluto costruire per lo spettatore in questo spettacolo?

R-Beh mai come in questo spettacolo ho voluto coniugare   la recitazione con la musica con le luci con le atmosfere che nascevano spontanee in questa ricerca in questo viaggio misterioso e pieno di fascino alla ricerca delle nostre radici; è lo spettacolo di un "viaggio" è lo spettacolo di una "ricerca" è lo spettacolo di un cercare se stessi attraverso la nostra storia le nostre tradizioni; uno spettacolo credo molto originale, pieno di sentimento e di tantissimi spunti di riflessione per il pubblico.
L’apparato sonoro e l’estetica scenica si fondono in una dimensione di 'sogno poetico', attingendo direttamente al fascino del nostro inconscio collettivo. Lo spettacolo invita lo spettatore a un viaggio introspettivo tra passato e presente, riconnettendolo con quegli aspetti della vita che la modernità tende a oscurare. È un richiamo a distogliere lo sguardo dalle distanze siderali del quotidiano per tornare a guardare vicino a sé e, soprattutto, dentro di sé.

D- Questo debutto rappresenta l'inizio di un percorso più ampio? Farete una tournée ?

R- Sì saremo in tournée in tutta Italia e mi auguro che anche l'anno prossimo venga ripreso; tengo molto a questo spettacolo che mi ha permesso di tornare alla cultura italiana più alta, più profonda, sia che si parli di musica che di poesia o addirittura di tradizioni popolari di cui sono appassionato cultore . 

 

Made in Italy” Viaggio nell'Italianità: Quando il teatro esplora le nostre radici
 regia di Francesco Branchetti
Protagonista: Barbara De Rossi

 

January 04, 2026

Esiste una dittatura silenziosa, ai giorni nostri, che ci impone di essere sempre vincenti, performanti e impeccabili.
È per questo che entrare a teatro per assistere a "All’alba perderò" di Andrea Muzzi non è solo un atto culturale, ma una vera e propria boccata d'ossigeno.
Lo spettacolo, scritto a quattro mani con Marco Vicari, è un viaggio controriformista che ribalta il podio della vita e celebra chi, quel podio, non lo ha mai nemmeno sfiorato.
C’è qualcosa di poetico nel fallimento, e Andrea Muzzi sembra averlo capito meglio di chiunque altro.
Con il suo spettacolo All’alba perderò, l’attore toscano esplora quel sottile confine che separa l'eroe dal perdente, ribaltando completamente la prospettiva.
Attraverso una carrellata di aneddoti incredibili (ma veri), Muzzi tiene il palco con una naturalezza disarmante.
La scrittura è serrata, le battute arrivano puntuali, ma è nel sottotesto che si trova il vero valore: l'accettazione dei propri limiti. Non è solo uno show per ridere, ma una riflessione necessaria sulla nostra società ossessionata dal primo posto.
Muzzi ci insegna che, a volte, perdere è l'unico modo per restare liberi.
Lo spettacolo è stato un susseguirsi incalzante di battute e ironia, un vortice di risate che non ha mai perso, però, quel filo invisibile di poesia che legava ogni parola.
È in questa trama che la nostalgia si è fatta spazio con delicatezza, svelando un Andrea Muzzi capace di inserire anche se stesso, la propria storia e la propria vulnerabilità, fra gli aneddoti da lui espressi
Un lungo e caloroso applauso  ha congedato l’attore durato diversi minuti, non è stato però, solo per  un tributo alla sua performance tecnica, ma un ringraziamento collettivo.
Muzzi con Marzia Carocci

In una fredda sera d’inverno, il suo monologo ha saputo scaldare la platea alternando momenti di pura allegria e spasso travolgente a squarci di riflessione profonda. Andrea Muzzi ci ha regalato una verità preziosa e nuda: la riscoperta di quella dimensione umana che ci permette di guardarci allo specchio con indulgenza. Se ne va, l'attore, le luci si abbassano, ma resta in sala la sensazione di aver compreso qualcosa di più su noi stessi, uscendo dal teatro ci sentiamo un po' più consapevoli e, finalmente, inconsciamente, più liberi di sbagliare.
December 21, 2025

 

Vidi questo spettacolo qualche anno fa ma era in una versione reading, con gli attori senza costumi di scena. Esplosivo e divertentissimo. Montato in una manciata di giorni, lasciava ampio spazio all’improvvisazione di attori nati per far ridere e divertire. Nella versione commedia riaffiora la sintonia di un cast di attori o della regia che sanno lavorare insieme come ne “I Nasoni raccontano”, ne “I 39 scalini”, in “Walking dead comedy” o in “Che disastro di commedia”… spettacoli ricchi di trovate esilaranti come quello di stasera, che porta la firma registica riconoscibilissima di Leonardo Buttaroni.

Sono contento di aver visto entrambe le proposte perché si tratta di due lavori completamente differenti ed entrambi validi.

In questo, proposto in più di cinquanta paesi, troviamo una bella scenografia in stile gotico che i nostri sapranno ben utilizzare apparendo e scomparendo in un gioco luci suggestivo e curato, accompagnati da musiche dai suoni a volte orrifici che ne evocano le atmosfere misteriose. Cinque attori daranno vita ad una moltitudine di personaggi sia maschili che… femminili, con cambi repentini di scena, costume e parrucche, azioni rapide e tempi cronometrici.

Con incontenibile estro artistico, cambiano ruoli e costumi a velocità frenetiche vestendo personaggi che riempiono una storia già di per sé esilarante, ricca di inaspettate trovate che ci restituiscono un conte Dracula insolito, ben lontano da quello presentato da Bran Stoker o dall’originale storico Vlad Tespe III, il voivoda impalatore dei Turchi.

Anche il nostro conte viene dalla Transilvania per sbarcare a Londra, dove ha comprato delle proprietà da un agente immobiliare assai pavido e ipocondriaco che assomiglia al collega mediatore immobiliare interpretato da Paolo Villaggio in “Fracchia contro Dracula”.

Una commedia comic horror che riporta inevitabilmente alla mente la follia di Mel Brooks e di Monty Pyton.

Questo però funziona meglio, forse perché il riadattamento in lingua italiana ha trovato una soluzione migliore che fa scorrere la commedia senza intoppi o cali di tensione, a dispetto di quello che accade invece in alcune scene di quei film. Non sempre si riescono a riadattare le battute e la comicità inglese o americana a quella italiana. I nostri invece oltre a riuscirci, inscenano un continuo susseguirsi di gag  comiche che riescono a far ridere a crepapelle. Anche loro si divertono sul palco creando un’euforia contagiosa che attacca chiunque donando il buon umore.

La comicità, accompagnata da un pizzico di improvvisazione, raggiunge alti livelli di professionalità.

Yaser Mohamed ironicamente veste un Dracula goffo ma anche a tratti mite, che dietro all’aspetto tetro non disdegna di manifestare un lato sensibile, pur finendo sempre per seguire il suo lato più oscuro. In chiave comica e leggera travolge con la sua esuberanza. È strepitoso e perfetto in questi panni.

Marco Zordan e l’agente immobiliare, ma veste anche i panni di personaggi minori, donando a ciascuna interpretazione il suo magico ed innato talento.

Ermenegildo Marciante dà vita a personaggi estremamente bizzarri, come quello della fidanzata inglese dell’agente immobiliare. Bravissimo, oltre che divertente; spicca come se fosse il personaggio principale. Incontenibile quando duetta con gli altri, bravissimo.

Alessandro Di Somma, oltre agli immancabili personaggi minori, veste due ruoli importanti: Mina, piuttosto bruttina ed ipertricotica, che palesa poco timidamente una sindrome da eccitamento persistente e dunque è sempre a caccia di marito. Poi propone la versione femminile di Van Helsing, il noto cacciatore di vampiri, ma in chiave piuttosto squinternata e buffa. Semplicemente magico.

Diego Migeni , anche lui impegnato in diversi ruoli minori, è il padre delle due protagoniste, dal farsesco aplomb che lo contraddistingue sempre anche se non lesina di colpire a tradimento con cambi repentini di umore e battute sagaci. Una seriosa comicità la sua che rompe gli schemi.

Fraintendimenti, gaffe, finte indecisioni, parrucche improbabili, mimica e gestualità conferiscono alla storia una forte comicità che genera risate dall’inizio alla fine, per quasi due ore.

Una commedia adatta a tutti che vi accompagnerà per tutte le feste natalizie. Vale la pena di approfittarne!

 

Spazio Diamante

“Dracula”
- A comedy of terrors-
Di Gordon Greenberg e Steve Rosen
traduzione Enrico Luttman
Con Alessandro Di Somma Ermenegildo Marciante Diego Migeni Yaser Mohamed Marco Zordan
Regia di Leonardo Buttaroni
Aiuto regia Emiliano MoranaScene Paolo carbone, costumi Francesca Burattini, musiche Samuel Desideri.

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