
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
Quasi tren’anni fa, occupandomi dell’ufficio stampa di un mio caro amico, un ingegnere che faceva parte del think tank di una grande azienda italiana, cioè quel gruppo di persone che cercano di interpretare il futuro affinché la propria azienda possa soddisfare le esigenze dei clienti e vendere i propri prodotti, mi predisse quello che sarebbe stato il futuro, da allora a trent’anni, cioè oggi. Se non fosse stato un ingegnere di una grande azienda le sue previsioni le avrei prese per le profezie del mago “Telma”. Il tempo gli ha dato ragione. Mi diceva che nel prossimo futuro avremmo vissuto l’”era del pensare globale e del vivere locale”; eravamo agli albori della rivoluzione tecnologica, c’erano i primi computer, la rete internet era praticamente sconosciuta, al massimo usavamo il buon vecchio Fax. In effetti il mio amico ci aveva
preso. Oggi, in tempo reale grazie alla rete, riusciamo a conoscere gli accadimenti in qualsiasi luogo del nostro Globo e a prendere maggior consapevolezza di avere una casa in comune, la Terra, e che come si
dice: “ il battito d’ala di una farfalla fa il giro del mondo e ti torna in dietro”. Diceva allora il mio amico che era inutile comprare le macchine e tenerle ferme sotto casa per quasi tutta la giornata e fare la lotta per il parcheggio, sarebbe bastato avere una carta di credito, prendere una macchina a noleggio per andare a Milano, e lasciare la macchina li, insomma aveva predetto tutte le innovazioni che viviamo oggi. Mi aveva raccontato che in America avevano fatto degli esperimenti di quelli che oggi chiamiamo “lavoro a distanza da casa” per rendere meno caotici i grandi centri urbani ma che avevano constatato che il sistema di lasciare a casa e isolati dal Mondo chi lavorava con tale sistema, si rischiava di farli cadere in depressione e che il numero dei suicidi aumentava. Un bar allora, una piazza, un luogo dove si potesse socializzare era altrettanto importante quanto il lavoro per mantenere quell’equilibrio psico-fisico di cui abbiamo bisogno. La nuova Era, diceva, sarà quella delle autostrade telematiche, la chiamava quella del “Bit e del Wat”. Non possiamo dargli torto.
La realtà che viviamo tutti i giorni, soprattutto nelle grandi metropoli del mondo, con il lavoro frenetico che la contraddistingue, con il costo della vita che rende schiavi del dio denaro, con l’inquinamento, la spersonalizzazione nei rapporti sociali, il percepire di essere sempre più numeri e non esseri umani ci spinge sempre più verso una fuga per la nostra sopravvivenza, per quei bisogni, per quel benessere che ricerchiamo invano nella città. Allora per i nostri figli che vivono in città e, soprattutto per quei giovani che vogliono mettere su famiglia, tornare al paesello dei nonni o andare a vivere nei borghi che più gli affascinano non è una scelta sbagliata, anzi crediamo obbligata.
Il futuro non è nelle grandi città, il futuro è nella natura, nella campagna, il quell’”humus” nel quale la razza umana è cresciuta. Siamo nutriti dalla natura, generati dalla natura, viviamo grazie a questa, ed è nei borghi che ci riconciliamo con la nostra centralità, è qui che possiamo sfuggire ai tentacoli del profitto a tutti i costi delle multinazionali, è qui che possiamo ritrovare noi stessi: la tecnologia questa volta ci viene in contro, si può lavorare stando non importa a quale distanza dal datore di lavoro. Oramai la rete abbraccia ogni dove nel nostro Paese e l’eredità culturale, artistica e strutturale che ci hanno lasciato i nostri nonni è superba: 2000 borghi , ognuno più affascinante
e bello dell’altro, e tutti dotati di una bella piazza per socializzare, non autostrade e centri commerciali privi di anima come in altri paesi esteri. Abbiamo un bagaglio artistico e culturale che tutto il mondo ci invidia; più della metà di quelli censiti dall’UNESCO sono nel nostro Paese. I giovani che voglio mettere su famiglia rianimando le case dei loro nonni, che hanno abbandonano, potrebbero avere dei vantaggi enormi se non le lasciassero morire, ma anche se non ne fossero proprietari i vantaggi per affitti, per il vivere, per la qualità della vita loro e dei loro figli sarebbero enormi: non più mele comprate al supermercato al gusto di fragola, non più olio contraffatto, meno fitofarmaci intrisi nel grano che ci viene dal Canada o dall’Ukraina e più voglia di riconciliarsi con Madre Natura che benigna ci sorregge da millenni.
Gli alberi sono una ricchezza straordinaria per l’ambiente e per la vita umana. Con la loro presenza maestosa, purificano l’aria, donano ossigeno, attenuano i rumori, mitigano il calore urbano e regalano bellezza ai nostri paesaggi. Tuttavia, come ogni elemento naturale, anche gli alberi hanno bisogno di essere collocati nei luoghi giusti, con criterio e responsabilità. Non basta piantarli ovunque per sentirsi “ecologici” o amici dell’ambiente, ma occorre comprendere che la corretta pianificazione del verde urbano è una questione non solo estetica, ma anche di sicurezza pubblica e funzionalità cittadina. Negli ultimi anni, molte amministrazioni locali hanno avviato ambiziosi programmi di riforestazione urbana, collocando alberi lungo i marciapiedi e a ridosso delle carreggiate.
L’intento è senza dubbio nobile: contrastare l’inquinamento e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, in troppi casi, queste iniziative vengono attuate senza un’adeguata progettazione tecnica e ambientale. Gli alberi piantati in spazi angusti, spesso troppo vicini agli incroci, ai lampioni o ai cartelli stradali, finiscono per creare ostacoli visivi e per ridurre la luminosità delle aree pubbliche, generando situazioni di potenziale.
Le chiome rigogliose, specialmente in primavera ed estate, possono infatti ostruire la visibilità dei semafori, delle segnalazioni stradali e delle telecamere di controllo, rendendo più difficile per gli automobilisti, i ciclisti e i pedoni individuare segnali e attraversamenti.
Allo stesso modo, i lampioni stradali, avvolti dai rami, perdono gran parte della loro efficacia luminosa, lasciando intere zone della città immerse in una penombra pericolosa. È sufficiente un ramo troppo vicino a una lanterna o una chioma folta su un semaforo per compromettere la sicurezza di un incrocio. Tutto ciò rappresenta non solo un disagio, ma un rischio concreto per la circolazione e per la vita delle persone. Oltre alla visibilità, anche la stabilità e la manutenzione degli alberi in prossimità di strutture urbane è un tema di grande importanza. Le radici, crescendo sotto i marciapiedi, sollevano la pavimentazione, creano barriere per i pedoni e danneggiano l’asfalto ostacolando il passaggio degli utenti più fragili, come gli anziani, disabili e chi spinge un passeggino, mentre i rami, se non potati con regolarità, diventano una minaccia durante i temporali. Le cadute di alberi o di grossi rami, purtroppo, non sono episodi rari, e ogni anno in Italia si registrano danni e incidenti dovuti a una gestione poco oculata del verde stradale.
La collocazione ideale degli alberi è invece nei parchi, nei giardini pubblici, nelle aree verdi pianificate, dove possono crescere liberi, sani e armoniosamente integrati con l’ambiente. In questi spazi, le radici trovano terreno adeguato, le chiome possono svilupparsi senza intralci e le persone possono godere pienamente dei benefici che il verde naturale porta con sé. Dal punto di vista scientifico, è importante ricordare che gli alberi respirano esattamente come tutti gli esseri viventi. Durante il giorno, grazie alla fotosintesi clorofilliana, assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno, sfruttando la luce del sole. Ma con il calare della sera e l’arrivo dell’oscurità, il processo si inverte: gli alberi, attraverso la respirazione, rilasciano nell’ambiente circostante piccole quantità di CO₂. È un fenomeno naturale e fisiologico, ma che ci ricorda come il loro ruolo nel ciclo vitale dell’aria sia complesso e dinamico. In questo contesto, è interessante includere un ulteriore elemento ambientale spesso trascurato: la funzione dei vulcani attivi nel rilascio di anidride carbonica nell’atmosfera. È vero che i vulcani emettono gas, anche CO₂, e il vulcano Etna, ad esempio, è stato stimato emettere quantità consistenti rispetto ad altri vulcani. In inverno, poi, la maggior parte delle specie caducifoglie perde le foglie, sospendendo la fotosintesi e riducendo così la produzione di ossigeno fino alla primavera successiva. È il periodo del riposo vegetativo, durante il quale la natura si prepara a rinascere. Curiosamente, mentre nel nostro emisfero gli alberi si spogliano, nell’altro si riempiono di foglie, a conferma del perfetto equilibrio che regola la vita sul pianeta.
Gli alberi, dunque, sono indispensabili, ma devono convivere in modo intelligente con le infrastrutture urbane. Servono piani di verde pubblico accurati, studi sulla sicurezza stradale e un approccio tecnico che bilanci la sostenibilità ambientale con la vivibilità quotidiana. La natura non va imposta alla città, ma integrata con sensibilità e competenza. Gli alberi servono, eccome. Ma devono essere collocati nei parchi, nelle aree verdi e nei giardini pubblici, dove possono offrire ossigeno, ombra e serenità senza compromettere la visibilità, la sicurezza e l’efficienza delle nostre strade. Solo così, con equilibrio e buon senso, la città e la natura potranno continuare a respirare insieme.
Pochi giorni fa - sempre nel mese di ottobre 2025 - si è tenuta l'udienza pubblica in Corte Costituzionale a Roma relativamente ad una specifica legge regionale della Sardegna la quale regolamenta le aree idonee e non idonee ove edificare gli impianti energetici da fonte rinnovabile. La questione al centro del dibattito è sempre l'eolico e quali margini e discrezionalità ha la Regione nel decidere ove edificare sul territorio gli impianti di produzione energetica.
La sentenza sul conflitto di attribuzione e la potestà legislativa è attesa a giorni.
Il 25 settembre scorso durante la presentazione ufficiale in Regione a Trieste della petizione sul parco eolico Pulfar di cui sono promotore, nel breve scambio di battute con il Presidente del Consiglio Mauro Bordin, è emerso appunto quello che vado dicendo da mesi: le Regioni in Italia hanno margini strettissimi in merito alla politica energetica e la governance sulle FER (Fonti da Energie Rinnovabili)
La mia e nostra idea proposta in Regione - oltre ad opporsi al PULFAR con motivazioni in parte analoghe all'altra petizione che ha raccolto migliaia di firme - è di evitare che i crinali montani e collinari di tutto il Friuli diventino terra di conquista in futuro con impianti e parchi eolici dall torri svettanti per centinaia di metri di altezza.
L'idea suggerita è di relegare la quota di produzione energetica da eolico prevista negli impegni futuri, a soli parchi eolici flottanti in mare, lontano dalla costa.
La costruzione di parchi eolici off-shore è già prevista dal PNIEC (già sono in costruzione al largo della Sicilia e uno si trova già dinanzi a Taranto, infelicemente costruito proprio dinanzi alla città) e dagli impegni che l'Italia ha nei confronti dell'Europa per la decarbonizzazione decisa entro l'anno 2050.
Come si vede da una precedente pronuncia della Corte Costituzionale (sentenza 28/2025, Rif Decreto Draghi) che ha dichiarato illegittima costituzionalmente la meritevole moratoria della Regione Sardegna sui parchi eolici, queste opere sono considerate urgenti e indifferibili e per tutta una serie di ragioni costituzionali e del diritto UE vincolante giuridicamente e prevalente su quello nazionale, le ragioni e la forza della Regione al momento soccombe dinanzi alle decisioni UE e delle normative nazionali statali, per il principio di sussidiarietà verticale e di leale collaborazione fra enti territoriali e Stato
e per gli obblighi di rispetto del diritto eurocomunitario (sancito anche in Costituzione all'articolo 117).
Il Presidente Mauro Bordin mi ha detto durante la consegna ufficiale della petizione e delle 219 firme, che non sa se la proposta sia fattibile, che vi sono state già sentenze della Corte Costituzionale che hanno cassato le ragioni di potestà legislativa regionale.
Nondimeno mi ha assicurato che gli approfondimenti del caso saranno tenuti presso la Commissione competente del Consiglio in merito alla nostra proposta.
Così infatti è stato: la nostra proposta è al vaglio consultivo della IV Commissione permanente del Consiglio Regionale Friuli Venezia Giulia.
Sull'energia ed eventuali soluzioni alternative ho la mia opinione che ho esposto più volte sia in alcuni scritti sia in alcuni audio.
Per poter rinunciare alla produzione da eolico (cosa che mi auguro avvenga il prima possibile, abbandonando questa soluzione tecnologia energetica che impatta negativamente sull'ambiente e la salute umana e animale terrestre e marina, anche se in misura diversa) è necessario un dibattito più aperto, meno soggetto alla sudditanza alla ideologia green, e che recuperi la via della produzione energetica da fusione fredda (a bassa energia) già esplorata dalla ENEA più di venti anni fa (Rif. Rapporto 41), oltre che l'entrata in esercizio nel prossimo futuro (verosimilmente fra un paio di decadi) di centrali a fusione nucleare calda controllata.
Da settembre, il centro di Roma diventerà una “zona 30”. Velocità massima: 30 chilometri orari. A deciderlo è il sindaco Roberto Gualtieri, nel solco delle tanto celebrate, e spesso mai verificate, “best practices europee”. Il modello? Milano e Bologna, città già trasformate in laboratori di mobilità iper-regolamentata, tra piste ciclabili con cordoli in mezzo alle carreggiate, strade ristrette, autovelox ovunque e controlli semaforici serrati. Davvero tutto questo aumenta la sicurezza? La verità è che, quando si parla di incidenti, le semplificazioni ideologiche non aiutano. E il caso di Milano, che pure è sempre al centro dell’attenzione per la mobilità “green”, ne è un tragico esempio. Ricordiamo tutti la ciclista travolta da un camion mentre era ferma in attesa del verde: un dramma avvenuto non a 50 o 60 all’ora, ma da fermi, nel cuore della città. Una scena che spezza ogni illusione: non basta rallentare per rendere le strade più sicure. Il problema non è solo la velocità.
È la convivenza forzata tra mezzi pesanti, biciclette, monopattini e auto, in spazi sempre più stretti e confusi da corsie dedicate, cordoli rigidi, sensi unici e segnaletica a tratti incomprensibile. Il traffico si ingorga, le auto si accalcano, le manovre diventano azzardate. Peraltro, il rischio cresce, altro che diminuisce. Imporre limiti generalizzati a 30 all’ora su centinaia di strade, molte delle quali a basso rischio, è una forzatura ideologica più che una misura razionale. Roma non è Amsterdam, né Parigi. È una metropoli estesa, con una viabilità spesso storica, dove milioni di persone ogni giorno si spostano non per piacere, ma per lavoro, scuola, necessità. L’illusione che ridurre la velocità renda automaticamente tutto più sicuro è pericolosa tanto quanto l’alta velocità stessa. A peggiorare il quadro c’è la nuova ondata di strumenti elettronici: 60 nuovi autovelox e tutor, più 38 corsie monitorate da telecamere ai semafori. A novembre, partiranno le multe.
Si preannuncia una pioggia di sanzioni, che farà la felicità delle casse comunali. Basti pensare che solo nel 2022, Roma ha incassato oltre 6 milioni di euro grazie agli autovelox: un aumento del 24,5% rispetto all’anno precedente. Il sospetto è legittimo: più che alla sicurezza, si pensa al bilancio. E il cittadino? Sempre più trattato da sorvegliato speciale, multato a ogni svista, imbottigliato nel traffico e costretto a districarsi in una città labirinto. Sia ben chiaro che la sicurezza stradale è un obiettivo sacrosanto. Occorre equilibrio, realismo e progettazione su misura. Non basta copiare modelli nord europei per risolvere problemi italiani. Le città non sono tutte uguali. E le esigenze, nemmeno. Inseguire a tutti i costi il “modello europeo” rischia di trasformarsi in un boomerang. Serve buon senso, non ideologia. E magari, per una volta, ascoltare chi in queste strade ci vive ogni giorno. Roma ha bisogno di soluzioni, non di dogmi.
Piombino, nodo dell’energia USA in Europa? Il rigassificatore, tra geopolitica, affari di Stato e territori sacrificati.
Nel porto di Piombino è ormeggiata una nave lunga oltre 290 metri, piena di gas liquefatto americano, in funzione dal 2023. È la Italis LNG, ex Golar Tundra, oggi simbolo di una scelta imposta dall’alto. Mentre la domanda nazionale di gas cala drasticamente, e lo stesso ARERA ne certifica l’inutilità, il rigassificatore continua a incombere sulla città e sulla sua comunità. Chi ha deciso tutto questo? E, soprattutto, a vantaggio di chi?
Da Passera a Draghi, fino al patto UE‑USA firmato ieri
L’idea di fare dell’Italia un hub del gas europeo nasce nel 2012, quando l’allora ministro Corrado Passera promosse un piano affinché il nostro Paese diventasse piattaforma strategica per il commercio di GNL (gas naturale liquefatto) americano. Una visione già allora criticata per i suoi impatti ambientali e termodinamici, legata al GNL da fracking, estrazione che genera contaminazioni delle falde, emissioni di metano, micro-sismicità e impatti gravissimi.
Nel 2024, Draghi rilancia il progetto per fare dell’Italia un hub europeo. Tuttavia, la conferma più d’attualità è arrivata ieri, quando la presidente della Commissione Europea von der Leyen e il presidente americano Trump hanno siglato un accordo che impegna l’Unione Europea a acquistare 750 miliardi di dollari di energia USA (GNL, petrolio, combustibili nucleari) nei prossimi tre anni, legando l’Europa sempre di più al gas americano.
Il ruolo del rigassificatore nella sicurezza energetica italiana
In cambio, la UE si è impegnata a investire 600 miliardi negli Stati Uniti, mentre le imprese americane beneficeranno di tariffe zero o ridotte su molte esportazioni, inclusi carburanti e tecnologia energetica.
Questo accordo – annunciato poco prima che entrasse in vigore una tariffa USA del 30% sulle esportazioni europee – è presentato come un trionfo diplomatico, ma rafforza il rischio di trasformare l’Italia in piattaforma logistica vincolata al GNL da fracking USA, invece che a una strategia energetica autonoma .
ARERA boccia lo spostamento: la nave resta a Piombino?
Il 18 marzo 2025, ARERA ha espresso parere negativo sia sul trasferimento della Italis LNG da Piombino a Vado Ligure, sia su altre ipotesi di ricollocazione.
Di fatto, la nave resta lì dove nessuno la vuole, almeno fino al 2026. Eppure, nel suo stesso parere, l’Autorità riconosce che non vi è più necessità di tale impianto in nessuna zona d’Italia.
SNAM e il Governo vanno avanti: a chi giova davvero?
La Italis LNG è gestita da SNAM, partecipata da Cassa Depositi e Prestiti, che è a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia. In pratica, lo Stato finanzia sé stesso, in un’operazione che sembra perseguire obiettivi più geopolitici che industriali.
Un esempio analogo è il rigassificatore Adriatic LNG al largo di Rovigo, di proprietà SNAM e VTTI, altra operazione pubblica con vantaggi poco chiari per la colletività.
Ma serve davvero? Acciaierie green e gas in eccesso
A Piombino si parla di costruire una nuova acciaieria “green”, alimentata da energia elettrica, non da gas.
Perché allora insistere su una nave rigassificatrice così vicina alle case?
L’impressione è che l’interesse locale conti poco, mentre si punta a trasformare l’Italia in valvola di sicurezza per l’Europa.
Dove sono i rigassificatori in Italia?
Ecco una panoramica aggiornata dei principali terminali GNL nel nostro Paese, con attenzione alla distanza dai centri abitati:

Nota: L’unico impianto ormeggiato in porto, vicino a insediamenti urbani, è proprio quello di Piombino.
Quanto è sicura la Italis LNG?
Nel piano di emergenza SNAM del 2025, approvato dalla Prefettura di Livorno, si prevedo-no solo due tipi di incidenti:
Ma cosa succede se accade qualcosa di diverso? Ad esempio:
In tutti questi casi, i rischi per Piombino sarebbero enormi.
Uno studio del Pentagono del 1982 stimava che una perdita del 9% del carico di GNL può produrre una nube che si espande fino a 22 km, trasformandosi – se incendiata – in una palla di fuoco in grado di devastare l’intera area circostante.
In caso di incidente estremo, l’energia sprigionata sarebbe pari a 55 bombe di Hiroshima (senza radiazioni).
E la nota più inquietante? Non esiste ancora un metodo efficace per spegnere un grande incendio di GNL.
E le normative europee cosa dicono?
Il D.lgs. 61/2011, che recepisce una direttiva UE, disciplina la sicurezza delle Infrastrutture Critiche Europee, tra cui rientra anche la Italis LNG.
Questa normativa obbliga a considerare non solo gli incidenti tecnici, ma anche minacce di origine umana, volontaria o terroristica.
A livello internazionale, invece, non esiste una distanza minima universale tra rigassificatori e abitazioni. Si usano metodi di valutazione caso per caso:
il QRA (Quantitative Risk Assessment), che calcola probabilità e conseguenze;
il principio ALARP, che richiede di ridurre i rischi “al minimo ragionevolmente possibile”;
le linee guida di enti come SIGTTO e OCIMF, che fissano gli standard di sicurezza del settore.
Piombino: stanchi, ignorati, svuotati
Nonostante proteste, ricorsi e appelli, i cittadini di Piombino si sentono abbandonati.
La città è tornata ai livelli demografici degli anni ‘50, tra crisi dell’acciaio, inquinamento mai bonificato e ora insicurezza energetica.
La percezione è chiara: si subisce una decisione presa altrove, in nome di interessi che non sono quelli della comunità.
Conclusione: un progetto da fermare
L’Italia ha bisogno di una politica energetica sostenibile, democratica e traspa-rente, non di scelte imposte dall’alto e senza reale utilità.
Il rigassificatore di Piombino non è un’opportunità: è il simbolo di un cortocircuito decisionale, di una democrazia debole e di un territorio sacrificato.
In nome di chi – e per conto di chi – si sta portando avanti questa operazione?
I cittadini hanno diritto a una risposta. E, soprattutto, al rispetto.
Regione Campania e Onlus Plastic Free vogliono contrastare la diffusione selvaggia della plastica. Se non è solo una promessa ci vogliono prevedere azioni tangibili, concrete. Di impegni di questo tipo, che restano sulla carta, se ne prendono a decine in tanti posti d’Italia. Stavolta, pero’, la Onlus ha interessato direttamente la Regione. E la Campania è una di quelle Regioni dove la coscienza ambientale, spesso si fa strada a fatica. La Regione di Vincenzo De Luca a poche settimane dalla fine del mandato ha firmato un protocollo d’intesa per promuovere politiche per l’ambiente, valorizzare iniziative di sensibilizzazione sull’inquinamento da plastica, incentivare modelli di sviluppo sostenibile. Il documento porta le firme di Luca De Gaetano, presidente di Plastic Free Onlus, Francesco Gallina, referente per la Campania, Gennaro Oliviero, presidente del Consiglio Regionale e Gennaro Saiello presidente della IV Commissione Speciale regionale. Tutti soddisfatti e lieti, poiché è il primo protocollo che Plastic Free sottoscrive in Italia con un Ente regionale.
L’iniziativa vuole fare da apripista per accordi con le altre Regioni. Ma bisogna vedere sul campo cosa succederà nei prossimi mesi. Quale impatto avrà su un territorio di 5 milioni di abitanti con livelli di degrado ambientale concentrati nelle maggiori e nell’hinterland. A questo proposito Plastic Free presenta i dati di cio’ che ha fattofino ad oggi. Una sorta di consuntivo, “un impegno crescente”, su cui ha costruito il protocollo con la Regione. Nei primi cinque mesi del 2025, ha promosso 117 iniziative tra clean up ambientali, raccolte di mozziconi di sigaretta e passeggiate ecologiche. Ha coinvolto oltre 3.400 volontari rimuovendo 17.150 chili di plastica e rifiuti. Numeri significativi che hanno sensibilizzato più di 4.500 cittadini e 3.221 studenti attraverso momenti di confronto, formazione e partecipazione attiva. Domanda: è chiaro a tutti che il benemerito volontariato per combattere contro un nemico che si diffonde non è sufficiente ? La plastica a terra e in mare è un grande problema ambientale. Ovunque si è indietro nelle infrastrutture, nella raccolta organizzata e nel riciclo. L’accordo con Plastic Free carica la Regione di responsabilità pratiche, di azioni vere, di controlli e sanzioni. Chi lo ha firmato merita rispetto. Ma tra pochi mesi il Consiglio regionale si rinnova, ci sono le elezioni. I contenuti del protocollo vanno attuati in fretta, per non lasciare sospetti su un tema che agiterà non poco la campagna elettorale.
E’ un po’ di tempo che le occasioni per riflettere sulla transizione ecologica non sono il pezzo forte di un’Italia che discute di come cambiarla. In peggio,purtroppo. La politica ha alti e bassi e sul grande capitolo della transizione verde misuriamo molti toni bassi. C’è tuttavia chi non abbandona l’impegno a diffondere una coscienza ambientalista razionale, non fumosa. Sabato 10 maggio inizia la settima edizione del Green Festival San Marino.Dura fino all’11 maggio ed è dedicata interamente all’acqua. Il titolo è “Gestione delle risorse idriche alla luce dei cambiamenti climatici.” E’ un evento da seguire, in particolare perché nasce dall’impegno di volontari e di persone determinate a non cadere al pessimismo sulla rivoluzione verde che in tanti diffondono. Sono in programma conferenze e dibattiti che analizzano i problemi della risorsa idrica prospettandone soluzioni, sviluppati anche in maniera teatrale e poetica. Sabato mattina i Segretari di Stato di San Marino e i rappresentanti dei Comuni di Pesaro, Rimini e del circondario si confronteranno sul tema che ha ispirato il titolo del Festival. I loro nomi: Matteo Ciacci, Segretario di Stato per il Territorio, Marco Affronte, Direttore Scientifico Accademia del Clima, Veronica Guerra dell’ Università di Urbino, Stefano Orlandini dell’Università di SanMarino. Riccardo Santolini, Professore dell’ Università di Urbino, farà da moderatore. Nel pomeriggio confronto su “Agricoltura e cambiamenti climatici” con Stefano Francia e Andrea Cicchetti del Consorzio Bonifica della Romagna; modera Antonio Kaulard, Economista ambientale. Grazia Francescato, fondatrice dei Verdi svolgerà un intervento sugli 800 anni del Cantico delle Creature e sull’importanza dell'acqua come bene pubblico. La piantumazione di un cipresso ispirerà,poi, un’ “itinerario arboreo”, con letture poetiche itineranti dedicate agli alberi a cura del Ròdari Club.
Come accade di solito, queste manifestazioni hanno anche l’ambizione di educare i poteri pubblici a migliorare il contesto sociale e a migliorare le loro pratiche ambientali. Gabriele Geminiani, storico promotore del Green Festival, ci prova con il libro 'Il Sogno di una cosa usa e getta'. Un'eco-favola, spiega, “che è già in sé una campagna di sensibilizzazione per la riduzione della plastiche nelle nostre tavole”. Geminiani e il team del Festival non nascondono l’obiettivo di fare di San Marino un modello virtuoso per la vicina Italia. E sarebbe una bella soddisfazione vedere amministratori italiani prendere a modello il piccolo Stato, sebbene spronati da persone residenti in Italia. L’ambizione di educare, declinare in forme originali l’impegno ecologista, traspare anche dall’intervento “Noi siamo il suolo, noi siamo la terra” di Roberto Mercadini drammaturgo e scrittore impegnato per “un diverso rapporto con il territorio, volto alla tutela e alla conservazione degli ecosistemi in un contesto di stravolgimenti climatici”. Il Festival è un momento aperto che affronta un tema tra i più spinosi, si svolge a poca distanza da quelle province vacillanti tra siccità e alluvioni. Segno dei tempi.
La rete italiana dei gasdotti è tra le più estese in Europa e il gas metano viene largamente usato per la produzione di energia elettrica. Lungo la rete rete ci sono emissioni in atmosfera non volute. Sono tra le cause principali dell’inquinamento atmosferico e le iniziative dell’Ue per abbassarle sono indicative di una necessità che tocca molti da vicino l’industria europea. E’ in questa necessità che si colloca l’accordo tutto italiano di collaborazione tra Società Gasdotti Italia (SGI) e RINA per un percorso che porti a una vera riduzione delle emissioni nel settore energetico. SGI è il primo operatore di trasporto gas in Italia e con RINA ( gruppo di certificazione e consulenza ingegneristica) intende dare sostanza alla direttiva Ue del 2024. La direttiva impone la misurazione e il monitoraggio delle emissioni di metano lungo l’intera catena dell’energia. Tra gli obblighi dei gestori di infrastrutture di gas naturale c’è la redazione di una relazione annuale contenente la quantificazione delle emissioni di metano a livello di fonte.
“ In un contesto normativo orientato alla sostenibilità, supportiamo SGI nel raggiungere standard ambientali ancora più elevati – ha spiegato Chiara Valentini, Head of Environmental Engineering di RINA. L’approccio è strutturato per avere buone risultati, userà tecnologie di monitoraggio e mitigazione. Le perdite lungo i gasdotti vanno documentate e rese disponibili alle autorità. Da questi risultati scaturisce la prevenzione per l'ambiente e la salute pubblica". La collaborazione tra i due partner prevede prima di tutto un aggiornamento delle potenziali sorgenti di emissione di gas sulla rete dei gasdotti. Dopo è prevista la quantificazione delle emissioni per singola fonte e l’elaborazione di un rapporto dettagliato. Le due attività sfoceranno in un Piano di monitoraggio delle emissioni per organizzare strategie di quantificazione degli scarichi e identificare le modalità di mitigazione. Che tutto ciò avvenga in Italia è importante per assicurare che il gas che viene trasportato e consumato rispetti le normative europee e sia strumentale alla transizione energetica. Il gas disperso in atmosfera è un potente gas serra secondo per nocività solo all’anidride carbonica. L’impatto delle emissioni sul riscaldamento globale viene monitorato anche dall’Istituto per la Protezione ambientale con l’obiettivo di ridurre le “fughe” del 30% entro i prossimi cinque anni.
Parliamo di energie rinnovabili e stante le dichiarazioni di Sergio Ferraris, giornalista scientifico e ambientale, possiamo oggi, più che mai, accelerare sulle rinnovabili a costi altamente economici.
A livello internazionale, si assiste al boom del fotovoltaico solare anche per paesi come la Cina, perché il paese del Dragone vuole uscire dal carbone. Ma, soprattutto, dall’inquinamento da carbone.
Già dal 2023, il contributo del solare e dell’eolico è sensibilmente aumentato a livello internazionale. Nel 2030, il fotovoltaico e l’eolico vivranno un aumento del 30%.
E pensiamo bene che, la potenza fotovoltaica solare installata raddoppia ogni tre anni, e quindi duplica ogni decennio. Fra un decennio potrebbe essere la principale tecnologia per la produzione di elettricità nel mondo.
Anche le batterie, stanno vivendo una riduzione di costi visibilmente importante. In meno di 15 anni, i costi delle batterie sono diminuiti del 90%, uno dei declini più veloci mai visto nelle tecnologie pulite.
Le rinnovabili dunque, eolico e solare, in testa, con sistema di accumulo rappresentano non solo in Europa, ma nel mondo, il principale investimento progressivo nelle energie rinnovabili.
L’Europa solare ha ripreso a correre, con paesi come la Danimarca, in cui le rinnovabili elettriche raggiungeranno il target del 100% nel 2030.
Anche nelle ristrutturazioni delle nostre case, le pompe di calore ad energia elettrica sono il futuro. Sia per il riscaldamento che per l’energia elettrica. Le caldaie a gas o ibride non hanno più senso. Il mondo consuma energia sempre più in forma di elettricità, ed è un bene, per tutti noi e per la nostra salute.
Meno inquinamento da combustione e città più pulite, compiendo azioni che consentiranno di ridurre le emissioni, migliorare la qualità dell’aria e abbassare i costi grazie a una maggiore efficienza energetica, intrinseca nelle tecnologie elettriche, e alla crescita dell’elettricità rinnovabile.
In Italia, lo ricordiamo bene, muoiono 50000 persone all’anno per l’inquinamento. Come non possiamo farci carico di questi dati?
L’elettrificazione conviene, quindi, da ogni punto di vista, riduce le emissioni di anidride carbonica ed è più efficiente.
L’elettrificazione e la transizione energetica, che sono strettamente connesse, rappresentano la strategia principale per affrontare le sfide energetiche e climatiche, puntando su un incremento dei consumi elettrici da fonti rinnovabili.
Certo per il trasporto pesante, come l’aviation, ci serviranno gli idrocarburi fossili, ma ovunque e più possibile, occorre elettrificare.
Secondo Ferraris, occorre investire dove è utile accompagnare la transizione a fonti flessibili.
E, qui, entra in gioco la politica e la sua capacità di guardare al futuro dei consumi e dell’ambiente.
Ferraris conclude dicendo che l’obiettivo da raggiungere è l’84% di rinnovabili nel mix elettrico italiano entro il 2030.
E va detto, ce la faremo se la politica ci crederà ed investirà denaro e azioni concrete.
La qualità dell’aria in Italia è ai primi posti nella diffusione di malattie respiratorie. Purtroppo i controlli sanitari accertano continuamente picchi in salita in alcune zone del Paese. I sindaci e le autorità sanitarie intervengono in maniera disarticolata secondo quello che le leggi gli consentono di fare.
La tecnologia, tuttavia, viene in aiuto delle istituzioni con nuove applicazioni. Il sistema europeo Copernicus Atmospheric Monitoring Service (CAMS) si evolve e oltre ai dati macro, a breve fornirà dati anche alle amministrazioni locali che potranno utilizzarli per prendere decisioni più rapide per la gestione dell’inquinamento. Il miglioramento di Copernicus servirà ai poteri locali di affrontare con maggiore efficacia gli interventi su traffico, mobilità, emissioni di CO2. Le nuove applicazioni sono frutto di una collaborazione tra ENEA, Ispra, CNR, Università di Tor Vergata e le ARPA di Emilia-Romagna, Lombardia, Campania, Liguria, Piemonte, Veneto, Umbria, Valle d’Aosta. Sono le Regioni più colpite dalle emissioni.
Attualmente Copernicus consente previsioni giornaliere fino a cinque giorni su gas serra, ozono, scarichi di metano e protossido di azoto.
Da queste previsioni scaturiscono osservazioni e modelli per studiare anche a lungo termine l’evoluzione delle condizioni atmosferiche fino alla presenza intossicante di ceneri vulcaniche. "Grazie alla combinazione di dati satellitari e modelli atmosferici, il sistema offre strumenti essenziali per affrontare le sfide legate all’inquinamento e ai cambiamenti climatici”, ha detto Antonio Piersanti, responsabile del Laboratorio ENEA sulle misure per la qualità dell’aria. Secondo il programma di lavoro le previsioni sulle concentrazioni degli inquinanti atmosferici sviluppati finora su scala globale ed europea, diventeranno di maggiore dettaglio per il territorio italiano. Nel progetto, infine, i ricercatori ENEA studieranno anche le intrusioni di polveri sahariane in Italia, fenomeno che influisce significativamente sulla qualità dell’aria.
L’auto elettrica, bandiera della mobilità sostenibile, non teme i confronti. Si sa che le tecnologie alla base dei motori del futuro non convincono ancora del tutto gli automobilisti, soprattutto gli europei. In Italia il mercato è in frenata e nel 2024 sono state immatricolate appena 64.983 vetture full electric. Ricorrere a eventi e manifestazioni promozionali sta diventando la risposta più indulgente rispetto alle perplessità degli acquirenti. Oggi si svolge a Roma “From 100% to 5%” , prova comparativa di auto elettriche già nota con la denominazione di “Dove arrivo con…”. E’ organizzata da Motor1.com e InsideEVS e vuole dimostrare l’efficienza delle auto elettriche in condizioni di guida reale. In pratica un raduno di modelli Alfa Romeo, Citroen, Ford, Hyundai, Renault, Volvo che partirà da Piazza San Pietro per raggiungere il Grande Raccordo Anulare e mettere a confronto 12 modelli. Il circuito è ovviamente aperto al publico che potrà soddisfare le proprie curiosità vedendo sfilare autovetture con costi variabili tra 25 mila e 40 mila euro. Oltre ai risultati dinamici, spiegano gli organizzatori, l’obiettivo è mettere in luce la crescente accessibilità economica delle auto elettriche e i loro vantaggi in termini di costi di gestione.
Difficile fare previsioni sull’efficacia di questo tipo di promozione, nonostante il cammino sul GRA dovrà dimostrare la resilienza delle auto elettriche alla variabilità del traffico urbano tra rallentamenti e velocità di crociera. Il fatto che non si consumi benzina o gasolio, ma solo l’energia prodotta dalle batterie, senza impatti ambientali, dovrebbe persuadere gli scettici. Nell’occasione, oltre alla sfilata delle vetture, sarà presentato anche il report “Il prezzo giusto dell’auto elettrica” preparato dalla società di analisi di mercato Jato Dinamics. Lo studio è concentrato sull’evoluzione dei prezzi in Europa, Stati Uniti e Cina, evidenziando il gap tra il mercato cinese e il resto del mondo. L’Italia alla luce delle polemiche sulla revisione del regolamento per le elettriche nel 2035 è sicuramente un mercato di grande interesse. Il parco auto è vecchio, inquina ed emette tanta CO2. La diffusione delle elettriche richiede in sostanza la creazione di un nuovo mercato da regolamentare da cima a fondo e che non anteponga solo la salvaguardia dell’ambiente. Ci vuole molto di più e soprattutto una sede unica di decisione dove tener conto di catene di produzione, materie prime, occupazione, legislazione, costi per gli utenti finali. In questo quadro gli impatti ambientali delle auto private si trasformano in una variabile indipendente della mobilità. “Il generalizzato affanno del mercato dell’auto italiano, lontanissimo ormai dai livelli pre-Covid, testimonia l’urgenza di un’azione corale per proteggere e rilanciare tutti insieme il settore automotive nazionale”, ha detto Fabio Pressi, presidente di Motus-E l’associazione italiana degli industriali dell’automotive. In definitiva, l’apertura all’elettrico è una soluzione che deve vedere convinti prima di tutto gli automobilisti. Manifestazioni come quella di oggi, sicuramente contribuiscono a fare chiarezza. Ma costringono anche a fare i conti con il portafogli.
Come sappiamo, quasi tutto è interconnesso: le cose non coincidono per caso.
Proviamo a collegare i puntini.
L'ingegneria meteorologica/climatica è ora ufficialmente ammessa almeno da un'agenzia meteorologica, l'AEMET spagnola.
Si dice che almeno 70 paesi in tutto il mondo possiedano questa tecnologia a un livello più o meno sofisticato. La tecnologia stessa era stata sviluppata già a partire dal 1940.
Questo spiega l'estrema alluvione che ha colpito la Spagna nelle ultime settimane/mesi, spiega le estreme inondazioni in Arizona, e gli uragani e le inondazioni in North Carolina, i devastanti uragani/tifoni nel Sud-Est asiatico e altro ancora. Le onde elettromagnetiche nella geoingegneria possono persino causare terremoti.
Il collegamento con la bufala occidentale sul cambiamento climatico diventa chiaro: è fatto per farci credere, noi "idioti", che il clima sta cambiando perché utilizziamo troppi idrocarburi, emettendo troppa CO2. Non riescono a capire che noi "idioti" sappiamo che la CO2 è altrettanto importante per le nostre vite sulla Terra, come lo è l'ossigeno, e che, in effetti, l'ossigeno non esisterebbe se non ci fosse la CO2, cibo per le piante, che viene assorbita e trasformata in ossigeno in un processo chiamato fotosintesi.
Cosa c'entra questo con i missili russi?
Mentre le persone si accorgono sempre di più delle frodi e delle bugie occidentali, e l'impero sta crollando, non c'è dubbio che questo impero farà tutto il necessario per trascinare nell'abisso con sé il più possibile il resto del mondo. Seguendo il motto, come deve andare l'impero, così devono andare le masse di persone innocenti, i loro nemici autoproclamati, come Russia e Cina, e vogliono che la loro guerra per procura in Ucraina si trasformi in una guerra nucleare totalmente distruttiva, pensando che loro, l'élite, si metteranno al sicuro nei loro bunker preparati per anni in Nuova Zelanda e in altri luoghi "sicuri". Non sto scherzando.
La Russia ha sviluppato armamenti all'avanguardia, per la maggior parte tattici, che causano danni umani minimi, ma distruggono depositi e stabilimenti di produzione di armi, nonché infrastrutture vitali di cui l'Occidente ha bisogno per portare avanti le sue guerre con la sua macchina assassina, chiamata NATO.
Pochi giorni fa, il Presidente Putin ha detto all'Occidente: NATO - "Voi volete la guerra". Potete ottenere la guerra, ma sarà finita in 15 minuti."
Si riferiva al missile supersonico Oreshnik, guidato a distanza, che può essere lanciato da una base NATO all'altra e sganciare il suo carico utile, distruggendo numerose basi NATO con bombe tattiche non nucleari ad alta energia e completamente distruttive; e questo prima che l'Occidente inizi a realizzare cosa sta succedendo.
Dopo che la NATO, tramite Kiev, ha lanciato tre missili a lungo raggio americani e britannici/francesi in profondità nella Russia, Putin ha lanciato un Oreshnik supersonico in Ucraina per distruggere un impianto di produzione di armi e un deposito di armi. Lo ha definito un test e un avvertimento per le cose a venire.....
Come ci si aspetterebbe, l'arroganza schiacciante dell'Occidente si è limitata a ridere e ha detto che Putin stava bluffando, non essendo impressionato dalla sua arma supersonica che non può essere intercettata da NESSUN sistema antimissile al mondo.
Vedremo, tre giorni fa, la Russia ha emesso una "Notifica" in inglese - di quali basi militari occidentali/NATO potrebbero essere colpite entro il 30 novembre. Questo è domani. Forse si asterrà dal farlo, finché la NATO si asterrà dall'inviare altri missili a lungo raggio in Russia.
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L’Agenzia meteorologica dello Stato spagnolo AEMET amplia l’elenco: più di 70 stati modificano il meteo (versione inglese – 27 novembre 2024)
https://www.globalresearch.ca/spanish-state-meteorological-agency-more-70-states-modify-weather/5873804
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Il mostro dietro l'ingegneria meteorologica? (18 ottobre 2024)
https://www.globalresearch.ca/monster-high-crime-weather-engineering/5870475
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Il presidente del circolo Legambiente “Il Cigno” di Frosinone Stefano Ceccarelli ha inviato una lettera al presidente dell’Enac, cioè l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, al Presidente della Provincia e ai sindaci di Ferentino e Frosinone presentando in allegato un dossier dal titolo “I sette peccati capitali dell’aeroporto di Frosinone”.
Il titolo fa riferimento all’ipotesi di realizzare il terzo scalo aeroportuale del Lazio proprio a Frosinone e promossa dall’APARF, ovvero l’Associazione Progetto Aeroporto di Roma Frosinone e Sviluppo del Basso Lazio.
Questa associazione secondo il circolo di Legambiente, sarebbe espressione delle Lobby, non meglio specificate, che vorrebbero speculare,ed inquinare il territorio della Ciociaria, mettendo a repentaglio la salute dei cittadini, la flora e la fauna, circostanti.
Ma chi è Lega Ambiente ?
Una potente lobby strettamente legata alle industrie del settore delle fonti rinnovabili, nata negli anni 80, proprio per contrastare l’energia nucleare.
Che quindi ha solidi legami con la politica.
Legambiente ha solide radici nel Pd, soprattutto nella corrente degli Ecodem di quell’ Ermete Realacci che per quasi vent’anni è stato presidente nazionale della onlus e ancora oggi ne è il presidente onorario.
Non per nulla, Legambiente ha partecipato attivamente al business delle fonti rinnovabili, dall’altro ha influenzato la normativa nazionale sugli incentivi che hanno contribuito a rincarare le bollette energetiche degli italiani.
Quello delle energie rinnovabili è un settore sul quale fà anche bussiness con tanto di potenziali conflitti di interesse.
Ma non solo, perché Legambiente è una onlus, un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale.
Non lo hai mai tenuto nascosto, al contrario ne ha sempre fatto una ragione di vanto, visto che secondo i vertici con il business bisogna sporcarsi le mani per indirizzare le scelte industriali e ambientali del Paese.
Infatti sono stati e sono tuttora gli interlocutori privilegiati del ministero dell’Ambiente e del ministero dello Sviluppo economico.
Una posizione assicurata dai legami con il mondo politico, e in particolare con il Pd.
Il vice presidente Zanchini, che per Legambiente è anche responsabile del settore Energia, spiega infatti: “Quando qualche anni fa abbiamo creato Azzero CO2, l’idea era quella di promuove il settore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. “
Nel 2004 Legambiente e Kyoto Club hanno sentito il bisogno di dimostrare nel concreto quanto essere più resilienti, efficaci ed avere successo. È nata così AzzeroCO2.
Secondo gli esperti interpellati da Giornalesera.com, l’Avv. Scavolini Alessandro e l’Avv. Dalla Grana, specializzati nel settore e professori universitari hanno spiegato;
“una onlus non potrebbe detenere partecipazioni in grado di garantirle il controllo di società di capitali, pena la perdita dello status stesso di onlus e delle conseguenti agevolazioni fiscali”
Inoltre quando non è la stessa Legambiente a fare impresa, ci pensano diversi suoi dirigenti e consiglieri nazionali ad aggiungere al loro ruolo di ambientalisti quello di imprenditori.
Tanto che il principale braccio operativo di Legambiente si chiama proprio Azzero CO2, una srl con 119mila euro di capitale sociale che offre diversi servizi, dalla consulenza in ambito energetico alla progettazione e realizzazione di impianti che sfruttano fonti rinnovabili Enel e Sorgenia, colossi dell’energia sono clienti di questa società, e il fatturato è molto alto, il bussiness tira…
Legambiente possiede direttamente il 36% della società, mentre il 15% è in mano alla fondazione Legambiente Innovazione, che per l’associazione si occupa dei premi alle imprese che sviluppano prodotti innovativi dal punto di vista della sostenibilità ambientale.
Gli altri due soci sono il circolo di Legambiente ‘Festambiente’ (9%) e l’associazione Kyoto Club (40%), anch’essi legati alla onlus ambientalista.
I circoli, nello statuto, sono infatti definiti “organi decentrati di Legambiente”.
Kyoto club invece è un’organizzazione non profit presieduta anni fà dal’ex presidente di Terna Catia Bastioli , (divenuta poi componente del governo Draghi) ,che tra i propri soci ha la stessa Legambiente insieme a molte società che operano nel settore dell’energia e alle industrie dell’eolico che fanno parte dell’Anev (Associazione nazionale energia del vento).
Tra i suoi scopi, si legge sul sito, c’è quello di “stimolare proposte e politiche di intervento mirate e incisive nel settore energetico-ambientale”.
Fare lobby, insomma, con il supporto di Legambiente, che in Kyoto club può contare sul vice presidente Francesco Ferrante, membro del direttivo dell’organizzazione verde ed ex parlamentare del Pd.
Il presidente di Azzero CO2 Giuseppe Gamba è un membro della presidenza del comitato scientifico di Legambiente, l’amministratore delegato Mario Gamberale è nel consiglio nazionale, mentre il consigliere della srl Sandro Scollato è nel direttivo nazionale e ha sostituito poco più di un mese fa un altro dirigente di Legambiente, Mario Zambrini.
E gli altri due consiglieri di amministrazione?
Edoardo Zanchini è oggi, Direttore ufficio Clima Comune di Roma è stato il vice presidente della onlus, mentre Andrea Poggio ne è il vice direttore generale.
Azzero CO2, insomma, è una diretta emanazione di Legambiente.
Legambiente ha firmato un protocollo di intesa con l’Anest, l’associazione che rappresenta le società che operano nel settore del solare termodinamico.
Tra gli obiettivi dichiarati, quello di assicurare alle imprese un sostegno allo sviluppo dei progetti e al dialogo con i cittadini.
Ovvero un appoggio alla loro attività di lobbying.
A questo punto mi sono chiesto, vuoi vedere che l’Associazione Arpaf, si è rivolta ad altri esperti del settore, per quanto riguarda la progettazione e messa in opera dei propri impianti eco compatibili ?
Oppure vi è un altro interesse dietro alla presa di posizione del circolo il Cigno di Legambiente ?
Ed ecco, comparire durante la mia ricerca , il motivo di tanta acredine; sul sito del quotidiano Ciociaria Oggi, ho trovato un articolo recente, di Gennaio 2024 che è illuminante al riguardo.
Legambiente voleva installare un parco fotovoltaico quando l’aeroporto Moscardini chiuderà i battenti con il trasferimento del 72° Stormo a Viterbo.
Il circolo il Cigno di Legambiente citava allora per sostenere il suo progetto, chiaramente milionario, l’esempio di «Marville, nel nordest della Francia, dove dal 2021 è in funzione uno dei parchi solari più grandi d’oltralpe.
Ha una capacità di 152 MW distribuiti su 364.000 moduli bifacciali e sorge su un’area già sede di un aeroporto militare.
In previsione dello smantellamento del sito, i 155 ettari di terreno erano stati acquisiti da un consorzio formato dai comuni ricadenti nell’area.
Dimensione che corrisponde a oltre 150 campi da calcio, con una centrale in essere,al posto dell’ aereoporto, puntano ad avere incentivi di centinaia di milioni di euro.
Quindi come si può intendere facilmente il progetto dell’ Aereoporto è in antitesi con il parco solare.
Vuoi vedere che il circolo non è veramente interessato alla salute dei cittadini se non ad altre motivazioni di natura ben diversa ?
L’Europa prende coscienza della necessità di una legge sul monitoraggio del suolo. Le tragedie climatiche di questi giorni hanno confermato quello che i cittadini aspettano ormai da anni. Ci vuole una legge e fatta bene. Ieri la Commissione ambiente ENVI, ha approvato un testo che avvia l’iter verso gli organismi europei. Il provvedimento vuole accompagnare l’UE verso l’obiettivo di avere suoli sani entro il 2050. Cosa è stato scritto? Nuove disposizioni sulla gestione sostenibile e sulla contaminazione del suolo con una definizione armonizzata del concetto di salute dei suoli. Milioni di ettari sono contaminati per cui bisogna provvedere a bonificarli. Ci vorranno risorse economiche e piani particolareggiati per restituire quei terreni a redditività economica. In Italia le aziende delle energie rinnovabili hanno ingaggiato una battaglia con il governo per avere il via libera all’uso dei terreni incolti, ma qualcuno deve pensare anche a ripulirli. Si può fare e il Paese sta perdendo un’opportunità.
“Il suolo è una risorsa insostituibile e non rinnovabile, da cui dipendono le nostre vite in maniera strettissima. Un suolo sano è fondamentale per avere cibo di qualità, acqua salubre, nonché per contrastare l’inquinamento e gli effetti sempre più drammatici e dirompenti del cambiamento climatico” dice Annalisa Corrado del gruppo S&D, relatrice del provvedimento nella Commissione ENVI. Il suolo trattiene più acqua durante le inondazioni ed è più resiliente in caso di siccità.
In Europa oggi si contano circa 2,8 milioni di siti contaminati da attività industriali e smaltimento rifiuti. 80 mila sono stati bonificati ma i metalli pesanti e gli oli minerali rimangono i principali contaminanti. Non ce ne rendiamo conto ma il degrado del suolo costa oltre 50 miliardi di euro l'anno e “contribuisce al 2% delle emissioni totali di CO2 dell'UE” aggiunge Corrado. Il testo è stato approvato a larghissima maggioranza ed è il primo passo necessario per rendere la proposta legge a tutti gli effetti. Una speranza.
Apr 08, 2022 Rate: 5.00