| Giorgio La Pira |
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La figura di Giorgio La Pira sfugge alle categorie politiche tradizionali. Non fu semplicemente un sindaco, né un diplomatico parallelo, né un idealista ingenuo come talvolta venne rappresentato. La Pira interpretò la politica come una forma di contemplazione storica: leggere la storia con gli occhi dei profeti biblici e intervenire nei conflitti mondiali partendo da una concezione trascendente della persona umana.
Nel testo della mia tesi di laurea in Scienze Politiche proprio sulla figura di Giorgio La Pira, emerge chiaramente un dato centrale: La Pira non considerava la pace una strategia geopolitica ma una necessità ontologica. La guerra, nella sua visione, nasce sempre da una deformazione antropologica: l’uomo smette di riconoscere nell’altro un fratello e lo trasforma in nemico, funzione, categoria ideologica o ostacolo storico.
La Pira e la “politica della profezia”
Quando La Pira si reca ad Hanoi nel 1965 per incontrare Ho Chi Minh, compie un gesto che agli occhi del realismo politico appariva quasi assurdo. Egli non possedeva eserciti, non guidava governi, non disponeva di strumenti coercitivi. Possedeva però qualcosa che la modernità politica aveva quasi dimenticato: l’autorità morale.
La frase pronunciata dopo il colloquio — “Noi siamo solo una rondine che non fa primavera” — contiene tutta la spiritualità lapiriana. La pace non nasce dalla potenza ma dai segni anticipatori. La rondine non crea la primavera, ma ne annuncia la possibilità.
Dal punto di vista teologico, questa concezione deriva direttamente dalla tradizione biblica profetica. Il profeta non è colui che prevede il futuro; è colui che legge il presente alla luce di Dio e denuncia le strutture di peccato che producono morte.
La guerra come struttura di peccato
La Pira intuì con grande anticipo ciò che verrà poi sviluppato dalla Dottrina Sociale della Chiesa: le guerre moderne non dipendono solo dalla cattiveria individuale ma da sistemi collettivi di dominio.
Nel conflitto vietnamita egli vide: il complesso militare-industriale; la logica dei blocchi; l’equilibrio del terrore; la riduzione dei popoli a pedine geopolitiche; la sostituzione della diplomazia con la deterrenza.
In termini antropologici, la guerra nasce quando la paura diventa principio organizzatore della politica.
La Pira comprese che l’Occidente rischiava di perdere la propria anima cristiana sostituendo il Vangelo con la sicurezza strategica. Per questo criticò l’abbandono delle “nuove frontiere” kennediane: vedeva nella morte della speranza politica il trionfo della paura.
“Forzare l’aurora a nascere”
Una delle espressioni più straordinarie di La Pira è quella pronunciata a Leningrado nel 1970:
“Forzare l’aurora a nascere”.
Questa formula possiede un significato profondamente escatologico. Non indica un’utopia ingenua, ma la responsabilità storica del credente.
Per La Pira: la storia non è chiusa; i conflitti non sono eterni; le civiltà non sono condannate allo scontro; la politica può diventare cooperazione salvifica.
Qui emerge l’influenza del profeta Isaia, amatissimo da La Pira. La celebre visione:
“Forgeranno le loro spade in vomeri”
non è, per lui, poesia religiosa, ma programma politico concreto.
Israele, Palestina e il “triangolo della pace”
Particolarmente profetica appare oggi la sua intuizione sul Medio Oriente.
La Pira comprese prima di molti che la questione israelo-palestinese non poteva essere risolta militarmente. La sua idea del “triangolo”: Israele,Palestina, Stati Arabi, anticipava decenni di diplomazia successiva.
La sua intuizione era anche teologica: Israele e Ismaele non sono soltanto popoli in conflitto ma fratelli biblici separati dalla paura e dalla storia.
In questo senso La Pira tentò una vera “diplomazia di Abramo”, fondata sulla comune radice spirituale delle religioni monoteistiche.
L’obiettivo non era l’uniformità, ma la riconciliazione nella differenza.
L’Europa come “ponte” e non come blocco
La Pira rifiutava l’idea di un’Europa costruita esclusivamente: sul mercato, sulla finanza, sulla deterrenza militare.
L’Europa, per lui, possedeva una missione spirituale: diventare ponte tra civiltà.
Quando parla di abbattere il muro tra NATO e Patto di Varsavia, anticipa idealmente persino il crollo del Muro di Berlino.
Dal punto di vista antropologico, La Pira vedeva i muri come simboli della paura collettiva:
muri ideologici, economici, culturali, religiosi.
Ogni muro nasce sempre da una antropologia della diffidenza.
Cosa farebbe La Pira oggi?
Se La Pira fosse vivo oggi probabilmente:
si recherebbe nei luoghi delle guerre dimenticate;
dialogherebbe contemporaneamente con Oriente e Occidente;
incontrerebbe leader religiosi islamici, ebrei e cristiani;
denuncerebbe il commercio globale delle armi;
criticherebbe la trasformazione dell’economia in idolatria finanziaria;
parlerebbe della tragedia migratoria come questione spirituale prima ancora che politica;
chiederebbe all’Europa di ritrovare la propria anima umanistica e cristiana.
Forse direbbe che il vero problema contemporaneo non è soltanto la guerra armata, ma la desertificazione spirituale dell’uomo occidentale.
Vedrebbe nella solitudine moderna, nell’indifferenza sociale e nella cultura dello scarto nuove forme di violenza invisibile.
L’attualità della “profezia lapiriana”
La Pira appare oggi sorprendentemente attuale perché intuì tre crisi fondamentali del XXI secolo:
la crisi della politica ridotta a tecnica;
la crisi dell’uomo ridotto a consumatore;
la crisi della pace sostituita dall’equilibrio della paura.
La sua risposta non fu ideologica ma spirituale: ricostruire la civiltà partendo dalla dignità trascendente della persona umana.
Per questo la sua figura continua ad esercitare fascino anche fuori dagli ambienti ecclesiali: egli rappresenta la possibilità di una politica non cinica.
Conclusione
Si può dire che alcune intuizioni di La Pira abbiano preparato indirettamente anche processi storici successivi, inclusi i dialoghi che portarono agli accordi israelo-palestinesi del 1993. Non perché egli ne sia stato l’artefice politico diretto, ma perché contribuì a creare una cultura della convergenza e del dialogo quando quasi tutti parlavano soltanto il linguaggio dei blocchi.
La sua eredità più grande rimane forse questa: la pace non nasce quando gli uomini smettono di avere interessi, ma quando riscoprono di avere un destino comune.