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Esistono libri che non nascono sulla carta ma sedimentano per decenni nel cuore di chi li scrive e La Femminanza, opera d'esordio di Antonella Mollicone, è esattamente questo: il frutto prezioso di oltre dieci anni di ricerche, appunti e memorie che trasformano le radici rurali di Rocca d’Arce in un’epopea universale capace di scuotere l'anima di chiunque si immerga nelle sue pagine. Per comprendere la densità di questo testo bisogna guardare alla sua autrice, una vera archeologa della memoria che, forte della sua formazione in Lettere Classiche e Archeologia Cristiana, cura ogni parola con la precisione di un'epigrafista, ricostruendo dialetti, riti e quotidianità del Lazio meridionale del Novecento attingendo direttamente dai racconti di sua nonna Peppina.
Al centro della narrazione pulsa un concetto potente e ancestrale che dà il titolo al volume, una forza selvatica definita come una veemenza di corpo e lingua usata per contrastare le prepotenze della vita e guidata dalla figura monumentale di Peppina, che rifiuta i binari imposti dalla società per farsi ponte tra i misteri della nascita e della morte.
Attorno a lei si stringe la Cerchia, un microcosmo di donne che tra un ricamo e un infuso abbattono i tabù e curano ferite che la storia ufficiale ha troppo spesso ignorato, arrivando persino ad affrontare con estremo coraggio l’orrore delle marocchinate durante la Seconda Guerra Mondiale; in queste pagine crude e necessarie la Mollicone compie un atto di giustizia poetica, spostando finalmente il peso della vergogna dalle vittime ai carnefici e restituendo dignità a un dolore rimasto per troppo tempo sepolto nel silenzio delle valli ciociare. Questo romanzo, che è insieme storico e antropologico, ci regala una scrittura materica e sporca di terra, intrisa di una saggezza antica che ci ricorda come chi non sa guidare l’ago e il filo non saprà guidare nemmeno la propria vita, offrendo una bussola non solo alle donne di ogni età ma anche agli uomini disposti a riscoprire quel filo invisibile che ci lega alle nostre radici e alla nostra capacità di resistere. È una lettura luminosa consigliata a chi si sente smarrito e cerca di riconnettersi con la propria parte più istintiva, un libro che si legge velocemente ma che richiede tempo per essere metabolizzato perché ogni singola pagina semina un piccolo, indelebile seme di consapevolezza che fa bene allo spirito e invita a guardarsi allo specchio con molta più tenerezza.
In definitiva, l'opera di Antonella Mollicone non si limita a ripercorrere le tappe di un’epoca, ma le abita con una sensibilità rara. È attraverso una scrittura palpitante, capace di restituire la materia viva delle emozioni e la forza concreta del quotidiano, che l'autrice riesce a dare voce a un passato che ancora ci parla. La sua è una saga familiare al femminile che agisce come un prisma: attraverso gli occhi delle sue protagoniste, vediamo riflettersi mezzo secolo di storia italiana. Dalla cupa ascesa del fascismo alla devastazione del bombardamento di Montecassino, fino alla rinascita carica di speranza del boom economico, il lettore viene accompagnato in un viaggio che è al contempo storico e profondamente intimo.
Un libro che non solo narra i fatti, ma ne cattura il battito, ricordandoci che la Grande Storia è, prima di tutto, fatta di vite straordinariamente ordinarie.
Non una semplice mostra, né una tradizionale sfilata: la Rebel Art Exhibition dedicata a Serena Pizzo si è imposta come un’esperienza immersiva e stratificata, capace di fondere linguaggi e rompere i confini tra arte visiva e fashion design. Nella cornice della WE GIL, trasformata per l’occasione in un teatro fluido di immagini e corpi in movimento, l’artista ha presentato la nuova collezione Animorfie,
registrando un’affluenza ben oltre le aspettative.
L’iniziativa, patrocinata da Regione Lazio e Lazio Crea – che hanno riconosciuto il valore culturale del progetto concedendo uno degli spazi più rappresentativi della scena contemporanea romana – si è distinta per la sua capacità di proporre un modello espositivo innovativo, dove la fruizione diventa partecipazione attiva.
Un racconto visivo tra arte e moda
La serata si è articolata come un vero e proprio percorso narrativo. Gli ambienti della WE GIL sono stati ripensati come un set dinamico in cui modelle, performer e opere pittoriche hanno dialogato in tempo reale, annullando la distanza tra spettatore e creazione artistica.
In passerella – o meglio, nello spazio performativo – hanno preso forma gli abiti-quadro di Serena Pizzo: capi dipinti a mano su tessuti tecnici e sete naturali, attraversati da figure animorfiche, ibridi visionari tra umano, animale e simbolico. Le proiezioni pittoriche, diffuse sulle pareti e sui corpi, hanno amplificato l’impatto onirico della collezione, trasformando l’intero ambiente in una dimensione sospesa.
A completare l’esperienza, il contributo sonoro del cantautore Visco 140, che ha costruito un paesaggio musicale coerente con l’estetica surreal-pop dell’artista, e l’intervento coreografico della ballerina Eleonora Pedini, capace di tradurre in movimento la tensione metamorfica delle opere.
| Serena Pizzo, secondaa a sin. con il presidente dell' università Auge |
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La conduzione è stata affidata alla critica d’arte Sabina Fattibene, che ha accompagnato il pubblico con una lettura puntuale e accessibile, restituendo profondità teorica a un progetto già fortemente evocativo.
“La Patetica”, arte e parola
Nel corso della serata ha trovato spazio anche la presentazione del nuovo libro di Serena Pizzo, La Patetica, ulteriore tassello di una ricerca che attraversa linguaggi e formati. A illustrarne il valore è stato il Magnifico Rettore Giuseppe Catapano dell’AUGE Università, tra gli enti patrocinatori dell’evento insieme a Regione Lazio e Lazio Crea.
Un intervento che ha sottolineato la dimensione culturale dell’opera, evidenziando come la produzione dell’artista si collochi in un territorio di confine tra estetica, narrazione e riflessione contemporanea.
Animorfie: identità in trasformazione
Cuore della serata, la collezione Animorfie si presenta come una riflessione visiva sulla metamorfosi, intesa come condizione identitaria del presente. Le creature immaginate da Serena Pizzo – ironiche, stratificate, talvolta perturbanti – prendono vita nei capi, trasformando l’abito in organismo narrativo.
Silhouette fluide e volumi scultorei dialogano con pattern pittorici che rielaborano il surrealismo in chiave pop, mentre ogni tessuto diventa superficie di racconto. Il risultato è un’estetica riconoscibile e dichiaratamente “ribelle”, che mette in discussione i codici tradizionali della rappresentazione del corpo.
Presenze e collaborazioni
A impreziosire l’evento, la partecipazione di figure di rilievo del panorama creativo italiano. Tra queste, la designer veneziana Liliana Vianello, con le sue creazioni in vetro di Murano, e l’artista sorrentino Massimo Sepe, presente con opere materiche di forte impatto.
Fondamentale anche il contributo di Glamour Fashion Queen, responsabile della selezione di modelle e modelli, che hanno dato corpo e dinamismo alla visione dell’artista.
Un successo oltre le aspettative
La risposta del pubblico – composto da curatori, galleristi, rappresentanti di maison, collezionisti e stampa specializzata – ha confermato l’interesse crescente verso format ibridi, capaci di unire arte e moda in chiave contemporanea.
La Rebel Art Exhibition si chiude così con un bilancio più che positivo, imponendosi come esempio riuscito di contaminazione tra linguaggi e come piattaforma per una nuova modalità di racconto artistico.
A sintetizzare il senso della sua ricerca è la stessa Serena Pizzo:
«Con Animorfie ho voluto dare corpo a un immaginario libero, istintivo, che non teme la trasformazione. L’abito diventa pittura, la pittura diventa creatura, e il pubblico entra in un mondo dove tutto può mutare».
Fin dal primo periodo delle lodevoli battaglie e vittorie etiche del cosiddetto "Mondo del Dissenso", evoluto a partire dal 2020 con il lockdown, ormai si è tutti d'accordo che solo grazie ad esso e contro tutti i partiti e partitelli di destra e di sinistra, una parte coraggiosa del Popolo Sovrano si oppose ad atti molto presuntivamente anticostituzionali. Tra essi si annovera senz'altro la messa in scena del Greenpass e la somministrazione diabolica di sieri gienici sperimentali ad mRna, senza redigere per i cittadini l'obligatoria "Prescrizione Medica Limitativa RRL", svolgendo quindi reiteratanente il presunto reato di "Omissione di Atti d'Ufficio" (Art. 325 C.P.P.) che dà diritto per i cittadini iniettati ad un lauto risarcimento come da mia istanza pubblica: (https://youtu.be/zhEdwE_pDu0?si=ZNltLBvd_AYK8o1-, youtu.be/RGWoRzvaLwc?si…rumble.com/v3oup34-radio2…).
Grazie a questo cosiddetto "Mondo del Dissenso" fu chiaro, con anticipo su tutti, che i cittadini, i popoli sovrani, siano stati "violentati' dalla falsa pseudo-pandemia Covid-19: erano nati piccoli movimenti, associazioni ed addirittura partiti, che però già da allora non erano riusciti a coalizzarsi in un unico simil "penta-partito", stile anni '80; erano infatti comparsi partitini, ognuno separatamente: Italexit, Ancora Italia, il Partito della Sara Cunial, i Gilet Arancioni, Forza del Popolo e - più numeroso tra tutti - il recente partito di Democrazia Sovrana e Popolare; tutte esperienze comunque positive e sostanzialmente con medesime parole d'ordine:
1.) Un deciso NO alla gestione emergenziale Covid19, basata sul potere della BigPharma e della volontà del Deep-State di svolgere una "de-popolazione controllata" anche con morti a lungo termine, prima con la creazione di un virus modificato tramite tecniche di "Gain Function" biotecnologico e poi tramite vaccini sperimentali a mRNA, del tutto illeciti senza test, sulla base di brevetti militari secretati e solo recentemente smascherati e desecretati.
2.) Un deciso No alla privazione di sovranità e democrazia per il popolo sovrano italiano in campo finanziario, monetario, analogico, sanitario, militare (l'Accordo di Cassibile va ormai stralciato!!)
3.) Un deciso NO alla digitalizzazione totale delle attività istituzionali, mediche bancarie, finanziarie, ovvero tutte finalizzate al controllo h24 dei cittadini con la privazione dei diritti costituzionali, in primis l'uso del contante e la privacy medica e bancaria. Tutto da contrastare quindi per evitare blocchi di conti bancari ai cosiddetti "dissidenti".
Oltre a queste 3 parole d'ordine, una sintesi del pensiero di uno dei più seguiti di questi neonati partiti l'abbiamo data di recente: ve ne sono infatti altre di parole d'ordine, sempre ispirate alla Sovranità Popolare ed alla eliminazione dei conflitti di interesse delle lobbies private, che tentano globalmente di prendere il posto di Stati e Costituzioni: un esempio di cronaca di un congresso politico di uno di questi partiti nascenti, come DSP è stata pubblicata recentemente da chi scrive .
Tutto premesso, veniamo al problema odierno che di fatto dilania il "Mondo del Dissenso" ovvero il comportamento di Donald Trump sulla questione Gaza-Israele-Iran ed in secondo luogo sulla questione Ucraina-Putin.
Per essere estremamente sintetici, si sono create due fazioni nel Mondo del Dissenso, e qualche intelligente giornalista/conduttore di confronti in video, esempio in Vision TV, Vaso di Pandora, il Puzzle, Casa del Sole TV, eccetera, ha cercato di far confrontare, in diretta, le 2 fazioni, per cercare di far capire al pubblico del dissenso, attento e diligente, eroico e di grande mente critica, le ragioni delle due fazioni nelle rispettive opinioni, entrambe comunque da ascoltare.
Nel primo gruppo, ovvero nella prima visione di insieme sul comportamento quantomeno "ondivago" di Donald Trump, relativamente alle dolenti crisi suddette del Medio Oriente e in Ucraina, possiamo annoverare i seguenti opinionisti del dissenso: Gianmarco Landi in primis, Umberto Pascali, Lamberto Rimondini, seguiti da altre opinionisti più o meno "sfrontatamente" trumpiani di default, come la Rosy Canale.
La sintesi del pensiero trumpiano di questo gruppo di opinionisti di fatto sarebbe che Donald Trump da anni vorrebbe scalzare fin dal suo primo mandato 2016-2020 la cosiddetta lobby del Deep-State mondiale globalista, considerando quale primo nemico l'asse Anglo-Franco-sionista, con base principale alla City di Londra. Essa governerebbe la finanza speculativa globalista, che fa capo ad una FED deviata, ad una BCE deviata, ad una Ue deviata e a lobbies finanziarie prevalentemente sioniste deviate. In questo contesto Trump sarebbe stato colui che costruendo un'alleanza semi-occulta con Putin e secondo Rimondini anche con Xi Jinping, avrebbe facilitato guerre per scalzare definitivamente questo potere finanziario globalista, che toglie potere agli Stati Sovrani. Addirittura l'attuale guerra in Iran sarebbe utile - secondo questi sovranisti trumpiani - per Trump a spazzare via i due contendenti caratterizzati da furore religioso-suprematista ovvero il Sionismo (ben diverso dall'ebraismo!!) ed i Pasdaran, per portare l'Iran ad essere un paese stabilizzato, ma non certo sotto il figlio dello Scià filo-sionista o sotto i "turbanti" ma sotto il presidente laico Peseschkian, per aprire la grande "via commerciale di terra", tra Europa e Cina, passante dall'Iran necessariamente.
A quel punto si eliminerebbe lo strapotere finanziario Anglo-sionista del Canale di Suez, che tramite la potente Assicurazione di Loyd imposta a tutte le navi del mondo che passano di là, ha un fatturato miliardario. Gli introiti dei Lloyd sono la maggior voce di entrata della City di Londra, delle banche sioniste, a Londra, a Parigi, a New York: una volta infatti stabilizzato l'Iran anche con una propria bomba nucleare - al pari di Israele - sarà la via commerciale di terra iraniana a rendere un "ramo secco" il Canale di Suez e a non far nascere il cosiddetto "Canale di Ben Gurion", che è stato il vero motivo del "radere al suolo" di Gaza, dove quel futuro canale N.2 avrebbe dovuto passare.
In tal senso i grattacieli futuri a Gaza, ironizzati e sbeffeggiati da Trump, sarebbero stati un segnale ai suoi alleati - Russia, Cina e Iran - sul fatto che il piano sionista-egiziano sul nuovo canale sarebbe fallito (governo egiziano si intende! non il popolo sovrano egiziano fortemente contrario all'asse globalista anglo-sionista).
In questo contesto Il potere globalista finanziario dell'Assicurazione dei Loyd sarebbe il primo bersaglio della suddetta alleanza. Anche perché è a causa di questa famigerata assicurazione monopolista inglese che dallo Stretto di Hormuz non passano le grandi navi: il canale è aperto infatti, ma i llyod non assicurano le navi stesse .... al fine di creare presuntivamente un pretesto di guerra pro-sionista.
Scopo finale di Trump secondo questa visione positivista sul personaggio stesso è far crollare le banche globaliste deviate nella loro Finanza speculativa e fare in modo che esista una qualche forma di moneta digitale Bitcoin, in cui lo scambio di denaro è solo tra dante e ricevente, senza l'intermediazione delle banche stesse, che ora la fanno da padrone, con la moneta a debito, per passare ad un semplicissimo scambio istantaneo bidirezionale senza intermediari, a credito.
Questo porterebbe Trump a sconfiggere di fatto il guadagno speculativo in borsa facendo arricchire i popoli solo mediante il duro lavoro industriale/produttivo del popolo MAGA, anche quello europeo si intende, con il motto principale “Make America Great Again” (MAGA).
Tutti i vari "volta-faccia" di Trump, sarebbero quindi solo per "confondere il nemico" e barcamenarsi temporeggiando con i suoi finanziatori sionisti ricattanti, che lo hanno aiutato nelle elezioni del 2016 e del 2024.
Di contro, la seconda visione invece annovera personaggi come Alessandro Di Battista ed Alessandro Orsini - del cosiddetto "dissenso di sinistra", oppure Arnaldo Vitangeli, Franco Fracassi, Stefano Orsi, Francesco Toscano, Marco Rizzo, Gabriele Guzzi e padre, tutti sostanzialmente nell'area più propriamente definita "sovranista Popolare Democratica tradizionalista cristiana": in questa seconda visione, nonostante che i veri popoli sovrani di tipo MAGA - anche italiano - fossero stati ammaliati dalla prospettiva di un accordo dei due grandi salvatori anti-globalisti - Putin e Trump - soprattutto con l'incontro di Ankorage in Alaska, recentemente si erano tristemente dovuti ricredere. Ovvero si sono ricreduti nel constatare il fatto che il potere criminale satanista-sionista rappresentato in primis da Netanyau e Kushner, genero di Trump ed anche dal mondo occulto ricattatore stile Jeffrey Epstein, han prevalso sulla reale volontà sovranista e pacifista iniziale di Trump, "drogandolo" a favore della creazione di un "Grande Israele" suprematista e razzista, voluto dal criminale Netanyau, e spingendo il presidente USA stesso contro il Diritto Internazionale (ormai morto!!!), nelle ultime guerre in Siria, Libia, Gaza, Cisgiordania e Libano, oltre che quella in Iran ultima.
A causa di ciò i popoli sovrani MAGA di "destra" starebbero abbandonando Trump, soprattutto dopo l'omicidio di Kirk, per mano molto presuntivamente sionista. Sostanzialmente però ormai i concetti di "sinistra" e "destra' sono confusi e sovrapposti nei falsi partiti italiani storici italiani dal 1992 ed esistono ormai soltanto il "Sotto" e il "sopra", rispettivamente 8 miliardi di persone da una parte e poche centinaia di criminali in "elite" dall'altra.
D'altra parte è anche molto confusa nella mente dei popoli sovrani e dei legislatori del Ministero dell'Interno nostrano la differenza tra il Ebraismo e Sionismo; e non è neanche noto a Salvini - che legifera al riguardo - che i popoli SEMITI in Palestina sono sia gli arabi che gli ebrei.
Il gruppo MAGA in USA di questa fazione ha abbandonato recentemente Trump proprio sulle questioni ebraismo/sionismo, Gaza, guerra in Iran, che sta per allontanarsi dalle ipotesi della prima fazione del dissenso sopra-descritta.
Anche la sigla Q e Q-anon sta subendo una grossa crisi di identità e si ricorda che la lettera Q è quella che sta sulla tomba di J.F. Kennedy, quello ucciso dal sionismo guerrafondaio dopo la lettera di Kennedy a Ben Gurion del 1962 su argomento - guarda caso - armi atomiche in Israele, trafugate dai segreti francesi e americani nel 1961. Kennedy guarda caso morì dopo pochi giorni da quella sua lettera.
A questo punto chi vincerà in questo farraginoso Mondo del Dissenso sovranista? Quale delle due fazioni prevarrà?
A giudicare dalla "pace" in Medio Oriente delle ultime ore di questo 8 Aprile 2026, sembra aver ragione la prima fazione: il grande sconfitto sarebbe Israele in cui ormai i cittadini hanno visto la sua debolezza e stanno scappando in massa, con un esercito sionista in gran parte da psichiatri a farsi curare dal post traumatico sui crimini svolti. Si ascolti su questo l'interpretazione di questa fazione
Intanto tra i due "litiganti" il terzo gode": il Generale Vannacci, che dopo le sue frasi contro la guerra provocata da USA-Israele, definendola di fatto al di fuori del Diritto Internazionale contro l'Iran, ha acquistato molti punti in quel "Mondo del Dissenso" stesso e se si sbarazzasse di "vecchie figure politiche" di destra che vogliono ricicciare sfruttandolo, potrebbe superare a breve certi partiti "classici" della destra.
C’è un punto nelle Langhe in cui il paesaggio si sottrae alla retorica e torna a essere materia. Quel punto è Verduno: un margine alto, esposto alle correnti, dove la collina si assottiglia verso la pianura e il vino sembra rinunciare deliberatamente alla forza per cercare la precisione. Non è un luogo che si concede facilmente, e forse per questo ha conservato più a lungo di altri una propria integrità. In questo spazio, la storia della cantina Fratelli Alessandria non si sviluppa come un racconto lineare, ma come una continuità senza fratture, una pratica che attraversa i secoli mantenendo un’identità riconoscibile. A Verduno, la viticoltura non nasce da un’intuizione isolata, ma da una condizione geologica e climatica particolare. I pendii calcareo-argillosi qui non sono uniformi come in altre zone del Barolo: sono stratificazioni sottili che alternano marne chiare a frazioni sabbiose, suoli che drenano e non trattengono, costringendo le radici del Nebbiolo a scendere, a lavorare, a cercare acqua e minerali in profondità. L’effetto sui vini è tangibile: non grandi masse concentrate, ma tessiture sottili, tannini fini, acidità che sostiene la struttura senza irrigidirla, e aromi che si sviluppano più lentamente, con precisione chirurgica piuttosto che potenza. In queste condizioni, ogni vigneto non è soltanto un appezzamento, ma un organismo testimoniale, un luogo con una propria voce.
Alla fine del Settecento, quando la famiglia Dabbene costruisce la cantina, il vino nelle Langhe è ancora un organismo incerto. Le fermentazioni sono spesso incomplete, la stabilità è un obiettivo più che una realtà, e la conservazione rappresenta una sfida tecnica prima ancora che commerciale. Nel 1843 la cantina ottenne, presso la storica Primaria Adunanza dell’Associazione Agraria alla Tenuta Reale di Pollenzo, medaglie d’onore per la “Buona conservazione dei vini” e per la “tenuta delle cantine e tinaie”: riconoscimenti che, in quell’epoca, costituivano un sigillo di eccellenza tecnico-produttiva, ben prima che l’enologia diventasse disciplina accademica.
Questi riconoscimenti non sono un fatto isolato, ma collocano la cantina nel cuore di un’epoca di trasformazioni cruciali. Le stesse riforme agricole e i dibattiti culturali sostenuti da figure come Camillo Benso Conte di Cavour e ciò che veniva promosso nelle tenute reali influenzano anche le Langhe. Tecnici come Paolo Francesco Staglieno, chiamati dalle istituzioni sabaude per codificare le prime pratiche di fermentazione controllata e conservazione del vino, diffondono conoscenze che permettono a Verduno e alle cantine circostanti di competere, progressivamente, con produzioni più stabili e riconoscibili.
Il passaggio al nome Fratelli Alessandria, avvenuto nel 1893 in seguito al matrimonio tra Clementina Dabbene e Carlo Alessandria (figlio di Antonio Giovanni, soprannominato “Prinsiòt”), non è solo un cambio di insegna, ma l’inizio di un nuovo capitolo: quello in cui la produzione inizia a essere associata a una continuità familiare che attraverserà due guerre mondiali, cambiamenti agricoli, modernizzazione dei disciplinari di denominazione e trasformazioni dei mercati. L’eredità dell’Ottocento si fonda su modi di fare che combinano rispetto per il processo naturale e tecniche di cantina sempre più attente: fermentazioni in tino di legno o botti, gestione delle temperature attraverso l’architettura delle cantine interrate, studio empirico delle macerazioni, e una cura meticolosa delle condizioni di fermentazione. È una fase in cui tutto potrebbe cambiare, e in molti casi cambia davvero. A Verduno, invece, la ricostruzione avviene per adattamento, non per rottura.


I suoli – marne chiare, stratificate, con una componente calcarea importante ma alleggerita da limo fine – non consentono forzature: drenano, obbligano la vite a radicare in profondità, restituiscono maturazioni progressive. È una geologia che non concentra, ma dilata; che non imprime potenza, ma definizione.
Per buona parte del Novecento, prima che arrivassero le prime etichette con i moderni cru, la cantina vinifica Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e altri rossi in modo coerente con la tradizione locale: vini robusti, capaci di accompagnare i pasti langaroli, ma non ancora costruiti per una longevità che andasse oltre l’orizzonte strettamente familiare o regionale. Solo con la definizione dei disciplinari e la codifica delle denominazioni, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, nasce l’idea di “vino di territorio” così come lo intendiamo oggi.
È appunto a metà degli anni Settanta che la cantina decide di dare una forma riconoscibile e omogenea al proprio Barolo, inaugurando la produzione di Barolo Monvigliero con la vendemmia 1978. Monvigliero è un cru storico di Verduno, citato già nelle mappe ottocentesche come zona di elevata qualità potenziale, dove le esposizioni a sud-sud-ovest e i suoli marnoso-argillosi favoriscono maturazioni regolari e profili aromatici netti.
Qui l’altitudine e l’escursione termica notturna preservano acidità e freschezza, consentendo affinamenti pluriennali in botti grandi senza forzare il carattere del vino. Negli anni Novanta, in un’annata come il 1995, questo Barolo ottiene uno dei massimi riconoscimenti italiani (Tre Bicchieri dal Gambero Rosso), segnando la definitiva consacrazione di Verduno sulla scena nazionale e internazionale. Con il tempo si affiancano altre etichette, come il Barolo San Lorenzo di Verduno, nato nel 1997, che giace su terreni leggermente meno elevati e presenta un suolo leggermente più scuro e ricco di microelementi, con un microclima più ventilato. I Nebbiolo di questo cru hanno profili aromatici più sottili, con delicate note floreali e una tessitura tannica più morbida, perfetta per chi cerca eleganza e armonia senza peso. Il Barolo Gramolere, della prima annata 2001, proviene da vigne situate a Monforte d’Alba, aggiungendo un tocco diverso: esposizione più calda e suolo ricco di minerali conferiscono struttura e intensità aromatica, rendendo i vini robusti, ma eleganti. A chiudere il più di recente il Barolo del Comune di Verduno, che coniuga micro-identità dei terroir e visione sinfonica dell’intero territorio.
Questi Barolo non sono espressioni di forza bruta, ma di struttura, equilibrio e continuità. Le fermentazioni vengono condotte in acciaio con controllo termico attento ma non invasivo, utilizzando esclusivamente lieviti autoctoni e le macerazioni sono lunghe, ma calibrate per rispettare la naturale estrazione del Nebbiolo, e l’affinamento in botti grandi – generalmente di rovere di Slavonia — permette una maturazione lenta dei vini, preservando eleganza e profondità senza forzare la concentrazione. Questo approccio tecnico riflette la filosofia complessiva dell’azienda: non costruire vini potenti, ma permettere loro di esprimere il territorio in modo leggibile e duraturo.
Accanto ai grandi cru di Barolo, la produzione aziendale mantiene un profilo ampio che riflette la ricchezza varietale delle Langhe. I rossi più immediati, come il Dolcetto d’Alba e il Langhe Rosso “Rossoluna”, esprimono frutto e bevibilità; la Barbera d’Alba e la Barbera d’Alba Superiore “Priorà” rappresentano la capacità di dare struttura anche a vitigni storicamente legati alla quotidianità; il Langhe Nebbiolo “Prinsiòt” è un richiamo alle radici dialettali e famigliari della cantina; e la Langhe Favorita è una testimonianza della vocazione anche verso varietà bianche che, sebbene meno celebri, raccontano le pieghe della storia agricola locale, preservate con cura anche nei momenti in cui le mode produttive favorivano altrove vitigni a bacca rossa. Completa l’offerta lo sfizio del Barolo Chinato, vino aromatizzato, nato a fine ‘800 per fini medicinali, raccomandato dai farmacisti dell’epoca a scopi digestivi e curativi, che presto si trasformò in vino da meditazione, da sorseggiare a fine pasto.
La cantina pratica fermentazioni controllate, macerazioni lunghe e affinamenti calibrati, sempre con l’obiettivo di lasciare emergere il terroir. La riduzione del peso delle bottiglie è un segno della sensibilità contemporanea, insieme a un’attenzione crescente a sostenibilità e uso consapevole delle risorse, senza mai compromettere la qualità o l’eleganza dei vini.
Tra queste varietà, il caso del Pelaverga piccolo di Verduno è davvero singolare. La leggenda delle tradizioni orali vuole che sia stato portato dal Saluzzese al comune Langarolo dal beato Sebastiano Valfrè nel ‘700. Nemmeno il nome di Pelaverga appare originale e del tutto appropriato, perché riprende il vitigno tipico di Pagno, nella Val Bronda e delle Colline Saluzzesi, con cui questo Pelaverga, che non ha nulla in comune, tranne forse il colore viola-grigiastro dell’uva, ed è stato a lungo confuso. Coltivato da secoli nella zona — con testimonianze documentate già alla fine del Quattrocento nei registri comunali — il Pelaverga è un vitigno di ridotta produzione, distinto ampelograficamente da altre varietà omonime come il Pelaverga saluzzese (o Cari). La presenza storica del Pelaverga a Verduno è legata a usi agricoli antichi, ma anche alle narrazioni popolari: secondo una delle tradizioni locali, il friabile e aromatico Pelaverga era apprezzato già nei secoli XVI-XVII come vino da speziale, capace di accompagnare i pasti e di offrire sensazioni gustative diverse grazie alle note speziate e alla freschezza. Alcuni studiosi ampelografi propongono che il nome derivi da pellis virga — una pratica di parziale pelatura o gestione dei rami per favorire la maturazione — o da pelaverga nel senso di “vite sottile”, richiamo alla conformazione dei tralci. E su questo c'è chi maliziosamente ne ha favoleggiato proprietà “afrodisiache”, anche per i suoi particolari ed unici sentori. Questa combinazione di linguaggio tecnico, memoria contadina e suggestione simbolica rende il Pelaverga un vitigno fortemente legato all’identità del luogo. La cantina fu tra le prime, a partire dagli anni Settanta, a vinificarlo in purezza, passando da una coltivazione marginale a una produzione che ne valorizza l’aromaticità naturale.
Nel 1995, con l’istituzione della DOC Verduno Pelaverga, questa varietà trova finalmente una denominazione che ne tutela l’unicità. Nel 2011, la cantina sceglie il nome “Speziale” come nome identificativo ed evocativo per la propria interpretazione di questo vino: una scelta che non ha nulla di retorico, ma che richiama la sua caratteristica più evidente — un profilo aromatico fresco, speziato, capace di definire l’identità del vitigno senza ricorrere a estrazioni o dosaggi artificiosi. La vinificazione in acciaio e la gestione attenta delle fermentazioni preservano la sua finezza, la tensione e la riconoscibilità, regalando un vino che rappresenta una delle espressioni più autentiche delle Langhe. Il Pelaverga impone rigore: bucce sottili, macerazioni brevi, fermentazioni che devono preservare un patrimonio aromatico delicato. Non c’è spazio per l’approssimazione. Le annate recenti – come la 2020 e la 2021 – mostrano una crescente precisione, mentre quelle più difficili, come la 2017, evidenziano quanto sia necessario un controllo puntuale della vendemmia e della vinificazione.
Questa continuità narrativa — dai vini premiati alla fine dell’Ottocento, ai cru moderni, alle varietà storiche come Barbera, Dolcetto, Favorita e Pelaverga — è possibile grazie a un equilibrio tra tradizione familiare e pragmatismo gestionale. Oggi l’azienda è guidata da rappresentanti delle generazioni attuali che portano avanti con coerenza queste pratiche: Gian Battista Alessandria, custode della memoria operativa, dei vigneti e della cantina, supportato dalla moglie Flavia; loro figlio Vittore, che intreccia l’esperienza tecnica con le esigenze contemporanee dei mercati esteri e del dialogo culturale sul vino; e lo zio Alessandro, la cui presenza poliedrica nei vigneti, in cantina e nella gestione quotidiana costituisce una continuità dinamica tra passato e presente.
Accanto a loro, collaboratori storici lavorano meticolosamente per tradurre le scelte tecniche in vini coerenti, anno dopo anno, rispettando la variabilità delle stagioni. La tradizione familiare che si perpetua guardando con maggiore consapevolezza al futuro grazie all’esperienza degli avi ed alla fortuna data dalla Natura. Lo sguardo di Fratelli Alessandria è da sempre proiettato verso il futuro, pur restando radicato nella storia. Ogni bottiglia, sia essa un Barolo cru o un vino più immediato, porta con sé non solo l’impronta del terroir di Verduno, ma il segno lungo delle generazioni di chi ha lavorato e continua a lavorare per fare del vino un linguaggio che parla di persone, di tempo, di suolo e di qualità.
Un ulteriore elemento di questa narrazione è lo Speziale Wine Resort, progettato da Vittore e dalla moglie Katia per offrire non solo un luogo di soggiorno, ma un’esperienza immersiva: visitare le vigne, camminare tra i filari di Monvigliero con la luce che scivola lungo i solchi, farsi ammaliare dai profumi, rilassarsi a bordo della placida piscina estiva fronte vigne o scendere nella vicina cantina storica aziendale con le sue volte in mattone, degustare i vini accompagnati da racconti sul territorio e sulle tecniche, fino alla tavola — è un viaggio che ricuce l’uva, il vino e la cultura umana in un cerchio completo. In questo sistema già compiuto, dove la cantina e lo Speziale Wine Resort costruiscono un racconto coerente tra vino, territorio e ospitalità, si inserisce il contributo dell’artista elvetico Henri Spaeti, come elemento ulteriore ma profondamente significativo. Il suo intervento non ridefinisce l’identità esistente, piuttosto la attraversa e la rende visibile su un piano diverso, quello della percezione. L’etichetta dello Speziale Pelaverga traduce in immagine ciò che il vino suggerisce al naso e al palato: una trama sottile di spezie, sfumature e richiami. Allo stesso modo, negli spazi del resort, le sue opere prolungano questa dimensione, offrendo una continuità sensoriale che accompagna l’esperienza senza mai sovrapporsi ad essa. Il colore diventa così un’estensione del linguaggio enologico, capace di restituire in forma visiva la stessa leggerezza e complessità. Il valore del suo lavoro risiede proprio in questa capacità di inserirsi in modo discreto ma incisivo, rafforzando la visione della Fratelli Alessandria e contribuendo a costruire un’immagine del territorio in cui il vino si apre a una dimensione culturale più ampia. Non un semplice intervento decorativo, dunque, ma un passaggio che evidenzia come l’identità di un luogo possa essere raccontata anche attraverso linguaggi diversi, mantenendo coerenza e profondità.
In un mondo in cui la vulgata enologica spesso premia l’effetto sopra l’essenza, questa cantina ricorda che il vero valore non è nell’apparire, ma nel saper durare, con equilibrio, profondità e identità.
“Proprio il dubbio – il non sapere in fondo dove sia l’esatto confine tra la vita e la morte – dovrebbe dare la precedenza alla supposizione della vita e far resistere alla tentazione della dichiarazione di morte così pragmaticamente consigliata.
(…) c’è motivo per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto. In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”
Hans Jonas
Il caso doloroso del povero bimbo tragicamente espiantato e trapiantato ha avuto anche l’effetto di riportare all’attenzione generale la questione dei trapianti d’organi. Moltissime persone, però, continuano a non cogliere gli aspetti problematici insiti in questa pratica, prevalentemente accolta (soprattutto a livello mediatico) come qualcosa di non meritevole di essere dibattuta.
In particolare, si continuano ad ignorare alcuni aspetti critici della pratica trapiantistica, come quelli ben illustrati da Mercedes Arzù Wilson (Presidentessa della Fondazione per la Famiglia delle Americhe e dell’Organizzazione Mondiale della Famiglia, ma anche membro della Pontificia Accademia per la Vita), che riportiamo qui di seguito:
“- Se il donatore “cerebralmente morto” è davvero morto, perché continuano ad alimentarlo con le flebo?
- Perché, a volte, gli si fanno delle trasfusioni?
- Perché si somministrano ormoni tiroidei e surrenali?
- Perché necessitano dell’anestesia per espiantare gli organi? È forse perché l’anestesista e le infermiere si troverebbero a disagio nel vedere il supposto “cadavere”, che respira con l’assistenza di un ventilatore, muoversi mentre loro tagliano il torace del donatore per prelevarne il cuore, il fegato o il pancreas?
- Perché gli somministrano una sostanza paralizzante? È forse per evitare che il donatore si dimeni con paura quando il chirurgo dà inizio all’espianto dei suoi organi, oltre che per rassicurare l’impensierito staff medico che il donatore “cerebralmente morto” è realmente morto? Prima di cominciare ad usare droghe paralizzanti è stato necessario convincere alcuni membri dello staff che dubitavano che il donatore fosse davvero morto.
- È curioso notare che, anche se il donatore è paralizzato, il battito del cuore e la pressione del sangue aumentano non appena il cuore inizia ad essere estratto.” *
A queste e a simili osservazioni ed interrogativi, i fautori delle pratiche trapiantistiche si affannano a rispondere in maniera molto rassicurante, al fine di acquietare dubbi, timori e perplessità.
Quando - ci dicono - viene dichiarata la morte cerebrale (cioè la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello), la persona è, a tutti gli effetti, legalmente e clinicamente morta. Tuttavia, il corpo può essere mantenuto temporaneamente “in funzione” tramite macchine (ventilazione, farmaci), così che gli organi restino ossigenati per poter essere destinati ad un eventuale trapianto.
Perché, allora, si farebbe ricorso all’anestesia?
In realtà – ci viene spiegato - non si tratterebbe di anestesia in senso classico (cioè per evitare dolore cosciente), perché, con la morte cerebrale, non ci sarebbe più alcuna forma di coscienza, né, quindi, nessuna possibilità di percezione del dolore.
Le ragioni principali sarebbero altre, come il controllo delle reazioni spinali, in quanto, anche senza attività cerebrale, il midollo spinale può continuare a generare riflessi automatici. Durante l’intervento, quindi, possono comparire sia movimenti degli arti, sia aumento della pressione o della frequenza cardiaca. I farmaci impiegati (anestetici, miorilassanti) servono a controllare questi riflessi, non certo ad impedire che il soggetto donatore possa “sentire” qualcosa.
Inoltre, durante l’espianto è fondamentale mantenere gli organi in condizioni ottimali: i farmaci aiutano a mantenere pressione e circolazione stabili ed a ridurre risposte infiammatorie o ormonali, migliorando, in tal modo, la qualità degli organi per il trapianto.
Cosa controbattere?
Le tesi qui riportate costituiscono le principali argomentazioni che i sostenitori del sistema trapiantistico utilizzano per cercare di spegnere dubbi a mio avviso più che ragionevoli e perfettamente legittimi.
Tutto il processo argomentativo si fonda, a ben guardare, sulla convinzione non oggettivamente dimostrabile che, effettivamente, nel cosiddetto "donatore" si sia attuata "la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello".
In realtà, una simile condizione non è mai veramente accertabile, perché:
Procedendo, infatti, con le operazioni di espianto, ci precludiamo qualsiasi possibilità di ottenere un riscontro oggettivo della presunta "irreversibilità" di tale cessazione!
Di fatto, in maniera palesemente anti-scientifica, trasformiamo, con abili giochi di prestigio linguistici, in assolute ed indiscutibili VERITA' scientifiche quelle che, invece, sono condannate a restare soltanto mere IPOTESI.
In pratica: che non ci sia più coscienza nel cosiddetto "morto cerebrale" è una credenza dogmatica e fideistica che si basa sul ritenere quella cosa sommamente misteriosa che chiamiamo "coscienza" come dipendente unicamente e totalmente dal funzionamento del nostro apparato cerebrale, nonché sulla convinzione (categoricamente indimostrabile) di essere in pieno possesso delle tecnologie indispensabili per poter giudicare in merito alla persistenza o meno di qualsiasi attività all'interno di detto apparato.
Ritenere apoditticamente che, in un soggetto dichiarato “clinicamente morto”, possano esserci dei "riflessi" del tutto indipendenti da un qualche funzionamento dell'apparato cerebrale è un'asserzione che ha molto più a che vedere con una metafisica di tipo materialistico che con il rigore di una sana ed onesta metodologia scientifica.
*In Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, Roberto Fantini, edizioni Efesto, Roma 2023.
Si sono appena saputi i risultati del referendum sulla riforma della giustizia e le tifoserie si sono scatenate nei commenti, c’è chi ha perso e chi ha vinto, chi festeggia e chi fa finta di nulla: il teatrino della finta democrazia continua a risucchiare le energie delle menti per distoglierle dai veri problemi del Paese. “Panem et circenses” sentenziavano i nostri antenati che la sapevano lunga. Il circo della distrazione di massa è a pieno regime. Il potere indirizza l’informazione, impone menzogne, influenza le opinioni, ci condiziona, incute paura e ci tiene in gabbia, né più né meno che polli. La nostra libertà, il nostro giudizio, il nostro spirito critico, la nostra creatività vengono annullate da questo Moloch che divora tutto e tutti.
Ai tempi dei nostri padri la televisione quasi non esisteva, la domenica il papà ci mandava a comperare il giornale e il resto della settimana per noi ragazzini era un trionfo di vita, di sentire, di condividere, di gioire come soffrire, era un sentire che partiva dal nostro cuore e che ancora oggi lo ricorda, siamo per fortuna ancora umani, non il terminale di un microchip. I tempi ed i problemi sono cambiati e i padroni della tecnologia avocano a loro il diritto di plasmarci e condizionarci secondo i loro interessi e determinano la qualità e la quantità degli spettacoli che attualmente vediamo in mondovisione.
Ne deriva che la fonte delle nostre preoccupazioni, delle nostre paure, delle nostre apprensioni sono soprattutto quei grandi media e social che ubbidiscono a questi. La libertà di stampa, nonostante l’articolo 21 della nostra Costituzione nel nostro Paese, è data sostanzialmente a questi ultimi che fanno da cassa di risonanza per le multinazionali, la finanza, i banchieri, insomma per i padroni effettivi. Forse sarebbe il caso di impedire che nuocciano ancora e il problema potrebbe essere ancora risolto, solo che lo si voglia: basterebbe togliere la museruola a quel feroce cane da guardia che è l’informazione.
Attualmente solo in Italia e in qualche altro paese sperduto sul globo terracqueo esiste un ordine dei giornalisti, con le sue regole e i suoi codici deontologici. Il fine non sarebbe riprovevole anzi, è quello di regolamentare il lavoro di chi fa informazione. La realtà però, al di là delle apparenze, è quella di avere un controllo sull’informazione da parte di chi ha il potere effettivo. In altre parole: per essere direttore responsabile di una testata bisogna essere
iscritti ad uno dei vari elenchi di cui l’ordine dei giornalisti ne è custode. Da ciò ne discende che lo Stato può accordare lauti finanziamenti alle testate registrate che abbiano un direttore responsabile. Questi finanziamenti vengono erogati alle volte sotto forma di aiuti all’editoria in stato di crisi, alle volte per fini istituzionali, vedi la pubblicità per la vaccinazione resa obbligatoria in seguito all’insorgenza del Covid-19 di qualche anno fa, e così via…. Come diceva la buon’ anima del divo Giulio: “Pensare male è peccato, ma spesso ci si coglie…” e va da se che questi finanziamenti potrebbero dare adito ad una possibile forma di collusione tra l’informazione che dovrebbe controllare tutto e tutti e chi ci governa. A pensare male allora forse sarebbe il caso togliere di mezzo questa strana e occulta filiera, molto singolare. In una sana democrazia la vendita delle copie dei giornali dovrebbe avere a riferimento il consenso di chi li compra, non la propaganda di chi li finanzia.
Questo settore dell’informazione, oramai esanime, va assolutamente rianimato con ampie dosi di ossigeno: innanzitutto promuovere la giusta dignità professionale ed economica, magari in forma legislativa, a chi opera in tale settore come cane sciolto, un libero professionista, per usare una metafora. Nei confronti di uno strumento così importante per la salvaguardia della collettività non c’è mai stato uno straccio di promozione, di protezione, di attenzione, se non a parole. L’informazione deve essere libera da lacci e lacciuoli, altrimenti non è informazione ma propaganda, ed è esattamente il fenomeno che gli italiani stanno vivendo sulla propria pelle. Lo Stato ha il dovere costituzionale e morale di accordare gli strumenti necessari per operare: nella professione libera c’è quell’alea che non conoscono i colleghi assunti nelle redazione con contratto a tempo indeterminato. Solo chi è libero può denunziare alla collettività ciò che non va perché se ne
producano gli anticorpi.
Ma forse oramai il problema a cui abbiamo fatto cenno sta per essere superato, l’informazione sta trasferendosi dalla carta stampata alla rete, la nuova realtà cui tutti noi dedichiamo gran parte delle nostre giornate. Ordini, giornali, riviste oramai sono cimeli del nostro trascorso, utile passatempo per vecchietti in pensione. La nuova sfida è nella rete.
Come ogni strumento la rete può essere usata per il bene o per il male, una cosa è certa però, ha dato la possibilità a miliardi di persone di comunicare più velocemente, di non affidare ai soliti noti l’esclusiva della comunicazione e questa è già una rivoluzione di portata storica per l’umanità. Siamo oramai giunti nell’era in cui tutti possono fruire di questa in tempo reale ed in maniera abbastanza economica. La salvaguardia della collettività è fare in modo che “i soliti noti” con il loro potere economico non se ne impadroniscano. Cambiando i modi di fare informazione debbono necessariamente cambiare le armi perché possa essere a servizio dei bisogni della collettività. La rete è aperta, tutti possono informare e manifestare un proprio parere, non lasciamoci sfuggire questa opportunità che ci viene data.
Non più finanziamenti all’editoria, non più pubblicità, ma potere solo a quei “Like” che ognuno di noi mette su quei siti spontanei che cominciamo a sorgere come funghi in ogni dove. Una forma di remunerazione per chi ci lavora ed espone le proprie idee potrebbe essere contemplata in un capitolo a parte nel bilancio statale in base al numero effettivo dei “Like”. Non più ordini, non più catene, dare modo a tutti di scrivere, di esprimere le proprie idee. Per operare potrebbe essere sufficiente l’iscrizione a qualsiasi Camera di Commercio, fare un piccolo test per mostrare che si conoscono le regole deontologiche relative all’informazione, il resto lasciamolo al codice penale. Mettere in grado coloro che vogliono dedicarsi all’informazione, quella vera, di poter lavorare seriamente senza catene potrebbe cambiare molte situazioni, forse anche il Mondo. Questa meravigliosa professione non è un impiego, bensì un’arte ed una missione che tutti i servitori della collettività portano nel cuore.
Roma, marzo 2026. C'è un'inquietudine sottile nel vedere Plauto ridere delle nostre crepe, un'eco lunga duemila anni che ci precipita addosso. Vincenzo Zingaro la raccoglie nel Truculentus, la porta sulla scena e la fa diventare specchio del presente, un'allucinazione necessaria.
Le musiche di Giovanni Zappalorto scivolano nella penombra prima delle parole, canzoni sature di polvere e disillusione, memorie di radioline o di sale da ballo lontane nel tempo, e quella cadenza anni Trenta che arriva prima che il pensiero trovi le parole. La rarità dell'opera, che già Cicerone considerava tra le migliori di Plauto, si avverte nell'attesa elettrica della platea.
Lo sguardo si posa sullo sfondo, su una pagina di testo latino lacerata, i versi di Plauto ancora leggibili nello strappo. Una lampada a frange, un tavolo, una sedia e una gradinata sono gli elementi essenziali che disegnano lo spazio dello scenario. Gli oggetti chiamano l'assente, gli attori colmano i vuoti con la forza dei gesti e la gravità degli sguardi.
Sotto una luce che sfuma dal blu all'arancio una provincia familiare prende forma. È la sospensione felliniana di Amarcord, dove i moti dell'animo restano compressi e privi di sbocco. In questo clima di attesa, la vicenda abbandona l’Urbe e si radica in una Sicilia di fine anni Trenta, densa di brame e tensioni trattenute.
La trasposizione di Zingaro mette in dialogo l’arguzia spietata del latino con la memoria del Novecento italiano. I personaggi si muovono tra l’artificio di Cinecittà e una nostalgia rurale che emerge dai corpi, dai silenzi e da una fame antica mai risolta del tutto.
E così, in un acquario emotivo in cui l'immobilità costringe i desideri a riflettersi su se stessi fino a farsi crudeli, si compie il gioco di Plauto. La messa in scena è il distillato di trentaquattro anni di lavoro con la Compagnia Castalia, un rigore filologico che Vincenzo Zingaro ha affinato fino a trasformarlo in puro istinto teatrale.
In quella Sicilia segnata dalla miseria e dalla retorica del regime appare Frenesia, la meretrix più lucida di Plauto, una donna consapevole delle mosse e del prezzo di ogni desiderio. La storia si fa urgente,
ferocemente leggibile, perché in quella terra ogni sete di dominio trova terreno fertile.
Piero Sarpa apre la scena e interpreta Capatosta con una leggerezza che sfiora il pubblico senza afferrarlo. Rocco Militano è Truculento, l'unico che osserva invece di desiderare, con una fisicità grezza che occupa il palco senza permesso, coscienza scomoda dell'opera. Laura De Angelis è Anastasia, voce di una provincia che si riconosce a pelle. Attorno a loro ruotano le maschere della comicità antica: il Generale, miles gloriosus travestito da gerarca che schernisce l'autorità mentre la storia prepara il suo epilogo più cupo, il podestà compiaciuto, il servo trascinato in giochi più grandi di lui, ciascuno convinto di contare qualcosa, ciascuno destinato a scoprire che non è così.
L'apparizione di Frenesia ferma il tempo. Annalena Lombardi la incarna con un rigore che attraversa i cambi di costume senza cedere, conservando quell'identità d'acciaio e una presenza che non ammette repliche. Il personaggio va oltre la meretrix della tradizione per farsi figura complessa, in bilico tra la sensualità della Gradisca e una malinconia tutta plautina. Quando canta, sola con la luce fredda addosso, la sala smette di respirare. Non è un effetto cercato, accade e basta. La sua voce arriva dolce e insinuante, e in quella dolcezza c'è la verità di chi sa esattamente quanto vale.
Gli uomini si lasciano ingannare perché lo desiderano, quasi la verità pesasse troppo per essere sostenuta. Truculento è l'unico che resiste, ancorato al suo lato del palco, finché nell'attraversare la scena cede anche lui con un passo che vale più di qualsiasi battuta. Zingaro mostra questo senza spiegarlo. Lo lascia vivere nella scena. Lo spettacolo si fa specchio, un riflesso in cui finisco per riconoscermi.
Quando le luci si abbassano e il pubblico applaude, resto ancora un momento nel buio. Plauto ride di nuovo. E questa volta sento di aver capito perché.
Truculentus di T.M. Plauto, adattamento e regia Vincenzo Zingaro. Con Annalena Lombardi (Frenesia), Piero Sarpa (Capatosta), Giovanni Ribò (il Generale), Rocco Militano (Truculento), Laura De Angelis (Anastasia), Fabrizio Passerini (Favino), Maurizio Castè (Il Podestà pugliese), Paolo Oppedisano (Guercio). Musiche Giovanni Zappalorto, scene Emilio Ortu Lieto e Vincenzo Zingaro, costumi Emiliana Di Rubbo, disegno luci Giovanna Venzi. Compagnia Castalia, Teatro Arcobaleno, Centro Stabile del Classico, via F. Redi 1/a, Roma. Dal 6 al 29 marzo 2026, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17.30.
Il fatto di oggi – un tredicenne che accoltella la propria professoressa di francese – non può essere liquidato come il gesto improvviso di “un ragazzo problematico”. Le prime ricostruzioni giornalistiche parlano di un’aggressione premeditata in una scuola del Bergamasco, con elementi inquietanti di spettacolarizzazione e odio coltivato. La docente, fortunatamente, non sarebbe in pericolo di vita. Ma il punto è un altro: quando un ragazzo di tredici anni arriva a colpire una figura educativa, non siamo davanti a una semplice devianza individuale; siamo davanti al fallimento di un ecosistema educativo.
Il problema, dunque, non è solo il coltello. Il coltello arriva alla fine. Prima c’è stata una lunga pedagogia del permissivismo, dell’impunità, del “poverino”, del “mio figlio non farebbe mai una cosa del genere”, del “non traumatizziamolo con dei no”. E così abbiamo generazioni di figli senza limite, senza colpa, senza vergogna, e spesso – cosa ancora più grave – senza verità.
Il “no” perduto e la morte simbolica del padre e della madre. Sul piano antropologico, una civiltà sopravvive solo se sa trasmettere il limite. Il limite non è repressione: è umanizzazione. Il bambino nasce onnipotente nel desiderio: vuole tutto, subito, a modo suo. Il compito del padre e della madre – e, in seconda battuta, della scuola – è introdurlo alla realtà. E la realtà si introduce soprattutto con una parola oggi quasi proibita: NO. Quel “no” non è un’umiliazione. È il primo atto d’amore serio. È il confine che dice al figlio: “Tu non sei il centro del mondo. Esistono gli altri. Esiste il bene. Esiste il male. Esiste una legge che non dipende dai tuoi umori.” Quando questo non accade, il figlio cresce biologicamente ma non simbolicamente. Diventa grande di corpo, ma rimane piccolo di coscienza.
Sa usare il telefono, il social, il linguaggio dell’odio, magari perfino la menzogna sofisticata, ma non sa reggere una frustrazione, un rimprovero, una bocciatura morale, un richiamo alla realtà.
Ed ecco il cortocircuito: chiunque ponga un limite – un genitore, un professore, un educatore, un sacerdote – viene vissuto non come un bene, ma come un nemico. Dalla correzione all’odio: quando l’adulto viene delegittimato. Una volta l’insegnante poteva essere severo, talvolta persino troppo, ma conservava una funzione simbolica. Oggi, invece, è spesso lasciato solo.
Il professore corregge un alunno e rischia di trovarsi contro: il ragazzo, i genitori del ragazzo, il gruppo WhatsApp dei genitori, il clima culturale del “cliente ha sempre ragione”, e perfino un certo linguaggio pseudo-pedagogico che ha scambiato l’autorità per violenza.
Il risultato è devastante: il minore non viene più educato a chiedere scusa, ma a difendersi sempre.
Anche quando è colpevole. Questo è uno dei nuclei più velenosi del nostro tempo: non il peccato, ma il negazionismo del peccato; non l’errore, ma la incapacità di riconoscere l’errore; non la fragilità, ma la sacralizzazione della fragilità come alibi permanente.
E qui il problema non è solo sociale. È profondamente spirituale.
Il peccato originale pedagogico del nostro tempo: l’innocentismo assoluto. La tradizione cristiana non ha mai creduto all’innocenza automatica dell’uomo. Ha sempre insegnato che il cuore umano è ferito, inclinato al bene ma anche al male, e che per questo ha bisogno di: educazione, disciplina, verità,
correzione, conversione.
La modernità permissiva, invece, ha prodotto una teologia secolarizzata e falsa dell’infanzia: “Il bambino è sempre puro; se sbaglia, è sempre colpa degli altri; se aggredisce, è perché è stato ferito; se mente, è perché non si è sentito compreso.”
Certo: le ferite esistono. I disagi esistono. Le fragilità esistono. Ma nessuna ferita giustifica la cancellazione della responsabilità morale. Altrimenti il male non si cura: si coccola. E ciò che viene coccolato, prima o poi, cresce. Onora il padre e la madre… e rispetta il maestro.
C’è un quarto comandamento che oggi non viene quasi più meditato: “Onora tuo padre e tua madre.”
Ma nell’orizzonte biblico e classico, l’onore ai genitori si allarga al rispetto delle mediazioni autorevoli: anziani, maestri, educatori, sacerdoti, guide.
Io appartengo a una generazione che – con tutti i suoi limiti – sapeva ancora cosa fosse il rispetto.
Ricordo il gesto del baciare la mano al rettore dei Salesiani di Messina.
Oggi questo gesto farebbe sorridere molti. Lo liquiderebbero come retaggio di un mondo superato. E invece conteneva una sapienza antropologica profonda: riconoscere che non siamo tutti uguali nello stesso modo, che ci sono figure cui è dovuto onore non per servilismo, ma per civiltà.
Una società in cui il tredicenne tratta il professore come un bersaglio e il padre tratta il figlio come un piccolo sovrano è una società che ha smarrito il senso della gerarchia del bene.
Non parlo di autoritarismo. Parlo di ordine morale. Perché senza ordine morale non c’è libertà: c’è solo arbitrio. Bullismo, omertà affettiva e idolatria del figlio. C’è poi un altro aspetto, forse ancora più doloroso:
i genitori che difendono i figli bulli fino all’inverosimile. Questa è una delle patologie morali più diffuse del nostro tempo. Un tempo il figlio che sbagliava veniva richiamato. Oggi, troppo spesso, viene coperto.
Non importa l’evidenza. Non importa il danno arrecato. Non importa il dolore dell’altro.
Conta una sola cosa: salvare l’immagine del figlio e, in fondo, l’immagine narcisistica del genitore stesso.
Il figlio diventa un idolo. E come tutti gli idoli, pretende sacrifici umani. Si sacrifica la verità. Si sacrifica la giustizia. Si sacrifica la vittima. Si sacrifica perfino il bene del figlio stesso, perché un figlio mai corretto è un figlio consegnato alla rovina morale.
Chi non insegna a un ragazzo a dire “ho sbagliato” lo sta preparando, in piccolo o in grande, a diventare un adulto pericoloso.
La mia esperienza: il negazionismo come seconda violenza. Ed è qui che il fatto di oggi tocca anche la mia esperienza personale.
Chi ha vissuto dinamiche di bullismo, umiliazione, allusione, profili ambigui, cancellazioni improvvise, cambi di nome, presenze che compaiono e scompaiono, frasi come “sennò mi rovini”, sa che spesso il punto non è solo l’offesa iniziale. Il punto è quello che viene dopo. La seconda ferita, spesso peggiore della prima, è il negazionismo. Il negazionismo è una forma raffinata di violenza morale. Non ti colpisce solo nel fatto accaduto: ti colpisce nella tua stessa percezione del reale.
È il meccanismo per cui, davanti a indizi, coincidenze, retromarce, cancellazioni, paure, silenzi e frasi rivelatrici, la vittima viene spinta a dubitare di se stessa: “Stai esagerando.” “Non puoi provarlo.”
“Lascia stare.” “Meglio non andare oltre.”
Talvolta perfino chi dovrebbe aiutarti ti lascia intuire che c’è qualcosa, ma ti fa capire anche che insistere significherebbe entrare in una palude senza verità.
E allora la coscienza si trova davanti a un bivio tremendo: continuare a cercare conferme da chi non vuole dire la verità, oppure prendere atto del livello morale della situazione e dire: basta.
“Scuotete la polvere dai vostri piedi”: il distacco evangelico Molti sacerdoti, di fronte a situazioni di menzogna ostinata, ricordano una parola evangelica severa e liberante: “Scuotete la polvere dai vostri piedi.” (cfr. Mt 10,14) Non significa vendetta. Non significa odio. Non significa disinteresse morale.
Significa qualcosa di molto più esigente: rifiutarsi di continuare a mendicare verità da chi ha scelto la menzogna. A un certo punto, insistere oltre non è più carità.
Può diventare perfino complicità con il male, perché si entra nel suo teatro, nelle sue ambiguità, nel suo sistema di rinvii, mezze ammissioni, cancellazioni, travestimenti, ipocrisie. Il Vangelo non ci chiede di inseguire all’infinito chi non vuole convertirsi.
Ci chiede di testimoniare la verità e, quando necessario, di separarci interiormente dal male. Questo non toglie il dolore. Ma restituisce dignità. Il perdono cristiano non è cancellazione del giudizio morale.
Qui bisogna essere chiarissimi, soprattutto in un tempo che confonde tutto: perdonare non significa fingere che non sia successo nulla. Il perdono cristiano non è amnesia morale. Non è “volemose bene”.
Non è assolvere il male chiamandolo fragilità.
Il perdono autentico è un atto della libertà che impedisce al male subìto di diventare il padrone definitivo del proprio cuore. Ma il perdono può convivere con un giudizio fermo: ciò che è stato fatto è stato male;
ciò che è stato negato è stato vile; ciò che è stato coperto è stato ingiusto.
E a volte la forma più sana di perdono è proprio la distanza: “Andate per la vostra strada; io vado per la mia.” Non è maledizione. È separazione morale. Il rimorso come ultima possibilità di salvezza. C’è una frase dura ma profondamente vera: “Vi auguro rimorso di coscienza a vita.” Molti la troveranno eccessiva.
Io la leggo, invece, in chiave spirituale. Perché il rimorso, quando non degenera in disperazione, è una grazia. È il punto in cui la coscienza, che aveva anestetizzato il male, ricomincia a sentire.
Una persona senza rimorso è una persona spiritualmente in decomposizione. Una persona che finalmente prova vergogna, invece, non è ancora perduta. Per questo, paradossalmente, augurare un vero rimorso può essere più cristiano che augurare un’immediata autoassoluzione psicologica. Il problema del nostro tempo non è che la gente si sente troppo in colpa. Spesso è il contrario: non si sente più in colpa per nulla.
E una civiltà senza colpa è una civiltà senza redenzione, perché solo chi riconosce il male può desiderare davvero il bene.
La scuola non si salva con i protocolli, ma con il ritorno dell’autorità morale. Se vogliamo evitare che episodi come quello di oggi diventino sempre meno eccezionali, non bastano: più circolari, più psicologismi astratti,
più retorica sui “ragazzi da ascoltare”.
Ascoltarli, sì. Ma educarli prima ancora. La scuola si salva solo se viene ricostruita un’alleanza seria tra: famiglia, insegnanti, istituzioni, comunità educante, e, per chi crede, coscienza religiosa. Una società che ha paura di correggere i minori finirà per aver paura dei minori. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Conclusione: la verità prima della pace. La pace senza verità è solo tregua apparente. L’educazione senza autorità è solo intrattenimento. La famiglia senza correzione è solo convivenza biologica. La misericordia senza giustizia è solo complicità sentimentale. Il tredicenne che accoltella una professoressa non nasce dal nulla. Nasce da anni di cedimenti, deresponsabilizzazioni, giustificazionismi, idolatria del figlio, paura del conflitto educativo, collasso del senso del bene e del male. E chi ha vissuto anche in piccolo il bullismo, il negazionismo, la menzogna coperta, le ambiguità e le retromarce, lo sa bene: il male raramente si presenta subito con il coltello. Prima arriva travestito da minimizzazione, da bugia, da omertà, da “lascia stare”.
Per questo oggi più che mai occorre tornare a parole antiche e salvifiche: verità, rispetto, autorità, colpa, conversione, coscienza. Senza queste parole, non salveremo né la scuola né i figli. E forse, a lungo andare, nemmeno noi stessi.
La Milano Fashion Official, uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama moda italiano, ha proclamato Serena Pizzo come Miglior Fashion Designer Italiano 2026, riconoscendo la sua visione artistica unica e il suo contributo innovativo al dialogo tra arte contemporanea e moda d’autore.
La designer e artista multidisciplinare di origine veneziana, già nota per il suo linguaggio Pop Surrealista e per le sue capsule couture dipinte a mano, conquista così uno dei premi più ambiti della capitale italiana della moda. La giuria ha premiato la sua capacità di trasformare l’abito in un’opera narrativa, unendo estetica, tecnica e ricerca concettuale. La collezione presentata da Serena Pizzo ha affascinato pubblico e critica grazie a: silhouette scultoree e raffinate, superfici pittoriche realizzate a mano, un immaginario Pop Surrealista riconoscibile e iconico, una visione che fonde moda, performance e arte contemporanea. Il risultato è un linguaggio stilistico che supera la tradizionale distinzione tra atelier e studio d’artista, affermando una nuova forma di couture narrativa. La Pizzo oramai è una figura di riferimento nella moda contemporanea italiana e la vittoria alla Milano Fashion Official 2026 la consolida come una delle voci più originali del panorama creativo nazionale.
Il premio arriva in un momento di forte espansione della sua attività, che comprende: progetti di fashion art, mostre e performance, direzione creativa, attività televisiva e culturale attraverso OltremodoTV.
La sua capacità di unire mondi diversi — moda, arte, comunicazione — la rende una protagonista trasversale e contemporanea, perfettamente in sintonia con lo spirito innovativo di Milano.
Nel ricevere l’ambito premio Serena Pizzo ha dichiarato: "Questo premio rappresenta un riconoscimento profondo del mio percorso artistico e umano. La moda, per me, è un linguaggio che racconta identità, emozioni e visioni. Milano è la città dove l’arte incontra il futuro, e ricevere qui questo titolo è un onore immenso."
Dopo la vittoria, l'artista ha annunciato nuove collaborazioni; una capsule art-fashion internazionale e una serie di eventi istituzionali dedicati al dialogo tra arte, moda e cultura. Il prossimo evento dal titolo “Rebel Art Exibition” si terrà a Roma l'11 aprile 2026 presso il palazzo WeGil con il patrocinio della Regione Lazio.
