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Quando un tredicenne accoltella la sua professoressa: non è solo cronaca nera, è il collasso dell’autorità educativa. Riflessione teologico-antropologica a partire da un fatto di oggi e da una ferita personale

By Carlo Mafera March 26, 2026 342


Il fatto di oggi – un tredicenne che accoltella la propria professoressa di francese – non può essere liquidato come il gesto improvviso di “un ragazzo problematico”. Le prime ricostruzioni giornalistiche parlano di un’aggressione premeditata in una scuola del Bergamasco, con elementi inquietanti di spettacolarizzazione e odio coltivato. La docente, fortunatamente, non sarebbe in pericolo di vita. Ma il punto è un altro: quando un ragazzo di tredici anni arriva a colpire una figura educativa, non siamo davanti a una semplice devianza individuale; siamo davanti al fallimento di un ecosistema educativo.

Il problema, dunque, non è solo il coltello. Il coltello arriva alla fine. Prima c’è stata una lunga pedagogia del permissivismo, dell’impunità, del “poverino”, del “mio figlio non farebbe mai una cosa del genere”, del “non traumatizziamolo con dei no”. E così abbiamo generazioni di figli senza limite, senza colpa, senza vergogna, e spesso – cosa ancora più grave – senza verità.


Il “no” perduto e la morte simbolica del padre e della madre. Sul piano antropologico, una civiltà sopravvive solo se sa trasmettere il limite. Il limite non è repressione: è umanizzazione. Il bambino nasce onnipotente nel desiderio: vuole tutto, subito, a modo suo. Il compito del padre e della madre – e, in seconda battuta, della scuola – è introdurlo alla realtà. E la realtà si introduce soprattutto con una parola oggi quasi proibita: NO. Quel “no” non è un’umiliazione. È il primo atto d’amore serio. È il confine che dice al figlio: “Tu non sei il centro del mondo. Esistono gli altri. Esiste il bene. Esiste il male. Esiste una legge che non dipende dai tuoi umori.” Quando questo non accade, il figlio cresce biologicamente ma non simbolicamente. Diventa grande di corpo, ma rimane piccolo di coscienza.
Sa usare il telefono, il social, il linguaggio dell’odio, magari perfino la menzogna sofisticata, ma non sa reggere una frustrazione, un rimprovero, una bocciatura morale, un richiamo alla realtà.
Ed ecco il cortocircuito: chiunque ponga un limite – un genitore, un professore, un educatore, un sacerdote – viene vissuto non come un bene, ma come un nemico. Dalla correzione all’odio: quando l’adulto viene delegittimato. Una volta l’insegnante poteva essere severo, talvolta persino troppo, ma conservava una funzione simbolica. Oggi, invece, è spesso lasciato solo.
Il professore corregge un alunno e rischia di trovarsi contro: il ragazzo, i genitori del ragazzo, il gruppo WhatsApp dei genitori, il clima culturale del “cliente ha sempre ragione”, e perfino un certo linguaggio pseudo-pedagogico che ha scambiato l’autorità per violenza.
Il risultato è devastante: il minore non viene più educato a chiedere scusa, ma a difendersi sempre.
Anche quando è colpevole. Questo è uno dei nuclei più velenosi del nostro tempo: non il peccato, ma il negazionismo del peccato; non l’errore, ma la incapacità di riconoscere l’errore; non la fragilità, ma la sacralizzazione della fragilità come alibi permanente.
E qui il problema non è solo sociale. È profondamente spirituale.
Il peccato originale pedagogico del nostro tempo: l’innocentismo assoluto. La tradizione cristiana non ha mai creduto all’innocenza automatica dell’uomo. Ha sempre insegnato che il cuore umano è ferito, inclinato al bene ma anche al male, e che per questo ha bisogno di: educazione, disciplina, verità,
correzione, conversione.
La modernità permissiva, invece, ha prodotto una teologia secolarizzata e falsa dell’infanzia: “Il bambino è sempre puro; se sbaglia, è sempre colpa degli altri; se aggredisce, è perché è stato ferito; se mente, è perché non si è sentito compreso.”
Certo: le ferite esistono. I disagi esistono. Le fragilità esistono. Ma nessuna ferita giustifica la cancellazione della responsabilità morale. Altrimenti il male non si cura: si coccola. E ciò che viene coccolato, prima o poi, cresce. Onora il padre e la madre… e rispetta il maestro.
C’è un quarto comandamento che oggi non viene quasi più meditato: “Onora tuo padre e tua madre.”
Ma nell’orizzonte biblico e classico, l’onore ai genitori si allarga al rispetto delle mediazioni autorevoli: anziani, maestri, educatori, sacerdoti, guide.
Io appartengo a una generazione che – con tutti i suoi limiti – sapeva ancora cosa fosse il rispetto.
Ricordo il gesto del baciare la mano al rettore dei Salesiani di Messina.
Oggi questo gesto farebbe sorridere molti. Lo liquiderebbero come retaggio di un mondo superato. E invece conteneva una sapienza antropologica profonda: riconoscere che non siamo tutti uguali nello stesso modo, che ci sono figure cui è dovuto onore non per servilismo, ma per civiltà.
Una società in cui il tredicenne tratta il professore come un bersaglio e il padre tratta il figlio come un piccolo sovrano è una società che ha smarrito il senso della gerarchia del bene.
Non parlo di autoritarismo. Parlo di ordine morale. Perché senza ordine morale non c’è libertà: c’è solo arbitrio. Bullismo, omertà affettiva e idolatria del figlio. C’è poi un altro aspetto, forse ancora più doloroso:
i genitori che difendono i figli bulli fino all’inverosimile. Questa è una delle patologie morali più diffuse del nostro tempo. Un tempo il figlio che sbagliava veniva richiamato. Oggi, troppo spesso, viene coperto.
Non importa l’evidenza. Non importa il danno arrecato. Non importa il dolore dell’altro.
Conta una sola cosa: salvare l’immagine del figlio e, in fondo, l’immagine narcisistica del genitore stesso.
Il figlio diventa un idolo. E come tutti gli idoli, pretende sacrifici umani. Si sacrifica la verità. Si sacrifica la giustizia. Si sacrifica la vittima. Si sacrifica perfino il bene del figlio stesso, perché un figlio mai corretto è un figlio consegnato alla rovina morale.
Chi non insegna a un ragazzo a dire “ho sbagliato” lo sta preparando, in piccolo o in grande, a diventare un adulto pericoloso.
La mia esperienza: il negazionismo come seconda violenza. Ed è qui che il fatto di oggi tocca anche la mia esperienza personale.
Chi ha vissuto dinamiche di bullismo, umiliazione, allusione, profili ambigui, cancellazioni improvvise, cambi di nome, presenze che compaiono e scompaiono, frasi come “sennò mi rovini”, sa che spesso il punto non è solo l’offesa iniziale. Il punto è quello che viene dopo. La seconda ferita, spesso peggiore della prima, è il negazionismo. Il negazionismo è una forma raffinata di violenza morale. Non ti colpisce solo nel fatto accaduto: ti colpisce nella tua stessa percezione del reale.
È il meccanismo per cui, davanti a indizi, coincidenze, retromarce, cancellazioni, paure, silenzi e frasi rivelatrici, la vittima viene spinta a dubitare di se stessa: “Stai esagerando.” “Non puoi provarlo.”
“Lascia stare.” “Meglio non andare oltre.”
Talvolta perfino chi dovrebbe aiutarti ti lascia intuire che c’è qualcosa, ma ti fa capire anche che insistere significherebbe entrare in una palude senza verità.
E allora la coscienza si trova davanti a un bivio tremendo: continuare a cercare conferme da chi non vuole dire la verità, oppure prendere atto del livello morale della situazione e dire: basta.
“Scuotete la polvere dai vostri piedi”: il distacco evangelico Molti sacerdoti, di fronte a situazioni di menzogna ostinata, ricordano una parola evangelica severa e liberante: “Scuotete la polvere dai vostri piedi.” (cfr. Mt 10,14) Non significa vendetta. Non significa odio. Non significa disinteresse morale.
Significa qualcosa di molto più esigente: rifiutarsi di continuare a mendicare verità da chi ha scelto la menzogna. A un certo punto, insistere oltre non è più carità.
Può diventare perfino complicità con il male, perché si entra nel suo teatro, nelle sue ambiguità, nel suo sistema di rinvii, mezze ammissioni, cancellazioni, travestimenti, ipocrisie. Il Vangelo non ci chiede di inseguire all’infinito chi non vuole convertirsi.
Ci chiede di testimoniare la verità e, quando necessario, di separarci interiormente dal male. Questo non toglie il dolore. Ma restituisce dignità. Il perdono cristiano non è cancellazione del giudizio morale.
Qui bisogna essere chiarissimi, soprattutto in un tempo che confonde tutto: perdonare non significa fingere che non sia successo nulla. Il perdono cristiano non è amnesia morale. Non è “volemose bene”.
Non è assolvere il male chiamandolo fragilità.
Il perdono autentico è un atto della libertà che impedisce al male subìto di diventare il padrone definitivo del proprio cuore. Ma il perdono può convivere con un giudizio fermo: ciò che è stato fatto è stato male;
ciò che è stato negato è stato vile; ciò che è stato coperto è stato ingiusto.
E a volte la forma più sana di perdono è proprio la distanza: “Andate per la vostra strada; io vado per la mia.” Non è maledizione. È separazione morale. Il rimorso come ultima possibilità di salvezza. C’è una frase dura ma profondamente vera: “Vi auguro rimorso di coscienza a vita.” Molti la troveranno eccessiva.
Io la leggo, invece, in chiave spirituale. Perché il rimorso, quando non degenera in disperazione, è una grazia. È il punto in cui la coscienza, che aveva anestetizzato il male, ricomincia a sentire.
Una persona senza rimorso è una persona spiritualmente in decomposizione. Una persona che finalmente prova vergogna, invece, non è ancora perduta. Per questo, paradossalmente, augurare un vero rimorso può essere più cristiano che augurare un’immediata autoassoluzione psicologica. Il problema del nostro tempo non è che la gente si sente troppo in colpa. Spesso è il contrario: non si sente più in colpa per nulla.
E una civiltà senza colpa è una civiltà senza redenzione, perché solo chi riconosce il male può desiderare davvero il bene.
La scuola non si salva con i protocolli, ma con il ritorno dell’autorità morale. Se vogliamo evitare che episodi come quello di oggi diventino sempre meno eccezionali, non bastano: più circolari, più psicologismi astratti,
più retorica sui “ragazzi da ascoltare”.
Ascoltarli, sì. Ma educarli prima ancora. La scuola si salva solo se viene ricostruita un’alleanza seria tra: famiglia, insegnanti, istituzioni, comunità educante, e, per chi crede, coscienza religiosa. Una società che ha paura di correggere i minori finirà per aver paura dei minori. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Conclusione: la verità prima della pace. La pace senza verità è solo tregua apparente. L’educazione senza autorità è solo intrattenimento. La famiglia senza correzione è solo convivenza biologica. La misericordia senza giustizia è solo complicità sentimentale. Il tredicenne che accoltella una professoressa non nasce dal nulla. Nasce da anni di cedimenti, deresponsabilizzazioni, giustificazionismi, idolatria del figlio, paura del conflitto educativo, collasso del senso del bene e del male. E chi ha vissuto anche in piccolo il bullismo, il negazionismo, la menzogna coperta, le ambiguità e le retromarce, lo sa bene: il male raramente si presenta subito con il coltello. Prima arriva travestito da minimizzazione, da bugia, da omertà, da “lascia stare”.
Per questo oggi più che mai occorre tornare a parole antiche e salvifiche: verità, rispetto, autorità, colpa, conversione, coscienza. Senza queste parole, non salveremo né la scuola né i figli. E forse, a lungo andare, nemmeno noi stessi.

 

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Last modified on Thursday, 26 March 2026 11:26
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