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C’è un punto nelle Langhe in cui il paesaggio si sottrae alla retorica e torna a essere materia. Quel punto è Verduno: un margine alto, esposto alle correnti, dove la collina si assottiglia verso la pianura e il vino sembra rinunciare deliberatamente alla forza per cercare la precisione. Non è un luogo che si concede facilmente, e forse per questo ha conservato più a lungo di altri una propria integrità. In questo spazio, la storia della cantina Fratelli Alessandria non si sviluppa come un racconto lineare, ma come una continuità senza fratture, una pratica che attraversa i secoli mantenendo un’identità riconoscibile. A Verduno, la viticoltura non nasce da un’intuizione isolata, ma da una condizione geologica e climatica particolare. I pendii calcareo-argillosi qui non sono uniformi come in altre zone del Barolo: sono stratificazioni sottili che alternano marne chiare a frazioni sabbiose, suoli che drenano e non trattengono, costringendo le radici del Nebbiolo a scendere, a lavorare, a cercare acqua e minerali in profondità. L’effetto sui vini è tangibile: non grandi masse concentrate, ma tessiture sottili, tannini fini, acidità che sostiene la struttura senza irrigidirla, e aromi che si sviluppano più lentamente, con precisione chirurgica piuttosto che potenza. In queste condizioni, ogni vigneto non è soltanto un appezzamento, ma un organismo testimoniale, un luogo con una propria voce.
Alla fine del Settecento, quando la famiglia Dabbene costruisce la cantina, il vino nelle Langhe è ancora un organismo incerto. Le fermentazioni sono spesso incomplete, la stabilità è un obiettivo più che una realtà, e la conservazione rappresenta una sfida tecnica prima ancora che commerciale. Nel 1843 la cantina ottenne, presso la storica Primaria Adunanza dell’Associazione Agraria alla Tenuta Reale di Pollenzo, medaglie d’onore per la “Buona conservazione dei vini” e per la “tenuta delle cantine e tinaie”: riconoscimenti che, in quell’epoca, costituivano un sigillo di eccellenza tecnico-produttiva, ben prima che l’enologia diventasse disciplina accademica.
Questi riconoscimenti non sono un fatto isolato, ma collocano la cantina nel cuore di un’epoca di trasformazioni cruciali. Le stesse riforme agricole e i dibattiti culturali sostenuti da figure come Camillo Benso Conte di Cavour e ciò che veniva promosso nelle tenute reali influenzano anche le Langhe. Tecnici come Paolo Francesco Staglieno, chiamati dalle istituzioni sabaude per codificare le prime pratiche di fermentazione controllata e conservazione del vino, diffondono conoscenze che permettono a Verduno e alle cantine circostanti di competere, progressivamente, con produzioni più stabili e riconoscibili.
Il passaggio al nome Fratelli Alessandria, avvenuto nel 1893 in seguito al matrimonio tra Clementina Dabbene e Carlo Alessandria (figlio di Antonio Giovanni, soprannominato “Prinsiòt”), non è solo un cambio di insegna, ma l’inizio di un nuovo capitolo: quello in cui la produzione inizia a essere associata a una continuità familiare che attraverserà due guerre mondiali, cambiamenti agricoli, modernizzazione dei disciplinari di denominazione e trasformazioni dei mercati. L’eredità dell’Ottocento si fonda su modi di fare che combinano rispetto per il processo naturale e tecniche di cantina sempre più attente: fermentazioni in tino di legno o botti, gestione delle temperature attraverso l’architettura delle cantine interrate, studio empirico delle macerazioni, e una cura meticolosa delle condizioni di fermentazione. È una fase in cui tutto potrebbe cambiare, e in molti casi cambia davvero. A Verduno, invece, la ricostruzione avviene per adattamento, non per rottura.


I suoli – marne chiare, stratificate, con una componente calcarea importante ma alleggerita da limo fine – non consentono forzature: drenano, obbligano la vite a radicare in profondità, restituiscono maturazioni progressive. È una geologia che non concentra, ma dilata; che non imprime potenza, ma definizione.
Per buona parte del Novecento, prima che arrivassero le prime etichette con i moderni cru, la cantina vinifica Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e altri rossi in modo coerente con la tradizione locale: vini robusti, capaci di accompagnare i pasti langaroli, ma non ancora costruiti per una longevità che andasse oltre l’orizzonte strettamente familiare o regionale. Solo con la definizione dei disciplinari e la codifica delle denominazioni, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, nasce l’idea di “vino di territorio” così come lo intendiamo oggi.
È appunto a metà degli anni Settanta che la cantina decide di dare una forma riconoscibile e omogenea al proprio Barolo, inaugurando la produzione di Barolo Monvigliero con la vendemmia 1978. Monvigliero è un cru storico di Verduno, citato già nelle mappe ottocentesche come zona di elevata qualità potenziale, dove le esposizioni a sud-sud-ovest e i suoli marnoso-argillosi favoriscono maturazioni regolari e profili aromatici netti.
Qui l’altitudine e l’escursione termica notturna preservano acidità e freschezza, consentendo affinamenti pluriennali in botti grandi senza forzare il carattere del vino. Negli anni Novanta, in un’annata come il 1995, questo Barolo ottiene uno dei massimi riconoscimenti italiani (Tre Bicchieri dal Gambero Rosso), segnando la definitiva consacrazione di Verduno sulla scena nazionale e internazionale. Con il tempo si affiancano altre etichette, come il Barolo San Lorenzo di Verduno, nato nel 1997, che giace su terreni leggermente meno elevati e presenta un suolo leggermente più scuro e ricco di microelementi, con un microclima più ventilato. I Nebbiolo di questo cru hanno profili aromatici più sottili, con delicate note floreali e una tessitura tannica più morbida, perfetta per chi cerca eleganza e armonia senza peso. Il Barolo Gramolere, della prima annata 2001, proviene da vigne situate a Monforte d’Alba, aggiungendo un tocco diverso: esposizione più calda e suolo ricco di minerali conferiscono struttura e intensità aromatica, rendendo i vini robusti, ma eleganti. A chiudere il più di recente il Barolo del Comune di Verduno, che coniuga micro-identità dei terroir e visione sinfonica dell’intero territorio.
Questi Barolo non sono espressioni di forza bruta, ma di struttura, equilibrio e continuità. Le fermentazioni vengono condotte in acciaio con controllo termico attento ma non invasivo, utilizzando esclusivamente lieviti autoctoni e le macerazioni sono lunghe, ma calibrate per rispettare la naturale estrazione del Nebbiolo, e l’affinamento in botti grandi – generalmente di rovere di Slavonia — permette una maturazione lenta dei vini, preservando eleganza e profondità senza forzare la concentrazione. Questo approccio tecnico riflette la filosofia complessiva dell’azienda: non costruire vini potenti, ma permettere loro di esprimere il territorio in modo leggibile e duraturo.
Accanto ai grandi cru di Barolo, la produzione aziendale mantiene un profilo ampio che riflette la ricchezza varietale delle Langhe. I rossi più immediati, come il Dolcetto d’Alba e il Langhe Rosso “Rossoluna”, esprimono frutto e bevibilità; la Barbera d’Alba e la Barbera d’Alba Superiore “Priorà” rappresentano la capacità di dare struttura anche a vitigni storicamente legati alla quotidianità; il Langhe Nebbiolo “Prinsiòt” è un richiamo alle radici dialettali e famigliari della cantina; e la Langhe Favorita è una testimonianza della vocazione anche verso varietà bianche che, sebbene meno celebri, raccontano le pieghe della storia agricola locale, preservate con cura anche nei momenti in cui le mode produttive favorivano altrove vitigni a bacca rossa. Completa l’offerta lo sfizio del Barolo Chinato, vino aromatizzato, nato a fine ‘800 per fini medicinali, raccomandato dai farmacisti dell’epoca a scopi digestivi e curativi, che presto si trasformò in vino da meditazione, da sorseggiare a fine pasto.
La cantina pratica fermentazioni controllate, macerazioni lunghe e affinamenti calibrati, sempre con l’obiettivo di lasciare emergere il terroir. La riduzione del peso delle bottiglie è un segno della sensibilità contemporanea, insieme a un’attenzione crescente a sostenibilità e uso consapevole delle risorse, senza mai compromettere la qualità o l’eleganza dei vini.
Tra queste varietà, il caso del Pelaverga piccolo di Verduno è davvero singolare. La leggenda delle tradizioni orali vuole che sia stato portato dal Saluzzese al comune Langarolo dal beato Sebastiano Valfrè nel ‘700. Nemmeno il nome di Pelaverga appare originale e del tutto appropriato, perché riprende il vitigno tipico di Pagno, nella Val Bronda e delle Colline Saluzzesi, con cui questo Pelaverga, che non ha nulla in comune, tranne forse il colore viola-grigiastro dell’uva, ed è stato a lungo confuso. Coltivato da secoli nella zona — con testimonianze documentate già alla fine del Quattrocento nei registri comunali — il Pelaverga è un vitigno di ridotta produzione, distinto ampelograficamente da altre varietà omonime come il Pelaverga saluzzese (o Cari). La presenza storica del Pelaverga a Verduno è legata a usi agricoli antichi, ma anche alle narrazioni popolari: secondo una delle tradizioni locali, il friabile e aromatico Pelaverga era apprezzato già nei secoli XVI-XVII come vino da speziale, capace di accompagnare i pasti e di offrire sensazioni gustative diverse grazie alle note speziate e alla freschezza. Alcuni studiosi ampelografi propongono che il nome derivi da pellis virga — una pratica di parziale pelatura o gestione dei rami per favorire la maturazione — o da pelaverga nel senso di “vite sottile”, richiamo alla conformazione dei tralci. E su questo c'è chi maliziosamente ne ha favoleggiato proprietà “afrodisiache”, anche per i suoi particolari ed unici sentori. Questa combinazione di linguaggio tecnico, memoria contadina e suggestione simbolica rende il Pelaverga un vitigno fortemente legato all’identità del luogo. La cantina fu tra le prime, a partire dagli anni Settanta, a vinificarlo in purezza, passando da una coltivazione marginale a una produzione che ne valorizza l’aromaticità naturale.
Nel 1995, con l’istituzione della DOC Verduno Pelaverga, questa varietà trova finalmente una denominazione che ne tutela l’unicità. Nel 2011, la cantina sceglie il nome “Speziale” come nome identificativo ed evocativo per la propria interpretazione di questo vino: una scelta che non ha nulla di retorico, ma che richiama la sua caratteristica più evidente — un profilo aromatico fresco, speziato, capace di definire l’identità del vitigno senza ricorrere a estrazioni o dosaggi artificiosi. La vinificazione in acciaio e la gestione attenta delle fermentazioni preservano la sua finezza, la tensione e la riconoscibilità, regalando un vino che rappresenta una delle espressioni più autentiche delle Langhe. Il Pelaverga impone rigore: bucce sottili, macerazioni brevi, fermentazioni che devono preservare un patrimonio aromatico delicato. Non c’è spazio per l’approssimazione. Le annate recenti – come la 2020 e la 2021 – mostrano una crescente precisione, mentre quelle più difficili, come la 2017, evidenziano quanto sia necessario un controllo puntuale della vendemmia e della vinificazione.
Questa continuità narrativa — dai vini premiati alla fine dell’Ottocento, ai cru moderni, alle varietà storiche come Barbera, Dolcetto, Favorita e Pelaverga — è possibile grazie a un equilibrio tra tradizione familiare e pragmatismo gestionale. Oggi l’azienda è guidata da rappresentanti delle generazioni attuali che portano avanti con coerenza queste pratiche: Gian Battista Alessandria, custode della memoria operativa, dei vigneti e della cantina, supportato dalla moglie Flavia; loro figlio Vittore, che intreccia l’esperienza tecnica con le esigenze contemporanee dei mercati esteri e del dialogo culturale sul vino; e lo zio Alessandro, la cui presenza poliedrica nei vigneti, in cantina e nella gestione quotidiana costituisce una continuità dinamica tra passato e presente.
Accanto a loro, collaboratori storici lavorano meticolosamente per tradurre le scelte tecniche in vini coerenti, anno dopo anno, rispettando la variabilità delle stagioni. La tradizione familiare che si perpetua guardando con maggiore consapevolezza al futuro grazie all’esperienza degli avi ed alla fortuna data dalla Natura. Lo sguardo di Fratelli Alessandria è da sempre proiettato verso il futuro, pur restando radicato nella storia. Ogni bottiglia, sia essa un Barolo cru o un vino più immediato, porta con sé non solo l’impronta del terroir di Verduno, ma il segno lungo delle generazioni di chi ha lavorato e continua a lavorare per fare del vino un linguaggio che parla di persone, di tempo, di suolo e di qualità.
Un ulteriore elemento di questa narrazione è lo Speziale Wine Resort, progettato da Vittore e dalla moglie Katia per offrire non solo un luogo di soggiorno, ma un’esperienza immersiva: visitare le vigne, camminare tra i filari di Monvigliero con la luce che scivola lungo i solchi, farsi ammaliare dai profumi, rilassarsi a bordo della placida piscina estiva fronte vigne o scendere nella vicina cantina storica aziendale con le sue volte in mattone, degustare i vini accompagnati da racconti sul territorio e sulle tecniche, fino alla tavola — è un viaggio che ricuce l’uva, il vino e la cultura umana in un cerchio completo. In questo sistema già compiuto, dove la cantina e lo Speziale Wine Resort costruiscono un racconto coerente tra vino, territorio e ospitalità, si inserisce il contributo dell’artista elvetico Henri Spaeti, come elemento ulteriore ma profondamente significativo. Il suo intervento non ridefinisce l’identità esistente, piuttosto la attraversa e la rende visibile su un piano diverso, quello della percezione. L’etichetta dello Speziale Pelaverga traduce in immagine ciò che il vino suggerisce al naso e al palato: una trama sottile di spezie, sfumature e richiami. Allo stesso modo, negli spazi del resort, le sue opere prolungano questa dimensione, offrendo una continuità sensoriale che accompagna l’esperienza senza mai sovrapporsi ad essa. Il colore diventa così un’estensione del linguaggio enologico, capace di restituire in forma visiva la stessa leggerezza e complessità. Il valore del suo lavoro risiede proprio in questa capacità di inserirsi in modo discreto ma incisivo, rafforzando la visione della Fratelli Alessandria e contribuendo a costruire un’immagine del territorio in cui il vino si apre a una dimensione culturale più ampia. Non un semplice intervento decorativo, dunque, ma un passaggio che evidenzia come l’identità di un luogo possa essere raccontata anche attraverso linguaggi diversi, mantenendo coerenza e profondità.
In un mondo in cui la vulgata enologica spesso premia l’effetto sopra l’essenza, questa cantina ricorda che il vero valore non è nell’apparire, ma nel saper durare, con equilibrio, profondità e identità.