L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.


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Tech (42)

 
Gianni Viola
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80 anni e non li dimostra: la Vespa e il suo mito che cambiò la mobilità in tutto il mondo e fu il fiore all’occhiello del boom economico per merito di un genio paragonabile a quello di Leonardo: l’ingegnere Corradino D’Ascanio di Pescara.

Gli anniversari funzionano come specchi: riflettono ciò che siamo stati e, spesso, ciò che siamo diventati senza accorgercene. Gli ottant’anni della Vespa non sono soltanto la celebrazione di un oggetto di design, ma il racconto di un’Italia che seppe rialzarsi con intelligenza, eleganza e una certa ostinata leggerezza.
Dietro quel profilo inconfondibile — la scocca sinuosa, il rombo gentile, la promessa di libertà — c’è il genio di Corradino D’Ascanio, ingegnere aeronautico che non amava le motociclette tradizionali. E proprio questo “difetto” fu la sua fortuna: progettò qualcosa di completamente diverso, un mezzo accessibile, pulito, pratico, quasi rivoluzionario. Non una moto, ma un’idea nuova di mobilità.
Quando nel 1946 la Piaggio la mise in produzione, l’Italia usciva dalla guerra con le macerie ancora negli occhi. Serviva un mezzo economico, ma anche un simbolo. La Vespa diventò entrambe le cose. Era il modo per andare al lavoro, ma anche per corteggiare, per partire, per sentirsi finalmente padroni del proprio tempo.
Non è un caso che la sua consacrazione globale passi anche attraverso il cinema: basta pensare a Vacanze Romane, dove Audrey Hepburn e Gregory Peck attraversano Roma in sella a una Vespa. In quella scena c’è tutto: la dolce vita, la spensieratezza, l’Italia che diventa sogno internazionale.
Ma la Vespa non è solo immaginario. È anche design industriale d’eccellenza, un esempio di come la creatività italiana sappia coniugare estetica e funzione. Linee morbide, protezione per il conducente, cambio al manubrio: ogni dettaglio parla di un’intelligenza progettuale che guarda alle persone, non solo alla macchina. E qui torna D’Ascanio. Prima ancora della Vespa, lavorò sul volo verticale, progettando prototipi di elicottero che anticipavano soluzioni poi sviluppate altrove. Il tema del “genio italiano poco riconosciuto” è ricorrente, e spesso alimenta una narrazione di appropriazione da parte delle grandi potenze. La realtà è più complessa: gli studi sull’elicottero coinvolsero diversi centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti, e i progressi furono il risultato di contributi molteplici. Ma resta il fatto che D’Ascanio fu tra i pionieri, e il suo nome meriterebbe una memoria più diffusa e meno distratta.
Ottant’anni dopo, la Vespa continua a essere un oggetto di culto. Non è solo un mezzo di trasporto: è un segno identitario. Dai vicoli di Roma alle strade di Parigi, fino alle metropoli asiatiche, rappresenta un’idea di stile che non invecchia. In un’epoca dominata da tecnologia e velocità, la Vespa conserva qualcosa di umano: il gusto del percorso, non solo della destinazione.
C’è anche una dimensione sociale da non sottovalutare. La Vespa ha democratizzato la mobilità, permettendo a intere generazioni di muoversi liberamente. È stata, in un certo senso, uno strumento di emancipazione: per i giovani, per le donne, per chi non poteva permettersi un’automobile.
Celebrarla oggi significa riconoscere che il genio italiano non è solo una categoria retorica, ma una realtà storica fatta di ingegno, pragmatismo e visione. Significa anche interrogarsi su quanto di quello spirito sia ancora vivo.
Perché la Vespa, alla fine, non è solo un oggetto. È una domanda: siamo ancora capaci di inventare il futuro con la stessa semplicità elegante con cui, ottant’anni fa, un ingegnere che odiava le moto cambiò il modo di muoversi del mondo?

 

VIDEO

       Hans Jonas

  “Proprio il dubbio – il non sapere in fondo dove sia l’esatto confine tra la vita e la morte – dovrebbe dare la precedenza alla supposizione della vita e far resistere alla tentazione della dichiarazione di morte così pragmaticamente consigliata.

(…) c’è motivo per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto. In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”

                                                                     Hans Jonas

 

                Il caso doloroso del povero bimbo tragicamente espiantato e trapiantato ha avuto anche l’effetto di riportare all’attenzione generale la questione dei trapianti d’organi.  Moltissime persone, però, continuano a non cogliere gli aspetti problematici insiti in questa pratica, prevalentemente accolta (soprattutto a livello mediatico) come qualcosa di non meritevole di essere dibattuta.

In particolare, si continuano ad ignorare alcuni aspetti critici della pratica trapiantistica, come quelli ben illustrati da Mercedes Arzù Wilson (Presidentessa della Fondazione per la Famiglia delle Americhe e dell’Organizzazione Mondiale della Famiglia, ma anche membro della Pontificia Accademia per la Vita), che riportiamo qui di seguito: 

   “- Se il donatore “cerebralmente morto” è davvero morto, perché continuano ad alimentarlo con le flebo?
- Perché, a volte, gli si fanno delle trasfusioni?
- Perché si somministrano ormoni tiroidei e surrenali?
- Perché necessitano dell’anestesia per espiantare gli organi? È forse perché l’anestesista e le infermiere si troverebbero a disagio nel vedere il supposto “cadavere”, che respira con l’assistenza di un ventilatore, muoversi mentre loro tagliano il torace del donatore per prelevarne il cuore, il fegato o il pancreas?
- Perché gli somministrano una sostanza paralizzante? È forse per evitare che il donatore si dimeni con paura quando il chirurgo dà inizio all’espianto dei suoi organi, oltre che per rassicurare l’impensierito staff medico che il donatore “cerebralmente morto” è realmente morto? Prima di cominciare ad usare droghe paralizzanti è stato necessario convincere alcuni membri dello staff che dubitavano che il donatore fosse davvero morto.
- È curioso notare che, anche se il donatore è paralizzato, il battito del cuore e la pressione del sangue aumentano non appena il cuore inizia ad essere estratto.” *
 

 A queste e a simili osservazioni ed interrogativi, i fautori delle pratiche trapiantistiche si affannano a rispondere in maniera molto rassicurante, al fine di acquietare dubbi, timori e perplessità.

Quando -  ci dicono -  viene dichiarata la morte cerebrale (cioè la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello), la persona è, a tutti gli effetti, legalmente e clinicamente morta. Tuttavia, il corpo può essere mantenuto temporaneamente “in funzione” tramite macchine (ventilazione, farmaci), così che gli organi restino ossigenati per poter essere destinati ad un eventuale trapianto.

Perché, allora, si farebbe ricorso all’anestesia?

 In realtà – ci viene spiegato -  non si tratterebbe di anestesia in senso classico (cioè per evitare dolore cosciente), perché, con la morte cerebrale, non ci sarebbe più alcuna forma di coscienza, né, quindi, nessuna possibilità di percezione del dolore. 

Le ragioni principali sarebbero altre, come il controllo delle reazioni spinali, in quanto, anche senza attività cerebrale, il midollo spinale può continuare a generare riflessi automatici. Durante l’intervento, quindi,  possono comparire sia movimenti degli arti, sia aumento della pressione o della frequenza cardiaca. I farmaci impiegati (anestetici, miorilassanti) servono a controllare questi riflessi, non certo ad impedire che il soggetto donatore possa “sentire” qualcosa.

Inoltre, durante l’espianto è fondamentale mantenere gli organi in condizioni ottimali: i farmaci aiutano a mantenere pressione e circolazione stabili ed a  ridurre risposte infiammatorie o ormonali, migliorando, in tal modo, la qualità degli organi per il trapianto. 

 Cosa controbattere?

Le tesi qui riportate costituiscono le principali argomentazioni che i sostenitori del sistema trapiantistico  utilizzano per cercare di spegnere dubbi a mio avviso più che ragionevoli e perfettamente legittimi.

   Tutto il processo argomentativo si fonda, a ben guardare, sulla convinzione  non oggettivamente dimostrabile che, effettivamente, nel cosiddetto "donatore" si sia attuata "la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello".

In realtà, una simile condizione non è mai veramente accertabile, perché: 

  1. a) non siamo in grado di conoscere con certezza quali siano TUTTE le funzioni del nostro cervello;
  2. b) né tantomeno siamo in grado di comprendere con assoluta precisione quando esse arrivino alla piena e definitiva cessazione. 

Procedendo, infatti, con le operazioni di espianto, ci precludiamo qualsiasi possibilità di ottenere un riscontro oggettivo della presunta "irreversibilità" di tale cessazione! 

Di fatto, in maniera palesemente anti-scientifica, trasformiamo, con abili giochi di prestigio linguistici, in assolute ed indiscutibili VERITA' scientifiche quelle che, invece, sono condannate a restare soltanto mere IPOTESI. 

In pratica: che non ci sia più coscienza nel cosiddetto "morto cerebrale" è una credenza dogmatica e fideistica che si basa sul ritenere quella cosa sommamente misteriosa che chiamiamo "coscienza" come dipendente unicamente e totalmente dal funzionamento del nostro apparato cerebrale, nonché sulla convinzione (categoricamente indimostrabile) di essere in pieno possesso delle tecnologie  indispensabili per poter giudicare in merito alla persistenza o meno di qualsiasi attività all'interno di detto apparato. 

Ritenere apoditticamente che, in un soggetto dichiarato “clinicamente morto”, possano esserci dei "riflessi" del tutto indipendenti da un qualche funzionamento dell'apparato cerebrale è un'asserzione che ha molto più a che vedere con una metafisica di tipo materialistico che con il rigore di una sana ed onesta metodologia scientifica.

 

*In Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, Roberto Fantini, edizioni Efesto, Roma 2023.

 

 

 E' stata presentata nei giorni scorsi, nella sala multimediale Tiziano Tessitori a Trieste, la seconda edizione del progetto "IN Crescendo", il percorso integrato di musicoterapia che accompagna ragazzi con disabilità a vivere l'esperienza della musica classica.

IN Crescendo è un progetto strutturato che accompagna persone con disabilità cognitiva all’ascolto della musica classica attraverso un percorso guidato di musicoterapia. Il programma prevede momenti di preparazione con professionisti, incontri diretti con musicisti e la partecipazione a tre concerti dal vivo della Stagione Concertistica della Società dei Concerti Trieste, con le eccellenze dei Tallis Scholars, di Avi Avital con Lorenzo Cossi, di Julliard415 New York e Yale Schola Cantorum con Grete Pedersen. Ogni fase è pensata per rendere l’ascolto comprensibile, accessibile e coinvolgente. Si tratta dunque di un percorso strutturato, pensato per mettere al centro la persona, valorizzare le emozioni e celebrare il potere inclusivo della musica. 

L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, è stata ideata e coordinata dalla Fondazione Monticolo&Foti e dalla Società dei Concerti Trieste, con la collaborazione di ASD Calicanto APS e Aulòs Musicoterapia. Il progetto si amplia quest’anno accogliendo un nuovo gruppo di partecipanti, confermando e rafforzando la rete costruita nella prima edizione. 

Durante la presentazione nella sala multimediale del Consiglio regionale, si sono succeduti i discorsi dei presenti al tavolo relatori.  Al centro dell’iniziativa c’è la visione della Fondazione Monticolo&Foti, il cui Presidente Andrea Monticolo ha ribadito come IN Crescendo nasca dal desiderio di creare opportunità culturali autentiche per ragazzi con disabilità cognitiva, mettendo al centro la persona: non solo accompagnandola in un percorso di musicoterapia, ma offrendo anche la possibilità di vivere il teatro come spazio di inclusione, bellezza e partecipazione, e di fruire di esperienze di qualità, aumentando così la divulgazione della cultura musicale. Un percorso che ha trovato ascolto e apprezzamento anche da parte delle istituzioni del territorio – Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Confcommercio Trieste, Comune di Trieste – che ha colto l'occasione per ringraziare per averne compreso il valore culturale e sociale e per il sostegno dimostrato. 

Piero Lugnani, Presidente della Società dei Concerti Trieste, sottolinea che il progetto è la dimostrazione che la musica ha la capacità di generare relazione, ascolto reciproco, coesione e fiducia, parlando a tutte le persone attraverso un linguaggio universale e inclusivo. La Società dei Concerti Trieste considera parte integrante della sua identità e del suo ruolo pubblico il vasto insieme delle attività che da anni dedica alla educazione e alla formazione culturale della persona, nella convinzione che la Musica non sia solo un bene artistico, ma un elemento essenziale per il benessere individuale e collettivo. Per questa ragione i progetti che la Società dei Concerti Trieste dedica al welfare culturale – sintetizzati nell’acronimo Salus per Musicam – non costituiscono una cornice accessoria alla sua Stagione Concertistica, bensì compongono un quadro unitario in cui proposta artistica e impegno sociale procedono in modo integrato. 

Siamo molto contenti che si sia potuta realizzare e rinnovare questa collaborazione che ci permette di offrire ai nostri soci la possibilità di avvicinarsi al mondo della musica arricchendo l’offerta che già proponiamo attraverso la Calicanto Band. Ringraziamo tutti i partner di progetto e in particolare la Fondazione Monticolo & Foti, esordisce Alda Sancin, Vicepresidente di ASD Calicanto APS. Prima dei concerti, i partecipanti vengono guidati da musicoterapeuti, professionisti e musicisti in attività di ascolto consapevole ed esplorazione sonora, pensate per rendere l’esperienza del concerto accessibile, significativa e profondamente coinvolgente.

 Chiara Maria Bieker, Presidente dell’Associazione Aulòs Musicoterapia, spiega che   Nella prima edizione di IN Crescendo abbiamo ottenuto risultati molto concreti: i partecipanti hanno sviluppato una crescente familiarità con il contesto concertistico, un interesse costante e un coinvolgimento sempre maggiore, con progressi nella comunicazione, nella socializzazione, nell’espressività creativa e nella regolazione, fino a vivere l’ascolto dal vivo in modo consapevole e partecipe. Proseguire quest’anno garantisce di dare continuità a un percorso efficace e di consolidarne gli obiettivi: potenziare l’ascolto attivo, l’apertura relazionale e l’espressione corporea e sonora, accompagnando i partecipanti nel riconoscere la musica come esperienza globale e condivisa. L’Associazione Aulòs Musicoterapia è lieta di contribuire per il secondo anno a questo progetto, che supporta i partecipanti e accresce la consapevolezza del potenziale sociale e inclusivo della musica presso musicisti, organizzatori e pubblico». 

Il valore sociale del progetto è riconosciuto anche dal mondo economico e istituzionale grazie al sostegno di Confcommercio Trieste, del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia e del Comune di Trieste adesioni che vanno oltre la semplice beneficenza e si traducono in un impegno concreto nel promuovere una cultura realmente accessibile, inclusiva e capace di generare impatto sul territorio. In questo senso, Confcommercio Trieste ribadisce come IN Crescendo rappresenti un progetto capace di valorizzare il coinvolgimento attivo dei ragazzi, di accompagnarli in un autentico percorso di crescita personale e di contribuire alla costruzione di una comunità più consapevole, aperta e partecipe. Stefano Patriarca, Segretario Generale del Consiglio regionale, sottolinea l’importanza dell’iniziativa: Desidero esprimere un apprezzamento profondo e sentito per questa iniziativa, nata da uno sguardo attento alle persone e realizzata con grande umanità, competenza e sensibilità. Il Consiglio regionale sostiene e valorizza progetti capaci di generare un impatto reale sul territorio, sotto il profilo culturale, sociale e umano, e questo progetto ne è una testimonianza autentica, per valore, qualità e visione. 

Anche per Massimo Tognolli, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Trieste, il progetto rappresenta un percorso strutturato che riconosce nella cultura musicale uno strumento di inclusione, crescita e partecipazione, in dialogo con le azioni promosse dal Comune, per offrire opportunità reali e di qualità ai giovani con disabilità. Con la nuova edizione, IN Crescendo rinnova il proprio impegno nel dimostrare come la musica classica possa essere uno strumento potente di crescita, relazione e inclusione, capace di parlare a tutti, senza esclusioni. 

In chiusura della presentazione, tra emozione e applausi dei presenti, è stato riproposto il video del percorso dei partecipanti alla prima edizione del progetto.

 

 

Anzio (RM) - Sul Margine tirrenico, alla periferia dell’apparato vulcanico dei Colli Albani a circa 24 km di distanza dal lago craterico di Albano (RM), l’attività eruttiva dei Colli Albani è iniziata circa 600.000 anni fa e continuata fino all’Olocene (5.800 anni); il vulcano deve essere considerato quiescente e non estinto. Il complesso vulcanico dei Colli Albani è caratterizzato dalla presenza di zone con forte emissione di gas endogeno di probabile origine magmatica o idrotermale, le principali sono le zone di Cava dei Selci (Marino), Solfatara di Pomezia e Tor Caldara di Anzio (tracciato dalla Carta delle anomalie gravimetriche di Bouguer dei Colli Albani “da Filippo e Toro 1995”). Negli ultimi anni queste ricerche sono state svolte nell’ambito di contratti di ricerca fatti con la Regione Lazio (Direzione Regionale Protezione Civile, Dipartimento Istituzionale del Territorio). L’anidride carbonica è il più abbondante dei gas endogeni dei Colli Albani (93-99 vol.%) che contengono anche apprezzabili quantità di idrogeno di solforato (H2S) azoto (N2), metano (CH4) e radon (Rn). Le principali manifestazioni gassose sono tutte ubicate in corrispondenza di alti strutturali del basamento carbonico che corrispondono ad anomalie gravimetriche positive, che indicano in una risalita preferenziale di fluidi profondi (prevalentemente di anidride carbonica di origine magmatica o metamorfica) lungo le zone di frattura delle faglie che bordano i blocchi calcarei sollevati.

Queste rocce carboniche sepolte ospitano il principale acquifero regionale della zona, al cui interno si dissolve e si accumula gas endogeno che risale dal profondo. Da qui il gas sfugge verso la superfice lungo faglie e fratture e si accumula negli acquiferi superficiali ospitati anche a piccola profondità, nei livelli permeabili delle rocce vulcaniche Albane o in sedimenti sciolti Neogenici o Quaternari. Per meglio specificare  i sedimenti sciolti neogenici o quaternari sono accumuli di materiali terrigeni (frammenti di rocce) e organogeni non ancora cementati o litificati (trasformati in roccia solida), depositati in un intervallo di tempo che va dal Miocene inferiore (inizio Neogene, circa 23 milioni di anni fa) fino all’Olocene (attuale quaternario ovvero periodo geologico attuale).

Tutte le principali manifestazioni gassose corrispondono a zone dove scavi antropici hanno rimosso la copertura impermeabile superficiale che manteneva il gas confinato in profondità consentendone l’arrivo in superfice. Dove la copertura impermeabile è ancora presente, possono esservi nel sottosuolo a varie profondità (10-230 m.) sacche pressurizzate di gas che possono causare pericolose emissioni accidentali se raggiunte da pozzi o scavi.

Da una indagine approfondita fatta a pochi chilometri a sud est nella zona di Lavinio, frazione di Anzio (RM), si sono evidenziate emissioni gassose presenti in varie zone. Queste emissioni sono concentrate soprattutto in due depressioni prodotte da scavi minerari del passato per la coltivazione dello zolfo (Miniera Grande e Miniera Piccola). Il Gas endogeno rilevato è caratterizzato da un contenuto di H2S “anidride solforosa” (4,65-6,3 vol.%) molto più alto delle altre manifestazioni gassose dei Colli Albani e più in generale dei vulcani laziali dove di regola è inferiore a 1,5-2,0 vol.  %.

I rilevamenti e gli studi fatti negli anni (2005- 2009- 2011) hanno evidenziato che le misure della concentrazione del gas in aria hanno fatto emergere che nelle zone interessate dai carotaggi vi è una emissione anomala tali da raggiungere concentrazioni letali, sia per CO2 (anidride carbonica) che per H2S (anidride solforosa).

In quelle zone ci sono stati incidenti evidenziati anche dalle cronache, laddove nel 2011, all’interno di un centro sportivo durante le pulizie di una vasca di compensazione una persona è deceduta e altre 4 sono rimaste ferite. Le successive indagini scientifiche eseguite dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dell’Università degli Studi Roma Tre e dalle Autorità locali, evidenziavano che in quella zona vi erano state emissioni gassose rilevabili da siti dove venivano trovati animali deceduti in buche, forte odore di uova marce e in alcune zone di mare bolle di gas che dal sottosuolo sfociavano sul fondo marino. I carotaggi effettuati in quel contesto, con sonde di campionamento dei gas, rilevavano in alcuni punti fino a 1.250 PPM (parts per million) ovvero una concentrazione molto elevata e potenzialmente pericolosa di gas. Basti pensare che bastano 250 PPM per uccidere una persona (quindi quelle rilevate) arrivavano ad essere 5 volte letale per l’uomo.

Dai “racconti” dei cittadini della zona emergevano notizie di proprietari di abitazioni che durante gli scavi di rifacimento della loro taverna bucavano una sacca e venivano colti da malori, di cantieri edili che durante le perforazioni bucavano una sacca e dalla terra gli veniva sputata la paletta di trivellazione, infine di animali trovati morti in buchi o vicino a corsi d’acqua. Tutte le segnalazioni comunque non sono mai state prese seriamente in considerazione, cosa che lascia presagire uno scarso interesse del problema da noi invece ritenuto assai grave. Un Governatore attento, potrebbe proporre l’emanazione di un’ordinanza che tuteli la salute pubblica, che obblighi chiunque voglia perforare il terreno in quella zona a munirsi di una autorizzazione a fare lavori, questo sarebbe già una chimera, un farmaco divino, una ricetta miracolosa...

 Ma abbiamo capito che questo accadrà solo quando il fatto sarà già avvenuto…

 

Cosa hanno in comune queste due strutture? Ebbene nel Museo Pigorini di Roma, è stata inaugurata il 18 dicembre 2025 una sala dedicata alla Grotta Guattari scoperta nel 1939 nella zona del Circeo vicino a Latina. In questa grande grotta rimasta sepolta per 50.000 anni, sono stati rinvenuti i resti di uomini di Neanderthal insieme ad animali di quel periodo tra cui delle iene, che dopo l'abbandono del sito da parte di questi uomini preistorici, lo hanno utilizzato come tana portandovi all'interno carcasse di ogni tipo, tra cui cervi, elefanti, cinghiali, uri  di cui poi si nutrivano. Tutti reperti che ora sono ospitati in questa suggestiva ed immersiva sala del museo che si trova nella zona dell’Eur.

Per cercare di studiare il DNA dei reperti trovati, è stato interpellato il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica di Firenze, specializzato nello studio del DNA antico (aDNA) estratto da reperti scheletrici umani e da altri materiali archeologici.

Eccellenza nella ricerca sull’evoluzione umana, il laboratorio gestisce l’intero processo dalla manipolazione dei reperti attraverso il sequenziamento NGS o Next Generation Sequencing. Si tratta di una tecnologia avanzata di analisi molecolare che permette di sequenziare milioni di frammenti di DNA o RNA in parallelo, analizzando simultaneamente numerose molecole attraverso un processo molto veloce.

L’ attività di ricerca passa per la caratterizzazione genetica dei resti antichi, necessario per comprendere l’evoluzione, la struttura biologica e lo stile di vita delle popolazioni passate, nonché lo studio sulle specie animali domestiche. Il laboratorio copre l’intero flusso di lavoro: dalla manipolazione dei reperti, all’ estrazione del DNA, per passare alla preparazione delle librerie genomiche, fino all’ analisi bioinformatica dei dati di sequenziamento dell’ NGS.

Situato presso il Dipartimento di Biologia di Firenze, la struttura opera in ambito interdisciplinare collaborando a progetti di conservazione e valorizzazione dei resti antropologici, oltre ad effettuare analisi in ambito forense. Nel nostro caso, ha operato studiando i reperti neanderthaliani rinvenuti nella grotta Guattari.

Il laboratorio rappresenta un punto di riferimento in Italia per la paleogenomica, ovvero lo studio del DNA antico attraverso l'analisi dei resti umani che si sono conservati nel tempo.

Il DNA è una grande molecola che si trova all'interno delle cellule di tutti gli esseri viventi, è composto da quattro elementi di base chiamati nucleotidi denominati con le lettere: A,T,C,G. La loro combinazione in sequenza costituisce il codice genetico di ogni individuo.

Il DNA antico (aDNA), viene estratto, processato e sequenziato a partire da una piccola quantità di materiale biologico trovato nei campioni antichi. Il materiale genetico però è altamente frammentato e presenta dunque poca quantità per gli studi, così sono necessari dei laboratori specializzati, che seguono protocolli sperimentali e di analisi bioinformatica specifici per il DNA degradato, così da poterlo ricostruire.

Lo studio del DNA segue quattro passaggi:

Estrazione del DNA, liberato dalle cellule conservate in quantità molto piccole e del materiale biologico; avviene poi la preparazione delle librerie: ad ogni molecola di DNA vengono aggiunte delle etichette o adattatori. Il sequenziamento invece, prevede che tutti i frammenti di DNA vengano letti base per base e riordinati, come se fossero delle pagine di un libro strappato. L'ultimo passaggio è quello dell'analisi dei dati, dove si studia la variabilità genetica, si analizza la relazione di parentela, le patologie del passato e le caratteristiche fenotipiche.

Uno dei principali problemi per lo studio del DNA antico però è la contaminazione da parte del DNA umano di origine moderna, ovvero di chi ci lavora a contatto. L’ Impiego di laboratori dedicati esclusivamente a questo tipo di analisi, prevede un uso specifico di vestiario che permette di limitare la contaminazione.

L'analisi del DNA può essere fatta su elementi ossei, come la rocca petrosa, elemento osseo prediletto per l'estrazione del DNA. Si tratta di una porzione piramidale dell'osso temporale posto alla base del cranio, tra l'osso sfenoide e l'osso occipitale, che costituisce la parte endocranica dell'osso temporale. Questo grazie alla sua densità preserva meglio di altri reperti il materiale genetico.

Altre parti da cui può essere prelevato il DNA antico sono: i capelli e i peli, ma ancora meglio i sedimenti di tartaro dei denti o i denti stessi.

Attraverso la mineralizzazione della placca dentale sulle superfici dei denti e dunque del tartaro, è possibile fare un'analisi microbiotica. Il tartaro è costituito interamente da materiale microbico (99,9%) e dunque conserva il DNA dei batteri della microbiota (insieme di microrganismi) orale e dei residui di cibo.

L'analisi del DNA dai sedimenti, rappresenta una forma di informazione sugli ecosistemi del passato. Con questo si può arrivare a studiare la distribuzione degli ominidi e di altre specie sulla terra, indipendentemente dai diversi scheletri rinvenuti. Così micro frammenti di ossa e denti diventano una potenziale fonte di DNA sedimentario. Un'altra risorsa deriva dai tessuti in decomposizioni e dalle feci.

Il DNA può essere d’aiuto anche per studiare le malattie dell'antichità, comprenderne la prevalenza, la rilevanza e l'impatto, insieme alla loro evoluzione nel tempo. Dunque anche un utile ricerca sui batteri e sui virus patogeni responsabili di malattie, come nel caso della  Yersina Pestis per la peste e il Mycrobacterium Tubercolosis per la tubercolosi.

Il processo di misurazione e analisi dei tratti fisici, biochimici e comportamentali di un organismo derivanti dall’interazione tra il suo genotipo e l’ambiente, è nota come fenotipizzazione del DNA o analisi dei tratti fenotipici.

Il DNA antico ormai estinto, è studiato dalla paleogenomica, attraverso un approccio metagenomico, ovvero lo studio del DNA estratto dall’ambiente, come acqua, suolo ed intestino umano per poter gettare uno sguardo sui patogeni microbiotici e sulla dieta dei nostri avi.

La caratterizzazione individuale, è il processo di identificazione e analisi dei tratti unici (genetici, fenotipici o molecolari) che distinguono un singolo organismo dagli altri, anche all’interno della stessa specie. Con questa si stimano le relazioni di parentela e i tratti fenotipici, indizi e organizzazioni sociali e genetici delle popolazioni, i fenomeni migratori e le dinamiche demografiche.

Insomma, un po’ complicato per i non addetti, ma assolutamente fondamentale per lo studio di realtà che non hanno lasciato tracce scritte. Attraverso queste importanti ricerche è stato possibile ricostruire la storia dell’uomo e del mondo che lo circonda.

Ora, se l’istituto fiorentino ha operato in tal senso, utilizzando queste complicate operazioni che possono essere esposte solo attraverso una terminologia complessa e specifica; il museo romano permette di capire il lavoro eseguito dal laboratorio, attraverso in linguaggio semplificato che utilizza illustrazioni, proiezioni, reperti, pannelli integrativi, raffigurazioni e stazioni multimediali.

Questa collaborazione ha permesso di ricostruire le vicende degli ominidi neanderthaliani e renderle fruibili al visitatore del museo.

 

Sabato 29 novembre si è tenuta a Roma la presentazione ufficiale del nuovo corso sul Giornalismo Sanitario e l’Intelligenza Artificiale, in programma per marzo 2026, un percorso formativo pensato per fornire ai professionisti dell’informazione gli strumenti necessari a raccontare, con competenza e spirito critico, la crescente integrazione tra sanità e tecnologie emergenti. L’incontro si è svolto nella sede dell’UNAR, in via Ulisse Aldrovandi 16, ed è stato organizzato dall’Associazione Free Lance International Press (F.L.I.P.). A moderare l’evento di lancio è stato il presidente dell’Associazione, dott. Virgilio Violo, giornalista iscritto all’albo, che ha accompagnato il pubblico in un pomeriggio di approfondimento ricco di spunti e riflessioni, introducendo uno alla volta i tre esperti chiamati a illustrare i contenuti e le finalità del corso. Il primo intervento è stato quello del dott. Giancarlo Roscio, cardiologo e responsabile della cultura dell’emergenza cardiologica, che ha offerto una panoramica storica dell’evoluzione della sanità moderna, partendo dagli albori della telemedicina fino alle applicazioni più recenti dell’intelligenza artificiale. Roscio ha evidenziato come le nuove tecnologie stiano modificando profondamente la pratica clinica, la diagnosi, il monitoraggio del paziente e la gestione dei dati.

Una trasformazione che, di conseguenza, richiede al giornalismo una rinnovata capacità di interpretare e spiegare questi cambiamenti in modo accurato e accessibile. A seguire, la Prof.ssa Dr.ssa Lucia Denise Marcone, giornalista dal 1994, insegnante liceale e docente presso l’Università Unicusano di Roma, ha posto l’accento sull’importanza dell’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale.

Marcone ha ribadito che l’IA deve essere considerata un potente strumento di supporto, utile per analizzare, sintetizzare e comprendere l’enorme mole di informazioni che caratterizza oggi il settore sanitario. Tuttavia, ha sottolineato con decisione che la responsabilità finale deve sempre rimanere all’essere umano, specialmente quando si parla di informazione, un ambito in cui rigore, etica e spirito critico non possono essere delegati alle macchine. E l’ultimo intervento è stato affidato all’Ing. Lorenzo Bossoli, esperto di Teoria dell’Informazione, che ha guidato i presenti in un affascinante excursus sulla storia dell’informatica e sulle basi tecnologiche che rendono possibile l’intelligenza artificiale moderna. Bossoli ha inoltre anticipato la struttura del corso, che verrà articolato in moduli formativi progressivi, pensati per offrire ai partecipanti una padronanza sostanziale delle tematiche trattate, dalle basi dell’IA ai modelli linguistici generativi, dal fact-checking tecnologico alla gestione etica dei dati sanitari. Il nuovo corso in partenza a marzo 2026 si propone come un percorso unico nel panorama italiano, rivolto non solo ai giornalisti, ma anche a comunicatori, studenti e professionisti interessati a comprendere e raccontare in modo competente la rivoluzione tecnologica che sta cambiando il mondo della salute. Le lezioni saranno finalizzate a colmare il divario tra conoscenza tecnica e comunicazione efficace, formando figure capaci di interpretare le innovazioni senza sensazionalismi, ma con consapevolezza, metodo e responsabilità. Gli organizzatori hanno espresso un ringraziamento speciale al responsabile del corso e direttore editoriale dell’Osservatore Meneghino il dott. Massimo Blandini, ai tre relatori per il loro contributo scientifico e culturale, al pubblico intervenuto e a S.E. l’Ambasciatore Onorario di Santo Domingo e CEO del World Bilateral Agency, dott. Andrea Tasciotti, per la sua partecipazione all’iniziativa.

 Per ulteriori informazioni sul programma dettagliato del corso e sulle modalità di iscrizione, è possibile consultare il sito ufficiale dell’Associazione Free Lance International Press, dove saranno pubblicati aggiornamenti e materiali informativi dedicati. Il lancio del corso segna un passo importante nella formazione di un nuovo giornalismo sanitario, capace di affrontare con competenza e visione critica un futuro in cui l’intelligenza artificiale non sarà più un tema di nicchia, ma una componente essenziale della società e della comunicazione.

               Intorno a questioni di estrema complessità e delicatezza, sia sotto il profilo strettamente scientifico, sia sotto quello etico-filosofico, giuridico e religioso, come quelle della “donazione degli organi” e dei trapianti, siamo sfortunatamente obbligati a constatare l’assenza pressoché assoluta di pluralismo di posizioni e di relativo dibattito. Domina, infatti, incontrastata una sola opinione dichiaratamente schierata a favore di dette pratiche, in nome del progresso della medicina, della solidarietà e della cosiddetta “cultura del dono”. E tutte le voci critiche, che sono tutt’altro che poche e insignificanti, di medici, filosofi e teologi, vengono sistematicamente ignorate e svilite.

Per riflettere e ragionare intorno ai vari aspetti problematici relativi al concetto di “morte cerebrale” e alla pratica trapiantistica, nel pomeriggio dello scorso 20 novembre, presso la sede romana dell’AVA (Associazione Vegan Animalista), organizzato dall’infaticabile  Franco Libero Manco, ha avuto luogo una appassionata conferenza di Roberto Fantini, autore di Vivi o Morti? *, un libro utilissimo per orientarsi in maniera critica e indipendente in tale ambito.

Il relatore ha sottolineato la grave e preoccupante mancanza di informazione obiettiva, prendendo le mosse dall’analisi puntuale della stessa dichiarazione rilasciata dalla Commissione di Harvard che, nel 1968, introdusse quella “nuova definizione di morte” denominata morte cerebrale, ritenuta (e risultata) indispensabile per alleggerire le strutture pubbliche del peso di un numero sempre crescente di pazienti in condizione di coma giudicato irreversibile, e per sollevare i chirurghi espiantatori-trapiantatori da possibili accuse giudiziarie per omicidio.

Da tale analisi è emerso in maniera chiarissima il carattere meramente convenzionale ed utilitaristico di tale nuova definizione della morte, capace di trasformare, di fatto, pazienti gravemente lesi nelle loro facoltà cerebrali (e probabilmente avviati verso la conclusione della propria esistenza terrena, ma ancora vivi!) in veri e propri magazzini di organi perfettamente funzionanti da destinare ad altri corpi.

Particolarmente illuminanti, fra le tante letture e citazioni (da Hans Jonas a  Robert Spaemann, da Joseph Seifert a Giovanni Paolo II) le lucidissime domande rivolte da Mercedes Arzù Wilson (membro della Pontificia Accademia per la Vita) ai sostenitori dell’ideologia trapiantistica, domande che dovrebbero indurci a riflettere e ad operare scelte con la massima prudenza, diffidenza e consapevolezza:

 

“Facciamo loro queste domande:
- Se il donatore “cerebralmente morto”
 è davvero morto,

perché continuano ad alimentarlo con le flebo?
- Perché, a volte, gli si fanno delle trasfusioni?
- Perché si somministrano
ormoni tiroidei e surrenali?

- Perché necessitano dell’anestesia per espiantare gli organi? È forse perché l’anestesista e le infermiere si troverebbero a disagio nel vedere il supposto “cadavere”, che respira con l’assistenza di un ventilatore, muoversi mentre loro tagliano il torace del donatore per prelevarne il cuore, il fegato o il pancreas?

  • Perché gli somministrano una sostanza paralizzante?

E È forse per evitare che il donatore si dimeni con paura quando il chirurgo dà inizio all’espianto dei suoi organi, oltre che per rassicurare l’impensierito staff medico che il donatore “cerebralmente morto” è realmente morto?

Prima di cominciare ad usare droghe paralizzanti è stato necessario convincere alcuni membri dello staff che dubitavano che il donatore fosse davvero morto.
- È curioso notare che, anche se il donatore è paralizzato, il battito del cuore e la pressione del sangue aumentano non appena il cuore inizia ad essere estratto.

- Come mai questi cosiddetti “cadaveri” non si decompongono per giorni e a volte per mesi?

- Come può una donna incinta, cosiddetta “cerebralmente morta”, continuare per mesi a mantenere in vita nel suo grembo un bambino ed essere definita cadavere?

  • Come può una mamma cosiddetta “cerebralmente morta”, dopo aver dato alla luce un bambino vivo, produrre latte materno quando invece il chirurgo ha assicurato la sua famiglia che il suo cervello è morto?”

 

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*Roberto Fantini, Vivi o Morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi.
Edizione aggiornata e ampliata.
EDIZIONI EFESTO
Roma settembre 2023

 

 

L'astrofisico di Harvard Avi Loeb sul suo sito personale ha recentemente argomentato con rigore quello che sarà un serio banco di prova per comprendere la reale natura della cometa 3I/Atlas che ha da poco superato il suo perielio.

Leggiamo un passo dello scritto di Loeb

"(...).Ciò implica che dovremmo rilevare una massiccia nube di gas attorno alla cometa 3I/ATLAS nei mesi di novembre e dicembre 2025, qualora l'accelerazione non gravitazionale risultasse dalla sublimazione cometaria dei suoi gas.

Il 19 dicembre 2025 la cometa 3I/ATLAS arriverà più vicino alla Terra a una separazione di 269 milioni di chilometri, quando centinaia di telescopi terrestri così come i telescopi spaziali Hubble e Webb avranno la migliore opportunità di osservarla.

Tra il 27 novembre 2025 e il 27 gennaio 2026, 3I/ATLAS sarà monitorata dalla campagna osservativa della Rete internazionale di allerta asteroidale (IAWN). Se gli estesi dati IAWN non riveleranno una massiccia nube di gas attorno alla cometa 3I/ATLAS, allora la sublimazione  cometaria poco evidente non costituirà una spiegazione naturale per la sua accelerazione non gravitazionale.

Se non osserveremo una massiccia nube di gas intorno a 3I/ATLAS a dicembre, allora l'accelerazione non gravitazionale rilevata vicino al perielio potrebbe essere considerata come una firma tecnologica di un sistema di propulsione."

Fonte: "Afterthoughts on the Non-Gravitational Acceleration of 3I/ATLAS at Perihelion", di Avi Loeb | Oct, 2025 | Medium

Si tratta di una riflessione astronomica molto importante e che ci consente di fare affidamento su un discrimine fisico osservabile per corroborare  una certa ipotesi (la matrice tecnologica di una possibile tecnofirma aliena)  rispetto ad un'altra ipotesi (la cometa sarebbe soltanto un insolito oggetto celeste naturale).

Flavio Vanetti giornalista del Corriere della Sera proprio recentemente ha scritto per il suo blog  una eccellente disamina della questione, elencando le principali anomalie fisiche ed orbitali e strane coincidenze (sono ben nove) che caratterizzano questa cometa interstellare su traiettoria iperbolica scoperta a luglio 2025 dal Cile.

Il rapporto Nichel / Ferro e la loro presenza attorno al nucleo cometario proiettati nello Spazio e l'abbondanza prevalente di Nichel, è una delle chiavi per supporre l'originale artificiale di eventuali leghe metalliche presenti sulla cometa stessa.

Anche la luce blu della cometa identificata nello Spazio -  invece di quella  rossa tipica delle polveri cometarie -

ha sorpreso gli astronomi mentre la cometa si avvicinava al Sole, così come la sua elevata velocità (oltre i sessanta km al secondo, molto più veloce dei precedenti due oggetti cometari interstellari entrati nel sistema solare negli anni precedenti:  l'oggetto celeste cometario 1I/Oumuamua nell'anno 2017 e la cometa 2I/Borisov nell'anno 2019).

L'aumento repentino della luminosità nell'approcciarsi al Sole e la caratteristica della luce riflessa polarizzata negativa della cometa, sono altri fattori insoliti e che combinati tutti assieme, rendono questo oggetto proveniente da regioni interstellari remote un oggetto astronomico davvero unico nel suo genere che farà parlare di sé per molti anni a venire.

Il rapporto Nichel / Ferro è stabile solitamente quando una cometa si avvicina al Sole

Cosa ha fatto di insolito questa cometa?

A differenza di quello che ci si aspetta, la 3I/Atlas ha mostrato una variazione nel rapporto Nichel / Ferro man mano che si avvicinava al Sole.

Il VLT del Cile (con il suo spettrografo) ha rilevato tetracarbobile di Nichel e pentacarbonile di ferro (che si formano a bassa pressione e basse temperature), che dallo stato solido sono passati a quello gassoso sublimando, man mano che la cometa si avvicinava alla nostra stella.

Quando era lontana da Sole, solo il Nichel avena cominciato a sublimare; poi quando essa si è avvicinata, anche il Ferro ha cominciato a farlo.

Come a dire, inizialmente solo il Nichel era il metallo individuato nella chioma come gas sublimato. Poi è stata la volta anche del Ferro.

Siccome Nichel e Ferro sono elementi chimici che si formano per nucleosintesi stellare da fusione e si formano insieme, nelle esplosioni delle supernove (e viaggiano insieme nello spazio come polvere di stelle), per quale motivo la cometa 3I/Atlas ha mostrato questa anomalia ?

Il Nichel si usa nelle leghe metalliche, combinato con ferro, anche e soprattutto nel settore aerospaziale.

Dulcis in fundo, assenza della classica coda cometaria rivolta nella direzione opposta al Sole.

Significa che l'oggetto è molto massiccio?

La cosa è suggerita anche dalla accelerazione non gravitazionale debole, cioè nonostante il degassamento visibile nella chioma (sublimazione), il suo moto è cambiato poco prima del perielio.

Ma poi improvvisamente al perielio è cambiato!

Vedi le ultime riflessioni di Loeb citate in questo scritto e la possibile causa del cambiamento.

E la coda apparsa e rivolta verso il Sole? Una anti-coda, "anti-tail" l'anno chiamata. Ancora più paradossale.

Il fatto poi che la cometa sia praticamente complanare al piano della eclittica (entro 5 °) è sconcertante.

Quasi qualcuno avesse pianificato molto tempo addietro i passaggi ravvicinati della cometa con alcuni pianeti rocciosi e gassosi del nostro sistema solare.

Come già detto, dunque, l'anomalia di accelerazione non gravitazionale rilevata nei giorni scorsi troverà una spiegazione probabile nei prossimi giorni.

Se emergendo dal Sole non vi sarà una grande chioma di gas, allora significa che la cometa ha probabilmente una propulsione di qualche tipo che è entrata in azione al momento del perielio.

Nei prossimi mesi le sonde spaziali della NASA e dell' ESA - così come gli osservatori terrestri - potranno fornire ulteriori dati preziosi per studiare questo insolito e bizzarro corpo celeste che passerà al suo perigeo a fine dicembre 2025.

 

 

 Il salotto di Cadmo e Armonia è un salotto letterario, Romano, guidato dalla bravissima Carlotta Gherardini, tra i saalotti uno dei più prestigiosi e interessanti, presenta libri, presenta attività artistiche e soprattutto chiama a  dibattere personaggi di alta qualità. È quindi un grande occasione di confronto culturale.

Non sorprende quindi che proprio lì si è svolto il dibattito sulle intelligenze artificiali (al plurale)  prendendo spunto dal libro dell'avvocato Fabrizio Abbate, presidente del Salotto dell'intelligenza artificiale di Enia (Ente Nazionale Intelligenza Artificiale), che ha un titolo emblematico: Extra Fallaces .

Il libro è stato presentato a Spoleto dall’associazione #spoletofestivalfriends guidata da Ada Urbani ( nel quadro del festival di Spoleto)  in un evento molto prestigioso che ha visto la partecipazione di relatori di grande competenza e chiara fama, quali padre Benanti esperto IA dell’ONU, Valeria Lazzaroli presidente dell’ENIA e Luciano Tarantino, vice presidente ENIA, del direttore dei musei dell’Umbria dr. D’Orazio, dal dr. Spanò e naturalmente dell’autore del libro avv. fabrizio Abbate.

Il titolo del libro richiama la frase che nel Cappella Sistina viene detta all'inizio di un conclave (la frase è extra omnes ) ma nel libro dell’avv. Abbate la frase ( modificata) è invece  una parola d'ordine che, proprio nella Cappella Sistina, dove si svolge la scena finale emblematica del giallo, consente alla eroina del libro (Astrolìa) di capire che c'è qualcosa che non funziona.

Perché ci sono i Fallaces che si nascondono mescolati tra i presenti, ma chi sono questi fallaces?

Appena Astrolìa pronuncia la frase (che è appunto una parola d’ordine) avvengono tutta una serie di conseguenze impreviste e sorprendenti che spiegano il giallo e i suoi misteri.

Il libro presentato a Spoleto (durante il festival dei due mondi in una cornice prestigiosa) ha dato avvio ad un dibattito su IA e ARTE, che adesso prosegue nel salotto di Carlotta Gherardini e  interessa tutti gli artisti, i creativi e gli intellettuali, anche  perché segna l’ inizio della collaborazione tra questo salotto letterario, che è tra i più importanti e interessanti di Roma, con il salotto dell'intelligenza artificiale di Enia (Ente Nazionale Intelligenza Artificiale).

 Enia, lo ricordiamo per i lettori, è uno dei più dinamici e qualificati organismi  nel campo dello studio e della valutazione dell'intelligenza artificiale.

L’occasione è molto importante perché avvia una riflessione su cosa sono le intelligenze artificiali (al plurale) e quanto ad esse è applicabile il criterio dell'etica.

 (da sin.) Luciano Tarantino, vice presidente ENIA,  Valeria Lazzaroli presidente ENIA,
Padre Benanti esperto ONU di intelligenza artificiale, Fabrizio Abbate autore del libro
Extra Fallaces sull’IA 

Tutti sembrano d'accordo sul fatto che bisogna applicare l'etica anzi l’algoretica (secondo la definizione  molto appropriata ed interessante di padre Benanti) all'intelligenza artificiale, però  ci si divide sul come fare. Infatti sorgono 2 problemi: in primo luogo occorre definire come si applica e a chi si applica l'etica dell'intelligenza artificiale.

Finché l'intelligenza artificiale rimane in mano a pochi grandi player, i grandi oligopoli, è difficile  applicare a loro l'etica  in quanto si ritengono superiori a tutti, persino all’etica stessa; ritengono cioè di poter dettare loro l ‘etica e imporla a tutti con la forza dei soldi e dei sistemi incontrollati che tali player dominano. Importante quindi DEFINIRE cosa intenda ciascuno per etica per superare questa babele.

Gli oligopoli sostengono una (falsa) etica  cosiddetta politicamente corretta (meglio definita etica woke), un’etica fittizia depurata dalle cose che danno fastidio a certi livelli di potere.

L’etica dei Superricchi  è semplice e chiara perché discrimina chi non ha soldi abbastanza per pagare.

Si tratta quindi  della discriminazione piu antica ed odiosa, che il main stream da per sottintesa  ma è proprio questo economicismo esasperato che questa visione contiene e che una parte importante del mondo ormai rifiuta sempre piu nettamente ed è imperante solo da noi.

E’ lecito quindi porre in dubbio un’etica che maschera questa discriminazione dietro la cortina  fumogena della legge di mercato.

Questo è il punto nodale, perché parlare di etica e poi trasformarla in semplice buona pratica è un equivoco.

Questo sarà il vero terreno di scontro  futuro, ecco perché le riflessioni che si fanno nel salotto di Cadmo e Armonia sono importanti per tutti quelli che vogliono andare oltre gli schemi dell’Homo Oeconomicus imperante.

Nel panorama della medicina oncologica contemporanea, dove la personalizzazione delle cure non è più un’utopia, ma un percorso sempre più concreto, la terapia con Lutezio-177 emerge come una delle frontiere più promettenti. È una forma di medicina nucleare che unisce precisione scientifica ed impatto umano, e peraltro, non solo allunga la vita, ma restituisce tempo, dignità e qualità ai giorni che restano, soprattutto nei casi di tumore alla prostata in fase avanzata. La terapia con Lutezio-177 è rivolta in particolare a quei pazienti affetti da carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, che hanno già affrontato terapie ormonali, chemioterapie e per i quali le opzioni si fanno sempre più limitate. Non è una cura miracolosa, ma un’arma potente: il radioisotopo, veicolato attraverso una molecola che si lega selettivamente a una proteina presente sulla superficie delle cellule tumorali, il PSMA, rilascia radiazioni direttamente sul bersaglio, danneggiando il DNA delle cellule malate e provocandone la morte. Il principio è semplice nella sua sofisticazione: non colpire tutto il corpo, ma agire solo dove serve, con precisione millimetrica. La scienza lo chiama radioterapia sistemica mirata, ma nei reparti dove viene somministrato, molti pazienti lo chiamano “una seconda possibilità”.

Le somministrazioni avvengono per via endovenosa in centri di medicina nucleare autorizzati. Ogni ciclo, solitamente da quattro a sei, si svolge a distanza di diverse settimane. Prima del trattamento viene sempre eseguita una PET specifica per confermare che le cellule tumorali esprimano in modo sufficiente il PSMA, condizione necessaria per l’efficacia del radiofarmaco. I pazienti vengono seguiti scrupolosamente con esami ematologici, test renali, monitoraggio del PSA e controlli radiologici che scandiscono il percorso terapeutico. Tutto avviene in day hospital o brevi ricoveri, con precauzioni radiologiche semplici, ma rigorose. Non si tratta, insomma, di un trattamento da affrontare con leggerezza, ma nemmeno da temere come un salto nel buio. Gli studi clinici hanno confermato i benefici della terapia con Lutezio-177 una riduzione significativa del PSA, un rallentamento della progressione della malattia, un controllo del dolore da metastasi ossee e, soprattutto, una sopravvivenza prolungata con minore impatto tossico rispetto ai farmaci chemioterapici. La stanchezza, la secchezza delle fauci, la riduzione delle difese immunitarie e, più raramente, disturbi gastrointestinali o problemi renali, sono tra gli effetti collaterali più comuni, ma nella maggior parte dei casi ben gestibili.

È un trattamento che non distrugge il corpo per combattere il male, ma cerca di farlo con equilibrio, lasciando spazio alla vita. Il Lutezio-177 è l’esempio concreto di ciò che significa portare la ricerca dentro la clinica. In Italia, è oggi accessibile in diversi centri specializzati, anche se le differenze regionali nella disponibilità della terapia restano un nodo da sciogliere. Si tratta di una tecnologia avanzata, che richiede competenze multidisciplinari, risorse ed organizzazione. Ma è anche un indicatore di civiltà medica, peraltro dove esiste, cambia la traiettoria della malattia e dove manca, alimenta il divario tra chi può sperare e chi no. Oggi, la sfida è duplice, da una parte, ampliare l’accesso a questa terapia, superando le diseguaglianze geografiche e dall’altra, continuare a esplorarne le potenzialità, estendendola anche ad altri tipi di tumore, attraverso lo sviluppo di nuovi radio-ligandi e strategie teranostiche. La medicina nucleare non è più una disciplina di nicchia, ma una colonna portante dell’oncologia moderna. La terapia con Lutezio-177 non promette l’eternità, ma restituisce tempo di qualità e fiducia nel futuro. In un’epoca dove spesso si rincorrono slogan e false certezze, questa cura rappresenta qualcosa di molto più prezioso, una possibilità reale, fondata su prove solide, sostenuta da esperti ed accolta con gratitudine da chi, dopo aver provato tutto, trova finalmente una nuova strada. Finalmente, la scienza diventa speranza, con i piedi per terra e lo sguardo nel futuro.

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