L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Fashion, Art and Cinema (85)

                                       

Antonella Pagano

Sul lato destro del sagrato, poco prima dell’entrata di questa stupenda chiesa, c’è una cappella affrescata dedicata alla Madonna del Rosario. Questa risale al '600 e fu voluta da Guido Vaini (le fonti riportano il cognome con diverse varianti tra cui: Vayna o Vaina). Questi era un patrizio di Imola trasferitosi poi a Roma.

Visse tra il Seicento e primo Settecento (1648–1720 circa) e si fregiò di titoli come: principe di Cantalupo, duca di Selci e marchese di Vacone. Realizzò questa cappella per sé e per sua moglie Lucrezia Magalotti. Ecco perché ne parlo, la donna era una patrizia appartenente alla famiglia fiorentina dei Magalotti, una casata aristocratica legata alla corte medicea del Seicento.

I Magalotti poi, ebbero un ruolo molto importante nella vita politica e culturale del Granducato di Toscana.

La cappella, oltre alla Madonna, veniva così dedicata anche a tutta la famiglia, composta per altro da ben dodici figli. In seguito avrebbe portato alto il nome della famiglia attraverso tutti i futuri discendenti.

Nota a Firenze fin dal XIII secolo, la famiglia ebbe come capostipite Magalotto di Bonaccorso, proprietario di alcune torri e di case concentrate soprattutto tra Borgo dei Grecivia del Parlagio e via dell'Acqua. Una di queste torri venne poi inglobata nel complesso di San Firenze dei Filippini, come ricorda anche un'iscrizione posta in via dei Greci ancora visibile.

I Magalotti combatterono a Montaperti con la fazione guelfa, poi si divisero in due rami: quello di Gherardino, che si estinse nel Quattrocento e quello di Borghese, che sopravvisse fino agli inizi del Settecento.

Filippo Magalotti, come ci tramanda lo storico Giovanni Villani del XIII secolo, fece parte degli insorti che cacciarono dalla città il duca d'Atene. Questi era stato chiamato precedentemente dagli stessi cittadini per sedare alcune rivolte interne tra guelfi e ghibellini che destabilizzavano Firenze. Essendo un personaggio straniero con una buona reputazione, avrebbe dovuto essere imparziale nelle contese e riportare la pace tra i fiorentini.

Il duca nobile francese Gualtieri VI di Brienne però, si fece egoisticamente nominare signore a vita governando tra il 1342 e il 1343 la città come un despota, perdendo così presto l’appoggio del popolo. Filippo, fu uno tra i più convinti sostenitori della sua cacciata. Minacciato di eliminazione fisica, il duca rassegnò le sue dimissioni e fuggì dalla città il 26 luglio 1343, il giorno dedicato a sant’Anna. La cacciata del Duca d’Atene è descritta nella “Nova Cronica” di Giovanni Villani e raffigurata negli affreschi da Andrea Orcagna. Alcuni di questi episodi riguardano il linciaggio o l’esecuzione di alcuni suoi collaboratori che non fecero in tempo a fuggire. Per ringraziare sant’Anna le venne dedicata la chiesa di Orsanmichele e l’attuale chiesa di San Carlo dei Lombardi.

Lo stemma originario dei Magalotti presenta delle strisce orizzontali doli colore oro alternate ad altre nere, alle quali venne aggiunta sulla parte superiore la scritta "Libertas" in caratteri d'oro su campo rosso. Questa aggiunta risale ai tempi della guerra contro papa Gregorio XI (1329/1378), che cercava di espandersi nei territori fiorentini. Giovanni di Francesco Magalotti fu un importante uomo politico e strenuo difensore della libertà, nonché membro degli Otto di Guerra o (Otto Santi), nonché forte oppositore dell’espansionismo pontificio.

La famiglia ebbe sempre numerosi ed importanti incarichi pubblici, sia durante il periodo della Repubblica, che durante il Principato.

In seguito, un altro importante esponente portò alto il nome della famiglia. Questi fu Ottavio, cavaliere di Santo Stefano nel 1589, Ordine che insieme ai Cavalieri di Malta contrastò efficacemente in mare il fenomeno della pirateria turca.

Nel 1623 vanno ricordati anche i fratelli Carlo, Lorenzo e Costanza Magalotti, che ottennero importanti incarichi da Urbano VIII Barberini.

Carlo fece carriera militare nella guardia del pontefice, Lorenzo divenne cardinale, mentre Costanza sposò Carlo, un fratello del papa con cui ebbe un figlio chiamato Antonio e che divenne a sua volta cardinale.

Il personaggio più noto della casata fu sicuramente Lorenzo Magalotti, un illustre letterato membro dell'Accademia del Cimento, dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dell'Arcadia. In oltre fu uno stimato relatore di saggi scientifici e anche poeta.

Ritornando alla “nostra” Lucrezia, “conosciuta” a Roma in questa chiesa dei Gianicolo, di lei ci rimane ben poco, se non un dipinto che la ritrae e che fa parte della serie detta delle “Bellezze di Artimino”, ma che stranamente non compare pubblicato nel Catalogo Generale degli Uffizi. Catalogo che raccoglie e documenta i ritratti di gentildonne pervenuti in doppia versione, ovvero “al petto” e “al gomito”. Uno dei due ritratti si suppone venisse destinato alle donne ritratte o alle loro famiglie.

La serie, voluta molto probabilmente da Cristina di Lorena per ornare i saloni della Villa di Artimino, fu iniziata alla fine del secolo XVI e terminata nel 1638.

Il nucleo principale è costituito da quarantaquattro ritratti databili intorno al 1606. Una prima serie era costituita da ventitré ritratti pagati nel 1601. Una seconda, è formata da altri ventuno pezzi, che risalgono al 1603/1606.

Tra gli esecutori dei dipinti compare Achille di Baldassarri Granre, pittore della bottega di Jacopo Ligozzi, attivo come ritrattista dei Medici e Matteo Confortini, pittore molto noto, attivo negli anni 1585/1633, e Francesco Mati detto lo “Zoppo”, allievo di Alessandro Allori.

Il ritratto di Lucrezia Magalotti è così descritto nell’Inventario della Villa del Poggio Imperiale del 1860: “Quadro a mezza figura che ritrae Lucrezia Magalotti de’ Vaini, con ornamento scorniciato tinto giallo e oro”.

Purtroppo, almeno al momento, non si trovano altre notizie su questa nobildonna di cui casualmente ho scoperto l’esistenza visitando questa bellissima chiesa romana che ospita tra l’altro i resti di Torquato Tasso, un chiostro affrescato dal Cavalier d’Arpino con le storie di Sant’Onofrio, uno stupendo abside affrescato dal Pinturicchio ed opere di Antoniazzo Romano, di Annibale Carracci, un dipinto attribuito a Leonardo, poi opere del Domenichino, del Peruzzi e del Baglione… una piccola perla.

 

Roma, 11 giugno 2026 – La Rebel Art Exhibition ha consacrato ancora una volta Donna Serena Pizzo come una delle figure più luminose e trasversali del panorama culturale italiano: non solo fashion designer di fama, ma icona contemporanea, capace di unire arte, pensiero, impegno sociale e una visione etica che attraversa ogni sua creazione.

La Galleria Plus Arte Pulse, gremita e vibrante, ha accolto un pubblico qualificato e profondamente partecipe, in un evento patrocinato dall’Associazione Free Lance International Press e da AUGE Università.

Un’apertura solenne

La serata è stata inaugurata dal Presidente della Free Lance International Press, Virgilio Violo, insieme a Francesca Lazzeri, presidente dell’Associazione Solidarietà Sociale.  Un avvio autorevole, che ha sottolineato la natura culturale e civile dell’iniziativa.

Una dedica che diventa testimonianza

Donna Serena Pizzo ha dedicato l’evento al piccolo Gabriele Ubaldo Petrucci, prematuramente scomparso, sostenendo con forza la battaglia del padre, dott. Antonello Petrucci, per la messa in sicurezza degli impianti natatori e termali. 
Un momento di intensa commozione, che ha trasformato l’arte in un atto di responsabilità collettiva.

Le Animorfie: quando la moda diventa emozione pura

Le sfilate della collezione Animorfie hanno rappresentato il vertice poetico della serata. 
Accompagnate dalle note immortali di Charles Aznavour, le modelle hanno dato vita a una performance che ha superato la dimensione estetica, trasformando il colore, il segno e il movimento in un racconto emotivo che ha attraversato la sala come un’onda.

Molto apprezzate le modelle di Miss Parade, guidate da Corrado Stramaglia, interpreti eleganti e potenti della visione artistica di Pizzo.

Danza, pittura e moda in un unico respiro

La performance della danzatrice Eleonora Pedini ha aggiunto un ulteriore livello di intensità, fondendo gesto e musica in un dialogo perfetto con le opere esposte. 

La galleria, avvolta dai colori e dalle forme delle tele di Donna Serena, è diventata un ambiente immersivo, quasi teatrale.

Presenze istituzionali e culturali di rilievo

La serata ha visto la partecipazione di figure autorevoli:

- Cav. Maria Antonia Spartà, già Vice Questore, presenza molto apprezzata; 

- il critico d’arte Alessandro La Sala; 

- l’avv. Paolo Melchionna, presidente della Fondazione Paolo D’Orazio; 

- il critico internazionale Principe Alfio Borghese, voce autorevole dell’arte europea.

 

AUGE Università: un sostegno accademico prestigioso

Molto applaudita la presenza del Magnifico Rettore di AUGE Università, Avv. Prof. Giuseppe Catapano, che ha sottolineato il valore culturale e sociale dell’opera di Pizzo.

L’intervento del Prof. Massimo Guarascio

A chiudere la serata, l’intervento del Prof. Massimo Guarascio, luminare dell’ingegneria forense e docente dell’Università La Sapienza – Facoltà di Ingegneria di San Pietro in Vincoli. 
Un contributo di altissimo profilo, che ha intrecciato scienza, sicurezza e responsabilità civile.

La sensibilità di Emanuela Angelo

Graditissima anche la presenza di Emanuela Angelo, conduttrice del programma Codice Pet, da sempre impegnata nella tutela degli animali domestici. 

Un valore aggiunto che ha ampliato il respiro etico della serata.

Donna Serena Pizzo: un’icona che unisce estetica e coscienza

La Rebel Art Exhibition non è stata solo un evento artistico: è stata la conferma che Donna Serena Pizzo rappresenta oggi una voce culturale imprescindibile, capace di trasformare la moda in linguaggio, l’arte in testimonianza, la creatività in impegno.

Una figura che non si limita a creare bellezza, ma la orienta verso un senso, un’etica, una responsabilità. 
Un’artista che non veste soltanto i corpi, ma accende le coscienze.


FIRENZE – C’è un luogo, a pochi chilometri dal caos cittadino, dove la storia si intreccia con la leggenda e la natura custodisce segreti secolari. È il Parco di Pratolino (noto a molti come Villa Demidoff), un palcoscenico di meraviglie che da secoli incanta i visitatori di tutto il mondo. Un'oasi di verde e monumenti dove il tempo pare essersi fermato e dove il vissuto del tempo andato respira ancora fra le fronde di questo paradiso di natura incontaminata.Tutto ebbe inizio nel 1568, quando il Granduca di Toscana, Francesco I de' Medici, acquistò la tenuta.
Innamorato di questi boschi, decise di trasformarli in una villa da favola legata alla storia d'amore con la nobildonna veneziana Bianca Cappello (inizialmente sua amante e poi seconda moglie). I lavori furono affidati al geniale architetto Bernardo Buontalenti. Il parco divenne un capolavoro del Manierismo, famoso in tutta Europa per i suoi incredibili "giochi d'acqua" e le grotte artificiali.
Di quel periodo d'oro oggi ammiriamo il re indiscusso del parco: il Colosso dell'Appennino (1580). Questa monumentale statua del Giambologna, alta ben 14 metri, si erge fiera sopra il laghetto ed è una fusione perfetta tra arte e natura: l'enorme gigante sembra prendere vita direttamente dalla roccia.
Sotto le sembianze del gigante si nasconde una vera e propria struttura abitabile, divisa in stanze e grotte artificiali decorate. In origine, la testa ospitava un camino che faceva uscire il fumo dalle narici, mentre dalle fauci del mostro marino schiacciato sotto la sua mano sgorgava l'acqua per il laghetto.Poco lontano si trova la fiera statua di Giove, testimone di quel gusto classico che amava popolare i giardini di divinità antiche.
All’interno del parco vi è poi la splendida Cappella del Buontalenti. Si tratta di una struttura a pianta ottagonale che fu commissionata a Buontalenti da Francesco I ed è rimasta uno dei pochi edifici monumentali superstiti e in ottime condizioni dell'ecclettico architetto.
La favola dei Medici, però, a un certo punto si interruppe bruscamente. Con la misteriosa e simultanea morte di Francesco e Bianca

 Il Gigante del Giambologna

(avvenuta a Poggio a Caiano nel 1587), la villa fu gradualmente abbandonata. Nell'Ottocento, il Granduca Ferdinando III di Lorena decise addirittura di demolire il palazzo buontalentiano ormai fatiscente, trasformando il giardino in un più moderno parco all'inglese.
La svolta arrivò nel 1872, quando la proprietà fu acquistata dalla ricchissima famiglia di industriali russi Demidoff. Furono loro a ridare vita al complesso: ristrutturarono gli edifici superstiti (trasformando le antiche scuderie buontalentiane nella villa che vediamo oggi) e restaurarono i monumenti. Il legame della famiglia con questo luogo è profondo e intimo, come testimonia il Mausoleo dei Demidoff, un angolo di pace e memoria immerso nel verde che ricorda a tutti il ruolo fondamentale che questa dinastia ha avuto nel salvare il parco dall'oblio.
Oggi il Parco di Pratolino è un bene protetto dall'UNESCO. Chi lo visita per passeggiare lungo i suoi laghi e ammirare i suoi giganti di pietra non fa solo una scampagnata nella natura, ma compie un vero e proprio viaggio nel tempo, sulle tracce di granduchi, principesse e artisti visionari.

Il docufilm "Kimshung – La montagna del destino",  ha debuttato con un'anteprima pubblica organizzata da CVA insieme a La Sportiva lo scorso 27 maggio alle ore 20.30 presso il Centro Congressi del Grand Hotel Billia di Saint-Vincent.

Sotto le ampie volte della Sala Gran Paradiso, il confine tra la platea e la vetta sembra essersi dissolto.  Una folla composita di alpinisti di lungo corso e appassionati del mondo "delle altezze" si è data appuntamento per un rito collettivo di contemplazione. Non è stata solo la proiezione di un filmato, ma un viaggio condiviso che ha trasformato lo spazio fisico della sala in un bivacco di sogni e riflessioni. Il silenzio assorto dei presenti, interrotto solo dal respiro della montagna che scaturiva dalle immagini, ha testimoniato come il racconto della salita sia ancora oggi una delle narrazioni più potenti dell'agire umano. A seguito della visione, il dibattito che ne è scaturito ha confermato che la montagna, prima ancora di essere una sfida fisica, resta un’immensa cattedrale letteraria a cielo aperto. Il film documenta l'impresa epica avvenuta nell'ottobre del 2025, quando un team d'élite guidato dall'alpinista valdostano François Cazzanelli, insieme a Giuseppe "Bepi" Vidoni e ai compagni austriaci Lukas Waldner e Benjamin Zörer, ha raggiunto la vetta del Kimshung (6.781 m) in Nepal.

Il Kimshung era una cima rimasta inviolata fino a quel momento. Per Cazzanelli, questa spedizione ha rappresentato il culmine di un viaggio durato dieci anni, segnato da tentativi precedenti e da una profonda connessione emotiva con il massiccio del Langtang. La pellicola  mostra l'apertura di una nuova via sulla parete nord-est, battezzata non a caso "Destiny". Con i suoi 1300 metri di dislivello e difficoltà tecniche estreme, il racconto cinematografico trasforma la scalata in una narrazione universale sul superamento dei propri limiti. Attraverso l'occhio della regia di Damiano Levati, l'evento trascende il gesto atletico per esplorare i legami di amicizia e il rispetto per la montagna, in un territorio ancora segnato dalle ferite del passato. Questa proiezione ci invita a riflettere su come il "destino" non sia qualcosa di scritto, ma una cima da conquistare passo dopo passo, con pazienza e profondo rispetto per la natura..

Il docufilm  nella prima parte vede protagonista l'alpinista valdostano François Cazzanelli. Il filmato offre un resoconto crudo ed emozionante delle sue spedizioni, alternando l'azione in alta quota al profondo lato umano e intimo della sua vita. I momenti salienti e intimi includono: L'incidente: Durante un tentativo di vetta in Nepal, Cazzanelli viene colpito da una scarica di sassi che gli provoca una ferita molto profonda al braccio. Le immagini mostrano i concitati momenti del recupero, il sangue sulle rocce in attesa dell'arrivo dell'elicottero di soccorso e i bambini nepalesi che cercano di confortarlo. Il docufilm racconta i 10 giorni di ospedalizzazione e si apre a scene di vita privata, mostrando la tenerezza del figlio e della compagna. Viene immortalata l'ansia che precede ogni sua partenza, ma anche il forte incoraggiamento della compagna a portare a termine i propri obiettivi, affrontando l'ultimo tentativo per "chiudere i conti". Il legame con la cultura nepalese è intenso, il filmato mostra gli alpinisti e i nepalesi intenti a costruire un tradizionale tempio di pietre, uniti in una suggestiva preghiera benaugurante prima dell'ultimo assalto alla vetta. “È un vero e proprio monte bastardo” -  afferma l'alpinista valdostano François Cazzanelli sia in apertura  del suo docufilm sia in chiusura della proiezione, nel momento del commiato per spiegare una salita che non concede tregua. Il percorso è un susseguirsi di rampe con pendenze a doppia cifra e un dislivello massacrante. Un'ascesa dura e infida, dove il fondo sconnesso e infido mette a dura prova la tenuta e le gambe.

I protagonisti dell'evento del 27 maggio 2026 nella Sala Gran Paradiso del Centro Congressi
di Saint-Vincent 
- La montagna del destino - A Saint-Vincent la prima del docufilm

Il lungometraggio si è presentato per la prima volta al pubblico in un'anteprima immersiva, dove le voci narranti di Enrico Camanni e Marco Camandona emergono come vere e proprie bussole morali. Attraverso i loro precetti e le riflessioni degli altri grandi maestri dell'alpinismo, il film trasforma la scalata in una profonda esplorazione interiore. Tra gli illustri ospiti presenti nel parterre, spiccavano figure di primissimo piano del mondo della montagna valdostana. Tra questi hanno preso parte all'evento il Presidente dell'Unione Valdostana Guide di Alta Montagna (UVGAM), Ezio Marlier, e il Presidente dell'Associazione Valdostana Maestri di Sci (AVMS) e del Collegio Nazionale (COLNAZ), Beppe Cuc. Aziende Sostenitrici delle spedizioni alpinistiche: CVA SpA, azienda leader nel settore dell'energia idroelettrica. La Sportiva, eccellenza nella produzione di calzature e abbigliamento per l'alpinismo e l'outdoor con quartier generale a Ziano di Fiemme (TN).

Il legame tra il celebre alpinista valdostano e il Paese himalayano è nato nel 2015. Durante il primo tentativo di scalata, la spedizione fu interrotta dal devastante terremoto che colpì il Nepal. In quell'occasione, Cazzanelli e i suoi compagni scelsero di restare per prestare i primi soccorsi alla popolazione locale. Da quell'esperienza è nata una promessa che non si è mai interrotta: sostenere il popolo nepalese non solo attraverso progetti turistici, ma offrendo un futuro ai più piccoli. Attraverso proiezioni, iniziative e la condivisione di questa grande impresa cinematografica, il team promuove e finanzia direttamente la Sanonani House. Questa casa famiglia garantisce vitto, cure mediche, istruzione e un ambiente sicuro ai bambini. Il documentario Kimshung – La montagna del destino diventa così un ponte ideale tra le Alpi e l'Himalaya, dimostrando come lo spirito d'avventura possa tradursi in un sostegno tangibile per chi ha più bisogno.

Prima ancora che le luci si spegnessero e il docufilm "Kimshung – La montagna del destino", avesse inizio, ho avuto il privilegio di ascoltare una riflessione preziosa. La montagna è sempre più ostaggio di persone impreparate e ostaggio di un clima che cambia rapidamente, rendendola un'incognita costante. La montagna non perdona l'arroganza e spesso nemmeno l'imprudenza, è il severo monito lanciato da Iiriti Antonio  medico del Soccorso Alpino Valdostano, che ho casualmente incontrato e che si è seduto accanto a me in sala. Il medico ha puntato il dito contro la dilagante superficialità con cui molti affrontano le vette, aggravata dalle imprevedibili anomalie termiche. Un quadro allarmante che si scontra spesso con le regole del territorio: in Valle d'Aosta, sebbene il soccorso sanitario resti gratuito per chi subisce un infortunio, per le persone illese (soccorse a seguito di chiamate immotivate o per condotte imprudenti) è prevista una compartecipazione alle spese che prevede un costo al minuto per l'elisoccorso e un massimale a carico fino a 3.500 euro. Un pensiero che risuona come un potente filo conduttore per tutto il lungometraggio. Nelle terre alte, il confine tra la passione per l'avventura e la tragedia è affidato al buon senso, un concetto che l'opera riesce a trasmettere senza retorica.  Attraverso immagini mozzafiato e testimonianze dirette, il docufilm ci ricorda che l'esperienza immersiva nella natura richiede sempre rispetto e consapevolezza dei propri limiti. Il docufilm  "Kimshung – La montagna del destino", è un'opera imperdibile non solo per gli amanti dell'alpinismo, ma per chiunque voglia comprendere il vero volto, talvolta spietato ma sempre affascinante, delle nostre montagne.

 

 
Nel cortile che precede l’ingresso alla chiesa, posto sulla destra compreso nel convento delle suore agostiniane, è possibile visitare questo piccolo gioiello. In realtà tutta la struttura dei SS. Quattro è un piccolo tesoro: la chiesa, il chiostro, lo stesso doppio cortile, la sala gotica e poi questo oratorio… tutto l’ ambiente è straordinario, un angolo di medioevo nascosto e ben preservato in questo angolo di Roma. 
 
La chiesa è dedicata ai Quattro Coronati, quattro soldati di nome Sinforiano, Claudio, Nicostrato e Castorio. Erano degli scalpellini cristiani, martirizzati sotto l'impero di Diocleziano per essersi rifiutati di scolpire una statua che avrebbe dovuto rappresentare il dio Esculapio. 
 
L’oratorio risale al 1246, venne edificato dal cardinale  Stefano Normandis e consacrato lo stesso anno, come ricorda una anche una lapide commemorativa.
 
Decorato nel 1248 da maestri bizantini, nel XVI secolo divenne l'oratorio dell’ Università degli scultori e degli scalpellini o marmorai.
 
Sulla porta d'ingresso si trova un affresco che raffigura Cristo giudice, Maria, san Giovanni e gli Apostoli.
 
L'interno dell'oratorio è a pianta rettangolare. Il pavimento è in classico stile cosmatesco piuttosto ben conservato e coperto da una volta a botte decorata con motivi a stelle e croci. Al suo centro si trovano cinque maioliche che formano una croce greca.
 
La base della volta è decorata con un bellissimo fregio composto da foglie. Sulla parete d'ingresso è dipinto il Giudizio universale, in cui è  raffigurato  Cristo su un trono, la vergine Maria, san Giovanni Battista, gli apostoli e due angeli, di cui uno sta ripiegando il firmamento.
 
Sotto questo affresco, nelle pareti di sinistra e di destra, c’è un ciclo di affreschi composto da undici scene che ricordano la vita leggendaria dell'imperatore Costantino I e di San Silvestro.
 
Nella parete d'ingresso si vede chiaramente Costantino colpito dalla lebbra. Il viso, dall'espressione piuttosto provata, riporta gli inequivocabili segni di questo male.
 
In un'altra scena, troviamo Pietro e Paolo che appaiono in sogno a Costantino malato. I santi invitano l’imperatore a far tornare papa Silvestro a Roma.
 
Così i suoi messi imperiali in un altro pannello, vengono ritratti mentre si dirigono sul monte Soratte, dove si trova Silvestro, per esortarlo a tornare nell’Urbe.
 
A seguito si vede Silvestro che rientrato a Roma, mostra a Costantino le effigi dei santi Pietro e Paolo.
 
Costantino in un’altra  scena è posto in una vasca dove sta ricevendo da Silvestro il battesimo.
 
Subito dopo, Silvestro è raffigurato mentre siede su un trono di fronte a Costantino ormai guarito dalla peste.
 
Nella scena di fianco, Silvestro è rappresentato a cavallo mentre partecipa ad un corteo accompagnato da Costantino.
 
Sulla parete destra, Silvestro sta resuscitando un toro precedentemente sacrificato da un sacerdote ebreo.
 
Di seguito Elena, la madre di Costantino, ritrova la vera Croce che poi porterà a Roma.
 
In fine Silvestro libera il popolo romano da un drago, l'animale mitologico è una chiara rappresentazione del male.
 
La sala è la prova di quanto resistette, grazie alla propaganda politica clericale, il falso mito della donazione di Costantino. Questa venne sapientemente sfruttata dal papato nelle lotte contro l’impero che durarono per gran parte del medioevo. Attraverso questa “prova”, la chiesa voleva dimostrare la superiorità del potere papale su quello imperiale. L’opera risale infatti ai tempi di papa Innocenzo IV, proprio quando questi era in forte contrasto con l’imperatore Federico II.
 
Il committente degli affreschi è il cardinale Stefano Conti, che durante la fuga del papa in Francia venne eletto vicario papale. Il cardinale, che viveva proprio in questo palazzo, utilizzò lo spazio a disposizione nell’ oratorio per ribadire il concetto che il papa, oltre che successore di san Pietro, lo era anche di Costantino e di tutti gli altri imperatori romani.
 
Ma si tratta di un falso smascherato dall’umanista, storico e filosofo Lorenzo Valla già nel 1440.
 
Costantino e Silvestro come spiega Valla, non erano giuridicamente nella posizione legale per prendere una decisione simile. Il primo non poteva assumere la figura di donante, né poteva trasferire le proprietà imperiali, l’altro non aveva il potere per poterli accettare legalmente. 
 
Valla, pur rischiando di mettersi in urto con la chiesa, mostra l'inverosimile incoerenza storica della Donazione, sottolineandone l'assurdità: un imperatore che cedeva la città di Roma per sola liberalità… Valla osserva come nessun sovrano avrebbe mai rinunciato all’Urbe, così come a tutto l'Occidente. La storia dimostra al contrario, come ogni sovrano voglia accrescere i propri domini e  ricchezze e non certo ridurli.
 
Anche se dopo il battesimo fece ammenda dei propri peccati, con questo gesto Costantino avrebbe dovuto restituire la libertà ai popoli sottomessi e non certo trasferirli ad un altro padrone. Sarebbe un’assurdità.
 
La Donazione non può neanche essere considerata un segno di riconoscenza per la guarigione dalla lebbra, Valla ritiene che questa messa in scena derivi da una leggenda biblica, quella di Naaman, risanato da Eliseo.
 
Questa si trova nel libro dei re sulla Bibbia: Naaman era un potente generale arameo affetto da lebbra, Eliseo un sacerdote, che consigliò all'uomo di immergersi per sette volte nel fiume Giordano per poter guarire. Nonostante forti reticenze, ubbidendo il militare trovò la guarigione.
 
Valla aggiunge poi che mai nessun cristiano depose il proprio impero per donarlo a dei sacerdoti per onore a Dio.
 
Valla aggiunge come non esista alcun documento che attesti l' accettazione da parte del papa di questi domini. La lingua utilizzata nel documento che riporta la Donazione poi, risente fortemente degli influssi barbarici, molto più recenti. Come se non bastasse, i riferimenti nello scritto rimandano ad un periodo in cui Costantinopoli era già la nuova capitale dell'Impero Romano. Tutte incongruenze che ne sottolineano l’inconsistenza.
 
La Donazione a papa Silvestro, oltre al Palazzo Lateranense, comprenderebbe anche il diadema imperiale di Costantino, che il documento descrive come un aureo ornato di pietre preziose, mentre storicamente è attestato che non fosse di metallo prezioso, ma di semplice stoffa o seta.
 
L’ autore del falso documento non conosceva dunque come fosse il diadema e lo aveva immaginato simile alle corone d'oro dei re medievali.
 
Con questo si chiude la parte che riguarda la Donazione affrescata sulle pareti. Ma l’oratorio ci riserva un’altra bella sorpresa.
 
Nel XVI secolo venne aggiunto un piccolo presbiterio sopraelevato su tre gradini posto in fondo alla sala dietro all'altare. Gli affreschi che lo decorano sono datati al 1574, si riferiscono al martirio dei santi Quattro Coronati e sono opera di Raffaellino Motta da Reggio. Sulla cornice che precede queste immagini sono rappresentati specularmente San Silvestro (sulla sinistra) e Costantino (sulla destra).
 
L’ oratorio è visitabile previa piccola offerta da elargire presso la portineria. Gli orari di apertura sono piuttosto flessibili. Il consiglio è di controllare sul sito i vari aggiornamenti prima di recarvisi.
 
 
 In The End, Where All began, EdEN, Wangechi. Mutu

 La 61° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, dal titolo In Minor Keys di Koyo Kouoh, aperta al pubblico il 9 maggio, nelle sedi dell’Arsenale e dei Giardini,  e in vari luoghi di Venezia, si chiuderà domenica 22 novembre 2026, giornata della cerimonia di premiazione e inaugurazione.

Non saranno attribuiti in questa edizione i Leoni d’Oro alla carriera, che Koyo Kouoh non ha fatto in tempo a definire per la prematura scomparsa nel maggio 2025.

Con il pieno sostegno della famiglia, la Biennale di Venezia ha deciso di realizzare la Mostra secondo il progetto da lei ideato, per preservare, valorizzare

 

e diffondere le sue idee e il lavoro svolto con dedizione.

Koyo Kouoh, nominata Direttrice artistica del Settore Arti Visive nel novembre 2024, aveva infatti già sviluppato il progetto curatoriale, definendo testo teorico, artisti e opere, catalogo, identità grafica e architettura degli spazi, dialogando costantemente con gli artisti da invitare.

Il titolo scelto per la 61. Esposizione è In Minor Keys, come indicato nel testo curatoriale da lei trasmesso

al Presidente della Biennale l’8 aprile 2025. La Mostra è stata realizzata con il contributo del Team selezionato da Koyo stessa: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca).

Le linee del lavoro fatto insieme a Koyo per la 61. ma Esposizione Internazionale d’Arte sono state definite a Dakar poco prima della scomparsa della Curatrice. I pilastri su cui fondarla affrontano temi come l’incantamento, la fecondità e la condivisione, nonché pratiche generative indirizzate alla collettività.

“L’ultimo giorno, certa di aver raggiunto l’obiettivo più difficile, Koyo ha assegnato a ciascuno di noi una missione. La Mostra ormai aveva assunto forme concrete, non era più solo un’idea o un’intenzione. Riuscivamo a sentire la musica che con tanta grazia Koyo aveva composto insieme a noi sotto l’ombra protettiva di un generoso albero di mango.” 

LA MOSTRA di Koyo Kouoh

Gli artisti. Sono 110 i partecipanti – tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni – provenienti da contesti geografici differenti, selezionati da Koyo privilegiando soprattutto risonanze, affinità e possibili convergenze tra pratiche anche lontane. Osservando realtà attive a Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville, la Curatrice ha immaginato come l’ingegnosità e la tensione sperimentale di ciascuno possa incontrarsi con quelle di altri artisti e movimenti, anche senza relazioni dirette. In Minor Keys si propone così di restituire e ampliare questa geografia relazionale, intessuta nel corso di una vita e fondata sull’incontro. 

Per Koyo, il nucleo concettuale della Mostra si articola attorno a motivi non definiti in astratto, ma scelti a partire da opere capaci di coinvolgere insieme anima e intelletto.  

Nel corso del lavoro curatoriale, molte suggestioni hanno trovato eco nei riferimenti letterari condivisi da Koyo come fonti d’ispirazione, tra cui Beloved di Toni Morrison e Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez, accomunati dall’attraversamento di monti e soglie temporali e da un realismo magico che intensifica il registro emotivo. 

 La città delle giraffe

La Mostra è affiancata dalle Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini (29), all’Arsenale (25) e nel centro storico di Venezia (46). Sono 7 i Paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Repubblica di Guinea, Repubblica di Guinea Equatoriale, Repubblica di Nauru, Qatar, Repubblica di Sierra Leone, Repubblica Federale di Somalia, Repubblica Socialista del Vietnam.

Partecipa per la prima volta con un proprio padiglione El Salvador.

Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, è a cura di Cecilia Canziani, con il progetto Con te con tutto dell'artista Chiara Camoni.

Il Padiglione della Santa Sede, promosso dal Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, Cardinale José Tolentino de Mendonça, si trova nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice e nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi. La mostra ha come titolo L’orecchio è l’occhio dell’anima ed è a cura di Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers.

Il Comune di Venezia partecipa con un proprio Padiglione, il Padiglione Venezia, ai Giardini di Sant’Elena. 

I 31 Eventi Collaterali approvati dal Curatore e promossi da enti e istituzioni pubbliche e private senza fini di lucro, sono organizzati in numerose sedi della citta` di Venezia e propongono un'ampia offerta di contributi e partecipazioni che arricchiscono il pluralismo di voci che caratterizza la Mostra.

Il catalogo ufficiale, dal titolo In Minor Keys, e` composto di due volumi. Il Volume I è dedicato alla Mostra Internazionale di Koyo Kouoh. Il Volume II e` dedicato alle Partecipazioni Nazionali e gli Eventi Collaterali. La Guida della Mostra e` studiata per accompagnare il visitatore lungo il percorso espositivo. 

Koyo Kouoh desiderava che il catalogo di In Minor Keys non fosse solo un contributo all’archivio, ma una testimonianza del suo modo di creare: collaborativo, interdisciplinare, intuitivo.

Il progetto grafico del catalogo così come l’identità visiva di In Minor Keys, è stato creato su indicazione di Koyo da Clarissa Herbst, in collaborazione con Alex Sonderegger. L’immagine grafica si ispira al komorebi, il termine giapponese usato per indicare l’effetto della luce che filtra tra il fogliame, e aspira a riprodurre il sollievo che si prova all’ombra di un albero.

 

Il catalogo e la guida breve sono editi da La Biennale di Venezia.

Si segnala, infine. che a seguito delle dimissioni in blocco dell’intera Giuria internazionale della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, con l’apertura al pubblico della mostra, si sono avviate le votazioni per i Leoni dei Visitatori da assegnare a un artista partecipante alla Mostra Internazionale In Minor Keys di Koyo Kouoh, e per una Partecipazione Nazionale della 61. Esposizione, sulla base delle preferenze espresse dal pubblico.

Possono votare i titolari di biglietto che hanno visitato entrambe le sedi (Giardini e Arsenale). La visita delle due sedi sarà comprovata dal tracciamento effettuato dal sistema di biglietteria. All’esito della verifica dell’utilizzo del biglietto per entrambe le sedi, la Biennale invierà via email, da 24 ore dopo l’accesso alla seconda sede, il link per l’espressione del voto. Il sistema di voto garantisce l’anonimato. Il titolare del biglietto potrà esprimere un solo voto per ciascuno dei due premi, in un’unica sessione. Il voto è aperto per tutta la durata della manifestazione e i risultati saranno proclamati a conclusione della 61. Esposizione.

 

www.labiennale.org

VENEZIA Giardini e Arsenale

9 maggio – 22 novembre 2026
Tel. 041 5218711
Fax 041 2728329
E-mail  This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 

 

 

 

 
  Giuditta decapita Oloferne
In un’epoca in cui alle donne era concesso al massimo di dipingere fiori o nature morte, Artemisia Gentileschi scelse il sangue, la storia e la vendetta. Non fu solo la prima donna a essere ammessa alla prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, ma fu soprattutto una pioniera del Caravaggismo, capace di superare i maestri del suo tempo per intensità drammatica e realismo. Figlia d'arte, apprese i segreti del mestiere nella bottega romana del padre, Orazio Gentileschi, ma la sua ascesa fu segnata da un evento traumatico che avrebbe potuto distruggerla: lo stupro subito da parte di Agostino Tassi, collega del padre e suo precettore.Ciò che rende Artemisia una figura di straordinaria modernità non è però il trauma in sé, quanto la sua resilienza. Affrontò un processo pubblico umiliante, accettando persino la tortura dei pollici per confermare la verità delle sue accuse. Da quell'esperienza trasse una forza visiva senza precedenti, trasferendo sulla tela una tensione psicologica quasi tangibile. Il suo capolavoro più celebre, Giuditta che decapita Oloferne, viene spesso interpretato come un grido di rivalsa. Mentre i suoi colleghi maschi ritraevano l'eroina biblica quasi timorosa o distaccata, la Giuditta di Artemisia ha le maniche rimboccate, i muscoli tesi e un’espressione di feroce determinazione. Il sangue che zampilla macchiando le lenzuola non è un semplice decoro barocco, ma la cronaca brutale di un gesto necessario e liberatorio.Tuttavia, ridurre la sua figura alla sola biografia sarebbe un errore imperdonabile. Artemisia fu una vera manager di se stessa, capace di muoversi con astuzia e talento tra le corti più importanti d’Europa. A Firenze strinse amicizia con Galileo Galilei e ottenne la protezione dei Medici; a Londra lavorò alla corte di Carlo I, mentre a Napoli stabilì una bottega fiorente che divenne un punto di riferimento per la pittura locale. Non era solo una pittrice di talento, ma una professionista
  Giuditta e la sua Ancella
consapevole del proprio valore, come testimoniano le sue lettere in cui dichiarava con orgoglio di voler mostrare "ciò che una donna sa fare".Oggi, guardando le sue opere esposte nei più grandi musei del mondo, dal Louvre agli Uffizi, è chiaro che Artemisia non è una semplice "curiosità" della storia dell'arte. È un pilastro del Barocco che ha saputo trasformare la vulnerabilità in potere. La sua capacità di gestire la luce, la profondità psicologica delle sue protagoniste e la sua indipendenza economica ne fanno un'icona di autodeterminazione che continua a parlare al pubblico contemporaneo con una forza immutata. Il suo pennello, brandito come una spada, ha squarciato il buio del pregiudizio, lasciandoci in eredità un’arte che non chiede permesso, ma esige di essere guardata.
 
Una donna che solo per il fatto di esserlo dovette imporsi con la forza dell’arte, della bellezza e della grande determinazione.
 
( Artemisia Gentileschi nasce l'8 luglio 1593 a Roma e muore a Napoli il 1656 c.a. probabilmente di peste)
 

 

Se c’è un luogo a Firenze capace di lasciarti letteralmente a bocca aperta, non per la fredda grandiosità dell'architettura ma per l’energia che si respira tra le pareti, quello è senza dubbio la Galleria Palatina. 
Dimenticate la disposizione ordinata, cronologica e un po' didascalica degli Uffizi; entrare nella Palatina, nel cuore pulsante di Palazzo Pitti, significa fare un salto temporale e finire dritti nel pieno del Seicento. 
Qui i quadri non sono trattati come semplici reperti museali, ma come simboli vivi di un potere che amava circondarsi di una bellezza ridondante e sfarzosa.


La prima cosa che ti colpisce è l'allestimento unico della quadreria: le opere non seguono un filo logico basato sulla storia dell'arte, ma sono disposte secondo criteri puramente estetici. I dipinti coprono interamente le pareti, incastrati uno sopra l'altro come in un puzzle d’oro e olio, scelti dai Granduchi per affinità di colori, dimensioni o semplicemente per compiacere l’occhio. È un vero sovraccarico sensoriale dove le massicce cornici dorate sembrano quasi fondersi con gli affreschi dei soffitti, creando un insieme visivo che non ha eguali al mondo.
Tutto quello che vediamo oggi lo dobbiamo alla dinastia dei Medici, che nel 1549 acquistò il palazzo rendendolo la reggia ufficiale del Granducato, e ai loro successori, i Lorena. 
Camminando tra le sale, ti rendi conto che questa non è mai stata pensata come una galleria pubblica, ma come una casa. Una casa dove i corridoi sono larghi come piazze e le stanze prendono il nome dai pianeti. Le celebri Sale dei Pianeti, affrescate da Pietro da Cortona, rappresentano il cuore del percorso: qui l’ascesa al potere del giovane principe mediceo viene celebrata attraverso il mito e l’astrologia, in un mix di propaganda politica e perfezione artistica.


Oltre allo sfarzo generale, ci sono momenti in cui devi fermarti e ignorare tutto il resto per concentrarti sui singoli capolavori. Penso alla incredibile concentrazione di opere di Raffaello, come la Madonna della Seggiola, che sprigiona una dolcezza capace di fermare il tempo, o ai ritratti di Tiziano, i cui sguardi sembrano seguirti ovunque. 
E ancora, la forza drammatica della Giuditta di Artemisia Gentileschi o il realismo inquieto di Caravaggio. C'è poi un dettaglio quasi intimo che rompe la continuità rinascimentale e barocca: il Bagno di Napoleone. È un tocco di storia più recente, un piccolo tempio neoclassico fatto installare dal Bonaparte durante il suo soggiorno a palazzo, che ci ricorda come questo luogo sia stato attraversato dai più grandi protagonisti della storia europea. In definitiva, la Palatina non si visita, si attraversa come un'esperienza immersiva. 
È il posto giusto per capire cos’era davvero Firenze quando il potere era diventato puro splendore, permettendoti di sentirti, anche solo per un’ora, parte di quella corte leggendaria.
Dimenticate la disposizione ordinata, cronologica e un po' didascalica degli Uffizi; entrare nella Palatina, nel cuore pulsante di Palazzo Pitti, significa fare un salto temporale e finire dritti nel pieno del Seicento. Qui i quadri non sono trattati come semplici reperti museali, ma come simboli vivi di un potere che amava circondarsi di una bellezza ridondante e sfarzosa.

 

 

Non una semplice mostra, né una tradizionale sfilata: la Rebel Art Exhibition dedicata a Serena Pizzo si è imposta come un’esperienza immersiva e stratificata, capace di fondere linguaggi e rompere i confini tra arte visiva e fashion design. Nella cornice della WE GIL, trasformata per l’occasione in un teatro fluido di immagini e corpi in movimento, l’artista ha presentato la nuova collezione Animorfie, registrando un’affluenza ben oltre le aspettative.

L’iniziativa, patrocinata da Regione Lazio e Lazio Crea – che hanno riconosciuto il valore culturale del progetto concedendo uno degli spazi più rappresentativi della scena contemporanea romana – si è distinta per la sua capacità di proporre un modello espositivo innovativo, dove la fruizione diventa partecipazione attiva.

Un racconto visivo tra arte e moda

La serata si è articolata come un vero e proprio percorso narrativo. Gli ambienti della WE GIL sono stati ripensati come un set dinamico in cui modelle, performer e opere pittoriche hanno dialogato in tempo reale, annullando la distanza tra spettatore e creazione artistica.

In passerella – o meglio, nello spazio performativo – hanno preso forma gli abiti-quadro di Serena Pizzo: capi dipinti a mano su tessuti tecnici e sete naturali, attraversati da figure animorfiche, ibridi visionari tra umano, animale e simbolico. Le proiezioni pittoriche, diffuse sulle pareti e sui corpi, hanno amplificato l’impatto onirico della collezione, trasformando l’intero ambiente in una dimensione sospesa.

A completare l’esperienza, il contributo sonoro del cantautore Visco 140, che ha costruito un paesaggio musicale coerente con l’estetica surreal-pop dell’artista, e l’intervento coreografico della ballerina Eleonora Pedini, capace di tradurre in movimento la tensione metamorfica delle opere.

Serena Pizzo, secondaa a sin. con il presidente
dell' università Auge

La conduzione è stata affidata alla critica d’arte Sabina Fattibene, che ha accompagnato il pubblico con una lettura puntuale e accessibile, restituendo profondità teorica a un progetto già fortemente evocativo.

“La Patetica”, arte e parola

Nel corso della serata ha trovato spazio anche la presentazione del nuovo libro di Serena Pizzo, La Patetica, ulteriore tassello di una ricerca che attraversa linguaggi e formati. A illustrarne il valore è stato il Magnifico Rettore Giuseppe Catapano dell’AUGE Università, tra gli enti patrocinatori dell’evento insieme a Regione Lazio e Lazio Crea.

Un intervento che ha sottolineato la dimensione culturale dell’opera, evidenziando come la produzione dell’artista si collochi in un territorio di confine tra estetica, narrazione e riflessione contemporanea.

Animorfie: identità in trasformazione

Cuore della serata, la collezione Animorfie si presenta come una riflessione visiva sulla metamorfosi, intesa come condizione identitaria del presente. Le creature immaginate da Serena Pizzo – ironiche, stratificate, talvolta perturbanti – prendono vita nei capi, trasformando l’abito in organismo narrativo.

Silhouette fluide e volumi scultorei dialogano con pattern pittorici che rielaborano il surrealismo in chiave pop, mentre ogni tessuto diventa superficie di racconto. Il risultato è un’estetica riconoscibile e dichiaratamente “ribelle”, che mette in discussione i codici tradizionali della rappresentazione del corpo.

Presenze e collaborazioni

A impreziosire l’evento, la partecipazione di figure di rilievo del panorama creativo italiano. Tra queste, la designer veneziana Liliana Vianello, con le sue creazioni in vetro di Murano, e l’artista sorrentino Massimo Sepe, presente con opere materiche di forte impatto.

Fondamentale anche il contributo di Glamour Fashion Queen, responsabile della selezione di modelle e modelli, che hanno dato corpo e dinamismo alla visione dell’artista.

Un successo oltre le aspettative

La risposta del pubblico – composto da curatori, galleristi, rappresentanti di maison, collezionisti e stampa specializzata – ha confermato l’interesse crescente verso format ibridi, capaci di unire arte e moda in chiave contemporanea.

La Rebel Art Exhibition si chiude così con un bilancio più che positivo, imponendosi come esempio riuscito di contaminazione tra linguaggi e come piattaforma per una nuova modalità di racconto artistico.

A sintetizzare il senso della sua ricerca è la stessa Serena Pizzo:


«Con Animorfie ho voluto dare corpo a un immaginario libero, istintivo, che non teme la trasformazione. L’abito diventa pittura, la pittura diventa creatura, e il pubblico entra in un mondo dove tutto può mutare».

 

 

 

La Milano Fashion Official, uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama moda italiano, ha proclamato Serena Pizzo come Miglior Fashion Designer Italiano 2026, riconoscendo la sua visione artistica unica e il suo contributo innovativo al dialogo tra arte contemporanea e moda d’autore.

La designer e artista multidisciplinare di origine veneziana, già nota per il suo linguaggio Pop Surrealista e per le sue capsule couture dipinte a mano, conquista così uno dei premi più ambiti della capitale italiana della moda. La giuria ha premiato la sua capacità di trasformare l’abito in un’opera narrativa, unendo estetica, tecnica e ricerca concettuale. La collezione presentata da Serena Pizzo ha affascinato pubblico e critica grazie a: silhouette scultoree e raffinate, superfici pittoriche realizzate a mano, un immaginario Pop Surrealista riconoscibile e iconico, una visione che fonde moda, performance e arte contemporanea. Il risultato è un linguaggio stilistico che supera la tradizionale distinzione tra atelier e studio d’artista, affermando una nuova forma di couture narrativa. La Pizzo oramai è una figura di riferimento nella moda contemporanea italiana e la vittoria alla Milano Fashion Official 2026 la consolida come una delle voci più originali del panorama creativo nazionale. 

Il premio arriva in un momento di forte espansione della sua attività, che comprende: progetti di fashion art, mostre e performance, direzione creativa, attività televisiva e culturale attraverso OltremodoTV.

La sua capacità di unire mondi diversi — moda, arte, comunicazione — la rende una protagonista trasversale e contemporanea, perfettamente in sintonia con lo spirito innovativo di Milano.

Nel ricevere l’ambito premio Serena Pizzo ha dichiarato: "Questo premio rappresenta un riconoscimento profondo del mio percorso artistico e umano. La moda, per me, è un linguaggio che racconta identità, emozioni e visioni. Milano è la città dove l’arte incontra il futuro, e ricevere qui questo titolo è un onore immenso."

Dopo la vittoria, l'artista ha annunciato nuove collaborazioni; una capsule art-fashion internazionale e una serie di eventi istituzionali dedicati al dialogo tra arte, moda e cultura. Il prossimo evento dal titolo “Rebel Art Exibition” si terrà a Roma l'11 aprile 2026 presso il palazzo WeGil con il patrocinio della Regione Lazio.

 

 

 

 

 

 

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