Si sono appena saputi i risultati del referendum sulla riforma della giustizia e le tifoserie si sono scatenate nei commenti, c’è chi ha perso e chi ha vinto, chi festeggia e chi fa finta di nulla: il teatrino della finta democrazia continua a risucchiare le energie delle menti per distoglierle dai veri problemi del Paese. “Panem et circenses” sentenziavano i nostri antenati che la sapevano lunga. Il circo della distrazione di massa è a pieno regime. Il potere indirizza l’informazione, impone menzogne, influenza le opinioni, ci condiziona, incute paura e ci tiene in gabbia, né più né meno che polli. La nostra libertà, il nostro giudizio, il nostro spirito critico, la nostra creatività vengono annullate da questo Moloch che divora tutto e tutti.
Ai tempi dei nostri padri la televisione quasi non esisteva, la domenica il papà ci mandava a comperare il giornale e il resto della settimana per noi ragazzini era un trionfo di vita, di sentire, di condividere, di gioire come soffrire, era un sentire che partiva dal nostro cuore e che ancora oggi lo ricorda, siamo per fortuna ancora umani, non il terminale di un microchip. I tempi ed i problemi sono cambiati e i padroni della tecnologia avocano a loro il diritto di plasmarci e condizionarci secondo i loro interessi e determinano la qualità e la quantità degli spettacoli che attualmente vediamo in mondovisione.
Ne deriva che la fonte delle nostre preoccupazioni, delle nostre paure, delle nostre apprensioni sono soprattutto quei grandi media e social che ubbidiscono a questi. La libertà di stampa, nonostante l’articolo 21 della nostra Costituzione nel nostro Paese, è data sostanzialmente a questi ultimi che fanno da cassa di risonanza per le multinazionali, la finanza, i banchieri, insomma per i padroni effettivi. Forse sarebbe il caso di impedire che nuocciano ancora e il problema potrebbe essere ancora risolto, solo che lo si voglia: basterebbe togliere la museruola a quel feroce cane da guardia che è l’informazione.
Attualmente solo in Italia e in qualche altro paese sperduto sul globo terracqueo esiste un ordine dei giornalisti, con le sue regole e i suoi codici deontologici. Il fine non sarebbe riprovevole anzi, è quello di regolamentare il lavoro di chi fa informazione. La realtà però, al di là delle apparenze, è quella di avere un controllo sull’informazione da parte di chi ha il potere effettivo. In altre parole: per essere direttore responsabile di una testata bisogna essere
iscritti ad uno dei vari elenchi di cui l’ordine dei giornalisti ne è custode. Da ciò ne discende che lo Stato può accordare lauti finanziamenti alle testate registrate che abbiano un direttore responsabile. Questi finanziamenti vengono erogati alle volte sotto forma di aiuti all’editoria in stato di crisi, alle volte per fini istituzionali, vedi la pubblicità per la vaccinazione resa obbligatoria in seguito all’insorgenza del Covid-19 di qualche anno fa, e così via…. Come diceva la buon’ anima del divo Giulio: “Pensare male è peccato, ma spesso ci si coglie…” e va da se che questi finanziamenti potrebbero dare adito ad una possibile forma di collusione tra l’informazione che dovrebbe controllare tutto e tutti e chi ci governa. A pensare male allora forse sarebbe il caso togliere di mezzo questa strana e occulta filiera, molto singolare. In una sana democrazia la vendita delle copie dei giornali dovrebbe avere a riferimento il consenso di chi li compra, non la propaganda di chi li finanzia.
Questo settore dell’informazione, oramai esanime, va assolutamente rianimato con ampie dosi di ossigeno: innanzitutto promuovere la giusta dignità professionale ed economica, magari in forma legislativa, a chi opera in tale settore come cane sciolto, un libero professionista, per usare una metafora. Nei confronti di uno strumento così importante per la salvaguardia della collettività non c’è mai stato uno straccio di promozione, di protezione, di attenzione, se non a parole. L’informazione deve essere libera da lacci e lacciuoli, altrimenti non è informazione ma propaganda, ed è esattamente il fenomeno che gli italiani stanno vivendo sulla propria pelle. Lo Stato ha il dovere costituzionale e morale di accordare gli strumenti necessari per operare: nella professione libera c’è quell’alea che non conoscono i colleghi assunti nelle redazione con contratto a tempo indeterminato. Solo chi è libero può denunziare alla collettività ciò che non va perché se ne
producano gli anticorpi.
Ma forse oramai il problema a cui abbiamo fatto cenno sta per essere superato, l’informazione sta trasferendosi dalla carta stampata alla rete, la nuova realtà cui tutti noi dedichiamo gran parte delle nostre giornate. Ordini, giornali, riviste oramai sono cimeli del nostro trascorso, utile passatempo per vecchietti in pensione. La nuova sfida è nella rete.
Come ogni strumento la rete può essere usata per il bene o per il male, una cosa è certa però, ha dato la possibilità a miliardi di persone di comunicare più velocemente, di non affidare ai soliti noti l’esclusiva della comunicazione e questa è già una rivoluzione di portata storica per l’umanità. Siamo oramai giunti nell’era in cui tutti possono fruire di questa in tempo reale ed in maniera abbastanza economica. La salvaguardia della collettività è fare in modo che “i soliti noti” con il loro potere economico non se ne impadroniscano. Cambiando i modi di fare informazione debbono necessariamente cambiare le armi perché possa essere a servizio dei bisogni della collettività. La rete è aperta, tutti possono informare e manifestare un proprio parere, non lasciamoci sfuggire questa opportunità che ci viene data.
Non più finanziamenti all’editoria, non più pubblicità, ma potere solo a quei “Like” che ognuno di noi mette su quei siti spontanei che cominciamo a sorgere come funghi in ogni dove. Una forma di remunerazione per chi ci lavora ed espone le proprie idee potrebbe essere contemplata in un capitolo a parte nel bilancio statale in base al numero effettivo dei “Like”. Non più ordini, non più catene, dare modo a tutti di scrivere, di esprimere le proprie idee. Per operare potrebbe essere sufficiente l’iscrizione a qualsiasi Camera di Commercio, fare un piccolo test per mostrare che si conoscono le regole deontologiche relative all’informazione, il resto lasciamolo al codice penale. Mettere in grado coloro che vogliono dedicarsi all’informazione, quella vera, di poter lavorare seriamente senza catene potrebbe cambiare molte situazioni, forse anche il Mondo. Questa meravigliosa professione non è un impiego, bensì un’arte ed una missione che tutti i servitori della collettività portano nel cuore.